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agosto | 2009 | robertoferrucci.com
Month: agosto, 2009

Dialetto

Questo sms è uscito oggi sulla prima del Corriere del Veneto.

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Disinformazione

Due modi opposti di dare la stessa notizia. All’estero tutti – qui l’esempio del francese Le Monde – sottolineano la condanna dell’Italia fatta dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo per l’uccisione di Carlo Giuliani. I nostri quotidiani, invece – qui l’esempio del Sole 24 ore – strillano la legittima difesa di chi sparò e uccise il ragazzo. Evidentemente, di Genova 2001 tocca continuare a dare un’immagine falsata, deforme. Nessuna verità.

Da Il Sole 24 ore:

G8 di Genova, il carabiniere uccise Giuliani per legittima difesa

Mario Placanica, il carabiniere di Catanzaro che otto anni fa uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, ha agito per legittima difesa. Lo hanno stabilito in una sentenza emessa oggi i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo, che hanno quindi condiviso la posizione del togato italiano incaricato di condurre l’indagine sulla morte di Carlo Giuliani, hanno stabilito all’unanimita’ che Placanica non ricorse a un uso eccessivo della forza ma la uso’ “nei limiti assolutamente necessari a impedire quello che percepiva essere un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi”. Nonostante cio’ i giudici di Strasburgo hanno invece condannato l’Italia per non aver condotto un’indagine su come furono pianificate e gestite le operazioni di ordine pubblico durante il G8 di Genova. Pur non potendo stabilire al momento un nesso tra quanto avvenne a Piazza Alimonda, dove Giuliani fu ucciso, e la gestione dell’intero G8, i giudici sono guinti alla conclusione che tale nesso andasse verificato. La Corte ha quindi dato ragione ai familiari di Giuliani che nel loro ricorso sostenevano la necessita’ di una tale inchiesta per fare piena luce sulle cause della morte del ragazzo, e ha stabilito che lo Stato italiano dovra’ versare loro 40mila euro per risarcirli dei danni morali subiti.

25 agosto 2009

Le monde:

L’Italie coupable d’avoir bâclé l’enquête sur la mort d’un altermondialiste
25.08.09 | 16:38 | LEMONDE.FR avec AFP

Emeutes anti-G8, en juillet 2001, à Gênes, en Italie. AFP/PHILIPPE DESMAZES
La Cour européenne des droits de l’homme a condamné, mardi 25 août, l’Italie pour des manquements dans l’enquête sur la mort de Carlo Giuliani, un jeune militant altermondialiste tué par un carabinier le 20 juillet 2001 à Gênes, en marge du sommet du G8.

Lors d’une manifestation autorisée qui avait dégénéré en violents affrontements entre militants et forces de l’ordre, une Jeep des carabiniers avait été la cible de jets de pierre de la part de manifestants. L’un des carabiniers avait alors fait usage de son arme, atteignant Carlo Giuliani, 23 ans, en pleine tête.

Les parents et la soeur de la victime, dont la requête avait été examinée le 5 décembre 2006 et déclarée recevable le 12 mars suivant, reprochaient à l’Italie d’avoir violé le droit à la vie, l’interdiction des traitements inhumains et le droit à un procès équitable inscrits dans la Convention européenne des droits de l’homme.

PAS D’USAGE DISPROPORTIONNÉ DE LA FORCE

Dans leur arrêt, les juges ont considéré que l’Italie n’avait “pas respecté les obligations procédurales” découlant de l’article 2 (droit à la vie). L’autopsie n’a pas permis d’établir “avec certitude la trajectoire de la balle”, notent ainsi les juges. Ceux-ci regrettent qu’avant même les résultats de l’autopsie, le parquet ait autorisé la famille à incinérer le corps du jeune homme, empêchant tout examen ultérieur.

Quant à l’enquête interne, elle s’est bornée à déterminer les responsabilités des acteurs immédiats sans chercher “à faire la lumière sur d’éventuelles défaillances dans la planification et gestion des opérations de maintien de l’ordre”, déplorent encore les juges. En revanche, toujours sous l’angle de l’article 2, la juridiction strasbourgeoise a estimé qu’il n’y a pas eu usage disproportionné de la force : “Le recours à la force meurtrière n’a pas outrepassé les limites de ce qui était absolument nécessaire pour éviter ce que le carabinier avait honnêtement perçu comme comme un danger réel et imminent”.

Enfin, rien ne vient confirmer les allégations des requérants quant à des “défaillances dans l’organisation de l’opération” de maintien de l’ordre, poursuit la Cour, qui rappelle que les forces de police “ont immédiatement appelé les secours”. Elle a alloué 15 000 euros aux parents de la victime et 10 000 à sa soeur.

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Giocando a pallone sull’acqua

Questo mio articolo è uscito il 15 agosto 2009 sul Corriere del Veneto.

A Venezia non parte soltanto una società di calcio nuova. Certo, è enorme l’impegno di chi ha consentito alla città di avere ancora una squadra. L’amministrazione, da una parte, soprattutto l’assessore Sandro Simionato, e poi di chi all’interno della vecchia società rappresentava la parte sana. Gente come Leandro Casagrande, Andrea Seno, Fabiano Speggiorin e Mattia Collauto sono ciò che di più nobile il calcio vero possa oggi offrire. Ma c’è di più. Ieri a Venezia si è delineato l’intento di un calcio inedito, nuovo, capace di dare una pedata definitiva al puro business, alla vittoria a tutti i costi. Un intento che vuole fare piazza pulita di tutti gli aspetti che hanno appestato il calcio in questi ultimi anni. Ieri, anziché sentire i soliti proclami di vittorie a ripetizione, di campionati da vincere e di serie A da raggiungere nel minor numero di anni possibile, ieri, si è parlato di valori, di educazione sportiva, di solidarietà dentro e fuori dal campo. Non sembrava proprio di essere alla presentazione di una società di calcio. Piuttosto, a un convegno sul significato autentico della parola sport e, nel caso specifico, dello sport del pallone. I discorsi che si sono succeduti, dal sindaco Cacciari al presidente pro tempore Pizzigati, dall’amministratore delegato Guerra a Fabiano Speggiorin, e le parole tecniche e al contempo commosse dell’allenatore Paolo Favaretto, hanno toccato i più alti ideali che ogni vero sportivo vorrebbe trovare in un campo di calcio. Non solo. Mai, a una presentazione di una società di calcio si era sentito applaudire con convinzione dai tifosi frasi tipo: “non promettiamo nulla se non il massimo impegno”, “dobbiamo ripartire dal settore giovanile ed educare i ragazzi alla solidarietà e a imparare che nel calcio si vince e si perde”. Si è addirittura parlato di quella public company tanto bistratta cinque anni fa e oggi obiettivo irrinunciabile secondo il presidente Pizzigati. Insomma, mentre da altre parti in Veneto il calcio sparisce, ieri, la nascita dell’FBC Unione Venezia, ha sancito l’inizio di un nuovo calcio possibile, condiviso a tutti i livelli e che potrebbe diventare un esempio non solo nazionale. Perché se a porre nuove e nobili basi a un modo diverso di fare calcio è una squadra che si chiama Venezia, non c’è dubbio che di esempio da seguire si tratterà. Ieri, è già iniziata la prima trasferta dell’Unione Venezia, a Montebelluna il 23 agosto, con la consapevolezza di tutti che sarà una festa, una semplice e meravigliosa partita di pallone.

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Ciao Tullio

Questo mio sms è uscito oggi sul Corriere del Veneto.

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Un documentario alla Mostra

Questo mio sms è uscito alla notizia che un documentario su Berlusconi rischiava di non essere visto alla Mostra del Cinema per motivi ormai ricorrenti. Poi, il documentario è stato recuperato dalla Settimana della Critica e perciò sarà visibile comunque alla rassegna del Lido.

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Xenofobia e ignoranza

Questo mio articolo è uscito l’1 agosto 2009 sul Corriere del Veneto.

Le boutades leghiste hanno sempre lo stesso stile. Appena pronunciate sembrano vagare nell’ambito di chi la spara più grossa. Hanno l’aria delle “solite esagerazioni” a cui quasi non si fa più caso e che, puntuali, vengono apparentemente ridimensionate dai propri alleati politici. In realtà, le sparate leghiste, alzano di volta in volta il tiro. Spostano il dibattito sempre più in là, nel luogo dell’esagerazione, dell’inaccettabile. Un’esagerazione che poi, col tempo, ottiene – immancabili – i risultati. Il pacchetto sicurezza, ad esempio, altro non è che il risultato di boutades messe lì nel tempo e liquidate, di volta in volta, con finta sufficienza. Così è governato oggi questo paese. Per questo, anche la proposta becera della prova del dialetto per gli insegnanti (ridimensionata come conoscenza della cultura della regione in cui si andrà a insegnare, che a mio avviso è pure peggio: Rovigo, ad esempio, ha più affinità con Belluno o con Ferrara?) anche questa sparata, dicevo, otterrà i suoi risultati. È questo il ruolo di un partito che la stampa straniera, ogni volta che lo nomina, lo definisce per quel che è: populista e xenofobo. Che la boutade cada poi in piena estate, non è certo un caso. La già esausta e indebolita classe insegnante non ha certo il modo, oggi, di controbattere, di organizzarsi. Del resto, oggi, chi controbatte? Chi si organizza? Chi ha il coraggio di rovesciare ad alta voce la proposta leghista? Di dire che alla prova dovrebbero essere messi coloro che ci governano e ci amministrano? Politici che – due su tre – non azzeccano un congiuntivo, non conoscono la storia, che dimostrano quotidianamente un’ignoranza inadeguata al ruolo che ricoprono. Eppure ci vorrebbe una voce che oggi dicesse quale è la battaglia che gli insegnanti si trovano a combattere giorno dopo giorno, a tutti i livelli, una battaglia di resistenza, un corpo a corpo feroce in difesa di ciò che di più prezioso un paese possiede: la propria lingua. L’italiano. Altro che la prova di dialetto. Stiamo smarrendo la nostra lingua. Il nostro vocabolario perde pezzi minuto dopo minuto. Parole che vengono dimenticate o, peggio, ignorate, cancellate, mistificate. Il corpo docente di questo paese si trova di fronte a un compito immane: quello di salvare la nostra lingua da uno svilimento pianificato a tavolino. Deve ribaltare, giorno dopo giorno, la scarnificazione della lingua italiana che tv, famiglia, politica, e anche certa stampa smantellano di continuo, inesorabili. Devono proteggere quel che resta del nostro vocabolario e recuperare a fatica quanto smarrito. Impresa atta a salvaguardare il sapere, la cultura tutta, sia umanistica che scientifica. Questo va riconosciuto ai tanto vituperati insegnanti: cercare di contrastare una classe politica che vorrebbe il paese a sua immagine e somiglianza, un paese che non azzecca un congiuntivo ma che sa tutto di veline e di reality show. Un paese griffato dalla testa ai piedi e che è convinto che la causa di tutti i mali sia il diverso. E se gli insegnanti allora hanno una colpa, è quella – comune a tutti, ormai – di non essere capaci di farsi sentire e, magari, di rovesciarla la boutade: facciamo un test di cultura generale, quanto meno, a chiunque voglia candidarsi ad amministrare e a governare. Sarebbe l’unico e il più infallibile modo per cambiare davvero questa classe dirigente. Ma sostituita da chi?

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Racconto su Obama

Leggete e diffondete. (Nel senso, non si capisse, che c’è un mio racconto, oltre a altri diciotto, alcuni molto belli).

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Partito Democratico Veneto

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Jesolo, California

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 24 luglio.

Che a Jesolo sia impossibile ritrovare, e perciò rivivere, le atmosfere di qualche decennio fa, è cosa nota da anni. I motivi sono svariati, ma il mutamento di epoca e i nuovi stili di vita sono forse gli aspetti meno importanti. Forse, a incidere di più, è stata quella rincorsa iniziata sul finire dei novanta da parte di chi si è messo in testa di trasformare una località di vacanze per famiglie – provinciale nel senso più nobile del termine – in una spiaggia “californiana”. All’inizio furono le torrette stile Baywatch, del tutto inutili vista la piattezza assoluta dell’Adriatico. Di lì in poi è stato tutto un susseguirsi di derive che andavano in senso opposto a ciò che Jesolo era sempre stata e avrebbe potuto continuare a essere. Un’involuzione “californiana” che è continuata sia sul piano urbanistico, con una cementificazione esagerata e gli enormi grattacieli tuttora in costruzione, sia in quello dell’immagine della località, tipo i concorsi di bellezza o i pezzi di spiaggia dedicati alle star. Malibu e Hollywood, insomma. Ovvio che chi crede in questa linea veda dunque ormai improponibile una Jesolo non solo vissuta da un turismo familiare, ma anche gestita da imprese alberghiere di famiglia. È piuttosto curioso, però, che questa visione, queste scelte, vengano riproposte, difese e ritenute ineluttabili oggi, nel pieno della crisi. Non serve essere un economista per capirlo. Basta aver seguito gli sviluppi di questi ultimi mesi per comprendere che la via d’uscita dal periodo grigio, per tanti nero, è proprio quello di ritornare indietro, abbandonare la grandeur degli ultimi anni e riscoprire sane e vecchie abitudini. Non sono in crisi nera anche le grandi catene alberghiere? Inoltre, ancora oggi, a Jesolo, sono tanti gli alberghi, i ristoranti, i negozi ancora condotti da famiglie che hanno alle spalle generazioni di storia. Strano – e doloroso – sentir dire che per loro non c’è futuro. E tanti sono anche i clienti – famiglie intere – che continuano fedeli ad andare sempre lì, nello stesso albergo, generazioni, pure loro. Gente che è diventata grande e poi invecchiata con l’abituale vacanza a Jesolo, cresciuta insieme agli albergatori, diventati nel frattempo amici. Di famiglia, appunto. Famiglie che oggi sono l’ultima forma di resistenza a un’idea incomprensibile – lontana un oceano, e molto di più – di una Jesolo californiana.

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