Venezia 65, cosa resta

Questo mio articolo è uscito oggi sul Corriere del Veneto.

È la festa dell’immaginario, la Mostra del Cinema. Lo è soprattutto per chi, da anni, non perde un’edizione e, nonostante ogni volta ci si possa dire questa volta basta, ci si ritrova puntualmente al Lido. Perché ci sono generazioni, ormai, cresciute a dosi massicce di fotogrammi in movimento. Vite scandite in un venticinquesimo, incapaci di perdere l’opportunità di una manciata quotidiana di pellicole inedite. Dieci giorni di celluloide, dunque, e a ogni edizione c’è un baule in più da accatastare nel magazzino del nostro immaginario. Così quest’anno ti porti via i piccoli clown strappati alle fogne di Bucarest del film Parada e ogni venditore di rose che incontrerai, d’ora in poi, saprai che può essere uno dei “giocatori” srilanchesi di pallamano del fim Machan. Ti accompagneranno per sempre tante sequenze del film Teza, e ti verrà voglia di studiare di più le atrocità rimosse che gli italiani hanno commesso a suo tempo in Etiopia. E poi le vecchiette di Pranzo di Ferragosto, gli artificieri di Katryn Bigelow, lo sguardo di Anne Hathaway in Rachel getting married, i primi tre minuti di L’autre, dove il traffico notturno visto dall’alto è un’opera d’arte. Ma anni e anni alla Mostra non arricchiscono solo la tua filmografia interiore. Ci sono i tuoi amici della Mostra. Persone che un giorno, anni fa, hai conosciuto, che vedi solo qui. Come quel giornalista di cui sai tutto e le sue vicissitudini sentimentali, aggiornate annualmente, diventano un romanzo d’appendice, o i sequel di quel lontano primo film di quando vi hanno presentati. C’è il giornalista della Gazzetta, che una volta si prendeva le ferie per venire alla Mostra e che adesso finalmente ci scrive, dei film che vede, sulle pagine della rosea. È uno dei migliori giornalisti di calcio e con lui parli invece solo di cinema e di libri. Ogni anno ti metti in coda e poi un giorno, quasi sempre verso la fine, ti volti ed eccolo là, puntuale, lo scrittore Marco Lodoli. Il rituale “come stai?” “Spero bene”, con Enrico Ghezzi, succede ormai solo qui, al Lido, anno dopo anno. Ma non ci sono solo le persone che conosci. Ci sono anche quelle che fanno parte della geografia visiva della Mostra. Le hai viste crescere, invecchiare insieme a te senza averci scambiato mai nemmeno una parola. Però li vedi sempre, li incroci, fanno parte della tua Mostra. E che dire di Fiorella Tagliapietra e Paolo Lughi, dell’ufficio stampa, che per una decina di giorni diventano i fratelli maggiori di tutti i giornalisti, pronti a rispondere a ogni domanda, a farsi carico delle loro richieste più serie o bislacche. E a ogni edizione, il bagaglio si arricchisce, anche se poi, si sa, sono le persone incontrate da più tempo a occupare gli spazi privilegiati degli affetti. Questa è la Mostra del Cinema per chi ci viene da anni e anni e non è più capace a staccarsene. Un patrimonio intimo, privato. Un intreccio di incontri e di sentimenti forse inevitabili, scaturiti dallo strascico di emozioni che ti porti fuori quando esci da ogni proiezione, pronti a trasformarsi in fotogrammi di vita.