Veneto, avanguardia di intolleranza

Questo mio articolo è uscito ieri su il manifesto.

jesolo2009 Siamo nell’epoca della connessione, ciascuno potenzialmente in contatto con tutto e tutti, ci sono milioni di persone che si “diarizzano” minuto per minuto su Facebook, su Twitter, su MySpace, raccontano al mondo per filo e per segno la propria quotidianità, alcuni in modo inutile e morboso, altri facendoci conoscere mondi altri, raccontandoci spesso ciò che i media non sono ormai più in grado di fare. Sappiamo più cose da Gaza attraverso Flickr e Facebook che dalla Cnn e il New York Times. Questa è la rivoluzione avvenuta, ed è stato Barack Obama a capirlo meglio di chiunque altro. Questa è l’epoca, ma c’è un paese, l’unico al mondo, dove l’utilizzo della rete (sinonimo di apertura, informazione, approfondimento, sapere) è addirittura in regresso: l’Italia. Un regresso che significa chiusura, appiattimento, disinteresse. Per questo è più che plausibile che in una delle regioni culturalmente più arroccate e chiuse, il Veneto, succedano nel giro di pochi giorni cose che nella planetarietà della rete sono impensabili. Succede che un comune come Jesolo cerchi in tutti i modi di provare a impedire l’arrivo di qualche decina di minorenni giunti clandestinamente in Italia perché – ovviamente – non si vuole mettere a repentaglio la “sicurezza”. È sempre il solito sistema, il solito linguaggio. Questo ormai talmente evidente stratagemma di far leva sulle paure astratte, sul diverso come fonte di ogni pericolo possibile, da quello dell’ordine pubblico, a quello economico, sanitario. Tutto, insomma. Il fatto è che in Italia, questo stratagemma da quattro soldi funziona ormai alla perfezione e in Veneto, cuore pulsante

della Lega, ancora di più. Questa è la patria dell’intolleranza istituzionale, messa in atto dai sindaci del Carroccio, Gentilini in testa, e poi Tosi, Bitonci e decine d’altri, fra cui anche il sindaco di Jesolo, Francesco Calzavara, che della Lega non è (ma era), e che della giunta da lui presieduta la Lega fa comunque parte. Jesolo è la località di mare più nota del Veneto, quella che quest’estate aveva organizzato la caccia agli ambulanti in svariati modi, dalla polizia municipale pronta a rincorse mozzafiato, agli stabilimenti divisi da confini materiali evidenti che prima dovevano essere delle grate impenetrabili per gli ambulanti, poi, quando qualcuno ha detto che forse poteva sembrare un po’ troppo anche per gli stessi turisti, si sono trasformate in corde divisorie e comunque difficilmente oltrepassabili. Nessuna sorpresa allora se, di fronte a un episodio umanitario, com’è quello di ospitare per un breve periodo degli adolescenti fuggiti da luoghi terribili, il sindaco e l’amministrazione tutta di Jesolo abbia subito sollevato le inevitabili lamentele. In verità, una pur vaga disponibilità c’era: «Il nulla osta che avevamo dato agli arrivi, e che confermo ancora perchè rappresentava la volontà espressa da tutta la conferenza dei capigruppo – ha affermato il sindaco di Jesolo – sanciva l’accoglienza di minori non oltre i 13 anni, in buona parte ragazze, fino al 31 marzo e senza possibilità di proroga. Ma se cambiano le condizioni, se il gruppo è costituito in gran parte da adolescenti maschi tra i 14 e i 17 anni, con solo una mezza dozzina di ragazze cambia anche la disponibilità». Questa sottolineatura della differenza fra maschi e femmine non deve stupire. È il precipitato di una “cultura” e di un punto di vista ben preciso della Jesolo di oggi. Da anni l’obbiettivo più importante del sindaco è di portar via il concorso di Miss Italia a Salsomaggiore. In quest’ottica Jesolo è diventata la capitale di numerosi concorsi di bellezza, fra cui – un po’ contraddittorio, a dire il vero – quello di Miss Padania. Non solo. La promozione turistica di Jesolo nel mondo la si fa attraverso il calendario delle turiste, pubblicazione che il sindaco sbandiera con orgoglio. Da un contesto simile, che cosa ci si può aspettare? Però sia chiara una cosa: il sindaco Calzavara, e prima ancora il sindaco Martin, sono stati eletti con percentuali quasi bulgare. E nel Veneto non sono affatto un’anomalia. Insomma, una cosa è chiara: chiusura è la parola chiave di questa regione. Ogni sindaco anche del comune più sperduto (e spesso poco importa se la giunta è di destra o di sinistra) parte da questa parola elettoralmente vincente e facilmente affiancabile all’altra parola chiave, sicurezza, e se ne appropria attraverso tutti i sinonimi e i simboli possibili. Fosse oggi praticabile, quelle mura che in altre epoche sono state erette a difesa delle città dagli invasori, le giunte venete (compresa quella regionale) le riergerebbero volentieri, inneggiati a furor di popolo, ahimè. Ma del resto, si può fare altrimenti e in modo molto efficace. Lo ha dimostrato giorni fa la giunta regionale veneta. La Lega ha bloccato quattro milioni di euro destinati alle famiglie in difficoltà, e lo ha fatto per un motivo ben preciso: quei soldi dovevano andare a tutti i nuclei familiari in difficoltà e non soltanto ai veneti. Perciò, il veto della Lega. Decisione a dir poco immorale, certo, ma c’è di più. Gran parte di quei quattro milioni saranno invece destinati a costruire altri tipi di muri. Invisibili ma non per questo meno isolanti, meno dannosi, meno terribili. Finanzieranno infatti manifestazioni per la promozione e la conservazione dell’identità veneta. Ma qual è identità veneta? Non certo quella paesana, delle sagre, che sta tanto a cuore alla Lega. No. L’identità del Veneto è un’altra. Lo ha scritto molto bene sul Corriere Veneto il filosofo Umberto Curi: da secoli la cultura veneta (come , peraltro, ogni cultura degna di questo nome), non ha proprio nulla a che spartire con la celebrazione localistica, con la chiusura provinciale, con la gelosa tutela di usanze ammuffite. Al contrario, la vera identità del Veneto, quella che stramerita di essere conservata e promossa, quella per la quale si può andare orgogliosi di essere cittadini di questa regione, è quella che si è storicamente costruita attraverso una spiccata vocazione cosmopolita, mediante una tenace e coraggiosa apertura ai traffici e alle relazioni internazionali, soprattutto verso l’Oriente, mediante l’accoglienza concessa a persone di lingue, tradizioni, religioni, costumi diversi, mediante una tolleranza diventata perfino proverbiale. I principali tesori d’arte di questa regione, a Venezia e a Padova, a Verona e a Treviso, nelle pianure e nelle zone pedemontane, sono in larga misura il risultato di una feconda contaminazione di stili, di una ricchezza di linguaggi architettonici e figurativi, che sarebbe inconcepibile in un territorio chiuso in se stesso come un fortino assediato, mentre è pienamente coerente con una zona vitale e aperta ai rapporti con l’altro e col diverso”. Ecco, in un fortino, ma nemmeno troppo assediato, ahimè, è ridotto il Veneto. Dove a fare da vero e unico collante non è la tradizione, non è nemmeno il folklore, ma l’ignoranza. Un’ignoranza diffusa, che parte dall’alto, dalle istituzioni, da sindaci e assessori che fai davvero fatica a capire se ci fanno o ci sono. Poco importa, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Poi però, quasi invisibili, nel silenzio opportuno della discrezione, nel Veneto c’è chi opera al contrario. Chi, anche nelle istituzioni, si batte per l’accoglienza e l’apertura. È il caso dell’assessorato alle Politiche Sociali di Venezia, di cui molto – per fortuna – si è parlato, dopo la morte del giovane Zehar Rezhai, il ragazzino afgano morto stritolato dal camion cui si era legato per trovare la libertà e la speranza. Il Comune di Venezia ha fatto tradurre il taccuino che Zehar aveva con sé, dove aveva scritto delle poesie e le ha rese note al mondo. Sì, ci sono altre strade percorribili e in mezzo al frastuono della demagogia sgangherata delle giunte di centro destra e leghiste, c’è chi, in silenzio, appunto, fa. Opera. E fa ciò che è giusto e doveroso fare. Come il Centro di accoglienza della Croce Rossa di Jesolo. «Le camere per accoglierli sono pronte – ha detto Roberto Baldessarelli, ufficiale della riserva selezionata della Croce Rossa – così come i luoghi comuni nei quali gli ospiti potranno consumare i pasti o conversare». La struttura di Jesolo, per mezzo secolo una colonia marina è attualmente in grado di garantire il soggiorno a 300 persone. Non è la prima volta, che la sede della Cri di Jesolo diventa centro di accoglienza per stranieri: tra il 1979 e il 1980 venne utilizzata come centro di coordinamento per l’assistenza di 1.000 profughi vietnamiti; dal 1986 al 1987 ha ospitato 250 profughi polacchi e dal ’91 al ’98 vi hanno trovato rifugio 1.344 cittadini della ex Jugoslavia. Una struttura che dà fastidio al sindaco Calzavara, che ha un progetto. Ha proposto al ministro Sacconi di alienarla per farne un più “tranquillo”stabilimento balneare. Per ospitare magari le aspiranti miss di turno, o le turiste affaticate dalle estenuanti sedute fotografiche per il calendario del 2010. Questo è il Veneto di oggi, a immagine e somiglianza della sua classe politica, e di chi la esprime.

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