Terrorismi linguistici

Questo mio articolo è uscito qualche giorno fa sul Corriere del Veneto.

Le università italiane costrette a istituire dei corsi di grammatica italiana. Roba da scuola elementare o, al massimo, da scuola media. Nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe mai potuto pensarlo. Invece, nell’anno 2010, il nostro paese è ridotto in questo modo. Un paese gambero, l’Italia, retrocediamo in tutto, ma mai – noi, gli eredi di Dante, di Manzoni, di Calvino – mai avremmo potuto immaginare di perdere la nostra lingua. Così, se negli anni cinquanta e sessanta ci fu una corsa all’alfabetizzazione, soprattutto attraverso la televisione (qualcuno ricorda il maestro Alberto Manzi, quello di Non è mai troppo tardi? E lo sceneggiato L’Odissea introdotto da Giuseppe Ungaretti? L’elenco potrebbe durare pagine e pagine), da metà anni ottanta a oggi, di nuovo attraverso la televisione, è in atto un corso approfondito e scientifico di analfabetizzazione. Verrebbe addirittura da dire: analfa-ebetizzazione. Ci si laurea in fretta, in Italia, seguendo il corso di analfabetizzazione. State ogni giorno per qualche ora davanti alla tv (intesa come Rai e Mediaset e, soprattutto, le tv locali) e in poco tempo il risultato sarà ottenuto. Ne uscirete con un dizionario più scarno di prima. Avrete disimparato la vostra lingua, stravolto alcune nozioni di Storia, confutato saperi, smarrito valori e memoria. Avrete però imparato a urlare e appreso un’infinità di significati alterati: ultimamente, per esempio, esule è diventato sinonimo di latitante. Tutto quello che era stato costruito, una cultura nazionale in qualche modo identificabile, un percorso di apprendimento e di approfondimento che guardava avanti, sta svanendo nel nulla. Peggio: lo stanno cancellando. Le nostre conversazioni sono sempre più banali ed elementari, povere. Provate a prendere un autobus in Italia nell’orario in cui si esce da scuola e poi provate a farlo in Francia, in Germania, in Inghilterra. Qui, sempre, quando gli studenti sono in gruppo, quel che prevale è il cazzeggio (termine acquisito da certi programmi televisivi). Altrove, invece, si conversa. I segnali sono inequivocabili. Le giovani generazioni, universitari compresi, hanno come riferimento quotidiano non più lo studio, ma l’happy hour. E, badate bene, sono la futura classe dirigente, loro. Solo che non sanno più leggere né scrivere. Per questo l’ostinarsi a introdurre – oggi, allo stato delle cose attuale – l’insegnamento del dialetto nelle scuole equivale a un vero e proprio atto irresponsabile. Di più: un atto di terrorismo linguistico. Non siamo più in grado di maneggiare la nostra lingua e certi insegnanti, anziché insegnare la grammatica italiana, pensano alle filastrocche in dialetto. Povera Patria, cantava qualcuno.

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