Il mio intervento sarà una breve ma spero intensa orazione civile.
LO STATO DELLE COSE – numero speciale della Rivista Orale
24 novembre 2009, ore 20,45
Un’istantanea sullo stato delle cose del nostro paese. Anzi, meglio, una cartella che raccoglie immagini di periferie sterminate, suoni techno sparati da auto in corsa, frammenti incazzati di telefonate al cellulare, brani video di vite volgari e disperate, schegge di televisione vomitevole, ritagli di giornale che parlano dei soliti personaggi paranoici… e altre amenità del genere. Insomma, la malinconia di un triste degrado mascherato da risate isteriche e sguaiate.
Evidentemente si tratta di una disamina parziale e partigiana!
Evidentemente. Ma soprattutto non si tratta di una disamina, quanto piuttosto di un sentimento che accomuna molti di noi – probabilmente “cattivi italiani”, sicuramente “pessimi padani” – che viviamo in questo stato di cose, nella deriva di questo paese.
La redazione della Rivista
Share on FacebookQuesto mio articolo è uscito il 7 novembre 2009 sul Corriere del Veneto.
Da tempo, nelle nostre città il rito dell’immondizia inteso come appuntamento preciso, come gesti abituali da ripetere quotidianamente sempre alla stessa ora, è andato perduto. L’avvento del cassonetto, raggiungibile a qualunque ora, ha spento la consuetudine. Resiste, per ovvi motivi, soltanto a Venezia, dove orari rigidi e irrevocabili scandiscono l’esposizione del sacchetto e la sua raccolta. Da anni e anni ormai è sparita quella frase ricorrente: vado a vuotare la pattumiera. Un compito che era spesso riservato al padre di famiglia, unica attività domestica innocua anche per l’imbranato maschio adulto. Un compito, poi, capace di offrire spunti narrativi. Come in un bellissimo racconto di Italo Calvino, intitolato La poubelle agrée (traduzione quasi impossibile, qualcosa tipo La pattumiera gradita, più o meno). Il racconto incomincia così: “Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia. L’operazione si divide in varie fasi: prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento nel recipiente più grande che sta nel garage, poi trasporto del detto recipiente sul marciapiede fuori della porta di casa, dove verrà raccolto dagli spazzini e vuotato a sua volta nel loro autocarro”. Ciò avveniva a Parigi, fine anni settanta, e il seguito del racconto è una riflessione del rapporto fra noi e la spazzatura. In Francia, così come in altri paesi d’Europa, le immondizie si mettono fuori casa la sera e vengono raccolte durante la notte. Ogni volta che un camion della nettezza urbana sveglia un mestrino di passaggio da quelle parti nel cuore del suo sonno – laddove non ci siano, come in tante altre città, automezzi elettrici – costui rimpiange le sane abitudini della sua città natale, dove i camion fanno vibrare le finestre – e le pareti, spesso – solo al mattino. Vero è però che l’abitudine che più dovrebbe essere incentivata è la raccolta differenziata, forse gli sforzi dovrebbero essere concentrati soprattutto lì. Invece, i mestrini stanno per essere sottoposti a un altro tipo di sperimentazione. Per motivi soprattutto economici, anche a Mestre le “scoasse” saranno prelevate durante la notte. Nel lungo elenco di motivi, nemmeno un cenno al sonno dei cittadini. E sospettando che Veritas non si munirà certo di automezzi elettrici, preparatevi, ché tanto, si sa, ci si abitua a tutto. E prendiamola come una fastidiosa punizione, per la differenziata che ancora facciamo così male.
Share on FacebookQuesto mio articolo è uscito il ottobre 2009 sul Corriere del Veneto.
Una serie di incontri sulla letteratura veneta, organizzato all’Ateneo Veneto di Venezia e intitolato Pensare il futuro, narrare nel presente, mi ha spinto a delle riflessioni. Ho sempre pensato che l’avventura più affascinante per uno scrittore fosse quella di cercare di raccontare il proprio tempo. Fin da quando ero studente cercavo nei romanzi contemporanei una risposta a ciò che mi stava intorno. Soltanto quando ho incominciato a scrivere – presto – ho capito che uno scrittore non può e non deve dare risposte ma, piuttosto, provare a fare luce sulle cose da un punto di vista diverso, spostato da quella che è la percezione comune. Il fatto è che non è facile. Non lo è mai stato, ma oggi ancor di più. Non riusciamo a fermare quel frullatore dentro al quale finiscono le parole – intese come vocabolario – dove finiscono valori, idee, pensieri, speranze, sentimenti. Un frullatore dal quale esce una poltiglia indecifrabile, inestricabile. No, non è facile. Serve quasi un setaccio magico, per recuperare tutto quello che il frullatore, distruggendo, mescola insieme. Le parole, soprattutto. Ecco cosa deve fare lo scrittore, sottrarle a tutti i costi dalla poltiglia e riportarle al loro significato originario. Parole finite nel frullatore perché credute obsolete, o che, peggio, sono state svilite, frantumate, sostituite da altre che semplificano o che mistificano. Potrei fare una lista, allestire un nuovo abbecedario delle parole da salvare, da ritrovare. Ma preferisco soffermarmi sulle parole che hanno cancellato prima e sostituito poi quelle che noi dobbiamo recuperare. Quelle usate da Gentilini, per esempio. Qualche giorno fa è stato finalmente condannato, certo, per l’uso indecente del vocabolario nuovo tanto caro alla Lega. Ma sono anni che le pronuncia, quelle parole. I suoi proclami sono ormai incistati dentro gran parte delle menti e delle anime venete. Una condanna perciò inutile e tardiva, ormai. Ecco dunque quello che uno scrittore, oggi, e uno scrittore veneto in particolare, deve fare: ritrovare le parole perdute, necessarie come non mai per raccontare l’indicibile che, sempre più spesso, ci attornia. Un indicibile che mai avremmo immaginato potesse impossessarsi delle nostre menti, delle nostre anime. Ritrovare le parole perdute dei padri (Meneghello, Comisso, Parise, Rigoni Stern, Zanzotto), offrirle di nuovo a chi le ha smarrite o le crede inutili e, grazie a quelle parole, cercare di raccontare questo Veneto incarognito. E dal racconto, come accade in ogni narrazione, suggerire una possibile nuova via. Nient’affatto diversa da quella, appunto, dei nostri padri.
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