Ieri gli U2 sono ritornati in Italia. Non solo. Sono ritornati davvero, dopo i timori per la schiena di Bono, operato l’inverno scorso per un serio problema alla schiena che ne ha messo a rischio la carriera, quando meno nei concerti da vivo. Ve lo immaginate Bono cantare seduto? Ieri sono ritornati, in un concerto, al solito, memorabile. E sono ritornati a Torino, nove anni dopo quel 21 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova. Chi ha letto Cosa cambia (Marsilio 2007), sa che il protagonista di quel romanzo, da Genova va a Torino per vedere il concerto. Fuori, alla fine, riceve una telefonata da Genova, da dentro il macello della Diaz. Il critico letterario di Radio France Inter e di Regards, Arnaud Viviant, ha definito quel capitolo esemplare non solo del romanzo, ma come racconto di quest’epoca, delle sue contraddizioni, della globalizzazione, della nostra quotidianità. Ringrazio Arnaud per la sua lucida e importante (soprattutto per me come scrittore) lettura. Ero tentato di pubblicare qui il capitolo del concerto di Torino. Ma sarebbe troppo. Ripubblico invece il reportage del concerto di Milano dello scorso anno, uscito sul Manifesto. Buona lettura, e buon ascolto (in rete gira già la registrazione del concerto di ieri sera. Magnificient).
Questo articolo è uscito sul manifesto del 10 luglio 2009.
Quando Bono, cantando Ultraviolet si aggrappa a un microfono che sembra venire giù dritto dal cielo, ho pensato che le passioni, le ossessioni, spesso sono un gancio per tenerci aggrappati alla giovinezza. Per Gianfranco Bettin e me è così, anche se poi, gli U2 sono ben altro, visto quanto e come sono entrati nei nostri stessi libri. Perciò partiamo per Milano, seconda data del 360° Tour, messa seriamente a rischio dallo sciopero dei benzinai. In macchina inizia il derby dei fans, giocato da un interista e un milanista, su chi ha visto più concerti. Stravince lui undici a cinque, del resto il milanista sono io e si sa come vanno le cose in questi ultimi tempi. Da anni, poi, non giochiamo più il match dei bootleg. Il divieto della vendita prima e l’avvento degli mp3 poi, ha reso impraticabile la sfida.
Mentre sistemo batterie supplementari e schede di memoria nella macchina fotografica, riceviamo prima una telefonata che ci aggiorna sulla situazione degli arresti dei no global. Nell’altra, la notizia che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva dei lavori del Villaggio Sinti di Mestre, voluta a tutti i costi dall’opposizione di destra. Evviva il rock, che qui in particolare non c’entra, ma che va sempre bene. Qualche cd di introduzione alla serata, non necessariamente U2, ma anche Springsteen, REM, Genesis e di coda c’è un accenno solo in uscita dall’autostrada. Poi, si inanellano una serie di colpi di fortuna che la dicono lunga di come sia diverso il nostro approccio a questo concerto rispetto al precedente visto insieme, Elevation Tour 2001, data di Torino, 21 luglio, noi in arrivo da Genova, dopo i due giorni infernali, tragici del G8, entrati a concerto già iniziato – imperdonabile per un fan – e che all’uscita ci riservò un’altra telefonata, direttamente dalla Diaz e via di corsa verso Genova.
Stavolta è divertente constatare che siamo gli unici a entrare nel nostro settore, nessuna coda, e idem alla toilette, per un altro rito, irrinunciabile, pre-concerto. Dentro, gli Snow Patrol, ottimo gruppo, ben più che emergente, sta suonando davanti a una platea che si sta formando e perciò un po’ distratta. Mi sono sempre chiesto che cosa provi, il classico gruppo spalla, a sentirsi in sostanza un puro riempitivo. Si srotolano striscioni: “Add Bono to G8”, oppure quello dove si legge un numero di cellulare e sotto scritto “Edge call me”. Sono certo che se lo facessi lo troverei occupato ma non per colpa di The Edge. La struttura del palco fa impressione. Guardiamo ammirati quell’artiglio, o astronave, o quello che volete. Gianfranco fa un po’ di calcoli per capire in quale punto preciso dello stadio ci troviamo. Viene fuori che siamo in Curva Nord, quella interista, dove mai avrei pensato di mettere piede, un giorno. Gli Snow Patrol salutano e sull’enorme display dell’artiglio appare la scritta “Snow Patrol loves Milano”e sul palco gli addetti preparano gli strumenti per i quattro di Dublino. Il prato è pieno e a pochi metri dal palco ci sono delle toilette chimiche. Mi domando che effetto faccia fare pipì mente Bono canta dal vivo lì a due passi. Parte Space oddity, di David Bowie, ed è in perfetta sintonia con l’atmosfera spaziale di questo palco a 360° che dà il titolo al tour.
Un boato, naturale, li accoglie sul palco. Ma a San Siro il boato di quasi ottantamila persone bisogna provarlo per capirlo. Raccontarlo è impossibile. Io scatto e riprendo e da bravo fan voglio anche condividere e mando qualche mms e email. Poi cantiamo, come tutti, va da sé. Forse c’è anche un che di consolatorio in tutto questo. Condividere gli U2 non è solo una questione musicale, ma molto altro. Lo vedi – lo senti dentro, soprattutto – quando partono canzoni come Sunday Bloody Sunday o Angel of Harlem, tutti le urlano, più che cantarle. Ma il vero boato, che fa tremare San Siro, è quando Bono parla di Berlusconi, delle sue promesse non mantenute riguardo al debito dei paesi più poveri. Un boato fatto di urla, di fischi e, sì, di odio forse anche o di esasperazione e vergogna, quanto meno. E il nome di Berlusconi pronunciato qui, mi dà un senso di sporcizia. Poi però subito ritorna il rock. E i quattro continuano a percorrere i 360° del palco, corrono, saltano, suonano, cantano. Uno spettacolo enorme. Che sembra non finire mai, o non vorresti finisse mai, e poi infatti non finisce, perché va a sommarsi agli unidici di Gianfranco, ai cinque miei e ai chissà quanti di tutti quelli che sono qui e gli U2, allora, sono semplicemente la colonna sonora della tua vita, tutto qui. E alla fine, è rock anche la frenesia degli addetti che iniziano subito a smontare il palco mostruoso, e restiamo lì ad ammirarli mentre San Siro si spopola. Sparpagliando gli U2 in giro per le vite. Le nostre. Magnificient, oh oh oh.
L’ultima volta che feci l’amore con Elisa, e Elisa con me, fu il mattino del 2 agosto, appena svegli. Nei giorni precedenti, appena goduto, tacevamo. Ma quella mattina le chiesi se sapesse che giorno fosse, quel giorno. Capì dalla domanda che non si trattava di una data qualunque e, di sicuro, non poteva trattarsi di qualcosa legato al nostro rapporto, nato una settimana prima e già destinato alla sua fine. Mi disse di raccontare e io raccontai. Le chiesi se fosse mai stata a Bologna. Alla stazione di Bologna. E se lo avesse mai notato, quello squarcio, sulla parete che divide il primo binario dalla sala d’attesa. E l’orologio, fuori, fermo alle dieci e venticinque di quel giorno e la lapide. Sì, Elisa sapeva. E aveva visto, certo. Non era ancora nata quel giorno, ma ne aveva sentito parlare. E voleva fossi io, adesso, a raccontarle. Io che ho gli stessi anni di suo padre e che da tre giorni ero chiuso con lei in quella stanza a fare l’amore. Le parlai del mio primo anno di università, e di quella mattina, appena dopo l’alba. Al mare. La prima volta che decisi di andare a correre sulla spiaggia. Tornai e alla radio, mentre facevo la doccia, sentii dell’esplosione. Non andai mai più a correre la mattina. Ho associato per sempre quell’attentato a quella mia corsa ma appena glielo dissi mi pentii. Mi venne in mente lo sguardo basso di Elisa dalla stazione a lì. Rividi i suoi occhi che mi guardavano agitati ed eccitati ogni volta che stavamo per mettere piede fuori dalla stanza e lei che allora mi saltava al collo e incominciava a baciarmi furiosamente. Strinsi gli occhi e mi diedi del coglione, appena finito il racconto. Ma Elisa parlò. C’è una cosa che non ti ho detto di quel giorno, disse, dopo che mi hai lasciata al camion. Io sapevo che era rimasta là sopra, a riprendere con la sua videocamera gli scontri da lontano. Sì, ma poi sono scesa, disse. Le era arrivato un sms di Renato – un mio amico, precisò – stava lì in una delle vie parallele. Lo raggiunsi, disse. Stava insieme ad altri. Stavano aiutando uno che perdeva sangue dalla testa. Arrivai io ma arrivarono anche loro, agitando i manganelli e urlandoci di tutto da sotto ai caschi. Menarono tutti. Renato, gli altri e anche il ragazzo ferito, preso a calci nonostante fosse già steso a terra sanguinante. Lei non li aveva ancora raggiunti, stava qualche decina di metri più indietro. Gridava. Vedeva questi che manganellavano, scalciavano, insultavano, umiliavano. Ne trascinarono via un paio, compreso Renato. Lei continuava a urlare e uno, soltanto uno di quei ragazzi in divisa si staccò dagli altri e andò verso di lei. Ascoltai tutto. Parola per parola, che scandì con lentezza. Raccontò senza mai staccare gli occhi dal soffitto, rivolti in alto, sì, ma come se fossero sempre incollati al marciapiede, quei suoi occhi, come al nostro arrivo. Soltanto un semplice rovesciamento del punto di vista. Speculare. Le sue parole uscirono senza una vibrazione, senza una scalfittura. Una freddezza che nulla aveva a che vedere con quel granello che non seppi soffiar via dalla tela delle sue spalle – larghe, sinuose, le spalle di Elisa – mentre scendevamo dal treno. L’avessi accarezzata davvero, adesso sapevo non sarebbe comunque servito a niente. (dal romanzo Cosa cambia, Marsilio 2007, pag. 179-180)