www.net1news.org - Informazione Libera
ottobre | 2009 | robertoferrucci.com
Month: ottobre, 2009

Blogger italiani, sveglia!

Questo mio articolo è uscito venerdì scorso sul Corriere del Veneto.

Venezia capitale della rete, intesa come web. L’Arsenale ha ospitato centinaia di navigatori che hanno disquisito di tutto ciò che si sa e non si sa riguardo a internet oggi. E c’erano anche un’infinità di blogger, additati da qualcuno come i nuovi maître à penser di questo terzo millennio. In parte è vero. Ci sono blogger capaci di condizionare la politica, di aggirare le censure, di organizzare rivoluzioni, di fare gossip come nessuna rivista mai. Tutto vero. Ma nessuno di questi blogger è italiano. La situazione, dalle nostre parti, è evidente. Il blog più famoso è quello di Beppe Grillo, non a caso già personaggio notissimo al di là del blog. Gli altri, alcuni bravissimi, vivono di una luce autoreferenziale, perché il blogger è letto dal blogger e, ovviamente, non è in grado di condizionare un bel niente. Forse è per questo, per provare a pensare di contare qualcosa, che si moltiplicano i Camp, momenti di ritrovo dei blogger, come capiterà, appunto, a Venezia. Il nostro paese, anche e soprattutto nell’ambito della rete, segna ritardi enormi. Che non sono solo tecnologici ma anche culturali. Prendete la politica. Barack Obama fino a pochi mesi prima dell’inizio delle primarie, era uno sconosciuto. È stata la rete, il suo sapiente utilizzo, a portarlo fuori dall’anonimato. E non ha più smesso. Anche oggi che è stato eletto presidente, non smette (lui e il suo staff) di intervenire su Twitter, su Facebook, a inviare ogni settimana una email agli iscritti alla mailing list del suo blog. E i politici italiani? Il blog di Flavio Zanonato, per dire di uno dei sindaci più attenti alla rete, uno che ti chiede l’amicizia su Facebook salvo togliertela non appena azzardi una critica, è fermo al 9 aprile 2009. Dopo la rielezione, non ha più sentito la necessità di aggiornarlo. Quello di Davide Zoggia, ex presidente della provincia di Venezia, ha un ultimo post datato 23 luglio 2009. Aggiornatissimi, va da sé, i blog di Bersani e Franceschini, anche se è evidente che non sono loro a gestirlo né, tantomeno, a scriverne. Questo vale anche per gli esponenti di spicco del centrodestra. Una che si dà da fare in rete è Debora Serracchiani, ma anche lei come tutti gli altri politici usa Twitter come se fosse un’agenda in pubblico: oggi vado di qua, domani di là, ho scritto questo e quest’altro sul mio blog. Poi vai sul suo blog, che è un sito vero e proprio, e scopri che è il più arzigogolato del mondo. Non ci si capisce niente, una struttura che solo un fisico quantistico, forse. Questo, in breve, lo stato delle cose nella rete italiana. Che altro non è, alla fine, se non lo specchio della sgangheratezza attuale di questo nostro paese.

Share on Facebook

Ateneo Veneto, 27 ottobre, ore 17.30

Ateneo Veneto di Scienze Lettere e Arti

Martedì 27 ottobre, ore 17.30 – Sala Tommaseo
Corso di Letteratura Veneta 2009
Pensare il futuro. Narrare nel presente
In primo piano: Roberto Ferrucci, scrittore

Dopo la lezione introduttiva di Ricciarda Ricorda, il Corso di Letteratura Veneta 2009 entra nel vivo con il primo degli incontri previsti con gli autori del cosiddetto Nordest, chiamati in veste di relatori.
Roberto Ferrucci è attivo commentatore delle vicende quotidiane sia su giornali locali che su testate nazionali.
Attento a quanto succede a Venezia, sua città natale, e in tutto il Nordest, ha voluto però dedicare il suo ultimo romanzo ai fatti di Genova del G8 2001. Cosa cambia è appunto un reportage con l’uso deliberato della soggettiva, perchè per l’autore la scrittura è un momento di verifica del presente.

“Ho sempre pensato che l’avventura più affascinante per uno scrittore fosse quella di cercare di raccontare il proprio tempo. Fin da quando ero studente cercavo nei romanzi contemporanei una risposta a ciò che mi stava intorno. Soltanto quando ho incominciato a scrivere – presto – ho capito che uno scrittore non può e non deve dare risposte ma, piuttosto, provare a fare luce sulle cose da un punto di vista diverso, spostato da quella che è la percezione comune. Uno scrittore, oggi, e uno scrittore veneto in particolare, deve trovare le parole per raccontare l’indicibile che, sempre più spesso, ci attornia. Un indicibile che mai avremmo immaginato potesse impossessarsi delle nostre menti, delle nostre anime. Ritrovare le parole perdute dei padri (Meneghello, Comisso, Parise, Rigoni Stern, Zanzotto), riproporle a coloro che le hanno smarrite o che le credono obsolete e, grazie a quelle parole, cercare di raccontare questo Veneto incarognito. E dal racconto, come accade in ogni narrazione, suggerire una possibile nuova via. Nient’affatto diversa da quella, appunto, dei nostri padri”.

Share on Facebook

Panatta, la maglietta rossa

Questo mio articolo è uscito ieri, 22 ottobre 2009, su Il Manifesto.

Quella maglietta rossa se ne sta, credo, insieme alla blu e alla verde, dentro a uno scatolone nel magazzino dei miei. Scolorite, immagino, sia dagli anni che dai molteplici lavaggi. Comprate grazie all’accumulo di paghette settimanali e qualche raro bel voto a scuola, in piena adolescenza e, naturalmente, a quell’età, in piena emulazione. Mai avrei potuto pensare, quindicenne, che il mio primo romanzo si sarebbe intitolato “Terra rossa” (Transeuropa, 1993). Era il 1976, l’anno di Adriano Panatta. La maglietta verde e la blu trionfarono per un’intera estate, da maggio in poi, l’una sostituiva l’altra appena entrata in lavatrice. Erano le stesse magliette (solo qualche misura e tanta classe in meno) che Adriano Panatta indossò al Foro Italico e al Roland Garros di quell’anno, i due tornei che vinse uno dietro l’altro, i due più importanti in terra battuta. Con quelle magliette batté l’argentino Guillermo Vilas in finale al Foro Italico e lo statunitense Harold Solomon al Roland Garros (dopo aver battuto anche il campione in carica ai quarti, un certo Bjorn Borg). Vittorie che lo portarono al numero 4 della classifica ATP e a diventare l’idolo di milioni di ragazzini. Per conoscere precisamente i colori di quelle magliette, fu necessario aspettare l’uscita della rivista Match-Ball, con le foto a colori, oppure le copertine dell’Albo dell’Intrepido o del CorrierBoy, variante adolescenziale del Corriere dei Piccoli. In tv, le partite erano in bianco e nero, e le magliette di Panatta, gamme differenti di un perpetuo grigio. Ciononostante è a colori il ricordo della tensione provata e vissuta minuto per minuto nell’assistere a quelle lunghissime sfide nella piccola televisione in bianco e nero di casa. Nel corso di quell’estate, molti cortili della penisola si trasformarono in improbabili campi di tennis, circondati da appartamenti con fragilissime finestre che in quantità industriali andarono in frantumi, vittime di maldestre volées e di sgangherati smash. Per non parlare di chi tentava di imitare il servizio di Adriano Panatta, con quei due leggeri su e giù delle braccia prima del movimento finale o, peggio ancora per l’incolumità di gomiti e ginocchia, le sue volée in tuffo, entrate di diritto nella leggenda del tennis. Risultato, vetri infranti e automobili prese a pallate. Ma, lo avrete notato anche voi, gli adulti di un tempo erano molto più tolleranti e comprensivi di quelli di oggi. La maglietta rossa invece fu sfoggiata per l’intera primavera estate successiva alla vittoria della Coppa Davis contro il Cile nel dicembre del 1976, quando, grazie alla pubblicazione di qualche foto finalmente a colori della vittoria a Santiago, fu chiaro che Adriano Panatta aveva scelto quel colore da indossare nella finale. Finale peraltro invisibile, trasmessa solo alla radio, ascoltata la sera tardi, per via del fuso orario, per rendersi poi conto che non c’è nulla di più assurdo che una radiocronaca di tennis. Fino a qualche giorno fa pensavo che la scelta di quel colore fosse stata fatta dallo sponsor, per alimentare le vendite, visto che le verdi e le blu erano ormai andate a ruba fra i ragazzini appassionati di tennis. Serviva qualcosa di nuovo e perciò via col rosso. Inoltre la finale si giocò pochi giorni prima di Natale. Ben più nobile e gradita è ora la vera storia di quella maglietta, confidata da Andriano Panatta a Mimmo Calopresti, il regista di “La maglietta rossa”, documentario che verrà proiettato oggi al Festival di Roma. Peccato non averlo saputo prima, quando, in quegli anni, fatti di impegno, di manifestazioni, di assemblee, era così difficile per un adolescente far collimare la passione per il tennis, sport ritenuto borghese, a quella per la politica. Ah, quanto sarebbe stato facile, allora, liquidare chi ti criticava, chi ti dava dell’incoerente, raccontando la storia della maglietta rossa sbattuta in faccia al dittatore Pinochet. Forse, però, ha ragione Adriano Panatta. Fa bene, lui, ad aver scelto di raccontarcela solo oggi, quella storia. Perché la storia della maglietta rossa, nell’Italia incarognita e disgustosa che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, è una piccola ma importantissima lezione di storia da dedicare ai mistificatori e ai revisionisti. Quella maglietta rossa, oggi lo sappiamo, ha dato fastidio ai dittatori cileni più di cento cortei e di slogan. E oggi, al pari forse dei calzini turchese del giudice Mesiano, dovrebbe essere indossata ogni volta che l’arroganza e l’ignoranza di un potere ottuso liquida come comunista chiunque osi criticare, controbattere, replicare, accusare. Perché il colore di quella maglietta, oggi come allora, ha un significato, un valore e una forza che nessuno può cancellare. Nemmeno con una volée in tuffo.

Share on Facebook

Letture, José Saramago

Share on Facebook

Treni e scrittura

Questo mio articolo è uscito sabato 17 ottobre 2009 sul Corriere del Veneto.

Ogni scrittore ha dei luoghi prediletti dove scrivere. C’è chi si rinchiude sempre nella solita stanza, isolato, magari al buio, solo la lampada necessaria a mettere in luce il foglio, o la tastiera del computer. C’è chi, portatile sulle ginocchia, saltabecca da una stanza all’altra, scrivania, poltrona, divano, letto. Ci sono poi quelli che ancora tengono viva quella vecchia tradizione del caffè (inteso come bar), anche se oggi, di caffè cosiddetti letterari non ce n’è proprio. Io appartengo a quest’ultima categoria. Non solo. A me piace scrivere in treno. Là dentro, da sempre, è la cosa più naturale – oltre a leggere – che mi viene di fare. Dev’essere per via di trovarmi in quel tempo fratto, in quel frattempo da un luogo all’altro, in quell’altrove coercitivo fatto di immobilità in movimento. Salgo, mi siedo, cuffiette e portatile, o quaderno, o fogli, e incomincio. In questo modo, in questo isolamento ulteriore, come se non bastasse l’essere costretto dentro a quattro lamiere sfreccianti lungo una via obbligata, ne risente del tutto la socialità, ma – si sa – non si può avere tutto. Ovvio che l’ideale siano gli eurostar, i più comodi, tavolino e, a volte, addirittura la corrente elettrica. Poi magari l’aria condizionata non funziona d’estate, o il riscaldamento d’inverno. (Del tutto inutile, a questo proposito, dire che questa mia attività incontri la sua apoteosi in qualunque altro treno straniero, siano essi francesi, sloveni, belgi, svizzeri, tedeschi, inglesi treni che sembrano appartenere ad altre galassie rispetto ai nostri sgangherati convogli, e parlo di tutti i treni, mica solo dei TGV). Un po’ meno agevole, qui in Italia, è scrivere nei regionali, con quei sedili tendenti al basso, e il portatile sulle ginocchia che scivola giù. Ma, negli anni, gli accorgimenti necessari ho saputo trovarli. Per questo, quando i miei spostamenti non coincidono con appuntamenti ferrei, gli immancabili ritardi delle Ferrovie dello Stato sono una gradevole opportunità di lavoro ulteriore (sto scrivendo questo articolo su un eurostar diretto a Venezia, che porta con sé un ritardo di quindici minuti). Ma questo vale solo per me. Chi invece vede quotidianamente i propri tempi messi a soqquadro dagli instabili orari dei nostri treni, ha tutto il diritto di ribellarsi. Bene perciò ha fatto quel neo laureato in Urbanistica a fare causa alle FS. Non solo. Ha aperto la strada a una soluzione inattesa di questa crisi: i pendolari avranno modo di arrotondare stipendi o trovare un risarcimento a eventuali lavori perduti per via di ritardi, o per le giornate rovinate da viaggi fatti in condizioni disumane. In questo modo gli immancabili ritardi delle FS torneranno a essere utili non soltanto a uno stravagante scrittore, ma a tutti. Spero solo che le FS non si sognino di voler rivendicare parte delle misere royalties dei miei romanzi. Sai che beffa.

Share on Facebook

Il Veneto che amiamo

Questo articolo di Riccardo Bottazzo è uscito ieri sul quotidiano Terra.

Il Veneto che dobbiamo costruire. Gli scrittori e un futuro diverso
Intervista a Bettin Carlotto Ervas Ferrucci Voce

di Riccardo Bottazzo

Venezia. A Forte Marghera, nella prima giornata dell’incontro promosso dalle associazioni e dai comitati di difesa del territorio, le voci di Carlotto, Bettin, Ferrucci, Voce ed Elvas come contributo a immaginare una regione diversa.
E’ tutta una questione di mestiere. Gli scrittori, ci spiega Amos Oz, possiedono l’innata capacità di immedesimarsi nelle teste degli altri e immaginare possibili futuri. Ecco perché ieri sera a Forte Marghera, sul palcoscenico del “Veneto che vogliamo”, sono saliti proprio gli scrittori col compito di tracciare i contorni di un Veneto auspicabile e futuribile. Alternativo a quello dipinto dalla maggioranza dei media in cui la xenofobia fa da contraltare a quel «progresso scorsoio», per dirla con Andrea Zanzotto, che ha devastato anime e ambienti. La serata che nel tema ha ripreso il titolo del libro “Il Veneto che amiamo” (edizioni Dell’Asino, curato, tra gli altri, anche da Gianfranco Bettin) ha concluso la prima giornata del festival promosso dai comitati autogestiti del Veneto: una “due giorni” di incontri, dibattiti, proiezioni, spettacoli, gruppi di lavoro e assemblee per immaginare un territorio radicalmente diverso da quello imposto del pensiero dominante.

Un pensiero che, a quanto ha affermato Roberto Ferrucci, oggi sembra averla vinta su tutti fronti: «Raggiungere gli altri con la forza del ragionamento sembra sempre più difficile. Le opinioni le fa la tv. Io abito e Venezia e ogni anno la Lega fa la sua manifestazione proprio davanti a casa mia. E ogni anno io mi faccio del male girando in mezzo a quella folla incarognita. Eppure sono questi messaggi di schifo e di squallore che oggi si radicano». Il ruolo dell’intellettuale ieri era quello di indicare una possibile via da seguire. Oggi, spiega Ferrucci, poeti come Andrea Zanzotto «vengono ridicolizzati pubblicamente da politici analfabeti che si vantano della loro ignoranza e che vedono nella cultura un nemico da combattere ».

Non ci resta che piangere? «è vero che c’è poco da stare allegri – commenta Fulvio Ervas -. Tra “Veneto alla Lega” (così titolavano i giornali locali ieri riferendosi alle prossime elezioni regionali) e grandi progetti devastanti come Veneto City, aspettiamoci una forte accelerazione nella direzione dello sviluppo insostenibile». Ervas si augura che, assieme alle politiche cementificatrici, accelerino anche quelle realtà legate all’altroconsumo e alla decrescita.

«E cresceranno anche le proteste contro queste ultime gocce di cemento. I movimenti non si possono soffocare tanto facilmente e ne nasceranno scintille. Saranno le reti come quella che si sta formando a Marghera e i cambiamenti personali in direzione di un consumo critico che supereranno una politica asservita alle ragioni del cemento e che ha come unica religione la velocità». Si corre, si corre sino al primo muro, scherza Lello Voce. «Sono arrivato in Veneto trent’anni fa come un albanese arriva oggi in Italia. Sognavo il mondo di Meneghello e negli occhi avevo le vedute di Antonello da Messina. Ci ho trovato una spianata di supermercati, per citare sempre Zanzotto, e sui muri la scritta “Forza Vesuvio”. è stata dura». Il vuoto del paesaggio è stato riempito dalla xenofobia razzista.

«Eppure è la sinistra a farli forti. Ci siamo fatti scippare temi che sono nostri. Pensiamo al dialetto. Perché deve essere la destra a difenderlo? E’ sempre stata una tradizionale battaglia della sinistra». Il Veneto che vogliamo e quello che non vogliamo. «Io ho sempre raccontato il Veneto che non voglio – spiega Massimo Carlotto -. Adesso forse è venuto il momento di raccontare il Veneto che dobbiamo costruire. Pulito, sia nella morale che nell’ambiente. La scrittura deve aiutare a recuperare un senso di partecipazione. Dare voce a chi non ce l’ha, andare in controtendenza rispetto alla cultura, terrificante, che vince oggi».

«Un Veneto che stride crudamente con quello oggi prevalente – conclude Gianfranco Bettin – Tanto più che la nostra regione non è così perché è stata colonizzata da invasori e da potenze straniere. Quello che abbiamo davanti agli occhi è la degenerazione di un modello, il frutto di pulsioni e visioni prettamente indigene. Comprendere queste voci, trasformarle in energie culturali e politiche, dando spessore e profondità alle nostre ragioni, sono passi fondamentali per vincere questa battaglia per un futuro diverso. Battaglia che è tutt’ora in corso e niente affatto perduta».

Share on Facebook

Hanno ragione

Non hanno altra risposta che darci degli imbecilli. Come dargli torto…

Share on Facebook

Quelli del PD

Dal Corriere del Veneto di domenica 4 ottobre 2009.

Share on Facebook

Fête des Voisins

Questo mio articolo è uscito il 25 settembre sul Corriere del Veneto.

Mi sono sempre chiesto quale gusto ci sia a litigare coi vicini di casa. Sono talmente tante le cose che non vanno in giro per il mondo che vedere gente sprecare energie per una pianta in più sul pianerottolo, una bicicletta nel sottoscala o una macchina temporaneamente parcheggiata davanti a un garage, vedere ciò mi ha sempre lasciato stupito. Certo, poi ci sono casi estremi, ma sono – appunto – estremi, e perciò delle eccezioni. Eppure le liti fra vicini di casa esistono e continueranno a esistere su scala industriale, come se le avessimo scolpite nel dna. La gente sembra portarle con sé a ogni trasloco, dentro a uno scatolone speciale, l’unico che non ci si dimentica mai in giro. E quando non si tratta di traslochi, ci sono liti che durano vite intere, che fanno parte del paesaggio umano di un condominio, o di un qualunque paesino. Spesso, detto da un punto di vista professionale, sono materiale narrativo formidabile. Ci sono storie talmente assurde che solo quando poi finiscono in un romanzo o in un racconto assumono, paradossalmente, una loro credibilità. Senti parlare in giro e sembra proprio non esistano soluzioni possibili a questo elemento apparentemente irrinunciabile della nostra quotidianità. E invece no. Da dieci anni esiste in Francia (ripresa poi, negli anni, da altri sedici paesi europei, Italia, ovviamente, esclusa) la Fête des Voisins, la festa dei vicini di casa. C’è un giorno specifico, in maggio, ma poi ogni condominio può scegliere di fare come gli pare. È un’idea semplice, banale, che però dalle nostre parti sembra impensabile anche se qualche città – o quartiere di città – ha provato a istituirla, Torino e Bari, per esempio.
Ho partecipato più volte, in Francia, alla Fête des Voisins. All’inizio, lo ammetto, l’avevo trattata con sufficienza, poi però, mi sono reso conto dell’importanza di un tale semplice appuntamento. Vicini che non si erano mai visti prima fra loro, o che magari si erano lasciati bigliettini furibondi sul parabrezza dell’auto, gente che si ignorava o, peggio, non si sopportava, li ho visti bere insieme un bicchiere di vino, mangiare le reciproche pietanze preparate per l’occasione, le ho viste, insomma, fraternizzare nel modo più naturale possibile. Da italiano del tutto disabituato a questa cosa, guardavo questi pic nic nel cortile di casa (o sul terrazzo, sul marciapiede) come la soluzione più formidabile alla convivenza in un condominio, un quartiere, un paese, una città. Beghe sciocche risolte anziché dall’amministratore o dall’avvocato, da una sana bottiglia di Muscadet. O dal Kebab della fiamiglia di origine araba. E visto che da noi Cabernet o Tocai non mancano, e il Kebab nemmeno, perché non istituirla pure qui, la festa dei vicini di casa?

Share on Facebook