Il giorno della memoria

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 28 gennaio 2011.

A Venezia sono in tanti a celebrare la Giornata della Memoria ritrovandosi ai Giardini della Biennale, in riva, davanti al monumento alla Partigiana, la scultura di Augusto Murer. Non soltanto davanti, però. Molti di loro infilano gli stivaloni, si rimboccano le maniche e ripuliscono la scultura che, distesa a pelo d’acqua su un cassone in marmo disegnato da Carlo Scarpa, raccoglie tutto quello che la laguna incastra fra le linee bronzee di quella martire che simboleggia la Resistenza. Situata in uno dei luoghi più colpiti dal moto ondoso, da tempo La Partigiana è diventata simbolo anche di qualcos’altro. Non so se la scelta di disegnarla a quel modo, e di posizionarla in quel luogo, contemplasse in sé una sorta di “idea pratica” della memoria. Quel groviglio inevitabile di alghe, di rifiuti, di relitti è il simbolo dello stato attuale della nostra memoria. Una memoria sempre più offuscata, riempita di frattaglie che ne obnubilano i significati e i valori. Rifiuti e relitti che impediscono ai ricordi di restare nitidi, di mantenere intatto un significato che, grazie alla sua purezza, avrebbe di certo ostacolato derive che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Virate impensabili per un paese, l’Italia, e soprattutto il Veneto, che protetti da una memoria vivida sarebbero state impossibili. Oggi i nostri ricordi, la nostra memoria della Storia, sono sepolti sotto a cumuli di cose inutili che crediamo però indispensabili. Non ci curiamo più della nostra memoria e, va da sé, tante memorie individuali obnubilate compongono una grande, fosca, traballante Memoria collettiva. Che dovrebbe andare periodicamente ripulita, come La Partigiana, non fosse che c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarci ad accumulare quotidianamente montagne di inutili rifiuti virtuali. Immagini alterate, mistificazioni, banalità, sciocchezze. Dovremmo ogni sera, prima di andare a dormire, fare come i volontari della Partigiana di Venezia, infilarci gli stivali, rimboccarci le maniche, ed entrare a ripulire, a salvaguardare, a proteggere la nostra memoria, che dovrebbe essere il bene più importante, il valore più assoluto per garantirci un presente quanto meno dignitoso e degno di un passato che attraverso le lotte di molti ci era stato consegnato quanto meno pulito, se non proprio luminoso. Alla lucentezza avremmo dovuto portarlo noi, eredi di quel passato. E invece.
Qui in Francia, dove mi trovo, la giornata della Memoria è vissuta con meno urgenza. Non si tratta di un’emergenza, ma di un valore storico riconosciuto e comunque protetto. Non a caso il fenomeno editoriale di queste ultime settimane è un piccolo libro di Stéphane Hessel, un ex partigiano di novantatré anni. Si intitola “Indignez vous”. Ha venduto già quasi un milione di copie. Lo leggono soprattutto i giovani, il racconto di questo vecchio che non fa che sottolineare i valori e diritti per cui loro avevano combattuto (uguaglianza, libertà di pensiero, diritto allo studio, sanità e servizi sociali garantiti), che loro avevano conquistato con il sangue, e che avevano consegnato alle generazioni successive. Ora, dal vivo di quella memoria, Hessel chiede che quei valori non vengano abbandonati, che si continui a lottare per mantenerli vivi e indispensabili. E la Francia ha risposto. Di quel piccolo e semplice libro si parla ovunque, televisioni, scuole, università, giornali, bar, autobus. Mi domando quanta e quale attenzione quel libro avrebbe riscosso da noi, oggi, obnubilati, sperduti. Io la so la risposta. E voi?

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