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febbraio | 2009 | robertoferrucci.com
Month: febbraio, 2009

Il nucleare dei politicastri

Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis del 28 febbraio 2009.

E adesso tutti parlano di nucleare. Tutti si sentono competenti. Senti consiglieri comunali veneziani disquisire con maldestra disinvoltura sui motivi per cui il nucleare è oggi indispensabile. Consiglieri comunali qualunque che individuano con esattezza aree dove piazzare gli eco mostri più pericolosi del mondo (Chernobyl è troppo lontano per la memoria inesistente di questo paese) e buttano là Chioggia, senza saperne niente, senza nemmeno immaginare quanti e quali siano le variabili atte a dare idoneità a un territorio per impiantarci sopra un coso come quello. Sono i politicastri di oggi, gente che da uno scranno di provincia esprime opinioni su tutto. È la classe politica che sceglie per noi, che non sa nulla ma decide su tutto. Si parla di nucleare e ci si dimentica, o si finge, di un referendum popolare che disse no al nucleare. Che cosa resta di quel referendum quando arriva il demagogo di turno a dirci che senza il nucleare le nostre macchinette possiamo scordarci di poterle mettere in moto? (E noi, tutti, stolti, a credergli, ovviamente). Ma, del resto, perché la politica dovrebbe preoccuparsi di un popolo che ha ormai sancito la propria indifferenza a tutto o quasi? Ci passano sopra con il bulldozer e noi zitti sotto. Così, i politicastri da quattro soldi ci spiegano tutto, ci insegnano. Gente che mai ha ascoltato (figuriamoci se l’ha letto poi), uno come Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica. Lo avessero ascoltato, lo avrebbero sentito dire e spiegare con chiarezza il motivo per cui il nucleare è oggi un sistema obsoleto e perciò pericolosissimo, oltre che estremamente costoso. Ma nel paese del magna magna, si sa, sono sempre i progetti più costosi a essere scelti (vedi il Mose, tanto per stare da queste parti). Lo avessero ascoltato, lo avrebbero sentito dire anche che è tanto e tale il tempo per mettere in piedi quelle centrali, che mai il nostro paese sarà in grado di portarle a termine. Carlo Rubbia, patrimonio inestimabile di questo paese, che è stato costretto a emigrare, a portare la sua sapienza altrove. Fa il consulente per lo stato spagnolo. A noi bastano i politicastri da quattro soldi, quelli che sanno tutto. E decidono per noi. A vanvera.

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Sentimenti e realtà

Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis si sabato 21 febbraio.

Questo pomeriggio, al Centro Candiani di Mestre, organizzato dal Circolo Tobagi, c’è l’appuntamento con l’Officina della Scrittura. L’incontro ha un titolo: i sentimenti. Dovrò parlarne e poi farne scrivere. Con imbarazzo. Con l’imbarazzo di chi (in quanti siamo? Tanti? Pochi?) si rende conto che questa è un’epoca, un momento, nel nostro paese, dove i sentimenti stanno subendo spallate che rischiano di essere decisive. Determinanti, questo è sicuro. Quel che sta accadendo attorno a noi, tutti i giorni, con un’escalation che sembra non avere fine, condiziona, incide, svilisce i sentimenti di ciascuno di noi. Quando i valori fondamentali vengono prima messi in discussione e poi, lentamente, cancellati dall’alto, dalle istituzioni, ogni sentimento, tutta la gamma delle emozioni che ci attraversano, subiscono condizionamenti, mutamenti imprevedibili e fuori luogo. La strumentalizzazione della vicenda di Eluana, il tema della sicurezza come unico argomento su cui dibattere attraverso la sempre più spessa lente della demagogia, entrano nel nostro privato e lo portano verso un altrove impensabile, inaccettabile. E i sentimenti ne conseguono, in un mix incongruo e pazzesco. E poi la crisi economica, di cui si evita di parlare, dall’alto, che precarizza ancor più una precarietà già precaria da anni. Provate a pensare cosa significhi, oggi, per una giovane coppia, decidere di mettere su famiglia, insomma. Ciò che fino a qualche anno fa era qualcosa di ovvio, di naturale, che implicava tutt’al più di fare un po’ di attenzione alle tasche, oggi diventa un’impresa, impraticabile e folle. Per tutto questo, e molto altro, oggi è maledettamente difficile parlare di sentimenti. Dire a qualcuno come vanno raccontati. Ciò che è diventato terribile, oggi, è constatare che raccontare i sentimenti, narrarli in un racconto, in un romanzo, significa dover fare i conti con un inevitabile conflitto. Che qualunque storia – d’amore, d’amicizia, familiare, un thriller o quel che volete aggiungere a questa lista – qualunque personaggio d’invenzione non può che entrare in un corpo a corpo tremendo con un contesto che ci sfugge, dalla deriva evidente, inaccettabile eppure apparentemente ineluttabile. Con questo, bisognerà fare i conti, questo pomeriggio, all’Officina della Scrittura.

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@powercioccio io vado su quell…

@powercioccio io vado su quello del corriere, che dà le notizie più in fretta…

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U2, nuovo album

Da giorni ascolto e riascolto No line on the horizon, il nuovo album degli U2 che uscirà il 3 marzo prossimo. Vorrei essere capace di scriverne, e forse ci proverò. Per ora, magari, guardatevi e ascoltatevi Breathe, uno dei brani più belli e intensi dell’album.

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Ronde anomale, di nuovo

Questo mio articolo è uscito sabato 21 febbraio su il manifesto.

 

Per anni, e fino a non poco tempo fa, le sparate della Lega sono state lette, più o meno da tutti, da politica e istituzioni in particolare, come qualcosa di folkloristico. Le chiare e inequivocabili istigazioni alla violenza e al razzismo, anziché preoccupare, anziché essere fermate con forza, determinazione, venivano liquidate con un sorriso. Dalle mie parti, le dichiarazioni da galera di Gentilini, sono sempre state affrontate con il sorriso invece che col codice penale. Il risultato? Eccolo. Le ronde padane, quelle che fecero tanto ridere più di dieci anni fa, a Jesolo e dintorni, oggi sono istituzionali, riconosciute dalla legge. Non serve dirlo a voi lettori che il fascismo iniziò con molto meno. E inutile dire che, analizzando quest’esacalition, è evidente intuire dove arriveremo. Quel che più sconcerta è l’indifferenza e la rassegnazione di chi, invece di reagire urlando in piazza, se ne sta nelle stanze di partito a discutere di scemenze. Già, perché qualunque argomento, sia il nuovo segretario del PD, sia il destino della sinistra sparita, sono sciocchezze di fronte a quel che sta accadendo sul territorio, assecondato e legalizzato da chi sta oggi al potere. E il peggio parte sempre da qui. Dal nord est, serbatoio della Lega. Le ultime isole, la provincia e il comune  di Venezia, il comune di Padova, amministrate dal centro sinistra, è quasi certo cambieranno colore la prossima primavera e quella del 2010. Un deriva che mette i brividi, ma a cui sembra impossibile fare fronte. Ma del resto, ce la siamo voluta. Ridevamo, quando Gentilini diceva che bisognava vestire da leprotti gli extra comunitari, qualche magistrato, tiepidamente, ci provò, a fermare legalmente l’istigazione alla violenza, ma furono tentavi tiepidi e inutili. Oggi, siamo passati alle vie di fatto. Gentilini ha trovato emuli ben più feroci e determinati di lui, una dozzina di sindaci sparpagliati nel Veneto e privi di scrupoli. Istigano alla violenza nei loro comizi, nei loro comunicati stampa, nelle loro ordinanze. Usano un linguaggio che in qualunque altro paese fa scattare una denuncia se non le manette. E l’assuefazione a quel linguaggio è ormai dentro a tutti noi. Non ci si indigna più. Al massimo ci si rassegna. E siamo finiti in un Far West diffuso. Far West significa ovest lontano. Lo conosciamo bene, il Far West. Sta dentro il nostro immaginario, con le facce di Clint Eastwood e John Wayne, i film di Sergio Leone, i duelli sotto il sole a picco. Da quelle parti, la legge la facevano gli sceriffi, ed era una legge un po’ così, spesso improvvisata, beccavi uno, lanciavi la fune attorno al ramo del primo albero, e il tizio, poco dopo, ci pendeva sotto, appeso per il collo. Nessun processo, nessuna difesa. Robe da Far West, appunto, come si dice oggi, quando ci si fa giustizia da sé. Il nostro Nord Est è ben diverso dal Far West. È il suo opposto geografico, ci siamo pienamente dentro e, soprattutto, sono passati quasi un paio di secoli da quel Far West. Nel frattempo, credevamo che la società avesse fatto passi da gigante e quelle cose lì fossero relegate, appunto, a un immaginario del passato. Invece no. Oggi, questo nostro nord est assomiglia sempre di più a quel vecchio Far West. Ultimamente, dalle nostre parti, succedono cose che pensavi di vedere soltanto al cinema. Le ronde, ad esempio, pensavi fossero cose da ventennio fascista, da vedere, appunto, al cinema. Chi ha qualche decina d’anni più di me, quelle ronde se le ricorda bene, e dovrebbe sentirsi scorrere addosso gli stessi brividi di allora, alla sola idea. Invece, in questo paese dal nome Italia, e nel Veneto in particolare, ahimè, le ronde sono già una realtà. Disarmate ma pur sempre inquietanti quelle a Jesolo e dintorni, terrificanti quelle armate di spranga e altro che imperversano ed entrano in azione nelle periferie di Roma. Non si parla d’altro, dalle nostre parti, da qualche mese. Mentre il mondo sprofonda in una crisi di cui non si conoscono ancora gli esiti, mentre gli altri governi sono concentrati su ciò che di più serio esista oggi al mondo, qui si fa della demagogia. Una demagogia a uso e consumo di chi ha interesse che la gente — noi — si concentri su altro. Non solo. Perché poi tutto ciò va alimentato, la fiamma va tenuta alta e mica è facile. Una fiamma che faccia anche tanto fumo, utile a obnubilare i cervelli, le coscienze. E allora le istituzioni, pur di ottenere il risultato prefissato, non badano a esagerazioni che travalicano ben più che il buon senso e la legge stessa. Sì perché quando ascolti un sindaco — sedicente sceriffo — dire in pubblico che è un peccato che la polizia sia arrivata in tempo per salvare dal linciaggio un rumeno appena fermato, questa non è altro che istigazione alla violenza. E tutti — tutti — sappiamo che è inconcepibile che un sindaco possa fare affermazioni del genere. Lo sappiamo, così come sappiamo anche che menti sprovvedute e incoscienti, davanti a parole simili che piovono dall’alto di un’istituzione, possono tranquillamente farsi prendere la mano con l’idea che, tanto, l’ha detto pure il sindaco. E così il Nord Est, ma anche l’Italia tutta, rischia di diventare ben peggio di quel lontano Far West. Un paese incarognito e sempre più isolato dal resto del mondo. Ma con le spranghe a portata di mano.

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Tramonti anomali

Faceva uno strano effetto, ore fa, pressappoco al tramonto, guardare il cielo sopra Venezia ed accorgersi che sembravano essere due, i tramonti. Quello naturale, sopra l’isola di San Giorgio, un tramonto rosso fuoco, e quello chimico, artificiale, poco più in della Salute. Le torce di Porto Marghera. Vengono accese raramente, e quando accade, viene fatto di notte. Stavolta invece la sera, pressappoco al tramonto. Poco dopo, nella mailbox, il comunicato stampa del comune, a rassicurare che tutto era a posto. Eppure, leggere quel comunicato mi ha fatto venire qualche brivido, per via del linguaggio e di ciò che evoca.

Alle ore 17.57 il sito Internet del Comune di Venezia ha attivato il “codice verde” primo stadio del sistema di comunicazione d’emergenza a causa di un evento visivo dovuto all’accensione delle torce di Porto Marghera.
Questo il contento del messaggio che appare sul sito:

Data ed ora della notizia: 20 Febbraio 2009, 17:57

Si comunica che in data odierna, 20 febbraio 2009, alle ore 16.55 si sono attivate le torce di Fusina dell’impianto CR 1/3 dell’azienda Polimeri Europa di Porto Marghera a causa blocco compressore P201.
Il gas convogliato in torcia a combustione, costituito prevalentemente da metano, etilene e propilene, risulta ampiamente entro la capacità smokeless delle stesse.

Venezia, 20 febbraio 2009

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Ronde inquietanti

Questo mio articolo è uscito il 18 febbraio sul Corriere del Veneto.

Far West significa ovest lontano. Lo conosciamo bene, il Far West. Sta dentro il nostro immaginario, con le facce di Clint Eastwood e John Wayne, i film di Sergio Leone, i duelli sotto il sole a picco. Da quelle parti, la legge la facevano gli sceriffi, ed era una legge un po’ così, spesso improvvisata, beccavi uno, lanciavi la fune attorno al ramo del primo albero, e il tizio, poco dopo, ci pendeva sotto, appeso per il collo. Nessun processo, nessuna difesa. Robe da Far West, appunto, come si dice oggi, quando ci si fa giustizia da sé. Il nostro Nord est è ben diverso dal Far West. È il suo opposto geografico, ci siamo pienamente dentro e, soprattutto, sono passati quasi un paio di secoli, da quel Far West. Nel frattempo, credevamo che la società avesse fatto passi da gigante e quelle cose lì fossero relegate, appunto, a un immaginario del passato. Invece no. Oggi, questo nostro nord est assomiglia sempre di più a quel vecchio Far West. Ultimamente, dalle nostre parti, succedono cose che pensavi di vedere soltanto al cinema. Le ronde, ad esempio, pensavi fossero cose da ventennio fascista, da vedere, appunto, al cinema. Chi ha qualche decina d’anni più di me, quelle ronde se le ricorda bene, e dovrebbe sentirsi scorrere addosso gli stessi brividi di allora, alla sola idea. Invece, in questo paese dal nome Italia, le ronde sono già una realtà. Disarmate ma pur sempre inquietanti quelle a Jesolo e dintorni, terrificanti quelle armate di spranga e altro che imperversano ed entrano in azione nelle periferie di Roma. Non si parla d’altro, dalle nostre parti, da qualche mese. Mentre il mondo sprofonda in una crisi di cui non si conoscono ancora gli esiti, mentre gli altri governi sono concentrati su ciò che di più serio esista oggi al mondo, qui si fa della demagogia. Una demagogia a uso e consumo di chi ha interesse che la gente – noi – si concentri su altro. Non solo. Perché poi tutto ciò va alimentato, la fiamma va tenuta alta e mica è facile. Una fiamma che faccia anche tanto fumo, utile a obnubilare i cervelli, le coscienze. E allora le istituzioni, pur di ottenere il risultato prefissato, non badano a esagerazioni che travalicano ben più che il buon senso e la legge stessa. Sì perché quando ascolti un sindaco – sedicente sceriffo – dire in pubblico che è un peccato che la polizia sia arrivata in tempo per salvare dal linciaggio un rumeno appena fermato, questa non è altro che istigazione alla violenza. E tutti – tutti – sappiamo che è inconcepibile che un sindaco possa fare delle affermazioni del genere. Lo sappiamo, così come sappiamo anche che menti sprovvedute e incoscienti, davanti a parole simili che piovono dall’alto di un’istituzione, possono tranquillamente farsi prendere la mano con l’idea che, tanto, l’ha detto pure il sindaco. E così il nordest, ma anche l’Italia tutta, rischia di diventare ben peggio di quel lontano Far West. Un paese incarognito e sempre più isolato dal resto del mondo. Ma con le spranghe a portata di mano.

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Costituzione necessaria

Questo mio articolo è uscito sabato 14 febbraio su il Venezia Epolis.

Ora abbiamo capito perché, in Italia, ci siamo dovuti munire di una Costituzione forte, impeccabile, moderna. Ci sono paesi, come l’Inghilterra, che la Costituzione non.ce l’hanno. Non ne hanno mai avuto bisogno, trattandosi di una democrazia ben salda, che viene da lontano. I nostri padri della Costituzione sapevano che noi non siamo così. Erano lungimiranti. E avevano quella rara saggezza figlia dell’esperienza tragica del fascismo, della guerra e della Resistenza. Sapevano, i padri della Costituzione, che se da una parte questo è un paese in grado di rimboccarsi le maniche non appena necessario, un paese pronto a lottare per la libertà, sapevano, loro, che molti, troppi, potevano avere pretese arroganti. Erano consapevoli, i padri della Costituzione, del rischio che c’è dietro a ogni angolo di strada di questo paese: l’apparizione improvvisa di un italiano pronto a qualunque scorciatoia che gli permetta un’ascesa agile al potere, priva di quegli ostacoli che sono i fondamenti della democrazia. Sapevano, i padri della Costituzione italiana, che questo è un paese con gravi problemi di memoria, capace di rimuovere e mistificare. In particolare erano consapevoli, i padri della Costituzione, che questo paese non sarebbe stato in grado, per più motivi, di fare i conti con il ventennio fascista, consapevoli che il marciume di quel periodo sarebbe rimasto incistato e poi, nel tempo, appunto, mistificato. Sapevano che questo paese ha seri problemi nei confronti della cultura, che a fronte di una genialità evidente, certo, la mediocrità, la mancanza di amor proprio, si sarebbero via via sempre più diffusi. Sapevano, i padri della Costituzione, di quell’attitudine molto italiana di raccontar balle, erano consapevoli che la menzogna rappresenta – ahimè – uno dei cardini della società intera. Per tutto questo è stato commovente, l’altra sera, ascoltare il discorso – pacato, fermo, lucido – di Oscar Luigi Scalfaro, uno dei padri della nostra Coatituzione. La sua difesa nobile e necessaria di quella Carta è stata una lezione per tutti. C’è solo da dubitare della malafede di qualcuno che non fa che metterla in discussione, consapevole, costui, che quello è il muro da abbattere per riportare questo paese ai tempi bui dai quali non è mai definitivamente uscito.

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Unabomber

Questo mio articolo è uscito qualche giorno fa sul Corriere del Veneto.

Le pagine di giornale su Unabomber sono come la pioggia, ritornano puntuali, con una periodicità fissa. Per carità, meglio le pagine di giornale, piuttosto che una presenza scandita. fino a qualche anno fa, dagli attentati dell’imprendibile bombarolo. Oggi, sono le inchieste (fallite) che tornano a far parlare di sé. Certo che il mistero di questo attentatore seriale è di quelli che fanno fare salti mortali all’immaginario. Un po’ per via delle dinamiche degli episodi, le scelte dei luoghi e degli obbiettivi, un po’ per via dell’ormai riconosciuta inadeguatezza delle indagini. È proprio su questo punto che, da sempre, si concentra l’attenzione della gente. Possibile, ci si domanda, che in tutti questi anni non si sia arrivati a un bel niente? O meglio, a un sospettato si era pur giunti, l’ingegner Zornitta, ma poi è stato scagionato (lo dico tra parentesi e con tutte le cautele e le ingenuità del caso: sbaglio o da quando Zornitta è entrato in scena, gli attentati si sono interrotti? Ma potrebbe essere un altro colpo di genio di Unabomber, far credere che…). Lasciamo perdere la vicenda del lamierino manomesso, ché è cosa troppo delicata e da addetti ai lavori. Ciò che resta, di questa vicenda, è l’imbarazzo degli inquirenti, costretti, dopo tutti questi anni, a dover ripartire ancora una volta da zero. Una sconfitta enorme, una presa in giro, quasi (e chissà come se la ride, Unabomber, nascosto chissà dove, o nascosto proprio per niente, libero e bello come il sole…). Già, sembra davvero incredibile che in tutto questo tempo, con tutte le energie, le competenze, le risorse messe in campo per risolvere questo caso, sembra incredibile essere giunti al punto attuale: ripartire da capo. Ecco, pensi a questo, guardi le cose come stanno, prendi atto di un’inadeguatezza e ti viene in mente una provocazione. Questo è sì un paese dove la lettura dei libri, dei romanzi, è la più bassa in Europa. Ma è altrettanto vero, che dei pochi libri che si leggono, la stragrande maggioranza sono libri gialli. Basti pensare al milione e oltre di copie vendute dei gialli di Stieg Larsson, editi da Marsilio. Non solo, pure i critici letterari non fanno che sottolineare che in Italia sia solo il giallo in grado, oggi, di raccontare la realtà che ci circonda. Tesi del tutto discutibile, ma che spinge a una considerazione: perché non provare ad affidare (informalmente, ovvio), l’inchiesta di Unabomber, che so, a Carlo Lucarelli, o a Massimo Carlotto, o agli scrittori-magistrati Carofiglio e De Cataldo? Una provocazione, certo, ma vedi mai che l’inventiva di uno scrittore non possa, per una volta, essere d’aiuto alle istituzioni? O sarebbe vista invece come uno smacco? Chissà. L’unica cosa certa, a oggi, è che Unabomber scorrazza su e giù per mondo, libero e impunito. E non è bello.

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Spostamenti (Trieste)

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Colori

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Sgomento

Questo mio articolo è uscito lunedì 9 febbraio su il Venezia Epolis.

Cari lettori di questa rubrica, mi rivolgo a voi. Ho bisogno del vostro aiuto. Ne ho bisogno perché ho smarrito ogni strumento, le parole, i pensieri per cercare di capire che cosa ci sta succedendo. Sì, non bastano più la mia educazione, la mia cultura, gli studi fatti, le esperienze, le persone incontrate, i libri letti e quelli scritti. Nulla è più in grado di farmi capire che cosa stiamo diventando e perché. Non riesco a trovare un motivo, della spiegazioni logiche a tutta questa demagogia trionfante. Non posso nemmeno lontanamente capire come sia possibile che una classe politica come la nostra possa chiedere ai medici di denunciare il clandestino che va a curarsi da loro. Non lo capisco, non lo accetto. Aiutatemi voi, ditemi voi come può essere possibile ma, vi prego, fatelo, ma senza essere altrettanto banali quanto i nostri politici. Fatelo salvaguardando sia l’etica che il buon senso (quante malattie ci saranno in giro, portate di chi si guarderà bene dall’andare dal medico?). Stiamo stravolgendo tutto. La parola clandestino in questo paese è diventata sinonimo di delinquente. Non capisco e non accetto che uomini politici si arroghino il diritto di decidere della vita e della morte di un altro, come sta avvenendo per quella ragazza. Nessun uomo politico – e religioso – sa meglio di un padre, che cosa fare per la figlia che vegeta da anni e anni. Non capisco e mi sconvolge quello che sta accadendo. Stiamo diventando tutti clandestini. Clandestini all’intelligenza, alla saggezza, alla cultura, al buon senso, alla giustizia. Clandestini di noi stessi. No, non ho più chiavi di lettura in grado di interpretare il presente di questo paese, che ha sconquassato il senso morale, i valori etici. Siamo governati da omuncoli che ragionano con l’intestino e io, nonostante tutti gli strumenti interpretativi che mi sono stati dati da genitori, scuola, esperienza, non ho più alcun modo di spiegarli, di interpretarli e, soprattutto, di giustificarli. Non sono più in grado di capire chi non si indigna, chi è d’accordo, chi sta zitto perché intanto a rimetterci sono solo i più deboli e tanto c’è sempre qualcuno più debole di noi con cui prendersela. No, non capisco più. Posso solo accusare. Ma anche questo, ormai, non basta più.

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Il Presidente non dorme

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U2 per Barack Obama

La più bella versione di sempre di Pride degli U2, dal Lincoln Memorial di Washington per We are one, il concerto del 18 gennaio scorso in onore di Barack Obama. E poi, City of blinding lights, che Obama aveva inserito nella playlist della sua campagna elettorale.

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Italia, un paese senza pietà

Questo mio articolo è uscito venerdì 30 gennaio sul Corriere del Veneto.

Pare che i saldi non siano ancora finiti. Le buone occasioni si trovano sempre. Pare ci siano dai dieci ai quindici carabinieri a disposizione della città di Venezia, se solo il sindaco Cacciari li volesse. E oltre a loro pare anche aumentare l’offerta di militari pronti a trasformare le nostre strade in tante piccole placide svizzere dolci e accoglienti. La spettacolarizzazione della sicurezza marcia di pari passo con la spettacolarizzazione della violenza. Non si tratta più della quantità di episodi violenti che accadono, non è più questo a fare la differenza, bensì la quantità di tempo che questi episodi, scelti più o meno a caso, occupano all’interno dei telegiornali. L’Italia continua a sembrare, agli occhi di un foresto, un sempre più sordido e opprimente Bronx diffuso, dove il crimine, a ogni angolo, è sempre in agguato. Prendete Guidonia, per esempio. Oddio, non che uno sogni proprio tutta la vita di andarci, un giorno, a Guidonia. Ma in questi ultimi giorni è stata raccontata come il posto più squallido del pianeta. Non c’è guidoniano (si chiameranno così?), che non sia stato intervistato, a cui non sia stato chiesto cosa pensi di ciò che è accaduto, e non abbia risposto, puntuale, che ormai lì non si può più uscire per strada e che quegli zingari devono andarsene o li mandiamo via noi e altre amenità varie, salvo poi che di zingari non si trattava, ma tanto cosa importa. E poi le interviste alle vittime. Sono addirittura riusciti a dar voce a un piumino bianco, di spalle, che forse conteneva al suo interno la ragazza violentata da un coetaneo a capodanno. Implorava di essere lasciata in pace, giustamente, la voce dentro al piumino, ma intanto lo faceva al TG, ascoltata da tutti, tutti a guardare il suo piumino, la triste cucina di famiglia, il padre sullo sfondo. Non poteva mancare, poi, l’intervista al suo violentatore, intervistato casualmente poco prima del fatto. Siamo diventati il paese più morboso del mondo. Che sembra avere sete di una giustizia fai da te ma che poi si nutre di questi episodi squallidi, li trasforma in trame da reality, e allora non c’è più nessuna differenza fra il Grande Fratello e la messinscena dei violentatori rumeni fatti artatamente uscire sotto i riflettori di una folla inferocita pronta a linciare. Nessuno che invochi più un minimo di ritegno, di discrezione. I politici invocano la privacy contro le intercettazioni ma poi consentono – forse incitano – affinché la cronaca sia raccontata in tv nel modo più becero e squallido, dove tutto si mescola, dove vittime e carnefici si confondono, si dividono il palcoscenico. Uno spettacolo vomitevole, quello in atto sugli schermi delle nostre televisioni. E nessuno che si indigni, nessuno che dica per favore basta. Nessuno che invochi quel sentimento ormai smarrito, forse censurato, ma mai così necessario quanto oggi: la pietà. Una pietà discreta, silenziosa. Che non esiste più.

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