L’altra Treviso

Questo articolo è uscito su il manifesto la settimana scorsa.

Era il 26 gennaio scorso. Il governo Prodi cadeva in quei giorni e in Piazza dei Signori, a Treviso, quel sabato pomeriggio, impazzava il carnevale. Una dozzina di scriteriati scrittori aveva scelto quella data senza nemmeno dare un’occhiata al calendario. Solo in piazza ci siamo accorti che sì, era proprio il sabato di carnevale, accidenti. In piazza, padri e madri, spensierati, che portavano per mano piccoli uomini ragno, minuscole wonder woman, micro zorri ripescati da un passato però meno passato di un mini arlecchino, costume fuori tempo massimo spuntato chissà da quale armadio di famiglia. Fra coriandoli e stelle filanti, pronti comunque a portare a termine la missione prefissata, ci guardavamo intorno scettici. Tutto era partito da un sms di Mauro Covacich che, da Roma, ci segnalava due pagine di un quotidiano dedicate al Veneto razzista. Un sms colmo di stupore a cui Tiziano Scarpa, Romolo Bugaro, Marco Franzoso e io replicammo confermando che sì, quello è il Veneto di oggi. Dobbiamo fare qualcosa, allora, concluse Covacich. Coinvolgemmo un’altra decina di autori e decidemmo. Scegliemmo le pagine più universali, Vangelo, Bibbia, Carta dei Diritti dell’Uomo, Brecht, e partimmo per quello che da tutti è considerato il cuore dell’intolleranza leghista. Treviso. Eravamo talmente convinti della scarsa attenzione che ci sarebbe stata dedicata che avevamo deciso di leggere senza amplificazione. Poi, saliti sui gradini di un caffè della piazza, eletto a occhio come palco ideale, si materializzarono quelle che i giornali, l’indomani, quantificarono in duemila persone. Erano lì per ascoltare. Manifestare insieme a noi. Dire che c’è un altro Veneto, lontano anni luce dai proclami razzisti di sindaci come Gentilini o Tosi. Mai e poi mai, avremmo immaginato in quel pomeriggio di gennaio, che oggi la lista degli sceriffi si sarebbe allungata con le adesioni di sindaci di sinistra. E mai e poi mai, avremmo pensato di trovarci davanti a leggi che anche Famiglia Cristiana definisce naziste. Andò benissimo, quel pomeriggio, anche grazie a un gruppo di musicisti equadoregni che ci prestarono il loro microfono. Il resto d’Italia si stupì, così come si è stupita ieri, quando la notizia che una iniziativa simile, con Gian Antonio Stella, Moni Ovadia, Marco Paolini e molti altri, ha riempito il palasport di Villorba. Sì, c’è anche un altro Veneto. Sappiatelo. Che si indigna, che dice no, che si vergogna, che chiede scusa. Un Veneto però, che sembra manifestarsi in forze soltanto se tirato per la manica da iniziative importanti come queste. Sì. A volte, nella quotidianità, mi domando dove siano quelle migliaia di trevigiani, di veneti che in una forma alla fine un po’ consolatoria, vengono ad ascoltarci. Un consolarsi a vicenda che non si tramuta mai in energia a lunga gittata, che dura il tempo di una sera, il tempo di far dire a tutti vedi che da quelle parti non sono tutti distratti, tutti leghisti, tutti xenofobi. Poi però, nella quotidianità, nella battaglia di valori che bisognerebbe combattere ogni giorno contro questa deriva del razzismo istituzionale, quelle migliaia di persone dove sono, che fanno? Forse cercano soltanto dei nuovi riferimenti, che non possono certo essere gli scrittori, gli artisti. Un’energia smarrita che, alla fine, però, può diventare il riferimento di se stessa, e di altri (com’è il comitato No Dal Molin, per esempio), e non un gruppo che si consola andando a sentire altri dire ciò che già sa. Un vento nuovo, che potrebbe incominciare a soffiare proprio dalla regione più razzista della nazione. Quel Veneto che, quando si tratta di rivendicare valori e ideali, riempie piazze e palazzetti. E stupisce.

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