Venezia salvata

Questo mio articolo è uscito il 31 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Inutile nasconderlo. Chi è abituato a leggere questa quarantina di righe settimanali, sa bene cosa ho scritto in questi anni. Sa che, per quanto mi riguarda, in questo paese esiste un’emergenza democratica seria. E sa anche quanto, da mesi, in queste poche righe, mi sia battuto – per quanto possibile, per quanto ci si possa battere oggi, in questo paese, con la scrittura – affinché Venezia salvasse se stessa da una deriva diventata ormai uno tsunami inarrestabile. Uno tsunami che, guardando all’elettorato, non è soltanto politico ma – e ciò andrà approfondito – più che altro psicanalitico. E, alla fine, si è salvata, Venezia. Venezia oasi assoluta, dunque. Che ha cancellato in un botto solo la portaerei calata da Arcore nella fragile laguna. Il ministro più amato dagli italiani (dice lui), autocandidatosi al premio Nobel e che ha esibito la campagna elettorale più esagerata e costosa mai vista in laguna: affondato da un signore placido, sensato, capace di calibrare le parole e, soprattutto, di usarle dando loro il vero significato. Mai una sparata, mai un’esagerazione, nella campagna elettorale da parte di Giorgio Orsoni. Forse è questa, al di là delle letture politiche, la vera novità, la vera inversione di rotta di questa elezione veneziana. Il recupero del significato delle parole. Se dall’altra parte era sbarcato in laguna il partito dell’amore, il partito del fare, da questa c’era solo il buon senso, la consapevolezza di ciò che si può promettere in un momento di crisi. Vero: nel resto d’Italia l’amore trionfa sull’odio e l’invidia, ha ribadito ieri il capo del governo. Verissimo. Verissimo cioè che ciò accade. Solo che allora sarebbe davvero interessante chiedere a ciascun elettore quali siano i veri significati di amore, di odio e di invidia e, soprattutto, cosa c’entrino con un governo che altro non deve fare se non amministrare al meglio la cosa pubblica. A Venezia non siamo caduti nel tranello della mistificazione del vocabolario, né, tanto meno, nel luogo comune delle promesse eclatanti, che possono farti brillare gli occhi per un nano secondo, ma che poi, se ti metti a far funzionare quel che resta dei neuroni, capisci che si tratta solo di false promesse. E a Venezia, il valore delle parole, noi, ce lo teniamo stretto.

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