Venezia e le acque

Questo mio articolo è uscito oggi sul Corriere del Veneto.

L’acqua alta di ieri? Colpa di Massimo Cacciari, ovvio. E di tutti quelli che non vogliono il Mose. Che invece, vale la pena ricordarlo ai più distratti, si farà. Tranquilli. Ve lo potrete godere in fretta il vostro bel bestione di cemento che costerà la risibile cifra di quattro miliardi e rotti di euro, e poi tanti altri bei miliardi di manutenzione e ci salverà – forse – una volta ogni trent’anni. (Domanda ingenua: con tutti quei miliardi quanti risarcimenti per acque alte eccezionali, ogni trent’anni, si potrebbero pagare?). Detto questo, il Mose, ribadisco, si farà e buonanotte. E allora perché tanto accanimento? Ma non ci siamo ancora stancati di essere il paese delle accuse, delle ritorsioni, delle vendettine da quattro soldi messe in atto da politici impreparati? Quegli stessi politici che non spendono – tutti – una sola parola a proposito di quei mastodonti da crociera che solcano il Canale della Giudecca, Bacino San Marco, devastando fondali e rendendo l’aria della Giudecca più inquinata di quella della terraferma? Silenzio. Perché, signori, la vera rovina di Venezia non è un’acqua alta ogni trent’anni, bensì una quotidianità violata e violentata da chi di questa città ha deciso di fare di questa città un souvenir da svendere. Questo è il vero scempio. Solo che è molto meno spettacolare dell’acqua alta. I danni li fa a lungo termine, non nel giro di un paio d’ore. Lunedì c’è stato un evento eccezionale, imprevedibile anche se al Centro Maree ci fosse stato Mago Zurlì o Mandrake. E invece, un pressappochismo diffuso fa sì che si creda che la tecnologia, la scienza, siano sinonimi di magia. Proprio perché poi non la si conosce, alla fine, la tecnologia. La verità è che abbiamo perduto del tutto il rapporto con la natura. Abbiamo un atteggiamento da bulletti nei suoi confronti, convinti di averla soggiogata – noi, gli ignoranti di ritorno – ai nostri bisogni. Ieri, i nostri nonni, invece di concentrare le proprie isterie verso Ca’ Farsetti, avrebbero rivolto lo sguardo verso il mare, avrebbero usato la saggezza di chi sa leggere gli eventi atmosferici e, soprattutto, sa interpretarne i linguaggi, i segnali. E quando smarrisci il rapporto con la terra, con l’acqua, con gli elementi, perdi il rapporto con te stesso, e quel che rimane è un essere umano piccolo, isterico, insulso. Ma, per fortuna, questo discorso non vale per tutti. Ieri pomeriggio, girando per le calli, non avvertivi solo l’umidità putrida dell’alta marea. C’era nell’aria un concreto senso di solidarietà, ci si aiutava l’un l’altro, ci si dava una mano. Ecco, mentre i politici si scannavano, usando questo evento in maniera disgustosa, gran parte della città reagiva come si deve reagire in questi casi, con quel sano fatalismo di chi vive a Venezia. Perché in un’epoca in cui – per pura colpa dell’uomo – anche le città di terraferma, si allagano, un’acqua alta a Venezia è la cosa – ahimè – più naturale del mondo. E sottolineo: naturale, relativo alla natura, come recitano i dizionari.

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