De André e la Genova del G8

Questo mio articolo è uscito ieri su il manifesto. I paragrafi in corsivo, e quello fra virgolette in grassetto nel pdf, sono tratti dal mio romanzo Cosa cambia, Marsilio 2007.

il pdf originale della pagina del manifesto
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Dieci anni dalla morte di Fabrizio De André, sette e mezzo dai giorni di Genova, luglio 2001. E ancor prima di partire per Genova, quell’estate, prima che potessi immaginare ciò che sarebbe accaduto e prima di sapere che ne avrei scritto un romanzo, mi domandavo come li avrebbe raccontati lui, quei giorni, avesse potuto, Fabrizio De André. Come l’avrebbe cantata, la sua città trasformata in fortezza del potere, baluardo blindato della parte ricca e dominante del mondo. La domanda è diventata ancora più pressante durante e dopo quei giorni. Ma come tutti i classici, come sanno fare i poeti, la risposta a quella domanda De André l’aveva già data. Aveva già detto tutto in molte delle sue canzoni, anni prima. La Canzone del maggio, per esempio, che è stata una specie di colonna sonora morale lungo tutta la stesura del romanzo Cosa cambia. Non potevo raccontare Genova, anche la Genova del G8, senza fare i conti con la musica, con i versi di De André. Fisicamente non c’era, certo, ma la sua anima sì. L’anima di De André la sentivi ovunque, in quei giorni. Non ho potuto fare a meno, allora, un pomeriggio di quel luglio del 2001, di andare in via del Campo, che nell’immaginario di tutti è e sarà sempre una canzone di De André. Avevo sentito parlare del negozio di Gianni Tassio. Un piccolo negozio di dischi trasformato non proprio in un museo,

bensì nel cuore pulsante di un luogo dell’anima qual è per tutti via del Campo. L’ho raccontato, nel romanzo, quel pomeriggio. Il quinto capitolo, che non poteva che chiamarsi Zone dell’anima, in un contrasto così netto alla zona rossa, alla zona gialla, che stavano così artificiose e minacciose, là attorno. Un capitolo che, a un certo punto, mentre il protagonista, quarantenne, cammina insieme a Giorgio, ventenne, fa così:

Speriamo che il negozio sia aperto, disse Giorgio. Tu cosa sai di Fabrizio De André?, gli chiesi. Ne so, ne so, fece sicuro, annuendo con la testa. I miei hanno tutti i suoi dischi, aggiunse. Poi si girò verso di me. Disse che gli era bastato sentire la sua voce. Non so quanti anni avevo, disse, ma all’inizio è stata solo una questione di voce. L’ho sentito e mi è venuta in mente una poltrona di velluto rosso scuro d’inverno, disse guardandomi. Come quella che aveva in casa mia nonna, aggiunse. Hai presente? Che tipo, questo Giorgio. A volte mi chiedevo se li avesse davvero, quello lì, i suoi vent’anni, che in quel preciso momento, mentre mi parlava di Fabrizio De André, sembravano il doppio. (…) Gli chiesi se i suoi non gli avessero mai detto niente di quelle canzoni. No, rispose. Che avrebbero dovuto dirmi?, chiese. C’erano i dischi lì in casa e io li ascoltavo. Leggevo i testi. Anzi i cd, mio padre li ha ricomprati tutti in cd, precisò soddisfatto.

Ascoltammo qualche disco in vinile, invece, Angela e io, un pomeriggio di non so quanti anni fa, dicembre, credo, con tutti gli inevitabili fruscii e i salti del tempo. Poi, la sera, al concerto, Angela pianse per quasi tutto il tempo. Fabrizio De André a teatro. Era un fatto, perché a teatro eravamo, e al tempo stesso il titolo della tournée. La sua ultima tournée. Non so se l’aveva cantata, quella sera, La canzone dell’amore perduto, non ricordo se era in scaletta. Marinella sì, però. E piangeva, Angela, ma erano lacrime diverse dalle ultime. Nessuno le aveva detto me ne vado, quella sera. Non c’entravano con l’amore, quelle lacrime. Con il nostro, almeno. De André cantava, lei piangeva e mi raccontava della sua adolescenza, di sua madre che le aveva proibito di ascoltarlo. Niente De André, in casa sua. Aveva letto i testi della Buona novella. Blasfemo e diseducativo, aveva detto sua mamma, professoressa al liceo, e le aveva sequestrato il disco. E Angela era salita sul tetto della casa, anche quella volta. Come da bambina. Un litigio con la madre e via, sul tetto, fatto in parte di lamiera, per ore. Incandescente, d’estate. Me lo sono bruciata lì, il cervello, da piccola, mi ripeteva spesso, quando la notte si svegliava urlando, in preda agli incubi. Quella sera, al concerto, ha pianto. Dall’inizio alla fine. Non le ho chiesto se aveva pianto anche davanti a sua madre, quella volta. Non l’ho mai chiesto a nessuno. Perché piangi? È una domanda talmente stupida. Una pugnalata all’intimità. Fu un pianto lento, il suo. Silenzioso. Forse, le seccava farsi notare da chi ci stava intorno. Forse, anche da me, non so. Forse, avrei dovuto abbracciarla mentre ascoltava De André e piangeva, Angela. Sì, e me lo stavo chiedendo anche al concerto quando invece si è girata e, sorridendo e tirando su col naso, mi ha detto ora stai piangendo anche tu. Ed era vero. Luvi, la figlia di De André, stava cantando Geordie insieme a suo padre, e aveva una voce, quella ragazza. Era il plaid ancora più rosso posato sopra la poltrona di velluto rosso.

Questo, sta scritto nelle pagine del quinto capitolo. Poi, quel pomeriggio, come in tutti i luoghi dell’anima, successe una cosa strana. Mentre Gianni Tassio ci raccontava di De André, entrò qualcuno. È uno di quei capitoli del libro, questo, in cui realtà e finzione si fondono con maggiore forza. Ma quel che accadde e che viene raccontato dal momento in cui quell’uomo entrò, è pura realtà.

L’avrei vista soltanto nel video, a quel punto, la sua faccia entrare nell’inquadratura dietro il profilo curvilineo della Esteve, leggermente fuori fuoco, lui là, dietro alle corde, che brillavano invece nette vicino alla luce della teca. Lo si sarebbe notato comunque, uno che entrava, con la poca gente che c’era in giro. L’abito, poi, l’occhio lo attraeva suo malgrado. Completo grigio scuro, cravatta blu, camicia azzurra, barba curata ma non troppo. Immaginatevi quei giorni di vuoto. Uno vestito in quel modo poteva appartenere solo a una determinata categoria. E immaginatevi il caldo, non facevamo che asciugarci il collo, la fronte, anche lì, niente aria condizionata dentro al negozio-museo di Gianni. Solo un piccolo ventilatore accanto alla cassa. Gli altri lo notarono perciò subito, il tizio elegante, barba curata ma non troppo, entrato insieme a uno jeans e camicia – maniche girate all’insù – che gli sarebbe stato sempre mezzo passo dietro. Io lo ebbi alle spalle per quasi tutto il tempo. Girò per il negozio e poi restò ad ascoltarci fin quando Gianni non si rivolse a lui. Vorrei, disse, il cd dell’ultima tournée, Fabrizio De André a teatro. Ecco. Voleva il concerto che io vidi con Angela. E lui chissà con chi. L’abbiamo finito, disse Gianni. Vide l’espressione del tizio elegante, barba curata ma non troppo, e aggiunse che poteva trovarlo nel negozio di dischi giù al Porto. In zona rossa, precisò con tono vagamente aspro. Dove c’è la sala stampa, precisò con tono subito più leggero. Giusto alla fine di questa via, fece infine, accennando adesso un sorriso. Ma io volevo comprarlo qui, in via del Campo, disse il tizio elegante, barba curata ma non troppo. Gianni gli mostrò dei vecchi vinili e gli raccontò aneddoti che aveva già raccontato a noi, gli mostrò alcune lettere che De André scrisse a non so chi e poi prese il quadernone. Questo però lo può firmare, gli disse. Con piacere, rispose il tizio elegante, barba curata ma non troppo, e tirò fuori dal taschino una penna stilografica, inchiostro verde. Con nostalgia, scrisse, e poi la firma, senza il cognome. Quello dev’essere proprio un pezzo grosso, disse Gianni appena il tizio elegante, barba curata ma non troppo, uscì seguito dall’altro in jeans e camicia.

Altroché se lo era. Era uno dei guardiani della zona rossa, quello. Il tizio elegante, barba curata ma non troppo, era uno dei responsabili dell’attività di bonifica preventiva della zona rossa e dei carruggi. Bonifica preventiva, come se si trattasse di togliere erbacce, stanare pantegane, trasformare una palude in giardino. Un paio di notti più tardi, il tizio elegante, barba curata ma non troppo, vestito allo stesso modo, ma con un casco azzurro in più sulla testa e un manganello in mano, entrò nella scuola Diaz. Chissà se anche lui ha pianto, a un concerto di De André. Chissà cosa pensava il tizio elegante, barba curata ma non troppo, uno dei guardiani della zona rossa, mentre entrava nel mattatoio Diaz. Chissà quale canzone di De André gli è venuta in mente quella notte mentre guardava tutto quel sangue, la gente picchiata, umiliata. Con nostalgia.

Avevo deciso di non scriverlo, a pagina 77 di Cosa cambia, il nome del funzionario che entrò nel negozio di Gianni Tassio, in via del Campo numero 29 r, quel pomeriggio del 19 luglio 2001. Avrebbe distratto il lettore, pensavo, leggervi il nome di Francesco Gratteri e, soprattutto, non mi sembrava il caso di fare entrare in un romanzo, nella collana di narrativa di una casa editrice prestigiosa, il nome di uno dei protagonisti del mattatoio della Diaz. Assolto per non aver commesso il fatto. Poi, però, finito il libro, ho deciso che un giorno avrei detto di chi si trattava. Era talmente stridente quella scena, talmente forte il contrasto di uno che, come milioni di altre persone in questo paese, ha Fabrizio De André come elemento fondante del proprio immaginario, la stessa persona che due giorni dopo decise di fare quel che ha fatto. Ma che la sentenza ha detto che non ha fatto. Così, pubblicato il romanzo, decisi che lo avrei detto al termine del processo della Diaz, a sentenza pronunciata. Dire il suo nome, Francesco Gratteri, con il fotogramma che lo ritrae mentre entra alle spalle di Gianni Tassio, che mi stava mostrando la chitarra di De André. Un fotogramma colto per caso dalla mia videocamera e che mi servì per riconoscerlo, qualche giorno dopo, il tizio elegante, barba curata ma non troppo. Che (non) ha fatto quel che ha fatto. Ne emerge come una figura complessa, a suo modo drammatica – ed è giusto che sia così: questi uomini sono così, così è il nostro tempo e, soprattutto, così è l’Italia. E allora, chissà se se la canticchia, ogni tanto, Francesco Gratteri, la Canzone del maggio del suo De André: “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

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