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luglio | 2008 | robertoferrucci.com
Month: luglio, 2008

iPhone, la coda

Questo reportage è uscito sabato scorso sul Corriere del Veneto e il manifesto.

Alle 23.10, davanti al negozio Il Telefonino di Cannaregio, ci sono cinque persone in coda all’entrata. Una sesta è incollata alla vetrina, studia attentamente gli involucri che custodiscono l’oggetto per cui siamo qui. L’iPhone 3G della Apple, il telefonino più innovativo sul mercato. Anzi, non ancora sul mercato. Quello italiano, almeno. Cinquanta minuti ancora, da condividere in questa fila modesta e motivata. Un paradosso che l’iPhone esca soltanto oggi, qui, nel paese più “cellularizzato” del mondo e dove però, oggi, anche il mercato della tecnologia dà i primi segnali di crisi. Accosto il guardatore di involucri e compio la sua stessa analisi. È gadget anche la scatola, in questo caso. Poi vengo affiancato a mia volta da un signore che mi domanda ma come, è solo 3 giga l’iPhone? Per un momento ho la tentazione di rispondergli con la saccenza tecnologica di chi appartiene a un mondo a parte, ma dura un attimo, per fortuna, poi con garbo gli dico che no, che l’iPhone di giga ne ha 8 o 16, a seconda dei gusti. Un cartello dice che si apre alle 00.01. Esce il titolare del negozio, con un foglio e una lista di nomi scritta sopra. Sono i nomi di quelli qua in fila. Era già uscito quando non c’ero. Dice che di iPhone bianchi ce ne sono solo sette e allora avreste dovuto vederla, la faccia dell’ottavo, arrivato fin qui da San Donà di Piave, una cinquantina di chilometri da Venezia. Il titolare gli dice che da 8 giga, neri, ce n’è ancora, ma non c’è verso. Lui è venuto qui per il bianco e col bianco vuol tornare a casa. Lo capisco. Difficile spiegare, ma lo capisco. Quando ti intrippi (gergo tecnologico) per queste cose, va così. L’uscita del titolare ha sciolto gli imbarazzi, ci si parla come fossimo vecchi compagni di scuola perché, in qualche modo, è alla stessa scuola che apparteniamo. Chiedo al ragazzo di San Donà perché abbia scelto Venezia e non per esempio Mestre o Padova. Ma lui aveva fatto i suoi conti. Ci sarebbe stata meno gente a Venezia. Vero. Ma anche meno iPhone bianchi, abbiamo scoperto. Siamo già quasi tutti possessori del vecchio modello di iPhone, quello che ti facevi comprare in America e poi te lo sbloccavi o trovavi qualcuno in grado di farlo. Jailbreckare, dicono loro. C’è quello che ti racconta di averne jailbreckati una decina, che ti dice quali differenti colle abbia usato la Apple nei modelli più recenti, e che fatica, aprirli e richiuderli, quelli. Poi ci sono i neofiti, che fino a questo momento possedevano un cellulare “normale” e ti domandano curiosi come ti trovi. E gli altri – e me – con il sorriso sornione di chi la sa lunga e però ti dà il benvenuto in un altrove nuovo. Esagerato, certo. Ma li guardo in faccia, questi smanettoni, questi tecnological addicted (si dirà così?) e hanno tutti la faccia di quello che se il tuo hard disk ti pianta in asso alle due di notte, lo chiami e lui è disposto a mettere a repentaglio un matrimonio pur di risolverti il problema, anche se si tratta di uno conosciuto ieri, alla coda per comprare l’iPhone, uno mai visto prima. Riesco a farmi aggiungere alla lista per un normale 8 giga nero, anche se la lista era chiusa, ma evidentemente l’atmosfera di solidarietà e appartenenza deve averla respirata anche il titolare che intanto si informa da colleghi, con un Nokia, di come sta andando a Mestre, a Padova. Intanto con l’iPhone vecchio scatto le foto di questo che chiamarlo evento è altrettanto esagerato, lo so. Ma per questa gente qui lo è. Ai meno un quarto arriva un altro bel gruppo, in gran parte giovani e delle coppie. Le morose, le mogli – lo vedi subito – sono lì ma con un’adesione diversa. Faticano, è evidente, a condividere una cosa che proprio non sentono. È un telefono in fondo, no? Dice la moglie di uno, a un certo punto. No, fanno tutti, marito compreso. È come avere sul palmo il nostro pc di casa, le dice. Lei tentenna, ma non scioglie il mano nella mano. Sembra riproporsi su scala diversa la stessa dinamica di quando da piccoli, in cortile, i maschi decidevano di cambiare gioco, di passare alla partita di calcio e le ragazze, all’improvviso, lì, in un angolo. Dinamiche complicate, che sfuggono. A mezzanotte e un minuto le porte si aprono. Dovrebbe essere l’inizio della notte bianca e invece finisce lì, perché adesso in pochi minuti il rito si compie, e capisci che tutto ciò che resterà è il prima. Il gruppo, forse a causa delle carte di credito, torna necessariamente a essere un insieme di individualità. Solo per un momento tentiamo di perorare la causa del 16 giga bianco per il ragazzo di San Donà, ma poi ci sfaldiamo di nuovo. Alcuni di noi vanno al bar accanto col loro oggetto del desiderio che nemmeno esce dalle borse. C’è il desiderio, invece, di protrarre il prima, quel senso di comunità improbabile che si era creata durante l’attesa e che facciamo di tutto per mantenere viva il più a lungo. Pregustando un’altra attesa, dato che l’iPhone va attivato per farlo funzionare. Quasi tutti scegliamo di farlo a casa, perché a questa comunità qui piace essere indipendente, risolversele da sola le cose. Jailbreckare e condividere. Ci salutiamo verso le due, consapevoli che per tutti sarà la stessa identica notte splendidamente insonne. Salvo per il ragazzo di San Donà, che se ne ritorna a casa senza il suo 16 giga bianco ma, forse, con qualche potenziale amico in più.

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L’altra Treviso

Questo articolo è uscito su il manifesto la settimana scorsa.

Era il 26 gennaio scorso. Il governo Prodi cadeva in quei giorni e in Piazza dei Signori, a Treviso, quel sabato pomeriggio, impazzava il carnevale. Una dozzina di scriteriati scrittori aveva scelto quella data senza nemmeno dare un’occhiata al calendario. Solo in piazza ci siamo accorti che sì, era proprio il sabato di carnevale, accidenti. In piazza, padri e madri, spensierati, che portavano per mano piccoli uomini ragno, minuscole wonder woman, micro zorri ripescati da un passato però meno passato di un mini arlecchino, costume fuori tempo massimo spuntato chissà da quale armadio di famiglia. Fra coriandoli e stelle filanti, pronti comunque a portare a termine la missione prefissata, ci guardavamo intorno scettici. Tutto era partito da un sms di Mauro Covacich che, da Roma, ci segnalava due pagine di un quotidiano dedicate al Veneto razzista. Un sms colmo di stupore a cui Tiziano Scarpa, Romolo Bugaro, Marco Franzoso e io replicammo confermando che sì, quello è il Veneto di oggi. Dobbiamo fare qualcosa, allora, concluse Covacich. Coinvolgemmo un’altra decina di autori e decidemmo. Scegliemmo le pagine più universali, Vangelo, Bibbia, Carta dei Diritti dell’Uomo, Brecht, e partimmo per quello che da tutti è considerato il cuore dell’intolleranza leghista. Treviso. Eravamo talmente convinti della scarsa attenzione che ci sarebbe stata dedicata che avevamo deciso di leggere senza amplificazione. Poi, saliti sui gradini di un caffè della piazza, eletto a occhio come palco ideale, si materializzarono quelle che i giornali, l’indomani, quantificarono in duemila persone. Erano lì per ascoltare. Manifestare insieme a noi. Dire che c’è un altro Veneto, lontano anni luce dai proclami razzisti di sindaci come Gentilini o Tosi. Mai e poi mai, avremmo immaginato in quel pomeriggio di gennaio, che oggi la lista degli sceriffi si sarebbe allungata con le adesioni di sindaci di sinistra. E mai e poi mai, avremmo pensato di trovarci davanti a leggi che anche Famiglia Cristiana definisce naziste. Andò benissimo, quel pomeriggio, anche grazie a un gruppo di musicisti equadoregni che ci prestarono il loro microfono. Il resto d’Italia si stupì, così come si è stupita ieri, quando la notizia che una iniziativa simile, con Gian Antonio Stella, Moni Ovadia, Marco Paolini e molti altri, ha riempito il palasport di Villorba. Sì, c’è anche un altro Veneto. Sappiatelo. Che si indigna, che dice no, che si vergogna, che chiede scusa. Un Veneto però, che sembra manifestarsi in forze soltanto se tirato per la manica da iniziative importanti come queste. Sì. A volte, nella quotidianità, mi domando dove siano quelle migliaia di trevigiani, di veneti che in una forma alla fine un po’ consolatoria, vengono ad ascoltarci. Un consolarsi a vicenda che non si tramuta mai in energia a lunga gittata, che dura il tempo di una sera, il tempo di far dire a tutti vedi che da quelle parti non sono tutti distratti, tutti leghisti, tutti xenofobi. Poi però, nella quotidianità, nella battaglia di valori che bisognerebbe combattere ogni giorno contro questa deriva del razzismo istituzionale, quelle migliaia di persone dove sono, che fanno? Forse cercano soltanto dei nuovi riferimenti, che non possono certo essere gli scrittori, gli artisti. Un’energia smarrita che, alla fine, però, può diventare il riferimento di se stessa, e di altri (com’è il comitato No Dal Molin, per esempio), e non un gruppo che si consola andando a sentire altri dire ciò che già sa. Un vento nuovo, che potrebbe incominciare a soffiare proprio dalla regione più razzista della nazione. Quel Veneto che, quando si tratta di rivendicare valori e ideali, riempie piazze e palazzetti. E stupisce.

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Nato il 4 luglio 2007

Negli uffici della Marsilio, un anno fa. 638773210_a60c66bea1.jpg

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