Quel sentimento di collera

Questo mio articolo è uscito ieri, 16 dicembre 2010, sul Corriere del Veneto. Contemporaneamente, il mio ben più “vistoso” collega, Roberto Saviano pubblicava su Repubblica la sua lettera agli studenti. Ovviamente, mentre scrivevo queste righe, non sapevo cosa lui avrebbe scritto. Ma si sa, le idee dialogano anche da lontano, loro malgrado. Il problema (uno dei tanti problemi) nell’italia di oggi, è che il dialogo, il confronto e, perché no, anche lo scontro, è basato solo su una miriade di monologhi. Che non si incrociano mai.


Ci sono momenti, nel corso di un’esistenza, in cui senti di doverla prendere in mano, la tua vita, e farne l’uso migliore possibile. Succede quando capisci che attorno c’è il vuoto. Succede quando ti rendi conto che tocca a te e c’è poco altro da fare. E, soprattutto, questo momento capita quando sei giovane, quando sei studente. Quando scegli di investire la tua vita nel miglior modo – forse – possibile, che è quello di mettere alla prova il tuo cervello, di arricchirlo più che puoi, per metterlo, in futuro, a disposizione degli altri. Quando fai questa scelta, non pensi mai che lo metterai a disposizione di altri e altrove, il tuo cervello. All’estero. Per questo all’alba di martedì, molti studenti veneti sono partiti per Roma. Per rivendicare un diritto che, per uno studente, è al contempo un dovere: mettere il proprio cervello, il proprio sapere, a disposizione del paese in cui vivi. Sono andati lì per rivendicare questo, gli studenti veneti e del resto d’Italia. Lì, gli studenti del movimento Books bloc (e non Black bloc, sia ben chiaro) si sono uniti a ricercatori, a precari, a cassintegrati, a disoccupati. A tutta quella parte di società border line, che si trova a un passo dall’essere esclusa dalla vita. Lì, a Roma, è scoppiata la violenza. È curioso come, in Italia, non appena un movimento di sacrosanta protesta prende piede, non appena inizia a essere guardato con comprensione e simpatia dalla società civile, arrivino a frantumarlo e a criminalizzarlo, puntuali, i Black bloc. È successo a Genova nel 2001, è successo ieri a Roma. Curioso e strano. Perché chi ha avuto la voglia di approfondire il tema Black bloc, non pago delle superficiali note di servizio della tv, avrà scoperto che apparizioni e provenienze sono a dir poco sospette. E anche questa volta, come a Genova, ci sono immagini inequivocabili a confermarlo. Per cui, oggi, il movimento studentesco è subito stato bollato come violento, se non addirittura criminale. È una dinamica tipica del nostro paese in questi anni. Quel naturale e per certi versi nobile sentimento che porta il nome di collera, non viene preso in considerazione. Viene subito mistificato come violenza gratuita e inaccettabile, punto. Altrove non è così. In altri paesi, di fronte alla collera ci si interroga. Prima di tutti lo fa la politica. Ci si domanda, saggiamente, altrove, che cosa abbia spinto in piazza migliaia di persone in collera. Cosa è stato fatto, forse di sbagliato, per spingere la gente a questo. Si aprono dibattiti seri. Qui no. Qui da noi si predente che atti – quelli sì – di una violenza inaudita quali la certezza della precarietà, lo smantellamento dell’istruzione e della cultura, vengano assorbiti con dolcezza, seduti al calduccio del salotto di casa. Davanti alla tv, ovviamente. Oggi hanno sempre ragione solo quelli che accettano tutto con rassegnazione (o, peggio, con catatonia). Che accettano nuovi contratti di lavoro spogli dei diritti più elementari, che vanno a lezione dentro a edifici barcollanti, che con un sospiro passano davanti al teatro chiuso per sempre. Guai contestare, alzar la voce, ribellarsi. È antidemocratico e criminale. Inaccettabile nel paese “perfetto” che è l’Italia di oggi, dove un Calearo o uno Scilipoti qualunque diventano arbitri definitivi delle nostre precarissime esistenze. E dovremmo pure ringraziarli, col sorriso.

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