da Cosa cambia, Bologna, trent’anni dopo

Trent’anni fa, oggi, a Bologna esplodeva la bomba alla stazione. Oggi, nessun rappresentante del governo sarà presente alle celebrazioni. L’ineffabile La Russa ha detto che non ci andranno “perché tanto ci fischiano”. Ha avuto il coraggio e la stolidezza di dire una cosa del genere, un ministro della Repubblica. Uno che dovrebbe rappresentare tutti, anche chi lo fischia. Oppure, forse, magari c’è anche un inconscio imbarazzo, verso una verità che dentro il cuore del potere, di un certo potere, è nota, e che noi non sapremo mai.
Nel 2007 è uscito il romanzo Cosa cambia. In una delle ultime pagine, il protagonista rievoca il 2 agosto 1980. Si trova a Genova, dove è ritornato pochi giorni dopo avere vissuto l’incubo del G8. È il 2 agosto 2001. Genova 2001 è sulla stessa linea di Bologna 1980 e di Milano 1969, e di tutte quelle date oscure che caratterizzano in nero la storia recente di questo paese.

L’ultima volta che feci l’amore con Elisa, e Elisa con me, fu il mattino del 2 agosto, appena svegli. Nei giorni precedenti, appena goduto, tacevamo. Ma quella mattina le chiesi se sapesse che giorno fosse, quel giorno. Capì dalla domanda che non si trattava di una data qualunque e, di sicuro, non poteva trattarsi di qualcosa legato al nostro rapporto, nato una settimana prima e già destinato alla sua fine. Mi disse di raccontare e io raccontai. Le chiesi se fosse mai stata a Bologna. Alla stazione di Bologna. E se lo avesse mai notato, quello squarcio, sulla parete che divide il primo binario dalla sala d’attesa. E l’orologio, fuori, fermo alle dieci e venticinque di quel giorno e la lapide. Sì, Elisa sapeva. E aveva visto, certo. Non era ancora nata quel giorno, ma ne aveva sentito parlare. E voleva fossi io, adesso, a raccontarle. Io che ho gli stessi anni di suo padre e che da tre giorni ero chiuso con lei in quella stanza a fare l’amore. Le parlai del mio primo anno di università, e di quella mattina, appena dopo l’alba. Al mare. La prima volta che decisi di andare a correre sulla spiaggia. Tornai e alla radio, mentre facevo la doccia, sentii dell’esplosione. Non andai mai più a correre la mattina. Ho associato per sempre quell’attentato a quella mia corsa ma appena glielo dissi mi pentii. Mi venne in mente lo sguardo basso di Elisa dalla stazione a lì. Rividi i suoi occhi che mi guardavano agitati ed eccitati ogni volta che stavamo per mettere piede fuori dalla stanza e lei che allora mi saltava al collo e incominciava a baciarmi furiosamente. Strinsi gli occhi e mi diedi del coglione, appena finito il racconto. Ma Elisa parlò. C’è una cosa che non ti ho detto di quel giorno, disse, dopo che mi hai lasciata al camion. Io sapevo che era rimasta là sopra, a riprendere con la sua videocamera gli scontri da lontano. Sì, ma poi sono scesa, disse. Le era arrivato un sms di Renato – un mio amico, precisò – stava lì in una delle vie parallele. Lo raggiunsi, disse. Stava insieme ad altri. Stavano aiutando uno che perdeva sangue dalla testa. Arrivai io ma arrivarono anche loro, agitando i manganelli e urlandoci di tutto da sotto ai caschi. Menarono tutti. Renato, gli altri e anche il ragazzo ferito, preso a calci nonostante fosse già steso a terra sanguinante. Lei non li aveva ancora raggiunti, stava qualche decina di metri più indietro. Gridava. Vedeva questi che manganellavano, scalciavano, insultavano, umiliavano. Ne trascinarono via un paio, compreso Renato. Lei continuava a urlare e uno, soltanto uno di quei ragazzi in divisa si staccò dagli altri e andò verso di lei. Ascoltai tutto. Parola per parola, che scandì con lentezza. Raccontò senza mai staccare gli occhi dal soffitto, rivolti in alto, sì, ma come se fossero sempre incollati al marciapiede, quei suoi occhi, come al nostro arrivo. Soltanto un semplice rovesciamento del punto di vista. Speculare. Le sue parole uscirono senza una vibrazione, senza una scalfittura. Una freddezza che nulla aveva a che vedere con quel granello che non seppi soffiar via dalla tela delle sue spalle – larghe, sinuose, le spalle di Elisa – mentre scendevamo dal treno. L’avessi accarezzata davvero, adesso sapevo non sarebbe comunque servito a niente. (dal romanzo Cosa cambia, Marsilio 2007, pag. 179-180)

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