Ho appena visto gli originali di queste foto ai Rencontres Arles Photographie. L’autore è Willy Ronis.
Share on FacebookHo appena visto gli originali di queste foto ai Rencontres Arles Photographie. L’autore è Willy Ronis.
Share on FacebookQuesto mio articolo è uscito su il Venezia Epolis lo scorso 4 luglio.
Venezia, la Venezia letteraria, la meno conosciuta, la meno connessa al turismo sfrenato che caratterizza quasi del tutto la città, ha trionfato al Premio Strega di quest’anno. Qualcosa più che un trionfo. Sembrava, mesi fa, dovesse vincerlo Daniele Del Giudice, veneziano, che pubblica da Einaudi e che dopo alcune stupide polemiche, si è tirato indietro con una nobile lettera aperta, lo ha vinto Tiziano Scarpa, veneziano, nato alla Pietà – di cui racconta nel romanzo Stabat Mater – che pubblica da Einaudi. Una gioia per chi ama la lettura e la scrittura. Venezia cuore pulsante della narrativa contemporanea, se ci aggiungete anche Gianfranco Bettin, Renzo di Renzo, Marco Franzoso e qualche altro. Narratori di storie, osservatori del presente, indagatori della società. Ma i loro libri, i loro articoli – come questo – sono sempre roba per pochi, ignorati dai più, scavalcati come qualcosa di superfluo (ah, la cultura), se non di inutile. Quanti veneziani sapevano che Tiziano Scarpa aveva scritto Stabat Mater, o che Gianfranco Bettin ha scritto Gorgo? Per non parlare della loro nutritissima bibliografia precedente. “Venezia è un pesce”, l’originalissima guida che Scarpa a scritto su Venezia. è un must per quasi ogni turista francese o tedesco. Ma i veneziani? E non è un aspetto che riguarda solo i (pochissimi) lettori, ma anche e soprattutto le istituzioni. Per questo è davvero preziosa e importante la vittoria di Tiziano Scarpa al Premio Strega. Per dire a tutti che a Venezia c’è qualcuno che fa, che produce, che racconta. Qualcosa di quasi invisibile, com’è oggi la scrittura, ma un bene importantissimo, una risorsa per questa sgangherata città che rende indiscutibile quel detto: nessuno è profeta in patria. Adesso leggeteli, i libri di Tiziano Scarpa. Fatelo senza pensare allo Strega, perché poteva meritarlo già cinque anni fa, oppure mai, perché la scrittura è qualcosa di imprendibile, difficile da afferrare e – tanto più – da far gareggiare e premiare. Qualcosa che resta e basta. Magari scoprirete che ci sono sguardi che mai avreste immaginato, vi verrà svelata una città inattesa, sorprendente, alla quale non potrete più rinunciare. Vi renderete conto, semplicemente, di non poter più fare a meno della lettura. Un dono inestimabile, grazie anche a Tiziano Scarpa, scrittore veneziano.
Share on FacebookQuesto mio articolo è uscito giorni fa sul Corriere del Veneto.
Ogni volta, quando si cerca di fare una mappatura dello stato della narrativa italiana attuale, i critici tracciano linee nette, precise. E allora ecco la scuola (o il gruppo) milanese, quella romana e, a volte, la napoletana. Se tracciate una retta, sulla carta, ne verrà fuori una direttrice piuttosto lineare. Comoda, semplice. Troppo complicato, in effetti, provare a defilarsi un po’ più in là. Setacciare fra i libri che si scrivono un po’ più a est, qui, nel Triveneto. Qui dove, da anni, molti anni, sono attivi una quantità (e una qualità, anche) di scrittori. Ogni volta, la evidentemente complicata deviazione a nordest viene ignorata (salvo rarissime attenzioni al gruppo di scrittori bolognesi). Nulla di grave, per carità. Nonostante questo noi, autori del nordest, continuiamo a scriverne, di libri, certi di dare, ogni volta, il meglio. Consapevoli di fare, di libro in libro, dei passi in avanti. Per tutto ciò la vittoria del nostro amico Tiziano Scarpa è importante. E voglio sottolineare la parola amicizia non come vezzo ma come elemento fondante di questo gruppo. Anzi, dev’essere proprio questa, un’amicizia che non scatena polemiche, che non dona motivo di risibili scoop letterari, la causa dello scarso interesse della critica (di quel che resta della critica in Italia) nei nostri confronti. Certo, la scrittura, la vera scrittura, quella che ti fa passare la vita a inventare altre vite, che spinge la tua vicenda a costruire altre vicende, non ha bisogno di questo tipo di stimoli. L’esigenza della narrazione viene sempre da dentro, mai spinta da un fuori che ti cataloga, che ti lusinga, anche, o che ti contraddice. Nonostante l’assenza di un dibattito attorno a noi, noi scriviamo lo stesso. Qui, nessuno di noi aspetta il libro dell’altro pronto a tendere agguati, a mettere in discussione. Qui la discussione avviene prima, durante le stesure, ci si scambia i manoscritti, e i libri crescono grazie al contributo prezioso di tutti. E mentre scrittori romani e milanesi riempiono pagine di giornale sui più svariati argomenti, noi scriviamo libri. Tout simplement, perché questo è quel che conta. Poi, se i premi arrivano, ce li prendiamo con la consapevolezza di esserceli meritati, non certo cercati morbosamente. Questo è successo al nostro amico veneziano Tiziano Scarpa. Lui fa lo scrittore a trecentosessanta gradi, e il Premio Strega, lui, non l’ha mai cercato. È arrivato dopo un percorso fatto di romanzi, libri di saggistica, di poesia, testi teatrali, canzoni. Un riconoscimento indiscutibile così come è indiscutibile il lavoro fatto dai suoi amici scrittori (che non elenco perché ci vorrebbero almeno tre-quattro righe). Talmente indicutibile che, infatti, raramente viene discusso, e riconosciuto, dai media nazionali. Ma che cresce e vince i Premi Strega. Per merito, appunto, indiscutibile.
Share on FacebookQueste mappe registrano semplici spostamenti, a volte minimi, altre volte meno. Ci si sposta sul territorio, e oggi puoi raccontarlo in mille modi. Uno è questo, un miscuglio di geografia, immagine e racconto. Vediamo se funziona. Dovete fare clic sul puntino verde (uno o più, a seconda, per ora uno soltanto), poi sulla lente d’ingrandimento, e infine sulla foto. Si aprirà un link, rifate le stesse cose. Non è complicato come sembra. Buona ricerca, visione, lettura.
Share on Facebook[Traduzione di Irene Campari]
Buon pomeriggio a tutti. E’ un grande onore per me essere ad Accra, e parlare con i rappresentanti del popolo del Ghana. Sono profondamente grato per l’accoglienza che ho ricevuto, come lo sono Michelle, Malia e Sasha. Ghana è ricca di storia, i legami tra i nostri due paesi sono forti, e sono orgoglioso per questa mia prima visita nell’Africa sub-sahariana come Presidente degli Stati Uniti.
Parlo a voi dopo un lungo viaggio iniziato dalla Russia con un vertice tra due grandi potenze. Sono stato poi in Italia per il summit tra le principali potenze economiche del mondo. E ora sono qui, in Ghana, e il motivo è semplice: il XXI ° secolo sarà forgiato non solo da ciò che accade a Roma, Mosca o Washington, ma anche da ciò che accade ad Accra.
Questa è una semplice verità in un momento in cui i confini tra i popoli sono sconvolti dalle interconnessioni. La vostra prosperità Read the full article »
Share on FacebookEcco il tweet, inviato da The Edge poco fa dal suo telefonino. Il chitarrista degli U2 fotografa Bono in aereo.
http://twitpic.com/arsgj – (via @U2_360Tour)
Share on FacebookQuesto mio articolo è uscito lunedì 13 luglio su il Venezia Epolis.
Il fallimento del calcio a Venezia deve essere una lezione per tutti. Si tratta infatti di una conseguenza diretta di questa nostra epoca. Se si va ad analizzare la drammaturgia, la scansione degli episodi che hanno portato alla fine della SSC Venezia, la lettura non può che essere una: oggi, le promesse valgono più dei fatti. Ci siamo abituati, da troppi anni ormai, a dare fiducia a chi la spara più grossa. Affascinati – e non si capisce bene perché – da chi ostenta un potere che poi magari non ha. Attratti più dalla superficie che dal contenuto. Dai proclami più che dai pensieri che dovrebbero caratterizzare chi intraprende. Ci si sdilinquisce davanti a una fuoriserie, a un completo gessato, ci si commuove di fronte a una generosità fasulla che cerca solo facile consenso, che serve a coprire il vuoto che c’è dietro. Sì, quello che è successo a Venezia è una chiave di lettura dell’Italia di oggi. E il fallimento del calcio ci vede tutti responsabili, complici di questo sistema basato sulla credulità. Nessuno che si ponesse dei dubbi, nessuno che andasse davvero a vedere con chi avevamo a che fare. Nessuna inchiesta, nessun approfondimento da parte di chi aveva gli strumenti per farlo. Ma, ripeto, questa è l’epoca. Se dobbiamo scegliere fra qualcuno che, umilmente, a fatica, fa qualcosa, ottiene qualche piccolo risultato, e chi invece arriva e ci dice che lui può fare ben di più, ti promette risultati strabilianti, ti sorride e sfoggia la sua – apparente – ricchezza, noi, oggi, non abbiamo dubbi. Ci gettiamo nelle braccia di quest’ultimo fino a quando, è inevitabile, questo non ci lascerà in braghe di tela. Il disastro del calcio a Venezia avremmo potuto fermarlo facilmente, tutti insieme, se solo lo avessimo voluto, perché qualcuno capace di leggere fra le righe, qualcuno in grado di interpretare il sottotesto nascosto fra le pieghe di quei falsi sorrisi, dietro una facciata di cartapesta, qualcuno c’era, ma parlava al vento. Perché oggi, guardare un po’ più a fondo, saper osservare più lontano, decodificare comportamenti e linguaggi è visto come qualcosa di sovversivo. Vero. Sovverte l’immenso luogo comune, il terrificante abbaglio cui siamo vittime da troppo tempo ormai. La saggezza è un ostacolo, oggi. Intanto il disastro avanza. E distrugge.
Share on FacebookQuesto mio articolo, dal Corriere del Veneto del 12 luglio 2009
L’ultimo pomeriggio, alla sede del Venezia calcio, con i giocatori in attesa degli stipendi, i dipendenti di un futuro, i tifosi di una speranza. Incroci di telefonate, bip di sms, un tam tam continuo sul niente, sugli infiniti condizionali sciorinati dai Poletti in questi mesi infiniti di promesse, di menzogne, di prese in giro. E la rassegnazione che monta, la rabbia anche, per chi era arrivato lì da lontano fin dalle nove del mattino, convocato per l’atto finale di una sceneggiatura pazzesca. Il tempo che passa, scandendo un conto alla rovescia che nessuno qua dentro ha il potere di bloccare. Guardi i trofei del Venezia, in bacheca, accanto al libro del centenario, e sai che il conto alla rovescia rischia di spazzare via tutto questo. A turno, tutti danno un’occhiata dentro a quei vetri, consapevoli, ormai, di essere stati gli ultimi grandi protagonisti di quella storia lunga cent’anni. Il Venezia si sta spegnendo, grazie alla sventatezza, alla sfrontatezza di gente che solo il silenzio e gli sguardi di chi sta qua dentro sanno definire al meglio. Eppure, questa fine rende ancora più grande, ancora più nobile, ancora più pura l’impresa che la squadra del Venezia aveva compiuto sul campo, salvando la squadra dalla retrocessione. Lo sguardo di tutti i giocatori, di Michele Serena, di Andrea Seno, di Leandro Casagrande e di tutti gli altri qua dentro, nella sede del Tronchetto, è uno sguardo rassegnato ma fiero, di chi sa di aver fatto più di quanto era nelle loro possibilità. Sono altri, ad aver fallito. Dentro a queste stanze, l’ultimo pomeriggio del calcio a Venezia, ci sono uomini veri, che per mesi hanno lavorato senza stipendio per raggiungere comunque un obiettivo che era dovuto alla maglia che indossavano, che era dovuto a una città che non finirà di ringraziarli, di abbracciarli. L’ultimo saluto al calcio a Venezia, lo hanno dato questi ragazzi, che non vestiranno più, loro malgrado, i colori arancioneroverdi, ma che hanno saputo indossarli come nessun altro mai. Nelle stanze della sede, l’ultimo pomeriggio del Venezia, è stata scritta una delle pagine più buie e però più alte della storia del calcio di questa città. Questi uomini, dallo sguardo rassegnato e fiero, incredulo e nobile, hanno dato a tutti una lezione di vita. Ci hanno insegnato che il calcio di oggi è semplicemente un mestiere e non un privilegio. Più nessuna differenza fra il campo e la fabbrica. Poi le lacrime, disperate e rabbiose del capitano, Mattia Collauto, rimasto dentro la nave che affondava, a differenza di chi si è tenuto ben alla larga, nemmeno il coraggio di venire a dire in faccia a tutti come stanno le cose, e magari chiedere scusa. Le lacrime di Paolo Poggi, che ha già un altro mestiere eppure era lì, insieme ai suoi compagni a condividere più di altri, lui, di Sant’Elena, un attaccamento che è come il respiro, che è la vita. Le lacrime di Andrea Maistrello, il dodicesimo uomo in campo, il simbolo di ogni tifoso, lui che c’è sempre, come tanti altri, accorsi qui, tifosi che non hanno mai mollato e che anche adesso, dimostrano la loro saggezza. Poi però dopo le lacrime, dopo lo sfogo, tutti a domandarsi come ripartire, come fare. Perché oggi muore il calcio a Venezia, ucciso da gente incapace e cinica, e però è pronto a rinascere subito. Un’impiegata poco prima di chiudere definitivamente i battenti, porta in salvo la Coppa Italia che il Venezia ha vinto nel 1941. Che non ci portino via pure questa, dice. E allora, ecco, si può ripartire da lì. Fuori, Mattia Collauto chiede a Massimo Lotti, il portiere, se lui ci sta a ripartire di nuovo. Da quale serie, poco importa. Io ci sono, risponde. Poi chiama al telefono Paolo Favaretto, l’allenatore che fu il secondo di Nello Di Costanzo. Io ci sono, risponde. Ecco, questi sono gli uomini del nuovo Venezia. Come lo chiamiamo, chiede qualcuno. Unione Calcio Venezia, dice il capitano. Perché no, replica il papà di Paolo Poggi, venuto a consolare tutti. Mancano solo i soldi, come sempre. Ma a Venezia c’è già la voglia di ritornare a giocare a pallone sull’acqua. A pallone però, non a calcio.
Share on FacebookQuesto articolo è uscito sul manifesto del 10 luglio 2009.
Quando Bono, cantando Ultraviolet si aggrappa a un microfono che sembra venire giù dritto dal cielo, ho pensato che le passioni, le ossessioni, spesso sono un gancio per tenerci aggrappati alla giovinezza. Per Gianfranco Bettin e me è così, anche se poi, gli U2 sono ben altro, visto quanto e come sono entrati nei nostri stessi libri. Perciò partiamo per Milano, seconda data del 360° Tour, messa seriamente a rischio dallo sciopero dei benzinai. In macchina inizia il derby dei fans, giocato da un interista e un milanista, su chi ha visto più concerti. Stravince lui undici a cinque, del resto il milanista sono io e si sa come vanno le cose in questi ultimi tempi. Da anni, poi, non giochiamo più il match dei bootleg. Il divieto della vendita prima e l’avvento degli mp3 poi, ha reso impraticabile la sfida.
Mentre sistemo batterie supplementari e schede di memoria nella macchina fotografica, riceviamo prima una telefonata che ci aggiorna sulla situazione degli arresti dei no global. Nell’altra, la notizia che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva dei lavori del Villaggio Sinti di Mestre, voluta a tutti i costi dall’opposizione di destra. Evviva il rock, che qui in particolare non c’entra, ma che va sempre bene. Qualche cd di introduzione alla serata, non necessariamente U2, ma anche Springsteen, REM, Genesis e di coda c’è un accenno solo in uscita dall’autostrada. Poi, si inanellano una serie di colpi di fortuna che la dicono lunga di come sia diverso il nostro approccio a questo concerto rispetto al precedente visto insieme, Elevation Tour 2001, data di Torino, 21 luglio, noi in arrivo da Genova, dopo i due giorni infernali, tragici del G8, entrati a concerto già iniziato – imperdonabile per un fan – e che all’uscita ci riservò un’altra telefonata, direttamente dalla Diaz e via di corsa verso Genova.
Stavolta è divertente constatare che siamo gli unici a entrare nel nostro settore, nessuna coda, e idem alla toilette, per un altro rito, irrinunciabile, pre-concerto. Dentro, gli Snow Patrol, ottimo gruppo, ben più che emergente, sta suonando davanti a una platea che si sta formando e perciò un po’ distratta. Mi sono sempre chiesto che cosa provi, il classico gruppo spalla, a sentirsi in sostanza un puro riempitivo. Si srotolano striscioni: “Add Bono to G8”, oppure quello dove si legge un numero di cellulare e sotto scritto “Edge call me”. Sono certo che se lo facessi lo troverei occupato ma non per colpa di The Edge. La struttura del palco fa impressione. Guardiamo ammirati quell’artiglio, o astronave, o quello che volete. Gianfranco fa un po’ di calcoli per capire in quale punto preciso dello stadio ci troviamo. Viene fuori che siamo in Curva Nord, quella interista, dove mai avrei pensato di mettere piede, un giorno. Gli Snow Patrol salutano e sull’enorme display dell’artiglio appare la scritta “Snow Patrol loves Milano”e sul palco gli addetti preparano gli strumenti per i quattro di Dublino. Il prato è pieno e a pochi metri dal palco ci sono delle toilette chimiche. Mi domando che effetto faccia fare pipì mente Bono canta dal vivo lì a due passi. Parte Space oddity, di David Bowie, ed è in perfetta sintonia con l’atmosfera spaziale di questo palco a 360° che dà il titolo al tour.
Un boato, naturale, li accoglie sul palco. Ma a San Siro il boato di quasi ottantamila persone bisogna provarlo per capirlo. Raccontarlo è impossibile. Io scatto e riprendo e da bravo fan voglio anche condividere e mando qualche mms e email. Poi cantiamo, come tutti, va da sé. Forse c’è anche un che di consolatorio in tutto questo. Condividere gli U2 non è solo una questione musicale, ma molto altro. Lo vedi – lo senti dentro, soprattutto – quando partono canzoni come Sunday Bloody Sunday o Angel of Harlem, tutti le urlano, più che cantarle. Ma il vero boato, che fa tremare San Siro, è quando Bono parla di Berlusconi, delle sue promesse non mantenute riguardo al debito dei paesi più poveri. Un boato fatto di urla, di fischi e, sì, di odio forse anche o di esasperazione e vergogna, quanto meno. E il nome di Berlusconi pronunciato qui, mi dà un senso di sporcizia. Poi però subito ritorna il rock. E i quattro continuano a percorrere i 360° del palco, corrono, saltano, suonano, cantano. Uno spettacolo enorme. Che sembra non finire mai, o non vorresti finisse mai, e poi infatti non finisce, perché va a sommarsi agli unidici di Gianfranco, ai cinque miei e ai chissà quanti di tutti quelli che sono qui e gli U2, allora, sono semplicemente la colonna sonora della tua vita, tutto qui. E alla fine, è rock anche la frenesia degli addetti che iniziano subito a smontare il palco mostruoso, e restiamo lì ad ammirarli mentre San Siro si spopola. Sparpagliando gli U2 in giro per le proprie vite. Le nsotre. Magnificient, oh oh oh.
Ricordo a me stesso e a chi ne abbia voglia che oggi, due anni fa, arrivava in libreria il mio romanzo Cosa cambia (Marsilio). E che cosa è cambiato?
Share on FacebookSTREGA: SCARPA VINCE PER UN VOTO, TESTA A TESTA CON SCURATI
SPE S0B S41 QBXL STREGA: SCARPA VINCE PER UN VOTO, TESTA A TESTA CON SCURATI (ANSA) – ROMA, 3 LUG – Erano un pò di anni che non si assisteva a un finale come quello di ieri sera, con Tiziano Scarpa che vince con 119 voti, assegnando al suo ‘Stabat Mater’ il 63/mo Premio Strega, superando in extremis ‘Il bambino che sognava la fine del mondò di Antonio Scurati per un solo voto. Dopo le polemiche che hanno preceduto questo premio e la Mondadori che aveva detto si sarebbe ritirata quest’anno dalla competizione, ecco che attraverso la Einaudi, casa editrice di Scarpa, il gruppo Mondadori si aggiudica ancora una volta, e per il terzo anno consecutivo lo Strega. È curioso che le polemiche che avevano portato la Mondadori a fare un passo indietro erano nate proprio a proposito di un altro autore Einaudi, Daniele Del Giudice, che era dato per favorito con troppo anticipo. Evidentemente il gruppo riesce a controllare un pacchetto di voti che è il più consistente di tutti specie ora che non c’è più quella mazzetta di schede che seguiva le indicazioni di Anna Maria Rimoaldi e poteva contrastare la forza degli editori. Gli altri tre concorrenti della cinquina hanno avuto rispettivamente Massimo Lugli con ‘L’Istinto del lupò 58 voti, Cesarini Vighy con ‘L’Ultima Estatè 36 voti e Andrea Vitali con ‘Almeno il cappellò 28 voti. Una serata quindi emozionante e che ha tenuto tutti col fiato sospeso mentre i due contendenti si superavano a turno di pochissimi voti e risultavano spesso alla pari. Ma una serata tranquilla che pareva essersi lasciata alle spalle tutte le polemiche. Naturalmente c’è chi fa notare che aver deciso che ogni votante non potesse consegnare più di una sola scheda, la propria, non è servito a molto, perchè a chi avesse rastrellato voti bastava poi spedirli singolarmente per posta. Tullio De Mauro, presidente del comitato che gestisce il Premio da parte sua ha sottolineato come «forti pressioni, quando ci sono in gioco scelte importanti, ci sono dappertutto, all’università come all’Accademia dei Lincei, ma poi è il singolo che ha in mano la scheda e decide cosa farne». Ora il comitato è comunque in attesa di proposte per cambiare eventualmente il regolamento prima della prossima edizione. In molti chiedono che la giuria, composta da circa 400 Amici della Domenica, venga sfoltita e che non se ne possa più far parte a vita. PER/TER 03-LUG-09 01:01 NNN
FINE DISPACCIO
STREGA: SCARPA, ALZO IL BICCHIERE BRINDANDO A GIULIO EINAUDI
SPE S0B S41 QBXL STREGA: SCARPA, ALZO IL BICCHIERE BRINDANDO A GIULIO EINAUDI (ANSA) – ROMA, 3 LUG – «Alzo il bicchiere brindando a Giulio Einaudi. Mi piacerebbe che fosse qui perchè ha creduto tanto nel mio primo libro». Lo ha detto Tiziano Scarpa, vincitore della 63/ma edizione del Premio Strega conquistato con ‘Stabat Mater’ (Einaudi) per un voto in più rispetto ad Antonio Scurati. Scarpa ha voluto dedicare il premio a «Lucia, la mia compagna che quando ha letto la prima volta il libro mi ha detto che era troppo pomposo ed io – ha detto il vincitore dello Strega – l’ho riscritto». Sulla competizione all’ultimo respiro con Antonio Scurati che li ha visti insieme sul palco fino alla proclamazione, Scarpa ha commentato: «Sembravamo dei corridori. Scappava uno e l’altro recuperava. Abbiamo imparato la lezione. Siamo diventati un pò spettacolari. Ho vissuto questo momento come con le tecniche sufi, come quando si galleggia con l’anima fuori dal corpo». Infine lo scrittore veneziano ha ricordato che: «C’è il progetto di un film, un kolossal su Vivaldi annunciato da tre o quattro anni, che non è ancora stato fatto e che mi ha spinto a scrivere prima il libro. Ma, credo che questo romanzo sia un pò intimo, non sarebbe un film scenografico ma sull’intimità. È un libro che va all’osso. Ho tolto le parole di troppo, ho imparato da Vivaldi. Anche della Venezia del ’700, ho tolto le gondole e tutta la scenografia per calarmi nel profondo della storia». Scarpa, saggista, autore teatrale e anche attore per un minuto nel film di Monicelli ‘Le rose del desertò, è originario di Venezia dove è nato nel 1963, ed è autore di numerosi libri fra cui ‘Occhi sulla graticola’, ‘Amore’ e di ‘Venezia è un pesce’. CA/TER 03-LUG-09 01:08 NNN
FINE DISPACCIO
Caro Dio, quando ti ho chiesto di far morire quel pedofilo truccato, liftato, mentalmente disturbato, non intendevo Michael Jackson.
Share on Facebook