Capodanno a Venezia

Questo mio articolo è uscito il 30 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

Che bello. Desideravate andare in discoteca l’ultimo dell’anno? Scatenarvi in spensieratissime danze sfrenate? Sì eh? Già. Però, acciderboli, c’è la crisi e la discoteca, il 31, costa un botto, non nel senso del petardo. E allora? Che fare? Niente paura. Stiano tranquilli gli appassionati perché a Venezia da tre anni c’è chi pensa a loro. La Venezia Marketing & Eventi spa, che nella persona del suo mirabolante direttore artistico porta avanti l’ormai collaudata (nonché originalissima) ideona del bacio in Piazza San Marco. Eh sì. La discoteca costa? La Venezia Marketing & Eventi spa ve la offre gratis e en plein air. Piazza San Marco trasformata in una enorme pista da ballo. Che figata, penseranno i ragazzi più smaliziati e non soltanto loro. Bene no? No. Da tre anni, l’ultimo dell’anno nella piazza più bella del pianeta è ridotto così, a una festicciola da quattro soldi ripetibile in qualunque luogo. Il più bel panorama architettonico e storico e artistico possibile ridotto a discoteca di provincia (con tutto il rispetto per le discoteche e le località di provincia, sia chiaro). Possibile? Possibile che la Venezia Marketing & Eventi spa, non sia in grado di offrire qualcosa di più consono al luogo e alla città? No, non c’è più speranza. Ciò che la Venezia Marketing & Eventi spa offre alla città più bella del mondo potrebbe essere organizzato da qualunque manipolo di ragazzi muniti di buona volontà. Già, il 31 dicembre, da tre anni a questa parte, in Piazza San Marco – il luogo meno banale del mondo – va in scena il trionfo dell’ovvietà, spacciata come spettacolo artistico. E quest’anno, poi, la Venezia Marketing & Eventi spa ha tenuto più volte a sottolineare la scarsità di budget. Solo che, a budget ben più sostanzioso, gli anni scorsi l’offerta era comunque sempre la stessa: la discoteca en plein air con lo sfondo più bello del mondo. Ci sarebbe da fare il tifo per l’acqua alta, non portasse con sé tutte le difficoltà e i danni che genera. E poi, chi parteciperà al Love 2010, non ha nessuna colpa. Prende quel che gli viene offerto. Perciò, appassionati di ballo, tranquilli: la mega discoteca della Venezia Marketing & Eventi spa, vi aspetta in Piazza San Marco, pronta a replicare, immancabilmente, a Carnevale. Let’s dance.

Neve

Questo mio articolo è uscito il 23 dicembre 2009 sul Corriere del Veneto.

In rete, da giorni, è tutto un fioccare di foto delle nostre città coperte di neve. Trionfano i reportages di pupazzi di neve sagomati ovunque e da mani non sempre solo infantili. Quando sabato mattina abbiamo aperto gli scuri e tirato su le persiane, la coltre bianca ha avuto – più o meno su tutti – lo stesso identico effetto: un sentimento di gioioso stupore. Sì, perché la neve in pianura, le rare volte che arriva, ha da sempre la capacità di farci fare quel repentino percorso a ritroso, dritti dritti verso la prima volta che la vedemmo, la neve. E ogni volta l’emozione è la stessa. Emozione, però, dalle durate differenti, a seconda del luogo in cui si abita, delle professioni, degli impegni che di lì a poco si dovranno affrontare. La neve scendeva, il vento la faceva vorticare, e se da un lato c’era già chi si bardava da perfetto fotoreporter antartico, chi – bambino – si preparava a soffici battaglie a palle di neve, dall’altro c’erano coloro che dovevano immediatamente prepararsi per affrontare i disagi che una copiosa nevicata comporta. Comporta, però, e chissà perché solo da noi. Treni in tilt, traffico pure, pedonalità ciondolante. Chi si è trovato nel cuore del marasma di questi giorni si è posto la classica domanda: ma come fanno nei paesi del nord europa? Che poi mica stanno lontani anni luce. E tutti ad accampare le scuse più stravaganti. Tipo che è stata una nevicata straordinaria, e tu ti domandi perché, a ogni pioggia, a ogni nevicata questo paese vada immediatamente al collasso. Ma quanto inadeguati siamo diventati? E quando qualche decennio fa nevicate come qyesta erano normali? Prendete le scuse del sindaco di Sandonà (nonché presidente della provincia di Venezia), che ha detto: non avevamo il magnesio. Che sì, serve a sciogliere la neve, ma se magari la neve la spali per tempo, forse, poi, del magnesio non hai più bisogno. Per non parlare dei treni. Ora, qui sì si diventa spietati. Perché a Trenitalia mancava solo la neve, in questi giorni, per esasperare quella figura imbarazzante che sta facendo agli occhi dell’Europa. Anche lì, tutta colpa della straordinarietà, salvo scoprire, poi, che il nostro Pendolino (quello costruito dalla Fiat), viaggia tranquillo dentro ai meno trenta della Lapponia, in Finlandia. E allora? Sono le contraddizioni dell’Italia di oggi. Ma di sicuro, fra il sollievo, ci sarà una piccola vena di tristezza quando, domani, apriremo scuri e tireremo su le serrande e ci accorgeremo che tutto è tornato come prima, a colori.

White Christmas di vergogna

Questo mio articolo è uscito il 23 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

White Christmas è il titolo di una celebre canzone natalizia scritta da Irving Berlin. Un brano di cui esistono forse centinaia di versioni. La più nota è quella di Bing Crosby, dato che si trattava della colonna sonora dell’omonimo film diretto da Michael Curtiz (quello di Casablanca, tanto per intenderci). La conferma di queste notizie che nella mia memoria si confondevano, l’ho trovata – va da sé – su google. Solo che della canzone e del film (che in tutte le altre lingue appaiono subito, appena premi il tasto invio della ricerca) c’è traccia dopo un bel po’ di altri link. Link che rappresentano l’ennesima vergogna di questo paese – sì, il nostro, l’Italia. Il White Christmas in questione è quello xenofobo, razzista, messo in atto dal sindaco di Coccaglio (provincia di Brescia) Franco Claretti. Un signore che, insieme alla sua giunta, ha deciso di andare a stanare casa per casa gli eventuali clandestini presenti nel comune. Azioni che ricordano in tutto e per tutto i raid nazisti e fascisti, negli anni trenta e quaranta. Che cosa siano, i paesini del bresciano, lo ha mostrato nitidamente giorni fa un agghiacciante servizio di Annozero. Un’Italia che non sembra più l’Italia. Un accanimento che in questo caso non solo ricorda, ma ricalca in tutto e per tutto le leggi razziali del 1938. E a fregiarsi di questo squallore – a farsene vanto sproloquiando nel loro italiano sgangherato, nel loro vocabolario povero, ricco solo di volgarità e di odio – sono gli esponenti e simpatizzanti della Lega Nord. Forse faremmo tutti bene a guardarci allo specchio e a domandarci che cosa ci sta accadendo. A tutti noi, non soltanto a loro. Perché certi paesi del Veneto presentano le stesse caratteristiche inquietanti del White Christmas bresciano. Non devo certo star qui a spiegare quali siano i significati profondi del Natale. Mi chiedo però come, in questo paese, si possa fingere di non vedere che cosa sta accadendo. Di come questa nuova casta di politici grevi e gretti, pronti a occupare tutte le poltrone possibili, stia trasformando il nord Italia in qualcosa di irriconoscibile e macabro. Ora si sono pure impossessati, almeno su google, del White Christmas. Indecente.

Liste civiche a Venezia

Questo mio articolo è uscito il 13 novembre 2009 sul Corriere del Veneto.

In questo periodo, a Venezia, apri il giornale, la mattina, et voilà, la notizia di una nuova lista civica che, puntuale, viene annunciata. Annunciata e minacciata, anche. Le elezioni comunali si avvicinano, appuntamento cruciale, decisivo, per la città. Solo chi segue da vicino le vicende politiche riesce a districarsi in questo giochetto di nomi che vanno di qua e di là come banderuole. Giorni fa – non poteva mancare tra la Lista Civica dei Migliori e quella di Mestre Futura, e quella di Venezia in movimento e chissà quali altre – anche il sindaco Cacciari ne ha ipotizzata una. O forse no, forse era una di quelle già presentate, o annunciate, o minacciate, boh, chi ci capisce. E, soprattutto, che cosa ci capisce il cittadino? Quella di non riconoscersi più nei partiti sembra essere diventata ormai una moda. E così, fior di professionisti, quasi tutti ex qualcosa, si mettono insieme a gruppetti ed ecco sbocciare le civiche. A guardarle fanno venire in mente dei contenitori buoni un po’ per tutto e per tutti, vetrine temporanee munite di riflettori che consentono ai partecipanti il famoso quarto d’ora di celebrità. Liste che si premurano nel definirsi – tutte più o meno – trasversali, altra moda tutta italiana per non dire di essere disposti a concedersi al miglior offerente che, in questo caso, significa colui che ha più probabilità di vincere. Del resto, si sa, destra e sinistra non esistono più, dicono. Aspettano anche loro i sondaggi, tanto per essere, appunto, à la page. Leggi i programmi (programmi: gli appunti, le note di un eventuale programma) e ciò che salta agli occhi è la nuda e cruda concretezza, quel “fare” demagogico che permea la politica italiana di quest’epoca. Del tutto estranei, alle civiche annunciate, o minacciate, o già create, i valori, gli ideali. Ops, ho usato un termine vietato: ideali. Guai a nominarli. Se lo fai sei un conservatore o – e qui ti liquidano del tutto – un comunista. Insomma, le civiche sono tutto e il contrario di tutto. Almeno in questa fase di assoluta confusione. Una confusione ingiustificabile. Prendete il centrosinistra. Alle provinciali, l’Unione (ops, ho usato un’altra parolaccia, l’Unione, che non si deve dire, e soprattutto fare, mai più) nel comune di Venezia ha vinto con largo margine. L’elettore pensa, che se tanto mi dà tanto… E invece no. Con Cacciari che si congeda dalla politica (ma non lo aveva detto uguale uguale in passato?) ma che ritenta – così sembra – il gioco riuscitogli nel 2005, quello di distruggere il centrosinistra. Ne vien fuori un poco decente tutti contro tutti, sia di qua che di là. Del resto, anche Venezia sta in Italia. No?

Immondizia

Questo mio articolo è uscito sul Corriere Veneto del 7 novembre 2009.

Da tempo, nelle nostre città il rito dell’immondizia inteso come appuntamento preciso, come gesti abituali da ripetere quotidianamente sempre alla stessa ora, è andato perduto. L’avvento del cassonetto, raggiungibile a qualunque ora, ha spento la consuetudine. Resiste, per ovvi motivi, soltanto a Venezia, dove orari rigidi e irrevocabili scandiscono l’esposizione del sacchetto e la sua raccolta. Da anni e anni ormai è sparita quella frase ricorrente: vado a vuotare la pattumiera. Un compito che era spesso riservato al padre di famiglia, unica attività domestica innocua anche per l’imbranato maschio adulto. Un compito, poi, capace di offrire spunti narrativi. Come in un bellissimo racconto di Italo Calvino, intitolato La poubelle agrée (traduzione quasi impossibile, qualcosa tipo La pattumiera gradita, più o meno). Il racconto incomincia così: “Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia. L’operazione si divide in varie fasi: prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento nel recipiente più grande che sta nel garage, poi trasporto del detto recipiente sul marciapiede fuori della porta di casa, dove verrà raccolto dagli spazzini e vuotato a sua volta nel loro autocarro”. Ciò avveniva a Parigi, fine anni settanta, e il seguito del racconto è una riflessione del rapporto fra noi e la spazzatura. In Francia, così come in altri paesi d’Europa, le immondizie si mettono fuori casa la sera e vengono raccolte durante la notte. Ogni volta che un camion della nettezza urbana sveglia un mestrino di passaggio da quelle parti nel cuore del suo sonno – laddove non ci siano, come in tante altre città, automezzi elettrici – costui rimpiange le sane abitudini della sua città natale, dove i camion fanno vibrare le finestre – e le pareti, spesso – solo al mattino. Vero è però che l’abitudine che più dovrebbe essere incentivata è la raccolta differenziata, forse gli sforzi dovrebbero essere concentrati soprattutto lì. Invece, i mestrini stanno per essere sottoposti a un altro tipo di sperimentazione. Per motivi soprattutto economici, anche a Mestre le “scoasse” saranno prelevate durante la notte. Nel lungo elenco di motivi, nemmeno un cenno al sonno dei cittadini. E sospettando che Veritas non si munirà certo di automezzi elettrici, preparatevi, ché tanto, si sa, ci si abitua a tutto. E prendiamola come una fastidiosa punizione, per la differenziata che ancora facciamo così male.

Tutte le Venezia del mondo

Questo mio articolo è uscito il 18 novembre 2009 su il Venezia Epolis.

In viaggio verso una delle tante Venezia del Nord. In treno. Immaginatevi un treno italiano. Un regionale. Fatto? Ecco. Ora prendetene tutti i difetti che vi sono noti e cancellateli o, meglio, rovesciateli. Treno in orario. Climatizzazione perfetta, carrozze sonorizzate, quasi silenziose, e perciò il canto di due bambine dentro la carrozza è un suono soffuso, delicato. Il treno di un paese civile d’Europa insomma. Anche se l’Italia sembra non esserlo più, in Europa. Ogni guida ne annovera qualcuna di altre Venezia. In Provenza, Francia del sud, ce ne sono almeno tre. Noi ci siamo abituati. Qual è la città che non vorrebbe assomigliare a Venezia? Salvo poi, in questi giorni, essere derisi, qui in Belgio, per via di quello sciocco funerale che altrove è stato visto solo e giustamente per quel che è stato, una goliardata, una carnevalata fuori stagione. Ma del resto, è l’Italia, a far ridere prima e a preoccupare poi, quando ci vai, fuori dall’Italia. E Venezia, in questo caso è stata italianissima. La Venezia del nord, in questo caso è Bruges, la più Venezia di tutte, dicono, con i suoi canali, i ponti. Solo che ci ho messo un bel po’, prima di decidermi ad andarci. Ho sempre diffidato delle altre “Venezia”. Devi andarla a vedere, mi dicevano tutti, ogni volta che mi invitavano in Belgio per lavoro. Figurarsi cosa mi importava di una simil Venezia. Abito in quella autentica, io, pensavo, preso da un altrettanto sciocco senso di appartenenza. (A proposito, con la mia compagna siamo residenti in centro storico da qualche settimana, tanto per dirlo a quelli che ne hanno fatto il funerale, e a noi non pare proprio di vivere in un camposanto, anzi). Il treno, prima della Venezia del nord, ferma a Gent, che essendo spesso paragonata a Bruges, devo dedurne trattarsi di una specie di ulteriore Venezia, anche se un po’ meno. Il treno arriva in orario. Un’ora e quattro minuti da Bruxelles. In città, be’, nulla a che vedere con Venezia, pur essendo bellissima. E nel cuore di Bruges, la differenza più evidente è che non c’è nessun senso di bazaar diffuso come ormai è il cuore di Venezia. Senti subito che gli abitanti di Bruges, non hanno alcuna intenzione di venderla e basta, la propria città. Ma di offrirla allo sguardo altrui, come si dovrebbe sempre fare. Soprattutto a Venezia. Quella vera. La nostra.