Castelfranco

Arrivo a Castelfranco Veneto per discutere di un eventuale corso di lettura e scrittura creativa e alla stazione vengo sorpreso da un lunghissimo treno di auto appena uscite dalla fabbrica. Hanno l’inequivocabile brillìo della vernice fresca (forse anche l’odore), cui al futuro proprietario basteranno tre o quattro parcheggi per spalmarci sopra, suo malgrado, quella patina invincibile di leggera opacità. Sono tutte Fiat, 500 e 600. Mi hanno sempre affascinato questi vagoni con le auto sopra. Forse perché sembrano un enorme giocattolo, forse perché le auto viste là sopra perdono la loro identità oggi così connessa al caos, al traffico. Sembrano oggetti destinati ad altro, a funzioni diverse e inattese.

Scendono anche molti giovani. Il treno era
affollato di studenti fin da Venezia. Universitari, liceali, tecnici. Il pendolarismo li costringe a questi orari sbilenchi – sono le tre e mezza quasi – dove è tardi per pranzare, resta poco il tempo per studiare e anche lo svago verrà compresso dentro a un pomeriggio già a metà. Alcuni quasi corrono, per impossessarsi in fretta di quel che resta del giorno.

Mi è venuta a prendere un’amica, per portarmi alla biblioteca. La giornata è bellissima, andiamo a piedi. Arriviamo in Piazza Giorgione e le dico: “Aspetta che fotografo il più famoso di Castelfranco”. E lei, giustamente replica: “Giusto, il Giorgione”. E io – senza vergogna, lì per lì, ma ripensadoci, invece… – dico: “No, Alessandro Ballan”, la cui foto con la maglia iridata di campione del mondo di ciclismo si srotola, enorme, giù dalla Torre.

Poi ho smesso di fotografare, a Castelfranco. Non il Duomo, né la bellissima e immensa biblioteca. Ho ricominciato al ritorno. Per via della luce, credo. Prima dal treno:

E poi, sceso, mi sono voltato. Alla stazione Santa Lucia di Venezia ci sono quei binari in più, dai numeri altissimi, ricavati da quello che un tempo doveva essere l’esterno della stazione. Nessuna protezione, una pensilina, nulla. Sono talmente esterni, fuori portata, che qui la gente arriva sempre di corsa, come se questi binari fossero un in più ancora non assimilato anche per i passeggeri. Un po’ fuori spazio e perciò oltre i tempi canonici che ti fanno arrivare puntuale solo fino ai binari contenuti dentro la stazione. Per quelli fuori, non resta che correre.

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