L’Italietta di Sanremo

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di venerdì 26 febbraio 2010.

Della sovrabbondanza di politici in tv non si lamenta ormai più nessuno. Si tratta di una consuetudine ormai entrata nella nostra quotidianità. Apri la tv e sono lì. Niente di più ovvio. Solo che è ovvio soltanto in Italia, dove la politica è diventata spettacolo e lo spettacolo si è dato alla politica. Un’anomalia diventata normalità, consuetudine, appunto. E la lettura di questa anomalia, la sua interpretazione definitiva, ci arriva – ebbene sì – da Sanremo. Il Festival di Sanremo ha sancito che nel nostro paese esiste solo ciò che ci viene sovramostrato, a dosi ultramassicce, in tv. La nostra “cultura” è diventata definitivamente e orrendamente televisiva. Orrendamente per quanto è inguardabile la televisione italiana oggi. Nemmeno la canzonetta, ormai, ha più il suo ruolo popolare. Irene Grandi o Renga, o Cristicchi, sono niente, quasi non esistono perché quasi mai li vediamo in tv. E infatti Sanremo, il festival, li ha ignorati. Trionfano personaggini con vocette standardizzate, ma che entrano nel sempre più scarno immaginario degli italiani solo perché la loro presenza è imposta dai reality show, unici riferimenti “culturali” di questo povero paese che è l’Italia. Talmente povero, talmente sgangherato, che ha trovato il suo inno ideale nelle terribili strofe di quella cosa che non puoi chiamare né canzone né testo firmata da Pupo e da Emanuele Filiberto. Testo che, guarda caso, è incentrato sull’amore per il paese, quel “sentimento” speso ormai a piene mani dalla politica. Lungimiranti, il principe e il cantante-presentatore, autore di quel verso indimenticabile, qualche decennio fa, “la scusa dei blue jeans che fanno male”. E, non a caso, pure loro – i due autori, non i jeans – invadenti e evanescenti figure del piccolo schermo. Il Festival di quest’anno ha insomma messo a nudo l’Italia di oggi. Un mix apparentemente invincibile di becera tv, di politica corrotta, di cultura (intesa anche come scuola e università) devastata. Come non riuscire a non vederlo tutto questo squallore che, infatti, pare invisibile? Semplice. Il metronomo della quotidianità, la scansione delle nostre giornate, il nostro dopolavoro, è quello schermo sempre più piatto che regna nelle nostre case. E, a differenza degli altri paesi (dove una televisione come la nostra non esiste neanche nei paesi meno sviluppati), nemmeno internet rappresenta più la salvezza. Sapete che cosa guardano maggiormente i ragazzini smanettoni, abili nel peer to peer pirata, vale a dire la possibilità di vedere gratuitamente i canali a pagamento? Guardano la diretta ventiquattr’ore su ventiquattro del Grande Fratello. Serve altro?

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