Genova, anno dopo anno

Questo articolo è uscito il 19 luglio su il manifesto.

Entri nella sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, a Genova, ed è come se un interruttore dentro la tua testa facesse clic. Sulla parete di destra è srotolato a pannelli il Libro Bianco di Genova, le foto di quei giorni del 2001, gli stessi di questo mese di luglio, sette anni dopo. Non volevo nemmeno scriverlo questo articolo. C’era la coincidenza con la sentenza del processo Bolzaneto e scrivendolo, quest’articolo, avrei dovuto commentarla. Da quando ho finito di scrivere Cosa cambia (Marsilio), romanzo pubblicato un anno fa, racconto dei fatti del G8 di Genova del 2001, sei anni di convivenza con la scrittura, un corpo a corpo quotidiano con quei giorni, quei ricordi, quelle ferite, da quando è uscito, fatico ogni volta a riscriverne. Perché quel “cosa cambia” del titolo, senza il punto di domanda, ha un vago tono di rassegnazione. Lacerazioni non rimarginabili, giustizie che non arriveranno mai. È come se l’indignazione accumulata in quei giorni avesse scaricato l’intera sua energia sulle 188 pagine del romanzo. Io non ne possiedo più e un po’ mi avvilisce, questa cosa. Ma poi penso che aver riversato quel sentimento in una storia, ha fatto sì che ora sia a disposizione di chi magari non ne ha mai provata, di indignazione, per quel che successe a Genova nel 2001. Mi domando a chi, a quanti, oggi, interessi davvero sapere cosa accadde in quei giorni, sette anni fa. Abbiamo memorie di farfalla, ormai, altro che elefanti. Allora c’è un libro, adesso, a parlare per me, e ce ne sono molti altri (quelli di Stefano Tassinari, di Concita De Gregorio, di Giulietto Chiesa, per esempio) a parlare per tutti e a tutti. Poi, però, alcuni lettori mi hanno scritto. “Ma come, non la commenti la sentenza del processo di Bolzaneto?”. E poi, ancora, oggi, mi ritrovo qui, sulla soglia di Palazzo Ducale, invitato da Haidi e Giuliano Giuliani per un reading. Dentro la sala, la mostra “Al lavoro, Genova chiama”. Foto, installazioni, e la macabra lista, scandita lungo tutto il perimetro del percorso, i nomi delle morti bianche e, a guardarne la successione, la quantità, pensi che si tratti dell’elenco di anni e anni di tragedie e invece sono solo i primi sei mesi di quest’anno. Scrivo, e allora la commento, la sentenza, adesso. E dico: ma che cosa vi aspettavate? Che cosa potevamo pretendere in un paese che non si indigna più, nemmeno per le impronte digitali ai bambini rom? Un paese alla deriva sociale, politica, culturale, economica, dominato da dei media che propagandano paure fittizie, timori artefatti. Che cosa vi aspettavate da uno stato concentrato a salvaguardare se stesso? Da un paese dove anche il governo di centro-sinistra si è ben guardato dall’istituire una commissione d’inchiesta (peraltro prevista dal programma elettorale) che facesse luce sulle responsabilità del mattatoio di Genova? Che cosa poteva cambiare in un paese che va all’indietro, che richiama a governare chi aveva già devastato la giustizia e non solo, un paese che crede che il nemico da sconfiggere sia l’extracomunitario? Cosa aspettarsi da un paese convinto che il problema da combattere quest’estate siano i venditori ambulanti sulle spiagge? Come può cambiare uno stato che dal 1988 a oggi non ha voluto trovare il tempo di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro paese in quell’anno? Per questo non volevo commentare la sentenza di Bolzaneto. Non ci sono le parole e, anche trovandole, le ascolteremmo in pochi, sempre gli stessi. Quei quattro imbecilli che credono ancora nei valori, nella giustizia, nella democrazia e magari sperano che al processo per la Diaz vada diversamente. Genova fu l’inizio di quello stato di polizia diffuso nel quale viviamo adesso, fu la prova generale, perfettamente riuscita. E l’esito positivo di quell’esperienza è stato sancito con la sentenza dell’altro giorno. Oggi sappiamo che un’altra Genova sarà possibile, non appena qualcuno, lassù, lo vorrà. Ma poi proprio per tutto questo, alla fine, il reading di Cosa cambia è stato un abbraccio. Un modo per stringere forte Haidi e Giuliano Giuliani, e tutti quelli che, torturati a Bolzaneto, massacrati alla Diaz, manganellati lungo le strade di Genova nel luglio 2001, non otterranno mai giustizia. Perché le parole dei libri, e l’indignazione di cui sono pregne, quelle almeno, tengono vivo il sentimento di cui raccontano. Lo trasmettono, forse. E le parole, rimangono per sempre.

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