Venezia dall’alto. Molto alto.

Questo mio articolo è uscito il 9 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Chi nell’estate del ’69 aveva l’età per capire cosa stava succedendo sulla luna, se la ricorda bene, la notte in cui l’uomo fece il prima passo fra i crateri. Per quella generazione di bambini, guardare la luna non avrebbe più avuto lo stesso significato. Non si trattò più soltanto di una palla luminosa, elemento evocativo di poesie e canzoni, né soltanto l’alibi di crisi nervose (“oggi ha la luna”). Ora era un pianeta a tutti gli effetti. Un luogo dove, di lì a poco, saremmo andati ad abitare, lo avessimo voluto. Che poi le cose non siano andate esattamente così, è un altro discorso. Erano gli anni della conquista dello spazio, quelli. Iniziati con la cagnetta Laika e con Yuri Gagarin. Poco dopo arrivarono gli americani e, con loro, i decolli in diretta tv. E per noi bambini – ma non solo, anche i più grandi ne erano coinvolti e affascinati – ogni missile che partiva, ogni missione spaziale, era un evento. Erano l’unica concessione a veglie notturne davanti alla tv da parte dei nostri genitori, anche perché i lanci da Cape Kennedy sarebbero stati, nei giorni seguenti, l’argomento inevitabile del tema in classe. Così, ci lasciavamo coccolare dalla voce rugosa di Ruggero Orlando (ricordate? “qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”, anche se in quei casi diceva “qui Houston”), e da quella, in studio, più rotonda, di Tito Stagno. Erano i narratori di quelle avventure. Indimenticabili, avventure e voci. A un certo punto, non saprei dire con esattezza quando, la conquista dello spazio ha smesso di essere epica. Forse dopo i primi lanci dello Shuttle. Oggi si parla di loro solo se accadono degli incidenti, oppure se si tratta di qualcosa di veramente inedito, come i tredici astronauti in orbita in questi giorni. Così, oggi, puoi scoprire che è in atto una missione spaziale, con un cinguettio di Twitter. Giorni fa, un “tweet” (il nostro “cip cip”) ha fatto apparire sui computer e i cellulari di tutto il mondo o, meglio, di chi ogni tanto va a vedere cosa succede nel mondo di Twitter, la più bella foto che io abbia mai visto di Venezia. Nel senso che sì, di foto dai satelliti ne avevamo già viste. Questa però, è stata scattata dalla macchina fotografica di Soichi Noguchi, “Astro_Soichi”, il suo nick su Twitter. E così un social network mi ha fatto scoprire che esistono anche astronauti giapponesi, cosa che per l’immaginario di chi è cresciuto nel pieno della conquista spaziale – una sfida esclusiva fra Usa e Urss – è del tutto sorprendente, difficilmente collocabile. Anche se, non poteva che essere un giapponese a fare la foto più bella di Venezia. Una Venezia che è davvero un pesce, a confermare il bellissimo libro di Tiziano Scarpa, un pesce color rosso veneziano, circondato dal verde smeraldo della laguna, degradante al blu. Astro_Soichi mette in rete tutte le foto che scatta. Ci sta facendo scoprire il mondo da lassù, a 400 chilometri d’altezza, e lo condivide con noi in tempo reale. Chi l’avrebbe mai detto, quella notte del 1969, quando eravamo convinti che ci saremmo stati noi, lassù, in un fantascientifico ma realissimo 2010?

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