Biennale d’arte 2011

Questo mio reportage è uscito sul Corriere del Veneto del 4 giugno 2011.

Volti l’angolo di una calle qualsiasi, la sera, per immetterti in un campiello qualsiasi, ed è un video in 3D a sorprenderti dalla vetrina di un negozio. Non si tratta né di pubblicità, né del lancio di un nuovo televisore al plasma. È chiaramente videoarte, quella che scorre sui monitor utrapiatti in vetrina. Qualche secondo di sorpresa e poi già, è vero, incomincia la Biennale, qui a Venezia. Altre calli, un ponte, un campo, un’altra vetrina, con delle ombre cinesi dietro a un vetro opaco, un gioco di luci e però forse questa volta è solo merito del vetrinista, e sta a vedere che la crisi costringe alla creatività pure i commercianti. I commercianti veneziani, poi, e non so se mi spiego. Venezianità che esplode in tutta la sua contraddittoria appartenenza -lontana anni luce dalla creatività artistica, sfrontatezza commerciale, piuttosto – su un cartoncino incollato con lo scotch allo scuro di una finestra pianoterra: “Biennale accomodation, telephone n. 3336…”, alla faccia di regolamenti, autorizzazioni e buon senso. Poi, per fortuna, ricominciano installazioni laddove mai te le aspetteresti e ti piace questa Biennale sempre più diffusa, l’arte contemporanea che si sparpaglia guadagnando spazi di anno in anno dentro alla città d’arte più città d’arte del mondo. Un’arte che esce dai suoi recinti e si incammina per le calli insieme ai veneziani stessi, che, poco a poco, hanno la possibilità di diventare sempre più consapevoli di quel grande patrimonio che è la Biennale d’arte e, di conseguenza, sempre più aderenti a un mondo che fino a poco tempo fa sembrava escluderli, emarginarli, lontani dai Giardini e dall’Arsenale, come se appartenessero a un altro sistema solare. Non più. Ci sono le opere, dunque, ma anche i fruitori, un po’ appassionati, un po’ addetti ai lavori, un po’ studiosi, un po’ artisti essi stessi. È bello incrociarli in giro. Gente di tutte le età, di ogni lingua, di tutte le razze, che aumentano mano a mano che ti avvicini ai Giardini della Biennale, all’Arsenale. Via Garibaldi sembra il cortile del più prestigioso, ampio, e però improbabile istituto d’arte. Quasi tutti hanno in spalla una borsa rossa con su scritto “Free Ai Wei Wei”, l’artista cinese che avrebbe dovuto essere qui e invece è rinchiuso in un carcere della Cina. È l’ora di pranzo e ci si mette alla ricerca di cibo. Le panchine e il prato dei giardini sono un grande pic-nic dove trionfa il salmone “un euro” della Coop. Vedo uno avvicinarsi in direzione opposta alla mia, maglietta nera, pantaloni neri, inconfondibili occhiali dalla montatura nera. È Edward Luttwak, il cui faccione appare in tv sempre non appena scoppia una guerra. Che c’entra con l’arte? Ci sarà mica da preoccuparsi? Ce ‘è un altro, vestito di scuro, fermo in mezzo all’unica via di Venezia. Tiene fra le mani, all’altezza della faccia, un intreccio di rami che potrebbe avere tranquillamente trovato ai piedi di un albero ai giardini là accanto. Basta questo per farlo diventare opera e essere fotografato da tutti. Penso che potrei inventarmi qualcosa anch’io, stendermi per terra, tirare fuori l’iPad, il quaderno di appunti, scrivere in mezzo alla via e trasformarmi nell’installazione di uno scrittore. Lascio perdere. Ed è meglio così, perché la ragazza che sta avanzando, con dei cartoni fra le mani, grandi, ingombranti, pesanti, che guardo con la giusta dose di sorpresa, è proprio Chiara Caselli, l’attrice. Quasi ci scontriamo, io perché intento a osservarla per convincermi che sia proprio lei, lei perché intralciata visivamente dai suoi cartoni. Ne approfitta per appoggiare a terra quello più ingombrante e mi chiede se è di qua che si va all’Arsenale. È nella direzione sbagliata. Indico, traccio uno zig zag nel vuoto, disegno un angolo con le mani. Lei sbuffa, spero non per la mia spiegazione, ringrazia e si incammina. Forse avrei dovuto aiutarla, mi dico.
Entro ai Giardini, giro per i padiglioni. C’è ancora chi sta lavorando agli allestimenti, in ritardo, e allora, è l’artigianato, questa volta, a mescolarsi all’arte. Allontano da me la tentazione di andare verso il padiglione Italia, nel terrore di trovare quegli artisti che conosco e che hanno avuto la sfrontatezza (l’immoralità, mi verrebbe da dire) di avere risposto all’invito dell’ineffabile curatore. Una di loro, ieri, mi ha detto di sentirsi come dentro a un bazar. E là dentro ci sono anche i suoi quadri, buttati a caso in mezzo a quelli di centinaia di altri artisti. E chissà come mai i due ritratti più in vista, le due “opere” più ostentate, sono quelle dell’umile e discreto critico d’arte nonché curatore del padiglione, e del capo del governo. Un caos, quello del padiglione, facilmente spiegabile, troppo impegnato a far altro, il critico: a fare televisione fallimentare, a fare il consigliere del capo del governo, altrettanto fallimentare, partecipare a feste di qua e di là, forse fallimentari pure quelle. Esco dalla Biennale, ormai è sera. Tutti si preoccupano di raggiungere questa o quella festa. Con o senza il critico ineffabile, poco importa, soprattutto agli stranieri. C’è la caccia agli inviti, l’ansia di capire come arrivare a Palazzo Tal dei Tali o alle Zattere. Tutti trafelati, accaldati. Diretto verso casa, penso che sì, sembra proprio essere sfiancante, oggi, o da sempre, non lo so, fare il professionista dell’arte.

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