Questo mio articolo è uscito sabato 24 gennaio su il Venezia Epolis.
Che per tutto ciò che è cultura, tiri una brutta aria, è cosa nota. Nel nostro paese in particolare, tutto ciò che è investimento per il futuro (arte, cultura, ricerca, ambiente) è visto come un ostacolo inutile. Qui, siamo nell’era dei reality. Quella è l’ambizione massima: i giovani che sognano di parteciparvi e condizionano la propria esistenza a quell’obiettivo, i meno giovani a fare i voyeur di vite insulse o, quanto meno, poco significative. Il risultato di tutto ciò è la sparizione di luoghi preziosi. Nelle grandi città, nei centri storici, è una strage di librerie, di teatri, di cinema che hanno chiuso o sono prossimi a farlo. Sto rientrando da Trieste dove nei giorni scorsi si è svolta la ventesima edizione del Trieste Film Festival. Da sempre le proiezioni dei film selezionati – una vetrina del cinema dell’est ma non solo – venivano ospitate dal Cinema Excelsior, in centro città, a due passi dal Caffè San Marco. Il 31 gennaio quel cinema chiuderà. Interromperà per sempre le proiezioni per diventare l’ennesimo centro commerciale. A Venezia, in questi ultimi anni, hanno chiuso quattro, forse cinque, librerie. L’ultima, la storica Libreria Tarantola, in Campo San Luca. I cinema, quelli, avevano chiuso già un bel po’ di anni fa, salvati poi, dalla tenacia e la passione dell’Ufficio Cinema di Venezia. Al posto delle librerie, pizze al taglio e negozi di maschere. Il palazzo, bellissimo, del Cinema Excelsior di Trieste, è proprietà delle Assicurazioni Generali. Rattrista rendersi conto che siano proprio loro a operare certe scelte. Si trattasse di privati, si potrebbe capire. Possibile che tutti abbiano dimenticato che questo è il paese che ha inventato il mecenatismo? Che grandi opere d’arte e della letteratura sono state rese possibili e arrivate fino a noi grazie a chi, ricco, investiva parte del proprio denaro in qualcosa di utile per il prossimo, per il futuro? Macché. Trionfa il cinismo più insopportabile, ormai. E l’alibi della crisi viene sciorinato a piene mani, utile a zittire chi osa domandarsi il perché, chi tenta di ribellarsi a un andazzo di cui non si vede il fondo. Ci renderemo mai conto, di tutto quello che stiamo perdendo?
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Siamo nell’epoca della connessione, ciascuno potenzialmente in contatto con tutto e tutti, ci sono milioni di persone che si “diarizzano” minuto per minuto su Facebook, su Twitter, su MySpace, raccontano al mondo per filo e per segno la propria quotidianità, alcuni in modo inutile e morboso, altri facendoci conoscere mondi altri, raccontandoci spesso ciò che i media non sono ormai più in grado di fare. Sappiamo più cose da Gaza attraverso Flickr e Facebook che dalla Cnn e il New York Times. Questa è la rivoluzione avvenuta, ed è stato Barack Obama a capirlo meglio di chiunque altro. Questa è l’epoca, ma c’è un paese, l’unico al mondo, dove l’utilizzo della rete (sinonimo di apertura, informazione, approfondimento, sapere) è addirittura in regresso: l’Italia. Un regresso che significa chiusura, appiattimento, disinteresse. Per questo è più che plausibile che in una delle regioni culturalmente più arroccate e chiuse, il Veneto, succedano nel giro di pochi giorni cose che nella planetarietà della rete sono impensabili. Succede che un comune come Jesolo cerchi in tutti i modi di provare a impedire l’arrivo di qualche decina di minorenni giunti clandestinamente in Italia perché – ovviamente – non si vuole mettere a repentaglio la “sicurezza”. È sempre il solito sistema, il solito linguaggio. Questo ormai talmente evidente stratagemma di far leva sulle paure astratte, sul diverso come fonte di ogni pericolo possibile, da quello dell’ordine pubblico, a quello economico, sanitario. Tutto, insomma. Il fatto è che in Italia, questo stratagemma da quattro soldi funziona ormai alla perfezione e in Veneto, cuore pulsante 











