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dicembre | 2008 | robertoferrucci.com
Month: dicembre, 2008

Venezia, come fosse Mediaset

Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis di sabato scorso.

Un anno dopo, si persevera. Quella che poteva essere giustificata come una trovata dettata dalla fretta, dal poco tempo avuto a disposizione per organizzare l’ultimo dell’anno del 2007 da parte dell’agenzia marketing ed eventi, si rivela essere in realtà l’unica idea esistente. Il bacio in Piazza San Marco. Con – di nuovo – il casting del volontario baciatore, e con tutto quel coté vagamente morboso che l’idea porta con sé. Nessun bacchettone, per carità, solo che questa è roba da trasmissione tv del pomeriggio. Con Cucuzza o la De Filippi, per intenderci. Che tristezza. È tutto qui quello che Venezia sa offrire? La riproposizione piatta del quasi nulla? Un’idea che sarebbe discutibile anche in un qualunque paesotto di provincia? Mah. È il ritratto della nostra epoca, questo. Eppure Venezia potrebbe davvero proporsi come luogo di inversione di tendenza, come cuore pulsante di un nuovo modo di offrire intelligenza e qualità. E invece niente di più di una di quelle inguardabili trasmissioni che invadono i palinsesti nazionali. Non solo. Il Love bis viene pure spacciata come idea di messaggio di pace, con il casting dei baciatori. Strana visione della pace. Sia chiaro, nessuno dice di non divertirsi la notte di capodanno. Ma c’è modo e modo. Invece, ormai, divertimento è quasi ovunque sinonimo di cazzeggio. E questo sembra dunque proprio il modo più inutile. Anche un po’ irritante. Non serve un’agenzia marketing ed eventi per inventarsi qualcosa che peraltro facciamo tutti da sempre, l’ultimo dell’anno: baciare. Del resto, fino a che non si capirà che non è di marketing che ha bisogno Venezia, la situazione sarà questa. E se tanto mi dà tanto, aspettiamoci le stesse “scintille” anche per il carnevale. In un periodo di crisi quale questo, resta davvero poco comprensibile pagare cifre per “creativi” che credono di lavorare per la tv anziché per Venezia. Se l’ultimo dell’anno fosse affidato a rotazione alle varie associazioni culturali che ci sono in città, sono sicuro che le proposte sarebbero ben più originali e la piazza sarebbe piena comunque. Ma si sa, siamo provinciali e allora affidarsi a termini tipo “marketing & eventi”, ci fa credere chissà che cosa. Ci riempie la bocca. Altro che baci.

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Zehar, abbiamo ucciso un poeta

Questo mio articolo è uscito sabato 20 dicembre sul Corriere del Veneto.

Morire adolescente, in una tasca tre pupazzetti, nell’altra un taccuino. Alle spalle, lontana, la tua terra natìa, un paese in guerra. Davanti, opaco, un vago futuro di libertà. Sotto, a pochi centimetri dalla cintura che ti lega al fondo del tir, l’asfalto. Sopra, a pochi millimetri dalla tua testa, la ruota che, invece di portarti lontano, ti schiaccerà. È morto così Zehar Rezai, ragazzo afgano, e siamo stati noi a lasciarlo morire. A ucciderlo, forse. Tutti noi, indifferenti a tragedie che potrebbero essere evitate se solo smettessimo di prestare attenzione ai demagoghi da quattro soldi, autori, con il nostro più o meno tacito consenso, di leggi prossime al razzismo più puro. Fosse successo solo pochi anni fa, l’indignazione sarebbe stata diffusa, ampia. Oggi, nonostante gli sforzi dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Venezia, nonostante le associazioni che operano nel silenzio, nonostante la stampa che ha dato l’opportuno risalto a questa tragedia, nonostante tutto questo, in giro la gente non ne parla. E non si tratta ahimè di discrezione o di riserbo. No. È indifferenza pura e semplice. È, ha detto qualcuno, il prezzo da pagare per garantire la sicurezza. Nel paese dove la paura è diffusa istituzionalmente, dunque, è tremendamente normale accorgersi che dei ragazzini possono morire in questo modo. Normale, perché qui, nella nazione della paura, non siamo capaci di garantire il minimo dei diritti umani. Zehar è morto nei giorni in cui si celebravano i sessant’anni della Carta dei Diritti dell’Uomo. Una beffa.
Era un poeta Zehar. In una vita che aveva poco o nulla da offrirgli, lui riusciva a trovare momenti di emozione, di sentimento, e le metteva in versi. Abbiamo lasciato morire, forse ucciso, un poeta. Un ragazzino che sognava solo di poter lavorare in un paese libero. Ma sono liberi i paesi che fanno in modo che queste tragedie avvengano? Riusciamo a porla alle nostre coscienze questa domanda? È commovente – oltre che, ovviamente, utilissimo – il lavoro che il Comune di Venezia sta facendo. Ti scuote dentro leggere la traduzione delle poesie, tradotte e introdotte dalla mediatrice culturale Francesca Grisot. Una lettura che dovrebbe arricchire le anime di tutti noi, sconquassarle, metterle in discussione. Una lettura da portare nelle scuole, per imparare, per capire. Perché la storia di Zehar Rezai dovrebbe essere il nostro racconto di Natale da leggere e rileggere, da vivere e rivivere insieme. E alla fine farne esperienza. Provare a invertire, con la forza della poesia di un adolescente afgano, la coscienza collettiva di un paese, il nostro, la cui deriva, indifferente e intollerante al contempo, sembra essere ormai, ahimè, ineluttabile.

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Jogging in rosa

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Acqua alta, attento alle scarpe

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Veneto.

Ci sono mestieri che, in giornate come queste e non solo, ti consentono una certa comodità. Come il mio. Nessun ufficio, fabbrica, negozio o scuola da raggiungere. Così, quando alle sette e dieci del mattino le sirene hanno segnalato l’ennesima acqua alta di questi giorni, potevo fare come le altre volte. Preoccuparmi per quanto possibile di chi avrebbe avuto di nuovo case, magazzini, negozi più o meno allagati, e girarmi dall’altra parte, consapevole che la mia giornata sarebbe iniziata, di lì a poco, indifferente all’acqua alta, che intanto saliva inesorabile, là fuori. Avrei potuto, invece stavolta ho voluto immergermi anch’io, condividere questa quasi calamità che da un paio di settimane è pressoché quotidiana. Esco di casa poco prima che la calle sia resa impraticabile e svolto a sinistra. Da queste parti, i sacchetti delle immondizie non sono ancora stati raccolti e se la Veritas non si sbriga, si trasformeranno in putride zattere ingovernabili, come già successo. Il primo percorso verso il vaporetto è già compromesso, il secondo pure e al terzo passo per un pelo. In via Garibaldi tutti parlano dell’acqua. Una signora benedice il marito, che già un bel po’ di anni fa costruì un marchingegno per tenere alto il congelatore, giù in magazzino, che ha passato indenne anche i 156 cm di quindici giorni fa. Alcuni negozi hanno già l’acqua alle porte, delle pozzanghere profonde si stanno formando proprio lungo Read the full article »

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Acqua alta?

Questo articolo è uscito ieri su il Venezia epolis

p-640-480-05ffe24a-b580-446d-b484-75d5204ab55c.jpeg Il massimo dell’acqua alta non sono stati i 156 centimetri dell’1 dicembre scorso, bensì il racconto che mi ha fatto un giornalista della radio nazionale francese. Giunto a Venezia per delle interviste a veneziani più o meno noti a proposito dell’acqua alta e del rapporto della città con la letteratura, poco prima del nostro appuntamento ha ricevuto una telefonata dalla redazione di Parigi che gli diceva di fare un collegamento in diretta. Lui avrebbe dovuto parlare immerso nell’acqua alta. Solo che, il 6 dicembre, a Venezia non c’era nessuna traccia di acqua se non negli opportuni canali. Alla sua spiegazione, da Parigi hanno replicato con un “impossibile, abbiamo appena visto le immagini in televisione”. Alla fine, per fortuna, hanno creduto al loro corrispondente. Perciò, bene ha fatto l’ufficio stampa del Comune di Venezia a compilare un vademecum in inglese e francese per spiegare come avviene il fenomeno dell’acqua alta. Il problema, però, non riguarda soltanto la stampa straniera. Il sito di un importante quotidiano nazionale, la sera dell’1 dicembre scorso titolava: “Acqua alta a Venezia. Mai così da trent’anni. Poi cala”. Come se anche il fatto che a un certo punto è calata, fosse una notizia. Ancor oggi, tanti di noi ricevono telefonate, sms, email, di amici preoccupati per noi alluvionati. Vaglielo a spiegare che, comunque, alle due del pomeriggio di quello stesso giorno, tutto era tornato, quanto meno per la praticabilità dei percorsi, alla normalità. Eppure, come funzionano le maree, mi fu spiegato alle elementari dalla maestra. E questo, immagino, più o meno a tutti i giornalisti che si sono occupati in questi giorni dell’acqua alta a Venezia. Già, perché sono loro, i giornalisti, a dare la notizia in modo troppo sbrigativo. Quando si dice oggi a Venezia fenomeno dell’acqua alta e si mostrano le solite immagini di veneziani e turisti in ammollo fino al ginocchio se non più su, la gente pensa che quella situazione sia qualcosa di permanente. Non è solo colpa della stampa straniera, dunque. Ma di una superficialità diffusa, oppure, più semplicemente, che certe immagini, certe foto, è meglio venderle senza alcuna spiegazione, nessuna didascalia. E intanto, noi, continueremo a rispondere alla solita domanda: ma come fate con l’acqua alta?

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Venezia e le acque

Questo mio articolo è uscito oggi sul Corriere del Veneto.

L’acqua alta di ieri? Colpa di Massimo Cacciari, ovvio. E di tutti quelli che non vogliono il Mose. Che invece, vale la pena ricordarlo ai più distratti, si farà. Tranquilli. Ve lo potrete godere in fretta il vostro bel bestione di cemento che costerà la risibile cifra di quattro miliardi e rotti di euro, e poi tanti altri bei miliardi di manutenzione e ci salverà – forse – una volta ogni trent’anni. (Domanda ingenua: con tutti quei miliardi quanti risarcimenti per acque alte eccezionali, ogni trent’anni, si potrebbero pagare?). Detto questo, il Mose, ribadisco, si farà e buonanotte. E allora perché tanto accanimento? Ma non ci siamo ancora stancati di essere il paese delle accuse, delle ritorsioni, delle vendettine da quattro soldi messe in atto da politici impreparati? Quegli stessi politici che non spendono – tutti – una sola parola a proposito di quei mastodonti da crociera che solcano il Canale della Giudecca, Bacino San Marco, devastando fondali e rendendo l’aria della Giudecca più inquinata di quella della terraferma? Silenzio. Perché, signori, la vera rovina di Venezia non è un’acqua alta ogni trent’anni, bensì una quotidianità violata e violentata da chi di questa città ha deciso di fare di questa città un souvenir da svendere. Questo è il vero scempio. Solo che è molto meno spettacolare dell’acqua alta. I danni li fa a lungo termine, non nel giro di un paio d’ore. Lunedì c’è stato un evento eccezionale, imprevedibile anche se al Centro Maree ci fosse stato Mago Zurlì o Mandrake. E invece, un pressappochismo diffuso fa sì che si creda che la tecnologia, la scienza, siano sinonimi di magia. Proprio perché poi non la si conosce, alla fine, la tecnologia. La verità è che abbiamo perduto del tutto il rapporto con la natura. Abbiamo un atteggiamento da bulletti nei suoi confronti, convinti di averla soggiogata – noi, gli ignoranti di ritorno – ai nostri bisogni. Ieri, i nostri nonni, invece di concentrare le proprie isterie verso Ca’ Farsetti, avrebbero rivolto lo sguardo verso il mare, avrebbero usato la saggezza di chi sa leggere gli eventi atmosferici e, soprattutto, sa interpretarne i linguaggi, i segnali. E quando smarrisci il rapporto con la terra, con l’acqua, con gli elementi, perdi il rapporto con te stesso, e quel che rimane è un essere umano piccolo, isterico, insulso. Ma, per fortuna, questo discorso non vale per tutti. Ieri pomeriggio, girando per le calli, non avvertivi solo l’umidità putrida dell’alta marea. C’era nell’aria un concreto senso di solidarietà, ci si aiutava l’un l’altro, ci si dava una mano. Ecco, mentre i politici si scannavano, usando questo evento in maniera disgustosa, gran parte della città reagiva come si deve reagire in questi casi, con quel sano fatalismo di chi vive a Venezia. Perché in un’epoca in cui – per pura colpa dell’uomo – anche le città di terraferma, si allagano, un’acqua alta a Venezia è la cosa – ahimè – più naturale del mondo. E sottolineo: naturale, relativo alla natura, come recitano i dizionari.

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Acqua sempre più alta

La punta massima prevista è di 160 cm, come non accadeva dal 1979, e io me la ricordo bene, perché dovevo essere interrogato in italiano e invece quella fu l’acqua alta che più ho amato in vita mia.

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Acqua alta, in aumento

In questo momento, sotto casa

E la corte, dietro.

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