Vivere in un vaporetto

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 16 aprile 2010.

I veneziani hanno un rapporto strano con l’acqua. Chiunque non viva a Venezia e non conosca bene la città, dà per scontato che vi sia qualcuno che ha fatto della propria barca anche la propria dimora. È un pensiero logico, ovvio. In qualunque città d’acqua, e per acqua intendo anche i fiumi, vi è qualcuno che ha deciso di vivere in barca. David Gilmour, per esempio, il chitarrista dei Pink Floyd, abita in un’imbarcazione a Londra, sul Tamigi. Ma non occorre essere una star, per fare quella che è una vera e propria scelta di vita. Quando Silvio Soldini venne a Venezia per i sopralluoghi del bellissimo Pane e tulipani, era convinto che da qualche parte, in uno dei mille canali, ci fosse qualcuno che avesse fatto della propria barca una locanda o un bed & breakfast. Rimase stupito quando gli venne detto che mai e poi mai avrebbe trovato qualcosa del genere, e così quella che si vede nel film, è pura invenzione. I veneziani la barca la usano per andare a pescare o per andare a prendere il sole. Stop. È un mezzo e non un luogo. Gli unici ad aver rotto questo cliché alla rovescia, sono stati i Kiersgaard, danesi. Hanno comprato all’asta un vaporetto destinato alla rottamazione, vi hanno lavorato per un po’ e lo hanno trasformato nella casa più bella di Venezia. Pensate che roba, abitare dentro la linea 1. Anni fa mi ci invitarono, un pomeriggio, a prendere un tè e assistetti a una lezione di vita. Alla capacità di adattamento, all’inventiva, alla genialità. Uscii da quella splendida casa con l’idea che i veneziani non hanno mai capito un bel niente del posto in cui vivono. Una famigliola danese era scesa dal nord e, innamorata di Venezia, le ha reso omaggio come si fa con la persona che ami: regalandole bellezza, sentimento. Loro, danesi, si sono dimostrati più veneziani dei veneziani. Quel vaporetto, ancorato da anni e anni alla Giudecca, tanto da avere un numero civico, il 399/a, è il segno d’amore più profondo che si possa dare a una città d’acqua. E una lezione di rapporto con l’ambiente, con la natura, assecondando il luogo in cui stai, anziché violentarlo, come noi italiani siamo specialisti nel fare. Ora, è arrivata l’ingiunzione alla demolizione. Poco mi importa il motivo. È una atto tale di inciviltà, di ottusità, di stoltezza che fa anche di Venezia un esempio dell’Italia di oggi. Un atto che va fermato senza discussioni. Uno dei primi impegni, e nemmeno dei più gravosi, ma tra i più simbolici ed educativi, da demandare alla nuova giunta comunale. Perché la casa della famiglia Kiersgaard è la più veneziana fra tutte le case di Venezia.

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