Tra un film e l’altro, allo Stadio Penzo. Il derby Venezia-Portogruaro. Partitone.
Monthly Archives: agosto 2008
Venezia 65, tendoni
Venezia 65, Wim Wenders
È il presidente della giuria, e questa è la notizia di attualità, oltre al motivo per cui è qui al Lido. Ma Wim Wenders, per molti dei presenti al festival, è un punto di riferimento assoluto. Perché anche se i suoi ultimi film sono deboli, da metà anni settanta in poi sono tanti i suoi film fondamentali: Nel corso del tempo; Alice nelle città; Lo stato delle cose; Paris, Texas; Il cielo sopra Berlino. Per questo, a me, fa ancora un certo effetto, incrociarlo di persona.
Venezia 65, sala stampa
Sfida di MacBook, fotografati da un iPhone, in sala stampa al Lido. Dopo una insistita richiesta, gli anni scorsi, di sedie o simili per chi aveva con sé il proprio computer, ecco che finalmente ora è tutto un trionfo di divani e poltrone color arancio, e nero, e grigio. So che può sembrare una notiziola superflua, ma provate voi a scrivere seduti per terra undici giorni consecutivi (gli altri: io le mie sale stampa me le invento altrove…).
Venezia 65, sera
Venezia 65, Jo Squillo
C’è Jo Squillo a Venezia. L’ho fotografata qui, poi, in gelateria, ha chiesto se avevano del gelato alla soia o comunque senza latte. Lei è uscita a mani vuote, io con una coppetta liquirizia e stracciatella. Qualcuno se la ricorda, Jo Squillo? Cantava “Violentami violentami piccolo”. Era il punk fine anni settanta italiano, lei giovanissima, capelli tinti di blu e di nero. Ora si occupa di alta moda, ma era anche lei a Genova, nel 2001, a protestare. Mi domando se è giusto dirle che un paio di pagine di Cosa cambia riguardano lei. Boh.
Venezia 65, la prima pietra
Venezia 65, l’inizio
E ricomincia come al solito, la Mostra del Cinema, col glamour. Coi fotografi e i cameramen come veri protagonisti. Se guardi tutto da dietro, infatti, ti rendi conto che sono George Clooney e Brad Pitt a essere il contorno. Senza fotografi e cameramen, i due sarebbero semplici spettatori di se stessi, altro che star. E il resto, qua attorno, sono i soliti tendoni posticci, plasticona bianca da sagra paesana in crisi di finanziamenti dalla pro loco. Peccato. Ogni anno un’occasione mancata e basterebbe solo un po’ di buon gusto, mica tanto. Però una certa sobrietà, la stessa che contraddistingue il presidente della Biennale, Paolo Baratta, la si nota in giro. Soprattutto, sono spariti (quasi) del tutto, i ridicoli metal detector da aeroporto.
E il rientro
Divieti, anche gli inglesi ci criticano
Dal Corriere di oggi. Si cita un articolo dell’Indipendent. Stiamo diventati la barzelletta dell’Europa, anche qui in Francia da una parte ridacchiano, dall’altra sono preoccupati. Il fatto è che noi italiani, ormai assuefatti allo schifo istituzionale in cui viviamo, non riusciamo nemmeno a rendercene conto e vergognarci di noi stessi, che votiamo per della gentaglia.
LA STAMPA D’OLTREMANICA PRENDE DI MIRA LE MISURE DI SICUREZZA IN ITALIA
L’Inghilterra critica i divieti all’italiana
L’Independent mette in guardia gli inglesi: «Se una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che lo vieta»
LONDRA – Da Oltremanica arriva la prima critica ai numerosi regolamenti o leggi che hanno caratterizzato l’estate italiana. In un articolo il quotidiano britannico The Independent mette in guardia i turisti inglesi: «Turisti attenti: se una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che lo vieta». La critica è rivolta ai sindaci che hanno «carta bianca» per decidere le misure di sicurezza nella propria città. La confusione è generata soprattutto dal fatto che i regolamenti variano da località a località. Tra i divieti citati, il quotidiano fa l’esempio di Genova dove è illegale camminare per strada con una bottiglia di vino o una lattina di birra, di Eraclea e dei castelli di sabbia vietati. O ancora dei massaggi vietati in spiaggia in tutta Italia.
GOVERNO BERLUSCONI – «Il governo di Silvio Berlusconi può essere stato il primo al mondo a introdurre il «ministero della semplificazione» con il compito di identificare ed abolire leggi inutili – scrive il giornalista dell’Independent – ma nell’interesse di una maggiore democrazia a livello locale e della sicurezza, il suo ministro dell’Interno Roberto Maroni ha consentito a migliaia di fiori legali di sbocciare».
17 agosto 2008
Nantes-Monaco 1-1
Medaglie venete
Questo articolo è uscito il 13 agosto sul Corriere del Veneto.
Preso atto – e lo sapevamo – che dato il via alle gare la questione Tibet e diritti umani sarebbe finita in un angolino, tocca adesso stare davanti al televisore. Pur di malavoglia, magari, all’inizio, buttando allo schermo soltanto un occhio – l’altro riservato a un boicottaggio personale difficilmente credibile – eccoci tutti là, incollati, nell’attesa di performance che, in effetti, stanno arrivando a grappoli. Perché è altrettanto risaputo che quando ci sono le olimpiadi, esistono solo le olimpiadi. Dal punto di vista mediatico è così. Lo sanno bene anche Saakashvili e Putin, che non a caso hanno aspettato iniziasse ad ardere il braciere per fare fuoco gli uni contro gli altri. Poi puoi anche sforzarti a starci dietro, alle notizie che arrivano dalla Georgia, ma il loro sovrapporsi alle imprese di Phelps e della Vezzali stride da ogni lato e, alla fine – ahimé – soccombe. Risultati, dunque, medaglie che stanno arrivando, guarda caso, in particolare dagli atleti veneti. Prima il vicentino Davide Rebellin, con quella faccia un po’ così, d’altri tempi, un volto contadino che sembra dirti di essere arrivato al ciclismo perché era con la bicicletta, da bambino, che si spostava da un campo da coltivare all’altro. Poi la compostezza del trevigiano Matteo Tagliariol, che con quel cognome lì non poteva che impugnare una spada, fin da piccolo. I suoi nobili gesti e quell’ancor più nobile dichiarazione contro la pena di morte. La modestia della marosticana Tatiana Guderzo, che pur spinta alla retorica dall’intervistatore, lei se ne sta coi piedi per terra, a pronunciare parole semplici. E la placida saggezza del padovano Marco Galiazzo, che impugna l’arco come se fosse un bel sabato mattina, in riva al Piave, fai un bel lancio con la canna e aspetti che qualcosa abbocchi. Per non parlare della erre arrotata di Federica Pellegrini, che se anche puoi rimproverarle un certa vanità, una sovraesposizione più da velina che da campionessa, poi quando snocciola quella consonante inconfondibile ti fa sentire atleta dei giochi pure a te, seduto nel tuo salotto di Mestre o Spinea o Favaro e sogni di poterlo battere pure tu, un giorno o l’altro, un record del mondo. È questo il Veneto che ci piace. Il Veneto dei campetti di periferia, delle piscine difficili da trovare ma, quando ci sono, piene di passione, delle palestre di scherma ricavate da garage (almeno così era fin poco tempo fa), delle stradine di provincia dove, puntuale, il ciclista più o meno della domenica lo incroci sempre. E poi in Regione c’è qualcuno che vorrebbe sponsorizzare il calcio. Solo che poi, attenzione. Siamo tutti anti-calcio solo per tre settimane ogni quattro anni. Sia chiaro. Ci sentiamo tutti polisportivi solo nell’anno olimpico, pronti, un minuto dopo, a tornare a urlare arbitro cornuto. Perché nonostante i campioni, i loro sacrifici e i loro risultati, siamo – i più – del tutto privi di cultura sportiva. Questo nonostante le polisportive siano una delle ricchezze della nostra regione. E magari fosse vero che questi risultati facessero deviare un bel po’ di giovani dal calcio al tiro con l’arco, dal pallone alla scherma. Magari fosse vero. E magari fosse altrettanto vero che questo orgoglio di regione appartenente a una nazione risvegliasse i veneti – gran parte di loro – da quella catatonia padana che ora per fortuna, davanti ai risultati, almeno tace. Già, perché questi risultati degli atleti veneti alle olimpiadi sono anche una delle tante contraddizioni venete. Chissà che ne pensaranno i dirigenti leghisti, quelli che mostrano il dito medio quando suona l’inno, quelli che col tricolore si puliscono là dietro, quelli che vanno orgogliosi della loro “nazionale padana”, che ha vinto i mondiali delle nazioni non riconosciute, capitanata da Alessandro Dal Canto, giocatore del Treviso, e con i fratelli Cossato (uno ex Verona, l’altro Chievo), orgogliosi attaccanti di una patetica nazionale che non c’è. Chissà cosa diranno, degli atleti veneti, italiani, che stanno vincendo medaglie su medaglie alle olimpiadi.
Spiagge (venete) da evitare
Questo mio articolo è uscito la settimana scorsa sul Corriere del Veneto.
Una signora si guarda intorno. Alle sue spalle tre bimbetti pronti con paletta e secchiello. Lei sta scegliendo il posto dove piantare l’ombrellone che ha sotto braccio. No, non siamo nel Veneto. In quasi tutte le nostre spiagge ciò è vietato: ai bambini di fare buche per trovare l’acqua (era la sfida di quando eravamo piccoli) alla madre di piantare l’ombrellone dove le pare. Vietato. Non a caso per i bimbi i nostri litorali ripropongono gli stessi giochi del parco in città. Scivolo, altalene e tutto il resto. Ma perché? La spiaggia è diversa, una scoperta nuova che noi, adulti stolti, gli vietiamo. Qui in Francia (ma anche in Spagna, in Grecia, in quasi tutto il resto d’Europa, insomma, compreso il nostro sud) si può fare. Anzi, sei invitato a farlo. C’è una specie di schizofrenia che ha colpito le nostre spiagge. Da una parte le lamentele per gli alberghi vuoti, gli appartamenti sfitti, dall’altra tutta una serie di ostacoli incomprensibili e inaccettabili messi lì giorno dopo giorno a rendere concepibile che il turista ne prenda atto e si rivolga altrove. Certo, la crisi. Ma non solo. Le nostre spiagge sono diventate i luoghi dei divieti. Si è innescata una ridicola gara fra le località a chi la spara più grossa, dal divieto di raccogliere le conchiglie a quello di piantare un ombrellone in riva, per non parlare delle ordinanze jesolane, mascherate anche qui di decoro e di sicurezza e che sono in realtà scelte di intolleranza e vera persecuzione verso gli ambulanti e i turisti stessi (encomiabili coloro che a Jesolo hanno preso le difese di un ambulante rincorso dai vigili). Facciamo dunque benissimo a boicottare le nostre spiagge. Sono diventate luoghi irriconoscibili, tutti perfettini, oridinatini, pulitini, e pieni, stracolmi di contraddizioni e assurdità. Non c’è più modo alcuno di poter andare liberamente in spiaggia, stendere un asciugamano dove meglio ci pare, mangiare un panino, per non parlare di una chitarra la sera, in riva al mare. Lo stato di polizia si è esteso fino al bagnasciuga. Qui, nella costa occidentale francese, spiagge fra le più belle e prestigiose d’Europa, la spiaggia è completamente libera. Anche nella chicchissima La Baule, tutta residence e hotel cinque stelle. All’Hotel de la Plage, spiaggia di Monsieur Hulot (ricordate il film Le Vacanze di Monsieur Hulot?) a Saint-Nazaire, puoi godere di un lettino e un ombrellone al prezzo di un caffè. E ci state quanto vi pare. Qui come altrove. No, le nostre spiagge devono invertire del tutto la rotta se vogliono sperare di sopravvivere. Finirla con la visione del turista come spugna da spremere. Perché oggi basta poco per scoprire che altrove, con un volo low cost e poco altro, puoi raggiungere luoghi dove la vacanza ha ancora tutto il senso del suo significato. Un significato che non è solo sballo o sbraco: le nostre spiagge sanno proporre solo intrattenimenti da quattro soldi, miss questo o miss quest’altro, happy hour e al massimo mostre sedicenti d’arte dove espone l’amico dell’amico dell’amico. Qui, invece, fra un doveroso torneo di beach soccer (come avviene da noi) e i campionati di pétanque (le sane bocce, che da noi non puoi più giocare perché vietate quasi ovunque), qui, dicevo, il fiore all’occhiello sono i Festival Letterari svolti in riva al mare, Festival Jazz con i migliori musicisti del mondo e per i bambini ci sono le giostre (quelle coi cavalli di legno) e il circo (avete presente?) e di giorno tutta la sabbia e l’acqua che vogliono. Noi, con le nostre spiagge di cemento e di divieti, stiamo perdendo il contatto con la realtà, senza esserci resi conto che le esigenze della maggior parte della gente, invece, sono sempre le stesse: fare qualche giorno di vacanza in libertà, senza spendere cifre folli, senza divieti insulsi e magari portando a casa esperienze perché no anche intellettuali e artistiche di assoluto valore. Ci vorrebbe poco. Invece, il harakiri collettivo messo in atto da sindaci che assomigliano sempre più a dei podestà sta svuotando il litorale veneto. Che è giusto si svuoti.
Scritture
Questo è il mio ufficio preferito in questi giorni, sole o meno ci sia. È raro trovarsi in situazioni del genere, dove il tuo fare, il tuo mestiere, è messo nelle condizioni per – forse, non dipende certo solo dal luogo – rendere al meglio. Di questo devo ringraziare la Fondazione Meet di Saint-Nazaire e in particolare lo scrittore Patrick Deville, che ne è il direttore letterario.
Saint-Nazaire, di nuovo
Genova, anno dopo anno
Questo articolo è uscito il 19 luglio su il manifesto.
Entri nella sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, a Genova, ed è come se un interruttore dentro la tua testa facesse clic. Sulla parete di destra è srotolato a pannelli il Libro Bianco di Genova, le foto di quei giorni del 2001, gli stessi di questo mese di luglio, sette anni dopo. Non volevo nemmeno scriverlo questo articolo. C’era la coincidenza con la sentenza del processo Bolzaneto e scrivendolo, quest’articolo, avrei dovuto commentarla. Da quando ho finito di scrivere Cosa cambia (Marsilio), romanzo pubblicato un anno fa, racconto dei fatti del G8 di Genova del 2001, sei anni di convivenza con la scrittura, un corpo a corpo quotidiano con quei giorni, quei ricordi, quelle ferite, da quando è uscito, fatico ogni volta a riscriverne. Perché quel “cosa cambia” del titolo, senza il punto di domanda, ha un vago tono di rassegnazione. Lacerazioni non rimarginabili, giustizie che non arriveranno mai. È come se l’indignazione accumulata in quei giorni avesse scaricato l’intera sua energia sulle 188 pagine del romanzo. Io non ne possiedo più e un po’ mi avvilisce, questa cosa. Ma poi penso che aver riversato quel sentimento in una storia, ha fatto sì che ora sia a disposizione di chi magari non ne ha mai provata, di indignazione, per quel che successe a Genova nel 2001. Mi domando a chi, a quanti, oggi, interessi davvero sapere cosa accadde in quei giorni, sette anni fa. Abbiamo memorie di farfalla, ormai, altro che elefanti. Allora c’è un libro, adesso, a parlare per me, e ce ne sono molti altri (quelli di Stefano Tassinari, di Concita De Gregorio, di Giulietto Chiesa, per esempio) a parlare per tutti e a tutti. Poi, però, alcuni lettori mi hanno scritto. “Ma come, non la commenti la sentenza del processo di Bolzaneto?”. E poi, ancora, oggi, mi ritrovo qui, sulla soglia di Palazzo Ducale, invitato da Haidi e Giuliano Giuliani per un reading. Dentro la sala, la mostra “Al lavoro, Genova chiama”. Foto, installazioni, e la macabra lista, scandita lungo tutto il perimetro del percorso, i nomi delle morti bianche e, a guardarne la successione, la quantità, pensi che si tratti dell’elenco di anni e anni di tragedie e invece sono solo i primi sei mesi di quest’anno. Scrivo, e allora la commento, la sentenza, adesso. E dico: ma che cosa vi aspettavate? Che cosa potevamo pretendere in un paese che non si indigna più, nemmeno per le impronte digitali ai bambini rom? Un paese alla deriva sociale, politica, culturale, economica, dominato da dei media che propagandano paure fittizie, timori artefatti. Che cosa vi aspettavate da uno stato concentrato a salvaguardare se stesso? Da un paese dove anche il governo di centro-sinistra si è ben guardato dall’istituire una commissione d’inchiesta (peraltro prevista dal programma elettorale) che facesse luce sulle responsabilità del mattatoio di Genova? Che cosa poteva cambiare in un paese che va all’indietro, che richiama a governare chi aveva già devastato la giustizia e non solo, un paese che crede che il nemico da sconfiggere sia l’extracomunitario? Cosa aspettarsi da un paese convinto che il problema da combattere quest’estate siano i venditori ambulanti sulle spiagge? Come può cambiare uno stato che dal 1988 a oggi non ha voluto trovare il tempo di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro paese in quell’anno? Per questo non volevo commentare la sentenza di Bolzaneto. Non ci sono le parole e, anche trovandole, le ascolteremmo in pochi, sempre gli stessi. Quei quattro imbecilli che credono ancora nei valori, nella giustizia, nella democrazia e magari sperano che al processo per la Diaz vada diversamente. Genova fu l’inizio di quello stato di polizia diffuso nel quale viviamo adesso, fu la prova generale, perfettamente riuscita. E l’esito positivo di quell’esperienza è stato sancito con la sentenza dell’altro giorno. Oggi sappiamo che un’altra Genova sarà possibile, non appena qualcuno, lassù, lo vorrà. Ma poi proprio per tutto questo, alla fine, il reading di Cosa cambia è stato un abbraccio. Un modo per stringere forte Haidi e Giuliano Giuliani, e tutti quelli che, torturati a Bolzaneto, massacrati alla Diaz, manganellati lungo le strade di Genova nel luglio 2001, non otterranno mai giustizia. Perché le parole dei libri, e l’indignazione di cui sono pregne, quelle almeno, tengono vivo il sentimento di cui raccontano. Lo trasmettono, forse. E le parole, rimangono per sempre.











