Il vulcano e la lentezza

Questo mio articolo è uscito venerdì 23 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Quando il volo AF1726 dell’Air France tocca terra all’aeroporto Marco Polo di Venezia, due giorni dopo l’orario previsto, il senso di sollievo, di missione compiuta, prende corpo e scioglie un nodo che da giorni si era aggrovigliato dentro. Un nodo ambiguo, una presa d’atto che alla fine, la modernità non è poi quella certezza di precisione e di potenza e di infallibilità che credevamo. È bastato un vulcano col nome di uno scioglilingua, ubicato lassù, nella lontanissima Islanda, e il mondo si è fermato. Di colpo. Stop. All’inizio l’abbiamo presa con sufficienza, poi, con il passare dei giorni, col moltiplicarsi dei disagi, è iniziato lo smarrimento. Ambiguo, anche questo, poiché quel blocco, quel dover stare dov’eri, tuo malgrado, ti faceva scoprire un inedito significato del tempo. Un tempo lento, da vivere nel modo più diverso possibile dal solito. L’agenda non serviva più, il telefonino nemmeno, preso atto che per molti di noi, non c’era modo alcuno di lasciare il luogo in cui il vulcano aveva deciso di farci restare. Lunghe passeggiate, allora, per una Parigi diventata temporaneamente “casa”, guardata con occhi diversi, unico luogo in cui poter e dover stare, affidando al fatalismo l’immediato futuro, agli sfoghi di un vulcano, o alla sventatezza di chi ne ha sancito una pericolosità assoluta e universale. E lungo quei percorsi, mentre cammini, domandarti quanto senso abbia, alla fine, aver ingaggiato questa lotta impari fra uomo e tempo. Un tempo da abbreviare sempre di più, al punto da avere quasi abbandonato i mezzi più lenti, ormai inadeguati e insufficienti a coprire un’emergenza, considerati – troppo in fretta? – obsoleti e inutili. E allora anche la coda di due ore, dopo giorni di stasi obbligatoria, una coda che fino a qualche giorno prima avresti trovato inaccettabile, anche la coda fuori dall’ufficio dell’Air France, è diventata normale, quasi doverosa. Momento di osservazione e di ascolto (la giovane madre che spiega al bambino incuriosito il motivo di tutta quella gente in fila indiana, gli impiegati dell’Air France che escono di continuo a dare notizie sui voli, a offrire da bere, o l’altra madre che deve andare in Brasile per il matrimonio del figlio e quando l’impiegata esce e gli dice che sì, il suo volo partirà stasera, si mette a piangere), osservazione e ascolto di un mondo che, rallentato, sembra essere forse migliore, di sicuro diverso. Per qualche giorno, grazie a un vulcano dal nome di uno scioglilingua, abbiamo riscoperto la lentezza. E se l’ansia da rientro non ha avuto il sopravvento, è forse perché oggi sappiamo che a quella lentezza, prima o poi, sarà necessario ritornare.

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