Giro d’Italia a Venezia

Questo mio articolo è uscito venerdì 8 maggio sul Corriere del Veneto.

Il Giro d’Italia sarebbe passato per Mestre quel giorno. Erano gli anni sessanta, verso la fine del decennio, Eddy Merckx in maglia rosa, e mio padre venne a prendermi a scuola in anticipo. Disse al maestro che mi portava a vedere il Giro e non è difficile immaginare che uscii tronfio dall’aula, grembiule e cartella sulla spalle. Forse non fui l’unico a godere di quel privilegio, è probabile che molti altri padri abbiano fatto la stessa cosa, quel giorno. Passava il Giro d’Italia sotto casa, verso l’ora di pranzo, come non approfittarne? Per anni, però, mi è piaciuto credere di essere stato l’unico, quella volta, a bearmi di quella piccola – e autorizzata – trasgressione. Il Giro passava in Circonvallazione, mi pare, e quel che ricordo bene, era la carovana che precedeva i ciclisti. Cominciarono a passare molto tempo prima. Le staffette in moto, e poi quelle auto multicolori, da cui lanciavano dei gadget, e devo averli ancora da qualche parte, gli omini Michelin portachiave e multicolori pure quelli. Un bel passatempo ma a me interessavano i ciclisti. Anzi, un ciclista. Eddy Merckx. Il cannibale. Ero piccolo, ma già avevo imparato ad amare i campioni. Non oso immaginare, invece, quante volte avrò chiesto a mio padre “fra quanto passano”, con le probabili varianti “ma quando passano” e “quanto manca”. Immagino l’ansia, quella sì, perché a otto, nove anni, in quei casi l’ansia è un sentimento cruciale. Giunse il momento. E fu un istante. Il gruppo compatto sfrecciò davanti ai miei occhi in pochi, pochissimi secondi. Fu una specie di sibilo gracchiante accompagnato da uno “sguisch” d’aria calda. Fine. Non fu però una delusione. Mio padre mi aveva preparato. Mi ripetè più volte di concentrarmi, di guardare con attenzione, e io sì che lo vidi, Eddy Merckx. Era quella macchia rosa, in mezzo al gruppo, una scia dal colore unico e inconfondibile in mezzo a tutti gli altri. Non oso immaginare – anche questo – per quanto tempo mi sia vantato coi miei compagni, di averlo visto, Eddy Merckx. Devo averne anche scritto un tema, mi pare. E qualche anno dopo, doveva essere domenica, però, quella volta, in barca, sempre con mio padre, attraccata a due passi da Piazza San Marco, e se me li ricordo, eccome, gli occhi rossi di Francesco Moser, in pieno sforzi, prima della curva finale della cronometro che arrivava in Piazza San Marco. E anche tutti gli altri, compreso De Muynk, che se non sbagli poi lo vinse, quel Giro. Ecco, tutto questo per dire che, nonostante tutto, nonostante il Cera, e Rebellin e i dubbi su Armstrong, il fascino del ciclismo è sempre lo stesso (pure Merckx venne escluso per doping a un Giro, no?), e mi auguro allora che nei prossimi giorni siano tanti i padri a fare come fece il mio. Perché non avrei mai ricordato cosa avremmo fatto in classe quel giorno, ma mai dimenticherò, invece, quella macchia rosa sfrecciare davanti ai miei occhi.

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