Pour mes amis en France

Chers amis,
je vous envoie la page de la Repubblica de ce matin, où l’on annonce la terrible nouvelle de la décision du Président de la Région de Vénétie, Luca Zaia (Ligue du Nord) d’interdire dans les bibliothèques et dans les écoles la diffusion et la lecture des livres des auteurs qui, en 2004, ont signé l’appel pour Battisti.
Mais pas seulement ça. Des bibliothécaires ont témoigné avoir reçu l’ordre
depuis des mois de ne pas donner en lecture des livres considérés comme
non-éducatifs. Des dizaines d’écrivains comme Roberto Saviano, Andrea Camilleri, Gian Antonio Stella, Marco Travaglio, moi-même, ainsi que désormais les signataires de l’appel pour Battisti comme Tiziano Scarpa, Massimo Carlotto, Wu Ming, Valerio Evangelisti, Giorgio Agamben, ont déjà disparu de plusieurs bibliothèques de la région. Ils sont au catalogue, mais impossible de les prendre en lecture. Ce “projet” fasciste est né dans ma ville, Venise, où se trouve le Palais de Région, et où l’attaché à la culture de la Province de Venise, un ex-fasciste pas trop ex, a lancé l’idée lundi passé. Tiziano Scarpa et moi-même sommes déjà intervenus, dans le Corriere del Veneto (le supplément en Vénétie du Corriere della Sera).

La Vénétie est devenue depuis longtemps l’atelier où expérimenter un nouveau modèle de “démocrature”. C’est dans ma région que naissent toujours les lois les plus racistes et intolérantes. C’est ici que le pouvoir expérimente jusqu’où il peut aller. Et chaque fois, il va toujours un peu plus loin, il ose toujours un peu plus. C’est inutile de vous dire ce que signifie l’interdiction des livres.
Fahrenheit 451, vous vous souvenez ? Bon, en Italie, on y est. La Vénétie est à l’image de ce que sera le post-berlusconisme : quelque chose de bien pire et dangereux. Et tout ça a lieu dans l’indifférence presque totale d’un pays habité par des gens rendus idiots après une trentaine d’années de télévision berlusconiste.

C’est un appel à l’aide que je vous lance, mes chers amis, et je vous dis aussi de faire attention. Ce virus italien peut, un jour, arriver en France, même si je suis sûr que les racines de la démocratie françaises sont bien plus fortes que celles de la démocratie italienne, qui n’a plus rien de démocratique.
Merci de votre attention. Je suis à Paris du 23 au 31 janvier, disponible pour vous expliquer directement cette terrible histoire.
Roberto Ferrucci,
au nom de plusieurs écrivains de Vénétie et d’Italie

(Deux de mes romans ont été publiés en France en 2010 : « Ça change quoi » (Seuil) et « Sentiments subversifs », (Meet)

Pardonnez mon français à l’italienne.

I nostri libri al rogo

Questo mio articolo è uscito ieri sul Corriere del Veneto.

“Un bel tacer non fu mai scritto”. E mai detto, aggiungo. Basterebbe questo, come commento a questa “squallida operazione da dittatura stupida” (come l’ha definita Carlo Lucarelli) dell’assessore alla cultura della provincia di Venezia. Un assessore che, per rilanciare il Lido, ha proposto come figura professionale impeccabile, non più tardi di qualche settimana fa, uno come Lele Mora. Anche in questo caso, meglio tacere. Sarebbe allora sufficiente un’alzata di spalle, nulla più, per liquidare una trovata anacronistica in Europa, tipica delle dittature, praticata solo in Iran, in Cina, a Cuba. Ricordo bene il giorno in cui vidi per la prima volta il bellissimo e inquietante film di François Truffaut, tratto da un romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Un film ambientato in una società e in un’epoca dov’è proibito leggere libri. C’erano questi pompieri che, invece di spegnere incendi, andavano in giro a fare roghi, roghi di libri. Ero ragazzo, ma già lettore. Guardavo quel film e mi compiacevo della fortuna che avevo a vivere in un’epoca e in un paese che aveva sconfitto chi i libri li bruciava e li proibiva. Mai avrei immaginato che nel 2011 sarei stato costretto a scrivere di qualcuno che propone quasi la stessa cosa. Mette i brividi. Già, perché nella mia libreria trovano spazio autori come Pound, come Céline, come D’Annunzio, che esaltarono il nazismo e il fascismo. Dittature che bruciavano i libri (come avvenne in Cile, nel 1973, o come avveniva nell’Unione Sovietica) e che gli scrittori li mandavano in galera, o al confino, o nei gulag. Non mi sono mai sognato di auto proibirmeli, Pound, Céline e D’Annunzio. Li ho letti, li ho consigliati, li ho prestati. E tutti i libri – tutti – hanno diritto di cittadinanza nella Patria del libro: la biblioteca pubblica.
Impossibile, allora, liquidare l’esclusione dalle biblioteche con un sorriso di compatimento. No, perché la messa al bando arriva da una importante istituzione e si inserisce nel contesto folle che questo paese, l’Italia, sta attraversando. In Italia – lo avrete notato, credo – ormai vale tutto. Vale che la libertà di pensiero venga messa a repentaglio di continuo, vale che tutto, anche i dibattiti seri come il caso Battisti, vengano banalizzati e semplificati e branditi come spada ideologica da usare nei momenti del bisogno, vale essere governati da gente che ha trasformato l’Italia nel proprio bordello personale, e nella propria banca personale, e nel proprio ufficio personale e nel proprio parco giochi personale. E noi? E la società civile? Noi, nel frattempo, non siamo altro che spettatori plaudenti e silenziosi e complici (in questo caso sì, non la delirante accusa fatta agli scrittori di essere complici di un assassino) dell’infinito reality show. Sì, perché ciò che soprattutto vale per ciascuno di questi episodi – che altro non dovrebbero produrre se non una potente carica di indignazione, di rabbia – è che rientrano ormai nell’ambito di una sconcertante, e per certi versi malata, normalità. Una normalità, malata, che ci vede tutti coinvolti.

Sentimenti sovversivi e Ça change quoi qui e là

Tournée italo-francese, questa volta, a partire da domani per parlare di Sentiments subversifs, Sentimenti sovversivi e di Ça change quoi. Ecco le date.

Mercoledí 12 gennaio 2011, ore 17.30 Laboratorio di scrittura circolo Tobagi, Hotel Bologna, P.le Stazione, Mestre
(solo per gli iscritti al laboratorio)

Martedì 18 gennaio 2011, ore 18.30 Libreria Quarto Potere, Contrà Pusterla 14, Vicenza

Sabato 22 gennaio 2011, ore 18.15 Au Channel, rue Gambetta 173, Calais
(in conversazione con Alessandro Perissinotto, nell’ambito di Entre les lignes, manifestazione letteraria organizzata da Martine Laval)

Martedì 25 gennaio 2011, ore 19.00 La Libreria, 89, rue du Faubourg Poissonière, 75009 Paris

Giovedì 27 gennaio 2011, ore 19.00 La Tour de Babel, 10, rue Roi de Sicile, 75004 Paris

Sabato 29 gennaio 2011, ore 10.45 Auditorium du Petit Palais, Musée des Beaux-Arts, Avenue Winston Churchill, 75008 Paris
(in conversazione con Cécile Wajsbrot e Didier Daeninckx, nell’ambilto di Enjeux Contemporains IV, organizzato dalla M.E.L.)

Leonardo, dalla parte opposta.

Era da un po’ di tempo che non scrivevo per il manifesto. E soprattutto nella pagina dello sport. Avevo in mente questa cosa da un po’ di giorni e il manifesto mi sembrava il luogo ideale dove pubblicarla. Gliel’ho proposta e loro hanno accettato. Mi infastidiva tutto il dibattito sciocco attorno alla scelta di Leonardo – ex giocatore, poi dirigente e infine allenatore del Milan – di allenare l’Inter. Non pensavo, poi, di riproporla qui, ma le recenti “perle di saggezza” del nostro Utilizzatore Finale riguardo al Milan e il suo ruolo per la nazione, mi hanno spinto a farlo. Ecco.


C’è un tormentone, che gira in rete. Quel ragazzino, intervistato da un giornalista di Sky, in diretta. Il ragazzino è milanista e gli si chiede che cosa pensi di Leonardo nuovo allenatore dell’Inter. Il ragazzino, dieci, undici anni, faccia da ragazzino italiano di oggi, espressione impertinente, taglio dei capelli strategico e alla moda, col ciuffetto tirato all’insù e quella vocina pronta a far commuovere le telespettatrici del pomeriggio, risponde senza esitare: «È uno stronzo». Accanto a lui, una ragazza più grande, forse la sorella maggiore, scoppia a ridere. Anche il giornalista sorride. E c’è da scommettere sulla quantità di gente che, davanti alla tv, si è fatta delle belle risate. Anche chi fa girare di continuo il video in rete, ride. Un momento di spettacolo da quattro soldi, tipico dei palinsesti nazionali di questi tempi bui. L’Italia che se la ride davanti all’uscita volgare e offensiva di un ragazzino. Che a qualcuno, però, anziché far ridere, mette angoscia. Perché è la normalità, oggi, quella risata. Una normalità angosciante. È normale, ahimè, che un ragazzino si lanci in quel modo senza porsi quella che dovrebbe essere una domanda naturale: cosa direbbero i miei genitori se io ora dicessi che Leonardo è uno stronzo? Invece, che un ragazzino dia dello stronzo a Leonardo in diretta tv, è scontato. Troppo ovvio, visti gli attuali parametri televisivi (riproposti identici, ahimè, anche nella quotidianità), di fronte ai quali le giovani generazioni crescono con il sogno di emularli. E allora basta un microfono e una telecamera perché un ragazzino dia sfogo, con la consapevolezza di un attore navigato, a un’offesa che farà ridere il pubblico. Non tutti però, perché è disperante rendersi conto che quel momento televisivo è il ritratto di un paese e di un’epoca. E di un ambiente: quello del calcio, dove quell’offesa a Leonardo è condivisa da migliaia di appassionati. L’onestà intellettuale dovrebbe essere quella che riconosce la libertà da parte di ogni individuo di compiere le scelte che ritiene più opportune. Per questo, da tifoso milanista, rivendico il diritto di Leonardo a allenare l’Inter. Così come del resto abbiamo accettato passaggi in direzione opposta, come quelli di Andrea Pirlo, di Clarence Seedorf, di Zlatan Ibrahimovic. Niente di più naturale, dunque. Ma non solo. Egli ha a mio avviso anche il dovere morale, di allenare la squadra rivale. Leonardo, lo ripetono tutti, è una persona indiscutibile sia sul piano umano che professionale. Viene spontaneo stimarlo. E viene spontaneo, per qualche appassionato (quanti?) di calcio e del Milan, soprattutto perché Leonardo è stato l’unico allenatore che ha saputo rispondere a muso duro alle “osservazioni” del proprietario del Milan. Lo ha fatto, Leonardo, con la consapevolezza che quel ritratto di democrazia che risponde al nome di Silvio Berlusconi, non gliele avrebbe mai perdonate. E infatti Leonardo, lo scorso campionato, sapeva con largo anticipo che sarebbe stato cacciato al termine della stagione. Fu un grande esempio. In un paese servile come l’Italia, pieno di lacchè, di portaborse, di yes men, uno come lui è da ammirare. Non si è inchinato davanti al potere e al denaro. Disse che con il narcisismo di Berlusconi lui era incompatibile. Visioni del mondo differenti, disse, stili di vita differenti. E fu cacciato. Per lesa maestà. E chissà quanti lo avranno redarguito, quanti gli avranno detto di lasciar perdere, di non contraddire il capo del Milan e del Paese. Lui, da uomo libero, se n’è infischiato. Perché ci sono cose che stanno ben al di sopra del gioco del calcio. Per questo, oggi, da milanista, io saluto l’arrivo di Leonardo all’Inter con rispetto ammirazione e con l’augurio di ottenere i migliori risultati possibili. Sì lo so che qualcuno ora dirà: certo, il secondo posto dietro al Milan in campionato e la finale di Champions contro il Milan, e forse è quello che potrei pensare anch’io. Ma, lo ripeto, credo ci siano anche cose ben più importanti oggi, in Italia e Leonardo, è un esempio per il calcio di oggi. E fa benissimo, allora, dopo il trattamento ricevuto dalla società dove ha lavorato per tredici anni, a scegliere la panchina dell’Inter. Un dovere morale, dicevo. È o non è Berlusconi ad aver scardinato le regole, ad avere sovvertito i valori di appartenenza e di bandiera il giorno in cui è diventato proprietario del Milan? Vero, e allora è bello sentire ieri Leonardo dire alla Pinetina: «Cercavo una grande sfida e più grande di questa credo che non ci sia. Era impossibile dire di no. Sono molto emozionato. Sto vivendo una situazione molto affascinante, è un giorno molto speciale per me. Questa all’Inter è una sfida troppo grande, troppo affascinante, troppo sorprendente».
Molti si sono sorpresi, poi, ieri, per le parole che Leonardo a speso in favore di Mourinho. Forse non ricordano ciò che ha detto del suo rivale lo scorso anno. Anche dopo quel 4-0 che sembrava già segnare il destino del Leonardo allenatore. E poi c’è l’umiltà, altro valore che scarseggia sempre di più, dalle nostre parti: «Io non sono Mourinho, ha detto ieri Leonardo. Ho fatto un anno da allenatore, con mille errori e forse con qualcosa di positivo. Questa è la mia storia e non posso cambiarla. È la mia seconda esperienza dopo un anno di lavoro e sei mesi di studio». Questo è Leonardo. E allora penso al padre del ragazzino che gli ha dato dello stronzo. Mi domando se non abbia riso anche lui oppure, come spero, se dopo quello “spettacolo” offerto dal figlio in diretta tv, non abbia deciso di guardare suo figlio negli occhi e gli abbia parlato di dignità, di valori, di senso delle sfide, e di educazione. Oppure, più semplicemente, gli abbia fatto ascoltare o, meglio, leggere, queste parole del nuovo allenatore dell’Inter: «Ho sempre cercato di essere libero, ho sempre detto quello che pensavo, cerco sempre la mia identità. Non ho rimpianti, non mi sento colpevole: sono sempre stato libero, ho sempre detto in che modo volevo vivere all’interno di una realtà». Spero lo abbia fatto, quel padre. Per dare modo a suo figlio, fra qualche anno, di non vantarsi con gli amici per per quella sua esibizione televisiva, ma di provare, invece, un ben più sano e nobile sentimento di vergogna, davanti a quelle immagini che ormai gireranno per sempre in rete. Perché Leonardo Nascimento de Araújo, il nuovo allenatore dell’Inter, è un esempio, altro che stronzo.
www.robertoferrucci.com

Autore di Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo (Limina 2010).

Disegno di capodanno

Ma non so perché proprio questo. Comunque, dopo la copertina di Impassibili e maledette, disegnata sull’iPad, ci ho preso gusto.