Esame di coscienza dell’elettore

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 26 marzo 2010

E alla fine, l’esame di coscienza dell’elettore, lo fai solo nel momento di andare a votare, in quel breve tragitto che da casa ti conduce al seggio. Ci sono state settimane a disposizione, possibilità innumerevoli. Ma è da un po’ che ti succede, da quando le urla si sono sostituite alla riflessione. Da anni, ormai. È vero, non tutti urlano. Ma le grida ormai sovrastano tutto e tu, presto, hai incominciato ad allontanarti da quello che non ha più alcuna parvenza di dibattito, di scambio di idee. Quali idee, poi. Per non parlare degli ideali, dei valori. E ogni volta ti ripeti che questa volta è l’ultima, che la prossima, al seggio, non ti vedranno più, te ne starai alla larga, una bella gita all’estero – low cost, e anche anche, altro non puoi permetterti – e lasciare che gli altri decidano per te, ché, tanto, cosa cambierebbe. Poi però è una questione di educazione, di cultura. Sei fra quelli – pochi, pochissimi – che fin dalle elementari, nelle ore di educazione civica, e poi a casa, in famiglia, hanno imparato che il momento del voto è il “tuo” momento. Che quel pezzo di carta su cui metterai una croce è – in quel preciso momento – il tuo paese nelle tue mani. Un atto doveroso e di responsabilità. Sottrarti a quell’appuntamento equivale a lavartene le mani, a delegare a mani ignote il tuo destino. Certo, col passare del tempo hai capito che le cose non stavano proprio così. Però alla fine, ogni volta, la domenica – non ti è mai andata giù questa cosa solo italiana di concedere mezza giornata in più, come a rendere istituzionale la pigrizia italiana, il menefreghismo nostrano – metti in tasca il tuo certificato elettorale e ti avvii. Per strada, ogni volta, ripensi al quel bellissimo romanzo di Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore. Quante volte lo hai riletto? E poi le tribune elettorali di quando eri piccolo, in bianco e nero, sulle quali poggia parte della tua formazione, della tua esperienza, della tua vita, insomma. Le davano in prima serata, con quei politici che sì, magari anche loro – pochi, pochissimi – facevano sotto sotto le cose losche che fanno molti loro eredi, ma almeno avevano il buon senso di non rovesciartela addosso, la loro presenza invadente, la loro arroganza permanente, come accade oggi. Non ti sbattevano in faccia quella volgarità diffusa di cui oggi i politici sono i principali portatori, oltre che fautori (sii volgare anche tu, come me, sembrano dirti ogni volta che si affacciano sullo schermo). Nelle tribune in bianco e nero c’erano quegli uomini politici che agli occhi di te bambino, o adolescente, risultavano acuti, saggi, magari a volte un po’ noiosi, ma di quella noia che, fin da bambino, intuivi essere pregna di contenuti, di valori. Ce n’erano alcuni che tuo padre ti indicava dicendo: “Questi sono i padri della patria, della nostra Costituzione”, e tu magari non capivi proprio del tutto, ma sentivi tuo padre pronunciare quelle parole con un tono misto fra il solenne e il commosso e allora intuivi si trattasse di figure enormi. Non per niente, almeno un paio di loro, padri della Costituzione, sono poi diventati Presidente della Repubblica. E poi, guardandoli, li ascoltavi e li sentivi pronunciare parole a te sconosciute, concetti astratti di cui a volte chiedevi lumi ai tuoi, e loro ti spiegavano. Erano anche dei maestri, quegli uomini politici in bianco e nero. Oggi, i tuoi figli, che cosa possono imparare ascoltando questi uomini politici a colori che sproloquiano in tv? Non fai nemmeno in tempo a finire la domanda. Il seggio è troppo vicino a casa, sei già dentro, con la matita in mano e ne cerchi uno che assomigli, anche soltanto vagamente, a quelli in bianco e nero di tanto tempo fa. Lo troverai?