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robertoferrucci.com » 2008 » novembre
nov 25

Questo mio articolo è stato pubblicato sabato scorso su il Venezia Epolis.

Alla fine, a me Riccardo Villari sta pure vagamente simpatico. Sì, perché c’è da ringraziarlo per il teatrino un po’ squallido che sta mettendo in atto, che altro non è se non il ritratto nitido, nero su bianco, della politica italiana di oggi. È composto da tizi di questo genere, il mondo politico. Entrati in parlamento senza nessun merito, imposti dalle segreterie dei partiti e non scelti da noi, dal popolo, questi tizi decidono per noi senza averne avuto il mandato. Non si parla più di questo, di un atto antidemocratico che in qualunque altro paese civile avrebbe sollevato insurrezioni vere e proprie. E legittime, perché non c’è nulla di più grave, in democrazia, di togliere la possibilità, il diritto di scegliere da parte dell’elettore. Questa oscenità digerita con indifferenza dagli italiani come mille altre schifezze in questi anni, porta dritto dritto al siparietto cui stiamo assistendo. Mentre i paesi seri stanno scapicollandosi per trovare una soluzione a una crisi che rischia di massacrarci, qui, nella repubblica del cavaliere che fa al contempo il principe e il giullare di se stesso, assistiamo allo scempio dell’etica, dei valori, della morale, della dignità. La politica in questo paese è morta da un bel po’ e l’unica soluzione per chi ha voglia di serietà, è guardare altrove, scappare altrove. Riccardo Villari, è l’emblema di tutto ciò. Un estraneo alla politica (vi ricordate vero il ritornello demagogico e insopportabile che diceva che la politica ora doveva essere fatta da non professionisti della politica? I risultati li abbiamo davanti ai nostri occhi) che, assurto a notorietà e posto di privilegio attraverso il solito, italianissimo mezzo della corruzione, fa marameo sia a destra che a sinistra e si tiene stretta la sua poltrona garanzia di visibilità, privilegi e, soprattutto, potere. Mi domando che cosa serva ancora a noi italiani per capire cosa sta accadendo. Ma la risposta c’è già. Mentre lo smantellamento della nazione è in atto, la platea viene rimbambita a ripetizione da ore e ore di omicidi di Erba, di Verona (ieri), di Perugia (da mesi), di cronaca da quattro soldi, insomma. Nel frattempo, presidenti di commissione del PD, scelti dal PD e non da noi, ministri di ogni genere e taglia, devastano il paese. Buona fortuna a tutti.

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nov 24

È uscita una recensione a Cosa cambia su Left-Avvenimenti, firmata da Filippo La Porta. Potete leggerne il pdf facendo clic sull’immagine qua sotto.

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nov 21

Il video della ballata di Obama con i sottotitoli in italiano.

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nov 17

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nov 16

Questo mio articolo è uscito venerdì scorso sul Manifesto.

Attaccati alle agenzie, ai siti internet, fin dalle quattro del pomeriggio, ad aspettare la sentenza del processo ai ventinove responsabili del massacro alla scuola Diaz di Genova. Chissà quanti fra coloro che la notte del 21 luglio 2001 erano lì, a Genova, hanno vissuto il pomeriggio di ieri così come l’ho vissuto io. Ad aspettare. Aspettare una sentenza che non arrivava mai. Senza ansie, però. Senza clamori. Chi ha vissuto la Genova di quei giorni ha imparato ad avere pazienza. Una pazienza molto prossima alla rassegnazione, perché è stato chiaro fin da subito che questo paese non voleva fare i conti con i “misteri” di Genova. Misteri fra virgolette perché poi così misteriosi, quei misteri, non lo sono mai stati. Anzi. Proprio l’andamento di questo processo ci ha detto che le cose sono chiare, che quanto è accaduto a Genova nel luglio del 2001 è documentato, provato, evidente. Ma quando poi non li vuoi fare, i conti con una vicenda sporca, squallida, allora non ci sono prove che tengano. E allora non puoi che rifugiarti in una pazienza quasi rassegnata. Una pazienza che, in sei anni, ha portato me a scrivere un romanzo e tanti altri a portare avanti la memoria di quei giorni, testimonianze necessarie per continuare a dire al mondo che cosa sono stati quei giorni di Genova. Chissà cosa avrà pensato, allora, ieri, in quella lunga attesa, Magdalena, una dei personaggi del mio romanzo, Cosa cambia, uscito da Marsilio un anno fa. Magdalena apre il romanzo, e le prime pagine la sorprendono mentre dorme, dentro la scuola Diaz, come decine e decine di altre persone, quella notte. Il protagonista del libro racconta quella notte attraverso gli occhi di Magdalena, attraverso il suo corpo massacrato di botte. Non poteva che iniziare da quella notte, il romanzo. E Magdalena ieri l’ha attesa sul serio, la sentenza, perché lei esiste e si chiama Lena Zühlke, di Amburgo, e una foto che la ritrae ricoperta di sangue, stesa su una barella, una borsa della Puma a farle da cuscino, è stata fin da subito, suo malgrado, il simbolo dell’inchiesta. Si deve essere domandata anche lei il motivo di tutto quel ritardo. S’è chiesta di certo se questo fosse un buono o un brutto segno. Se non fossero bastate tutte le udienze, le testimonianze, le prove, l’inchiesta della BBC, con quelle immagini delle false molotov in mano ai poliziotti, così nette, inequivocabili. Non bastava? No, dev’essersi detta Lena, brutto segno, tutto quel tempo di ritardo. Ma anche lei, come tutti quelli che hanno nel cuore, nell’anima, nella mente, i giorni di Genova, anche lei sa che la verità vera, quella, non verrà mai a galla. Come potrebbe essere altrimenti, quando il processo più importante, cruciale, quello per l’uccisione di Carlo Giuliani, nemmeno è iniziato, liquidato con una paradossale, inaccettabile ricostruzione. Un processo che non ci sarà mai, mai una giustizia, ma per sempre le tracce indelebili di Carlo e di quel che è accaduto in Piazza Alimonda, portate avanti, raccontate, vissute da Haidi e Giuliano Giuliani. Anche loro la devono aver attesa con pazienza, la sentenza di ieri, che non arrivava. Con pazienza e un barlume di speranza, per un minimo di giustizia nei confronti di chi, responsabile del massacro della Diaz, è stato poi – quasi tutti – protagonista, in questi anni, di avanzamenti di carriera, di promozioni incomprensibili. Con pazienza, l’attesa, e un po’ di rassegnazione, perché, alla fine, che cosa vuoi aspettarti da questa Italia qui, in un’epoca come questa. Un’epoca la cui deriva autoritaria vide la sua origine proprio lì, in quei giorni di Genova.

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nov 14

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nov 12

Dal sito di Repubblica di oggi. Non vale la pena che io commenti.

Diaz, l´ultima immagine dello scandalo
ecco l´uomo che porta le molotov

di Massimo Calandri

In una ricostruzione della Bbc si vede un uomo che introduce nella scuola le bottiglie incendiarie

Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta. Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto.

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nov 7

Questo mio articolo, dal Corriere del Veneto di ieri.

E adesso chi ci crede. Adesso che è l’alba, e dopo giorni di acque alte e pioggia, a Venezia spunta finalmente il sole. Adesso che posso andare a dormire senza più doverlo fare quel sogno, diventato realtà, nel corso di questa notte. Barack Hussein Obama è stato eletto Presidente degli Stati Uniti. Chi ci crede, quando lo ascolto fare il suo discorso di vittoria al Grant Park di Chicago, quando vedo la gente piangere e penso a quel giorno in cui i miei genitori mi dissero che avevano ucciso Martin Luther King, la loro commozione poco chiara per un bambino delle elementari, e la mia, incredula, di adesso, quarant’anni dopo, che ascolto il discorso del primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti. Chi ci crede quando sono fra quelli che, sette anni fa, era andato a Genova per raccontare che un mondo diverso era possibile, e l’ha vista violentata, uccisa, quella diversità possibile, e ora invece eccola qui, piena di speranza, di determinazione, qui davanti a me, la voce di Barack Obama. Le sue parole, così diverse, così cariche di significati, di valori, di ideali. E mi commuovo, alla fine di una notte appesa al filo del ricordo di quelle stesse notti del 2000 e del 2004. Felice, adesso, di poter smettere di aver paura dei numeri, di cifre che impazziscono, felice di poter lasciare finalmente libero spazio alle emozioni e ai sentimenti. Da dove viene, mi domando, Barack Obama. Ancora poche settimane fa, tutto ciò non era neanche un sogno. Era qualcosa di impensabile e improponibile. E adesso c’è. Da dove viene. E se venisse da dentro di noi? Se venisse dal cuore e dalla testa di tutti noi, Barack Obama? Dal cuore e dalla testa di tutti quelli che sanno che è ora di finirla con la stupidità, che bisogna tornare ai valori e agli ideali, alla forza del pensiero, del sapere, della consapevolezza. Di tutta quella parte di gente convinta di essere emarginata, fuori ruolo e fuori tempo in un’epoca dove prevale la sopraffazione verso il povero, il diverso, il debole. Viveva dei servizi sociali, la famiglia Obama. E lui stesso, per qualche anno, ha fatto l’assistente sociale. Ecco da dove viene Barack Obama, dalla parte più bassa della società che è però la più nobile, la più alta, la più vera, la più forte, la più autentica di questo mondo. Noi, che ci eravamo abituati e rassegnati ai Bush, ai Berlusconi, allo squallore quotidiano di questo paese chiamato Italia e che ci credevamo impotenti e inutili, incapaci di contrastarla, la sopraffazione di coloro che fanno le guerre per puro business, che ci terrorizzano di terrore facendo delle nostre vite dei contenitori di paura, unico sentimento oggi consentito. Da tutti noi viene Barack Obama, sbucato fuori dai nostri sentimenti e dal nostro immaginario. Noi, incollati tutta la notte alla tv, a scambiarci speranze e dubbi via sms e facebook, a tenerci virtualmente per mano perché questa notte è la notte cruciale di un’epoca, la nostra, e no, non ci possiamo credere che possa essere vero. Una notte, poche ore, il tempo per inabissarci del tutto o svoltare. Poche ore e, increduli, siamo già nella nuova epoca. Ci siamo forse reimpossessati, in una notte, del vero significato delle parole. Si può tornare a rivendicare valori e ideali senza più temere di essere tacciati come retorici o, come capita da noi, come comunisti. E adesso, che è forse l’alba di un’epoca nuova, posso andare a dormire. E non mi serve sognarlo più, uno come Barack Obama. Perché Barack Obama, adesso, c’è.

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nov 7

Noi, che ci indigniamo per le sue squallide battute, o questo tizio qua sotto? Eppure, in questo tizio, ahimè, troppa parte di questa nostra squallida nazione, oggi razzista e reazionaria, si riconosce. Che vergogna. E che pena.

Intanto, però:
ore 10:50 Obama telefona a nove leader mondiali, ma non a Berlusconi
Il presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, ha telefonato a nove leader mondiali che lo avevano chiamato per congratularsi per il risultato del voto del 4 novembre. Obama, secondo fonti della transizione, ha chiamato per ringraziarli il presidente francese Nicolas Sarkozy, il messicano Felipe Calderon, il sudcoreano Lee Myung-bak e i premier australiano Kevin Rudd, canadese Harper, israeliano Ehud Olmert, giapponese Taro Aso, britannico Gordon Brown e la cancelliera tedesca Angela Merkel.

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nov 6

Loro hanno Obama, noi questo qui. E il fatto è che ce lo meritiamo…

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nov 5

Dal sito di Barack Obama.


Il testo e la traduzione del primo discorso da Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama al Grant Park di Chicago. Erano le sei del mattino in Italia. L’alba, forse, di una nuova epoca.

If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible; who still wonders if the dream of our founders is alive in our time; who still questions the power of our democracy, tonight is your answer.

It’s the answer told by lines that stretched around schools and churches in numbers this nation has never seen; by people who waited three hours and four hours, many
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nov 5

John McCain riconosce la vittoria di Barack Obama, un discorso di nobilissima statura politica. Averne, di politici così, in Italia. Dal sito di Sky.

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nov 5

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nov 5

Mi commuovo di fronte al grande discorso di Joe McCain, che riconosce la vittoria di Barack Obama e dice che questo è il segno di una grande democrazia, capace di portare un afroamericano alla Casa Bianca. È stato capace – ha detto – di dare speranze ad americani che pensavano di non contare. Poi zittisce la platea che fischia quando sente il nome Obama. Molti dovrebbero impararlo a memoria, questo discorso, in questo squallido paese che è oggi l’Italia.

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nov 5

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nov 5

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nov 5

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nov 5

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nov 4

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nov 3

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di sabato 1 novembre.

Fin da quando esiste la rete, tutto ciò che vi accade è messo in discussione. Prima sono state le chat, poi il peer to peer, poi ancora i blog. Da qualche mese tocca a Facebook, accusato da molti di essere più uno strumento di controllo sociale, che un modo, invece, per recuperare relazioni, intesserne di nuove. Come tutto quel che riguarda internet, in realtà, anche per Facebook vale la regola dell’uso che vi si fa. Perché è vero che se ti lasci prendere la mano, fra gruppi, quiz, giochi e tutto il resto, vieni coinvolto in una rete che ha come scopo quello di carpire i tuoi interessi, i tuoi gusti e piazzare in seguito le pubblicità più adatte a te davanti agli occhi. Quindi, usato con parsimonia e saggezza, Facebook risulta essere uno strumento che offre varie opportunità. Una, fra tutte, è il recente caso del servizio di Emilio Fede su Venezia, che ha fatto indignare la città intera e che ieri ha fatto prendere una posizione assai decisa all’amministrazione veneziana. Ecco, senza la rete, senza i blog, senza Youtube e Facebook, quel servizio infamante sarebbe probabilmente passato inosservato. Visto da pochi e quei pochi senza la possibilità di connettersi fra loro, di trasformarsi in gruppo di opinione (anzi, gruppo d’indignazione, direi, in questo caso). Già, perché all’inizio, la segnalazione è partita dall’sms di un mio amico musicista, che suona la sera a Venezia e rientra a Oriago che è notte. A volte scatta dunque lo zapping notturno, e può anche capitare che il sonno ti venga rovinato da Emilio Fede. Sono andato subito sul sito del Tg4 e ho visto il servizio. Ne ho scritto su queste pagine, poi ho linkato articolo e video (che intanto era finito su Youtube) sul mio blog. Più di mille i contatti in pochi giorni. Poi, da lì, petizioni online e un gruppo su Facebook. Centinaia gli iscritti, commenti di veneziani sconcertati e indignati. Risultato, ieri il comune di Venezia ha deciso di intervenire. Domanda: senza Facebook e Youtube, ci sarebbe stato un seguito istituzionale di questa vicenda? Questo è il punto. Se davvero così fosse, ecco qual è uno dei punti di forza di Facebook, mettere in moto facilmente (in certi casi magari anche troppo facilmente) gruppi di opinione, in grado, con la forza non soltanto dei numeri, di premere affinché anche le elefantiache istituzioni facciano quel che dovrebbero fare con immediatezza. Anche il movimento degli studenti ha fatto capo a Facebook per un coordinamento fra scuole e scuole, fra città e città. Ecco, chi critica Facebook (ma, specularmente, pure chi lo ama e non sa farne a meno), ancora non ha capito le vere potenzialità del mezzo. Perché alla fine, fra un mare di cazzeggio e di esibizionismo, là dentro ci sono molte, moltissime isole di idee, di pensiero, di intelligenza e, soprattutto, visto l’epoca che stiamo attraversando, di doverosa indignazione.

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