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febbraio | 2010 | robertoferrucci.com
Month: febbraio, 2010

Siate stupidi

Questo mio articolo è uscito il 4 febbraio 2010 sul Corriere del Veneto.

Ce lo siamo chiesto in tanti il significato recondito di quella scritta sulle fiancate degli autobus: “Be Stupid”. Io credevo si trattasse di un promemoria. Della sempre più attuale ed evidente stupidità italica – cioè della nostra stupidità – abbiamo prove a ogni angolo e in ogni momento. Era divertente che qualcuno lo sottolineasse con sarcasmo. Poi, però, abbiamo scoperto che si tratta di una pubblicità della Diesel e, purtroppo, ci è stata pure spiegata, e la forza ambigua che aveva è andata a farsi friggere. “Siate stupidi”, dice – tradotto – lo slogan, che si metteva in corto circuito con tutti quei messaggi, in arrivo soprattutto dalla tv, che, subliminalmente, ci dicono “Siete stupidi”. Basta accenderla in qualunque momento della giornata, capitare sul programma pomeridiano di turno, sul reality di turno, sul talk show di turno, e un sottotitolo invisibile ma inequivocabile ci dice “siete stupidi”. Quello specchio catodico ci rimanda puntuale la nostra immagine. Ciò che siamo diventati. Per questo, il “siate stupidi” degli autobus, invece, sembrava davvero una sorta di promemoria esortativo, una presa d’atto in grado di essere sovvertita. Aprite gli occhi, insomma, poteva essere il suo significato. Invece no.
Il fatto di essere qui a scriverne (e voi a leggere) sancisce l’efficacia della campagna in sé. Questo è quel che la pubblicità deve ottenere e la Diesel ha ottenuto un risultato ottimo. Solo che sentire poi Renzo Rosso dirci che si tratta di un’esortazione, che secondo lui è meglio essere stupidi che intelligenti, mah. Siamo allo stesso livello del programma televisivo pomeridiano, del talk show, del reality. Quel “siate stupidi” è un invito a non smettere di esserlo, anzi. Deve diventare uno status. Sarà tutto un trionfo di magliette con quella scritta lì, la prossima estate, statene certi. Fine del sarcasmo, sparizione dell’ironia, trionfo della banalità o, peggio, sovvertimento, ancora una volta, dei significati delle parole: stupidità, secondo il proprietario della Diesel, è diventato sinonimo di creatività. Olè. Ormai i dizionari vengono quotidianamente scardinati, maciullati, dissacrati e alla fine buttati dalla finestra. Quindi, siate stupidi, dice Rosso, e potrete diventare come me. Lì, a suo avviso, nella stupidità, risiede il genio. Quanto stupido era Baudelaire? E Leopardi? Per non parlare di Bob Dylan o di Enrico Fermi. Italia, popolo di stupidi, navigatori e santi. Parola di Diesel.

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La par condicio del regime

Questo mio articolo è uscito lunedì 15 febbraio 2010 su il Venezia Epolis.

La personalizzazione di qualunque cosa, in quest’epoca è ormai un dato di fatto. Soprattutto in politica, ovviamente. I faccioni di protagonisti vari o la loro firma, campeggiano ovunque. Non importano più i contenuti, le proposte, le biografie. Conta l’apparire, il mostrarsi, e l’autoincensarsi. Comandano loro, dettano legge. L’altra sera, i titoli di coda del bellissimo sceneggiato su Franco Basaglia (lui sì figura immensa, uomo impeccabile) sono stati tagliati perché doveva al più presto apparire sugli schermi il faccione di Dell’Utri e del suo avvocato difensore Bruno Vespa, pronti a dare del pazzo (tu guarda le coincidenze televisive) a Massimo Ciancimino e tentare di screditarne le dichiarazioni fatte quel mattino al tribunale di Palermo. Primi piani stretti, enormi, come insegnò il Grande Fratello, quello di Orwell, non la robaccia che guardate ogni giorno su Canale 5. È questo il non tanto nuovo oppio del popolo italiano. Le overdose di faccioni, di primi piani sconcertanti di uomini che lo sono altrettanto. E a queste dosi massicce, lo spettatore risponde con la inevitabile dipendenza. Non ce la fai a staccarti. E scatta la persuasione. Quei faccioni parlano di tutto, sono interrogati su tutto. Soprattutto quel che non conta. Appaiono ovunque e comunque. Sempre. Come il candidato sindaco della destra a Venezia. Prima ha spiattellato il suo faccione su imbarcaderi, parcheggi, fermate d’autobus e bidoni delle immondizie. Poi, quel faccione ha iniziato a muoversi e a parlare (auto candidandosi al Nobel per l’economia, tanto per essere umile e discreto, dopo averci insegnato come si fa la pasta e fagioli). È la scuola del loro capo: apparire sempre e ovunque, spararla sempre più grossa che mai, fare i simpaticoni, raccontare barzellette, sorridere sempre, dire che loro sono l’amore e gli altri l’odio. E poi promettere, promettere, promettere. Ripetuto sempre tre volte, meccanismo per far diventare qualunque cosa uno slogan. Intanto, in questo modo, si dopano le campagne elettorali. Il martellamento mediatico è continuo e spietato. Quel candidato è ovunque, l’altro non si vede mai. Non resta che capire se e quanto questo smisurato e iniquo apparire sarà fruttuoso. Se e quanto i veneziani saranno alla fine vittime del consenso mediatico. Quello dei faccioni a tutto schermo.

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Bassezze

Ammirando l’orrore. Vi lascio immaginare i commenti.

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Calvino a Venezia

Questo articolo è uscito l’11 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

Credo di aver capito perché il Ponte dell’Accademia mi piace così com’è. Ho ritrovato il testo che segue in un file sperduto dentro un vecchio cd. Scritto più di vent’anni fa. “Il ponte ha una struttura di legno e ferro e centoquattro gradini in tutto, equamente suddivisi da una parte e dall’altra, anche se gli ultimi diciotto di una delle due parti girano di lato e si raddoppiano al suo opposto formando, ai piedi del ponte, due piccole rampe di accesso. La luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti. La mia andatura era lenta quanto può esserlo quella di uno un po’ pigro che passeggi per Venezia nel mese di agosto, a università chiusa ed esami ancora a una distanza di sicurezza. Io, che avevo vent’anni e volevo fare lo scrittore, mi sono accorto di quel tizio – anche se non l’avevo mai visto di persona prima d’ora – quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Venti metri circa. L’uomo indossava un completo di lino azzurro, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia e come non se ne vedono più in giro, anche se verso la metà degli anni ottanta poteva ancora capitare, specie addosso a un signore di sessant’anni. Le braccia dietro la schiena, saliva lento, la figura eretta.
Trenta gradini, venti metri circa. Questione di secondi. Secondi di cui mi sono impossessato completamente, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio. Era Italo Calvino. Dal taschino della camicia si intravedeva un astuccio per occhiali. Nero. I miei da sole, invece, mi permisero di mantenere fino alla fine lo sguardo nella sua direzione senza che lui se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto in fotografia e qualche volta in televisione: le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, come di chi sembra sempre da un’altra parte, ma non solo o, forse, non proprio così. Si trattò di pochi secondi in tutto. Soltanto quando ho svoltato a destra per entrare all’imbarcadero, ho alzato gli occhi verso il ponte, ma lui era sparito”.

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Non sono stato io

Però quando uno se le cerca… (Grazie a LV per la foto).

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Terrorismi linguistici

Questo mio articolo è uscito qualche giorno fa sul Corriere del Veneto.

Le università italiane costrette a istituire dei corsi di grammatica italiana. Roba da scuola elementare o, al massimo, da scuola media. Nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe mai potuto pensarlo. Invece, nell’anno 2010, il nostro paese è ridotto in questo modo. Un paese gambero, l’Italia, retrocediamo in tutto, ma mai – noi, gli eredi di Dante, di Manzoni, di Calvino – mai avremmo potuto immaginare di perdere la nostra lingua. Così, se negli anni cinquanta e sessanta ci fu una corsa all’alfabetizzazione, soprattutto attraverso la televisione (qualcuno ricorda il maestro Alberto Manzi, quello di Non è mai troppo tardi? E lo sceneggiato L’Odissea introdotto da Giuseppe Ungaretti? L’elenco potrebbe durare pagine e pagine), da metà anni ottanta a oggi, di nuovo attraverso la televisione, è in atto un corso approfondito e scientifico di analfabetizzazione. Verrebbe addirittura da dire: analfa-ebetizzazione. Ci si laurea in fretta, in Italia, seguendo il corso di analfabetizzazione. State ogni giorno per qualche ora davanti alla tv (intesa come Rai e Mediaset e, soprattutto, le tv locali) e in poco tempo il risultato sarà ottenuto. Ne uscirete con un dizionario più scarno di prima. Avrete disimparato la vostra lingua, stravolto alcune nozioni di Storia, confutato saperi, smarrito valori e memoria. Avrete però imparato a urlare e appreso un’infinità di significati alterati: ultimamente, per esempio, esule è diventato sinonimo di latitante. Tutto quello che era stato costruito, una cultura nazionale in qualche modo identificabile, un percorso di apprendimento e di approfondimento che guardava avanti, sta svanendo nel nulla. Peggio: lo stanno cancellando. Le nostre conversazioni sono sempre più banali ed elementari, povere. Provate a prendere un autobus in Italia nell’orario in cui si esce da scuola e poi provate a farlo in Francia, in Germania, in Inghilterra. Qui, sempre, quando gli studenti sono in gruppo, quel che prevale è il cazzeggio (termine acquisito da certi programmi televisivi). Altrove, invece, si conversa. I segnali sono inequivocabili. Le giovani generazioni, universitari compresi, hanno come riferimento quotidiano non più lo studio, ma l’happy hour. E, badate bene, sono la futura classe dirigente, loro. Solo che non sanno più leggere né scrivere. Per questo l’ostinarsi a introdurre – oggi, allo stato delle cose attuale – l’insegnamento del dialetto nelle scuole equivale a un vero e proprio atto irresponsabile. Di più: un atto di terrorismo linguistico. Non siamo più in grado di maneggiare la nostra lingua e certi insegnanti, anziché insegnare la grammatica italiana, pensano alle filastrocche in dialetto. Povera Patria, cantava qualcuno.

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Spazzatura, a Venezia

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