Venezia minacciata.

Questo mio articolo è uscito il 28 marzo 2010 su il manifesto.

L’ultima eco della campagna elettorale veneziana è la risata sguaiata che un candidato della Lega Nord alla municipalità mi indirizza mentre mi avvio all’imbarcadero. Ha appena cercato di rifilarmi il suo “santino” allegato a un sedicente “nuovo progetto per la città”, al mio “no, grazie” deciso, lui insiste, io ripeto la stessa cosa, lui dice prenda, io dico no. Ma perché? E invece di fare come Jannacci nella famosa canzone gli rispondo: “perché siete razzisti”. Lo dico con un tono piatto, come se avessi detto “bella giornata oggi”. Ma ormai è così, il razzismo, da queste parti: un dato di fatto che attraversa la società dall’alto in basso, dalle istituzioni alla gente. Certo, avrei potuto lasciar perdere, magari lui è solo uno dei tanti confusi e ignoranti che non sanno più leggere, che hanno smarrito gli strumenti umani necessari a interpretare la contemporaneità. Ma avevo appena letto dell’indecente sindaco di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza, la signora Milena Cecchetto, che aveva deciso di mettere a pane e acqua dei bambini i cui genitori non avevano saldato la retta della mensa. Nelle foto, la signora è munita del foulard verde d’ordinanza. Lo stesso verde della cravatta del tizio che voleva rifilarmi il suo santino. Santino che nulla ha a che vedere, comunque, con la sfarzosa (ed esosa) campagna elettorale messa in moto da uno dei suoi capi, il ministro Luca Zaia. La sua candidatura vincente, senza nessuna possibilità di fallimento, è stata accompagnata da una macchina organizzativa degna di un capo di stato. Tonnellate di gadgets (molti col marchio made in China, paradosso assoluto per uno che promuove i prodotti a chilometro zero), uno spreco senza precedenti da parte di un ministro preoccupato a tempo pieno a curare la propria immagine e la sua presenza nei media. Celebri i suoi interventi sui quotidiani locali, con articoli dotti e ricchi di citazioni (scrittori, filosofi, storici), lui, che quando parla sfoggia un italiano alquanto traballante ed elementare. Un Dottor Jeckyll e Mister Hide, attento anch’egli all’immagine, dunque, e a risultare simpatico, al punto da essere riuscito a sedurre più di un esponente del centrosinistra che continua a definirlo la faccia presentabile della Lega. Come se un partito come la Lega potesse averla, una faccia presentabile. E Zaia lo sapeva bene che quell’immagine aveva bisogno di una ripassata, non a caso ha chiesto e ottenuto con entusiasmo che a curare la sua campagna fosse Fabrica, la scuola creativa di Benetton. Sì, proprio loro, i protagonisti di ben altre campagne, ricordate? United Colors of Benetton, e i numeri della loro rivista – Colors, appunto – dedicati ai grandi temi sociali, al razzismo, i libri e i documentari sulle favelas, la produzione di film asiatici insieme a Marco Müller. Sì, ha provato a darsi una ripassata all’immagine, attraverso Fabrica, Luca Zaia. E Fabrica se l’è stropicciata, rinnegando tutti i buoni propositi del passato. A conferma che l’imprenditore, anche se apparentemente illuminato, fa luce solo dove gli conviene, e oggi a Benetton conviene stare con la nuova casta. Dai colori uniti al colore unico, il verde della Lega.
Alla fine gliel’ho detto, dunque, al candidato leghista che insisteva. L’ho pronunciata con convinzione la mia accusa: non voglio avere a che fare con voi perché siete dei razzisti. E lui ha riso sguaiatamente, come a volermi dire che sì, lo è, e che il cretino, inutilmente idealista, sono io.
È il Veneto di oggi, questo. Un Veneto nel quale Venezia è sempre stata, in questi anni, un’oasi di democrazia, di apertura, di solidarietà. Fino a oggi, fino a quando una destra ringalluzzita dalla vittoria alle provinciali dell’anno scorso, ha deciso di provare a conquistare anche Ca’ Farsetti. Lo ha fatto mettendo in moto una macchina opulenta, esibizionista, esagerata, irritante in un momento di crisi come l’attuale. Una macchina che sul ponte di comando ha il Napoleone di riserva, il ministro Brunetta, riserva del Napoleone di Arcore. Ha incominciato un paio di giorni dopo l’investitura del capo, con dei manifesti enormi, che nel giro di una sera hanno invaso Mestre e Venezia. Non c’era imbarcadero o fermata d’autobus che non avessero il maxi manifesto adesivo col faccione in bianco e nero del ministro su sfondo blu. Sembrava, quando la guardavi tuo malgrado con la coda dell’occhio, la pubblicità dei Baci Perugina. Del resto, non si tratta di un ministro del partito dell’amore? Manifesti che, comunque, nel giro di pochi giorni, sono diventati delle istallazioni artistiche, dove mani anonime e talentuose, esprimevano creativamente cosa pensassero di quell’invadenza.
Anche la lettera al rosolio inviata a tutte le famiglie, piena di vi voglio bene, amo questa città, e sbrodolamenti vari, era scritta su fogli azzurri degradanti al bianco, come quelli che alle medie, i quarantenni di oggi, usavano per le letterine d’amore. In poco tempo, le nostre cassette delle lettere sono state invase di depliant di ogni genere, con una proporzione equivalente ai passaggi televisivi (a metà campagna elettorale, Brunetta era passato in tv per 1700 minuti, Orsoni, il candidato del centrosinistra, 3: sì, 1700 a 3, non è un refuso), per una busta o volantino del centrosinistra te ne sono arrivati nove della destra. Uno spreco disgustoso, ma al partito dell’amore che vince sempre sull’invidia e sull’odio, l’elettore italiano (anche il veneziano?) perdona tutto. Ogni schifezza si trasforma in consenso, ogni scelleratezza diventa invisibile. Conosco gente che fino a qualche mese fa mai avresti sospettato potesse non dico schierarsi, ma nemmeno pensare di votare per questa destra. Oggi, sono candidati nelle liste del Pdl e nella civica di Brunetta. Se li incroci dopo le riunioni col capo, o dopo gli appuntamenti elettorali che lo vedono protagonista, vedi i loro occhi emanare luce. E non si tratta – credo – di sostanze chimiche. È la fascinazione del potere (oltre alle garanzie di ruoli di potere in caso di vittoria). Anche un assessore della giunta Cacciari, un mese fa, ancora nel pieno del suo ruolo, è rimasto sedotto dal fascino dell’ineffabile ministro anti-fannulloni. L’epoca è questa, il paese è questo: se mi paghi vengo, se vengo mi fai far carriera. Questa roba qui assomiglia non poi così vagamente a qualcosa che in altri mondi si chiama voto di scambio, o peggio. Qui invece, se lo fai, ti guardano come il re dei furbi e ti votano pure e sognano di diventare come te. Come il pensionato al bar, seduto al tavolo accanto al mio, dove sto scrivendo. È un pensionato della Repubblica italiana, avete presente no? Eppure racconta felice e tronfio ai suoi amici omologhi che Brunetta gli ha stretto la mano due volte, stamattina. Lui e un altro lo voteranno, nonostante le loro misere pensioni, nonostante qui, al bar, non possano permettersi di andare oltre al caffè. È la confusione dei valori, la baraonda dei ruoli, il delirio sociale in atto da anni in questo paese. Chissà se lo sanno, i due pensionati, di quel pensionato di Mestre che giorni fa ha osato contestare il ministro che vuol fare anche il sindaco. Chissà se lo sanno che quel signore, reo di aver commesso il più nobile dei diritti di un cittadino, il diritto di critica, si è preso, da un ministro della Repubblica italiana, del rincoglionito. Magari lo sanno, ma approvano perché lo dice la tv, che l’amore vince sempre sull’invida e sull’odio. E Brunetta ama. C’è chi insiste nel dire che il berlusconismo è ormai alla fine. Eppure, qui a Venezia, ascoltando la gente, non sembra proprio. Qui, sembra addirittura all’inizio. Pensateci: con tutto quello che è successo in questi ultimi mesi, la destra dovrebbe uscire dalle urne come minimo con lo stesso risultato della Francia, se non peggio. E invece, il loro amore vince sempre sull’odio e l’invidia. E chissà come la leggeranno, questa pagina, se una pagina d’amore o d’odio. Forse, più semplicemente, non la leggeranno. Uno starnuto nello spazio, le parole degli scrittori, oggi, in questo paese. Giorni fa il manifesto ha pubblicato un illuminante intervento di Massimo Carlotto, che con precisione e semplicità, ha raccontato i quindici anni di potere del governatore Galan in Veneto. Un articolo che, in un paese normale, avrebbe scatenato un dibattito inevitabile. Non è successo niente di niente.
Oggi, domenica 28 marzo 2010, Venezia ha la possibilità di fare fronte a questa deriva. Oggi, Venezia, ha la possibilità di salvarsi la vita, e di diventare il simbolo vero di un cambiamento di rotta. Oggi, Venezia, può dare un calcio doloroso e determinante al regime non più da operetta al potere in questo paese. Oggi, i veneziani di sinistra dubbiosi, ancora incerti, i veneziani che credono nella democrazia e nella Costituzione, devono andare a votare per impedire che la città più bella del mondo diventi come il resto del Veneto, terra di xenofobi, affaristi, uomini di potere privi di ogni scrupolo.