Sentenze italiane

Questo mio articolo è uscito venerdì scorso sul Manifesto.

Attaccati alle agenzie, ai siti internet, fin dalle quattro del pomeriggio, ad aspettare la sentenza del processo ai ventinove responsabili del massacro alla scuola Diaz di Genova. Chissà quanti fra coloro che la notte del 21 luglio 2001 erano lì, a Genova, hanno vissuto il pomeriggio di ieri così come l’ho vissuto io. Ad aspettare. Aspettare una sentenza che non arrivava mai. Senza ansie, però. Senza clamori. Chi ha vissuto la Genova di quei giorni ha imparato ad avere pazienza. Una pazienza molto prossima alla rassegnazione, perché è stato chiaro fin da subito che questo paese non voleva fare i conti con i “misteri” di Genova. Misteri fra virgolette perché poi così misteriosi, quei misteri, non lo sono mai stati. Anzi. Proprio l’andamento di questo processo ci ha detto che le cose sono chiare, che quanto è accaduto a Genova nel luglio del 2001 è documentato, provato, evidente. Ma quando poi non li vuoi fare, i conti con una vicenda sporca, squallida, allora non ci sono prove che tengano. E allora non puoi che rifugiarti in una pazienza quasi rassegnata. Una pazienza che, in sei anni, ha portato me a scrivere un romanzo e tanti altri a portare avanti la memoria di quei giorni, testimonianze necessarie per continuare a dire al mondo che cosa sono stati quei giorni di Genova. Chissà cosa avrà pensato, allora, ieri, in quella lunga attesa, Magdalena, una dei personaggi del mio romanzo, Cosa cambia, uscito da Marsilio un anno fa. Magdalena apre il romanzo, e le prime pagine la sorprendono mentre dorme, dentro la scuola Diaz, come decine e decine di altre persone, quella notte. Il protagonista del libro racconta quella notte attraverso gli occhi di Magdalena, attraverso il suo corpo massacrato di botte. Non poteva che iniziare da quella notte, il romanzo. E Magdalena ieri l’ha attesa sul serio, la sentenza, perché lei esiste e si chiama Lena Zühlke, di Amburgo, e una foto che la ritrae ricoperta di sangue, stesa su una barella, una borsa della Puma a farle da cuscino, è stata fin da subito, suo malgrado, il simbolo dell’inchiesta. Si deve essere domandata anche lei il motivo di tutto quel ritardo. S’è chiesta di certo se questo fosse un buono o un brutto segno. Se non fossero bastate tutte le udienze, le testimonianze, le prove, l’inchiesta della BBC, con quelle immagini delle false molotov in mano ai poliziotti, così nette, inequivocabili. Non bastava? No, dev’essersi detta Lena, brutto segno, tutto quel tempo di ritardo. Ma anche lei, come tutti quelli che hanno nel cuore, nell’anima, nella mente, i giorni di Genova, anche lei sa che la verità vera, quella, non verrà mai a galla. Come potrebbe essere altrimenti, quando il processo più importante, cruciale, quello per l’uccisione di Carlo Giuliani, nemmeno è iniziato, liquidato con una paradossale, inaccettabile ricostruzione. Un processo che non ci sarà mai, mai una giustizia, ma per sempre le tracce indelebili di Carlo e di quel che è accaduto in Piazza Alimonda, portate avanti, raccontate, vissute da Haidi e Giuliano Giuliani. Anche loro la devono aver attesa con pazienza, la sentenza di ieri, che non arrivava. Con pazienza e un barlume di speranza, per un minimo di giustizia nei confronti di chi, responsabile del massacro della Diaz, è stato poi – quasi tutti – protagonista, in questi anni, di avanzamenti di carriera, di promozioni incomprensibili. Con pazienza, l’attesa, e un po’ di rassegnazione, perché, alla fine, che cosa vuoi aspettarti da questa Italia qui, in un’epoca come questa. Un’epoca la cui deriva autoritaria vide la sua origine proprio lì, in quei giorni di Genova.

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