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robertoferrucci.com » 2008 » maggio
mag 31

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Anni fa ho scritto questo, non ricordo più se per il manifesto o il Gazzettino.

Ormai non dovrebbero nemmeno fare più notizia le disavventure di Diego Armando Maradona. E invece eccolo di nuovo qui, a riempire pagine dei giornali di tutto il mondo, a far traballare – di nuovo – le nostre coscienze. Ogni volta che all’improvviso il suo faccione appare dietro le spalle del giornalista, dentro di noi si affastellano flash contraddittori: un gol in rovesciata e il Maradona imbolsito che voleva comprare il Napoli; le lacrime dopo la squalifica e Maradona che bacia la Coppa del Mondo. Succede questo dentro di noi, e le nostre coscienze vacillano davanti al pensiero di un uomo di 39 anni steso sopra a un lettino del reparto terapia intensiva di un ospedale uruguagio, a combattere con un cuore minato dalla cocaina. Un uomo che, apparentemente, ha avuto tutto dalla vita e che non si capisce perché sia finito in questo modo. E subito, allora, siamo tutti pronti a scagliarci contro il mito decaduto, addosso al cattivo esempio per i giovani, a questo “core ‘ngrato”, che si è preso tutto, fama, soldi, risultati e ci ha ridato solo immagini negative. Ogni volta, fatalmente, spariscono le altre, di immagini: quelle dei palleggi al San Paolo il giorno del suo arrivo a Napoli, i gol che portarono gli azzurri allo scudetto prima e alla Coppa Uefa poi, i suoi sublimi calci di punizione, i mondiali del 1986 che ha vinto praticamente da solo, con quel magnifico gol contro l’Inghilterra partendo da centrocampo e quello di pochi minuti prima, segnato con la mano, “la mano di Dio”, disse lui. Sparisce il Maradona campione e subentra il disadattato, quello che fuori dal campo si trasforma, Dottor Jekyll e Mister Hide. Ci resta solo il Diego amico dei camorristi, il Maradona in manette, il Dieguito cacciato dai mondiali del ‘94 perché colto, di nuovo, in flagrante, quello che spara (davvero, col fucile) ai giornalisti colpevoli di assediarlo.
Era appena stato eletto calciatore e sportivo del secolo in Argentina, e lui? Come ringrazia, il “core ‘ngrato” Diego Maradona, quello che giura sempre sulle teste delle sue figlie? Strafacendosi di coca. Che squallido ’sto Maradona. Sono questi i commenti che si sentono in giro.
Ma se anche questo, invece, facesse parte della grandezza del Pibe de Oro? Se questo suo procedere perennemente fuori rotta, questa sua andatura esistenziale tutta storta, sghemba, fosse solo l’incapacità di saperla (o di volerla) gestire, tutta quella grandezza? È piccolino Dieguito, troppo piccolo per non ubriacarsi col peso della notorietà, dell’importanza, della gloria. Soprattutto adesso che il suo bagaglio si sta trasformando in ricordo, in icone del passato. Certo, questa lettura è banale quanto quella – come chiamarla – “benpensante”. Ma perché questa non viene mai fuori?
Maradona calciatore i suoi gol li ha segnati, eccome. E nel calcio, nell’immaginario collettivo, ha lasciato un segno indelebile. Nella vita, invece, solo autogol. Autogol di quelli pesanti, che ti fanno perdere partita e campionato. Sono queste due dimensioni così contrastanti, così bianco e nero, positivo e negativo, a far traballare le nostre coscienze, salvo poi, quando si tratta di esprimere, di dire cosa si pensa, essere allora perfettamente accusatori, pronti a cacciare nell’angolo l’ex campione che – comunque – ha messo in atto una sorta di autodistruzione del mito. Fa del male solo a se stesso, Maradona. Ma al mito, oggi, soprattutto quello sportivo, non si può perdonare nulla. L’immagine deve essere positiva, tipo quella – un po’ patetica – di Del Piero studente universitario col tutor che lo prepara agli esami. Perché l’essere maledetti, come Rimbaud, Jim Morrison e Kurt Cobain fa parte in pieno del loro mito e per un calciatore invece no? Dev’essere perché non si leggono più romanzi né poesie. È passata decisamente di moda la figura dell’artista maledetto, di quello tutto genio e sregolatezza, che affascinava tanto nel bene quanto nel male. E che cosa è stato Diego Armando Maradona se non un artista? Meglio: non è egli forse – anche adesso – come un personaggio uscito dalla penna di qualche scrittore di talento? Fosse ancora vivo Soriano, verrebbe da chiedergli di scriverla lui, un giorno, la storia di Diego Armando Maradona. Lo farà qualcun altro. Intanto, lui, Dieguito, sta sparpagliando alla rinfusa i capitoli di quel libro, una specie di sconclusionato romanzo d’appendice che comunque siamo tutti lì, pronti a seguire puntata dopo puntata, avidi di nuovi episodi. Salvo, poi, essere sempre pronti all’indignazione, allo sconcerto, a puntare il dito contro questo piccolo ma grandissimo core ‘ngrato.

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mag 30

Uscito sabato scorso su il Venezia Epolis.

Sfogli i giornali e ce ne sarebbero di argomenti, anche se poi il tema che ormai da anni sembra l’unico capace di solleticare le meningi di tutti è sempre e solo Cogne. Giri le pagine e sono a decine gli argomenti che invece dovrebbero toccare l’anima, smuovere i sentimenti. Fuori piove. Poi qualche spiraglio di sole e di nuovo pioggia. A volte basta una passeggiata per trovarla, l’idea, il tema di cui occuparsi su queste righe. Ma fuori piove e gli argomenti sono troppi e per la gente c’è sempre e solo Cogne e io non ci voglio più scrivere, di Cogne. A Cannes, intanto, non si parla che di cinema italiano, di Gomorra e di Andreotti e qualcuno si lamenta a voce alta, perché i film di Garrone e Sorrentino danno un’immagine negativa dell’Italia, non fosse poi che è quella, oggi, l’immagine dell’Italia e i due registi sono stati capaci di coglierla, di raccontarla, di mostrarla. E ora sono candidati alla Palma d’Oro. Magari non la vinceranno, ma erano anni che il nostro cinema non coglieva di sorpresa pubblico e critica come questa volta. E non si tratta di commedia all’italiana ma, piuttosto – finalmente – si parla di Rossellini e di Germi, maestri riconosciuti del cinema di sempre che il nostro paese seppero raccontarlo e mostrarlo al mondo. Ora pare stia accadendo di nuovo. Fuori è uscito il sole, forse in riva un’idea la trovo. Che cosa c’è meglio del sole dopo una giornata di pioggia? Taccuino, matita e portatile, un tè verde, la gente che spunta dalle case a cercare l’ampio respiro della sera che appena appena si accenna. I giornali a casa, solo la memoria sollecitata a trovare le parole per il “cosa cambia” di oggi. Oggi a Cannes toccava anche a Wim Wenders. Un film girato a Palermo. Chissà come sarà la città siciliana raccontata dal regista di Paris,Texas, mostrata come solo lui sa fare, un maestro del cinema che non ha perduto la capacità geniale di far vedere ma che sembra avere smarrito da un po’ la via della narrazione. O della non-narrazione talmente ostentata dei suoi primi film che diventava sua malgrado racconto di un’epoca. Il sole cala, ai tavolini del bar i veneziani sono all’aperitivo, così come i pochi turisti che arrivano fino a quest’angolo di Venezia. Il tramonto si approssima e io un’idea per l’argomento di oggi mica so se alla fine l’ho trovata. Ma forse, oggi, non serviva.

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mag 29

Benedetto XVI: “Provo gioia per il nuovo clima politico”… Evidentemente gli fa piacere prendere atto degli episodi di xenofobia quotidiani, del fascismo dilagante, delle nuove leggi ad personam. Ma poi c’è la chiave di lettura fatale: “Lo Stato faccia di più per le scuole cattoliche”, il 6 giugno incontra Berlusconi.

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mag 23

Un giorno vennero a prendere me…

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

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mag 23

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mag 22

Il Regime contro la libera informazione
Caso Travaglio, “I fatti e i veleni” di Antonio Tabucchi
da l’Unità, 20 maggio 2008

I due articoli di Giuseppe D’Avanzo contro Marco Travaglio (Repubblica, 13 e 14 maggio), il secondo di tono piuttosto pesante, al punto che D’Avanzo ha poi dovuto rimangiarsi le sue brutte insinuazioni dopo la secca replica di Travaglio (Repubblica, 15 maggio), seguono a pochi giorni di distanza l’aggressione verbale subita da Travaglio da parte di Vittorio Sgarbi nel programma televisivo AnnoZero.
Sono due fatti e non sono io a correlarli, si correlano da soli per la contiguità temporale e per le rispettive tribune mediatiche: televisione e giornale di grande tiratura. Ma se qualcuno volesse correlarli nella sostanza, lo faccia in tutta libertà: pensare non è ancora un reato.
Se ne parlo è perché l’episodio non appartiene al killeraggio dei numerosi pennivendoli o conduttori di talk show del sistema berlusconiano dai quali Travaglio è stato bersagliato fin dal suo primo libro su Berlusconi scritto con Elio Veltri, L’odore dei soldi, e via via da altri addetti all’informazione di servizio, portavoci di partiti compresi, con assoluto metodo bipartisan. Uno dei migliori giornalisti italiani di oggi (se non il migliore, e comunque il più importante e prezioso per la libertà del suo pensiero e il coraggio di mettere per iscritto tale libertà) viene maltrattato, chissà perché, da un altro giornalista (peraltro ottimo) e al quale si debbono inchieste fondamentali su temi scottanti.
I fatti. Travaglio partecipa alla trasmissione di Fazio Che tempo che fa per presentare il suo ultimo libro. E naturalmente parla del libro e delle cose in esso stampate, un libro uscito da oltre tre mesi e che non ha suscitato indignazioni né querele perché riporta semplicemente atti della magistratura, cioè problemi giudiziari avuti dal senatore Schifani (accertate frequentazioni di personaggi condannati poi per mafia), processi dai quali egli fu in seguito assolto (in realtà la procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni di un pentito di mafia presidente del comune di Villabate a proposito del piano regolatore che a suo dire sarebbe stato concordato anche con Schifani – ma questo Travaglio non lo dice da Fazio, lo precisa nel suo articolo su Repubblica del 15 maggio dopo l’attacco di D’Avanzo). Sono fatti che appartengono alla biografia di un uomo politico nominato alla seconda carica dello Stato. Nelle vere democrazie si esige addirittura di sapere se in vita sua un uomo politico di tale rilievo abbia fumato uno spinello o sia riuscito a sottrarsi alla guerra del Vietnam. Se poi aver fumato uno spinello o essersi sottratto al Vietnam non abbia costituito un reato, la cosa si dice lo stesso, perché fa parte della sua biografia. Ma nel comunicato del gabinetto di Schifani, né tanto meno sulla stampa italiana (con la sola eccezione de l’Unità), il giorno della sua nomina questi fatti non apparivano. La nostra stampa, come ha fatto per anni con le scarpe e le cravatte dei politici, era troppo occupata a descrivere il suo look. Le circostanze rammentate da Travaglio nel libro scritto con Peter Gomez (il quale Gomez aveva peraltro già citato le carte processuali su Schifani in un altro libro scritto con Lirio Abbate) non avevano suscitato dunque nessun clamore. Inoltre Marco Lillo, che nel 2002 su L’Espresso aveva pubblicato su quelle frequentazioni un preciso articolo, era stato querelato da Schifani, che però aveva perso la causa: erano fatti, anche se non di rilevanza penale. Ma Travaglio va in televisione, e si scatena la bufera, perché evidentemente alla Rai le cose non si possono dire. Ne seguono ridicole scuse a Schifani per “lesa maestà” dal direttore generale della Rai e dal conduttore televisivo, come già aveva fatto perché Furio Colombo nel suo programma aveva riferito che Berlusconi in America è conosciuto come “una barzelletta che cammina”. E il povero Fazio (che brutto tempo che fa) obbedisce con il sorriso di chi si adegua. Alle scuse si unisce l’ineffabile senatrice Ds-Pd Finocchiaro, mentre Luciano Violante, ora in probabile attesa della nomina a giudice costituzionale da Berlusconi e compagnia, definisce le dichiarazioni di Travaglio “un pettegolezzo”, probabilmente memore del suo, quando trasformò i nazifascisti repubblichini in “Ragazzi di Salò”. A questo punto, sub specie di “lezione di giornalismo” arriva il verdetto di D’Avanzo, che ex cathedra istruisce Travaglio su ciò che si può dire e ciò che non si può. Il suo ragionamento, sul capzioso divagante, si appella a filosofi preoccupati delle “virtù della verità”, che è come dire del sesso degli angeli. Il tutto per dimostrare che i fatti menzionati da Travaglio servono solo (cito): «per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra». D’Avanzo sostiene che sono «sfuggenti e sdrucciolevoli i fatti quando sono proposti a un lettore inconsapevole, senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca: è un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce giornalismo d’informazione». Conclude che Travaglio è un manipolatore, «che usa un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste agenzie del risentimento – continua D’Avanzo – lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity (sic), in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale». Fine citazione.
Questa gagliarda difesa della classe politica italiana e soprattutto la necessità di una critica alle sue “istituzioni prestigiose” (che in realtà coincidono con decine di inquisiti in Parlamento, un mastodontico conflitto di interessi non risolto, le leggi vergogna, il falso in bilancio, tre televisioni private di Berlusconi e la sua mano sulla Rai, la sua proprietà di varie case editrici e il controllo di circa l’80% della stampa italiana, la sua non celata ambizione di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale di tipo peronista e di diventarne presidente, oltre a sostanziali modifiche alla Costituzione con il consenso dell’opposizione), insomma l’escamotage di D’Avanzo di attribuire a un collega giornalista la malattia della democrazia italiana, che di fatto è malatissima per conto proprio e che l’Europa guarda con sospetto e preoccupazione, mi sembra un fatto epocale, e meriterebbe un’analisi a sé. Preferisco invece soffermarmi su una questione apparentemente frivola ma forse non troppo. Allorché si dà la lezione a qualcuno ci si considera superiori a questo qualcuno, è ovvio. D’Avanzo è proprio sicuro di essere migliore di Travaglio? Non c’è dubbio che egli sia un grande giornalista d’inchiesta. Travaglio però, oltre che essere un grande giornalista d’inchiesta, è anche un intellettuale. I suoi libri li ha scritti, e sono un’analisi socio-antropologica dell’Italia di oggi. Un’analisi fatta non di astratte teorie o di opinioni, ma con l’utilizzo di dati concreti. I fatti.
Travaglio risponde su Repubblica ringraziando D’Avanzo per la lezione di giornalismo e spiegando che ha semplicemente menzionato fatti non rilevanti penalmente ma che il grande pubblico ignorava e che comunque una qualche rilevanza di altro tipo devono avercela, se si vuole che vengano taciuti. La pratica giornalistica italiana, che ha fatto tesoro della teoria sullo spazio-tempo di Einstein, pubblica accanto alla cortese risposta di Travaglio la risposta di D’Avanzo alla risposta di Travaglio: due risposte sincrone. Ed è una condanna definitiva: D’Avanzo insinua collusioni mafiose di Travaglio che preferisco non commentare perché non vi riconosco più D’Avanzo; vi ha replicato sufficientemente Travaglio obbligando il suo accusatore a una patetica retromarcia («Nessuno ha mai messo in dubbio l’onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale», D’Avanzo, Repubblica, 15 maggio). Mi interessa invece un allarmante concetto di D’Avanzo. È un qualcosa che riguarda anche me personalmente, ed è anche per questo che voglio intervenire sulla vicenda.
Un’università americana ha acquistato una parte dell’archivio di Beria e ha pubblicato quest’inverno il carteggio e le conversazioni fra Beria e Stalin. Stalin non corrisponde affatto al cliché del rozzo villico che ci resta di lui. Era un quasi-intellettuale (aveva scritto perfino un trattato di linguistica) e il suo tormentone erano gli intellettuali, le persone che fanno pensare gli altri. C’è un momento in cui il suo speciale tormentone è Mandel’stam (entrambi parlavano il russo ma evidentemente le loro lingue non coincidevano), e nelle conversazioni con Beria la domanda quasi ossessiva è questa: «Beria, Mandel’stam è davvero un bravo scrittore?». Curiosamente Beria difende Mandel’stam e risponde sempre che non solo è un bravo scrittore ma anche un bravo compagno. Finché un giorno Stalin perde la pazienza e dice testualmente che non gliene frega niente se sia un bravo compagno, vuole sapere solo se è davvero un bravo scrittore. Dopo questa precisa richiesta qualcosa succede a Mandel’stam. Nel successivo interrogatorio cui è sottoposto dalla polizia di Beria, il funzionario lo accusa di aver scritto una frase (o un verso) sovversivi. Mandel’stam risponde che non l’ha mai scritto. La replica del poliziotto: “Anche se non l’hai mai scritto era quello che volevi far pensare al popolo”.
Cito dal secondo articolo di D’Avanzo su Repubblica del 14 maggio (titolo: “Non sempre i fatti sono la verità”): «Con la complicità della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio – (Travaglio) getta in faccia agli spettatori il fatto controverso lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso” (che non è una frase di Travaglio ma che sembra sua, perché messa fra virgolette)». E così conclude: «Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare». Metto la frase in corsivo. È una frase da corsivo.
Antonio Tabucchi
(21 maggio 2008)

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mag 18

Questo articolo è uscito ieri su il Venezia Epolis.

Mentre l’offensiva verso il nemico Rom (e rumeno) assume toni da rappresaglia e gli italiani, la maggior parte di loro, plaudono gaudenti, convinti che questa sia la soluzione a tutti i mali di questo sgangherato e vegognoso paese, mentre Marco Travaglio diventa il primo bersaglio bipartisan di una nuova legislatura, mentre ciò che resta dell’opposizione si cosparge il capo e l’animo di zucchero a velo e si prepara a essere il più gradevole scendiletto del governo più reazionario d’Europa, mentre un ministro dichiara che impiegherà l’esercito per ripulire il paese da chi è diverso da noi, mentre accade tutto questo, altri italiani, la minoranza, si guardano attorno. Perplessi. Turbati. Smarriti. E si domandano che fare, domanda che si mescola a uno sconcerto colossale e assoluto, sradicati da quelle certezze che molti erano riusciti a mettere insieme con meticolosa pazienza, costruite giorno dopo giorno attraverso letture, conversazioni, riflessioni, studi, viaggi, conoscenze, approfondimenti. Il percorso doveroso, insomma, che dovrebbe riguardare ogni essere umano e che qui, da un quindicennio, è stato sostituito da una autorefenzialità catodica capace di sfracellare un evidentemente fragilissimo senso critico e civico. È come se in pochi anni le coscienze di gran parte di questo paese fossero finite dentro a un frullatore. Abbiamo scoperto in fretta che valori, senso civico, solidarietà, tolleranza (termini oggi ridicolizzati dalle istituzioni stesse), erano solo scorza, buccia. Dentro c’era poco, animi acidi pronti a impregnarsi di demagogia, di facili e falsi slogan oggi scolpiti nell’immaginario collettivo di questo paese. Sembra un’impresa titanica, adesso, provare a invertire questa deriva pericolosa. E ci guardiamo intorno, disorientati, mentre gli altri smantellano. Ci domandiamo che cosa fare senza sapere da dove incominciare, tali e tante – troppe – sono le cose che ci stanno sfuggendo da ogni lato, irriconoscibili per come lo abbiamo conosciuto e come lo avremmo voluto, noi, questo nostro paese chiamato Italia. Smarriti, delusi, sconcertati, schifati. Che fare? Scrivere, intanto. Ché, per quanto mi riguarda, è l’unica cosa – oggi ritenuta inutile – che so fare.

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mag 13

@lupsyn grandiosi quei due pezzi da museo mac…

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mag 13

Due giornalisti francesi intervistano Paolo Borsellino, che parla dei rapporti fra Berlusconi e la mafia. Parla soprattutto di Vittorio Mangano, condannato a più ergastoli, stalliere nella villa di Berlusconi, definito un eroe in campagna elettorale prima da Marcello Dell’Utri e poi dallo stesso Berlusconi. Per loro i mafiosi sono degli eroi. Poche settimane dopo questa intervista, il giudice Paolo Borsellino è stato fatto saltare in aria insieme alla sua scorta. Qualcuno si premurò di far sparire la sua agenda.

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mag 12

Ecco le pagine riguardanti Schifani tratte dal libro Se li conosci li eviti (Chiare lettere edizioni). Schifani Renato Giuseppe (FI)

Anagrafe Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo
di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Soprannome Fronte del Riporto.
Segni particolari Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro del recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d’anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate. Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
Assenze 321 su 1447 (22,2%) missioni 20 su 1447 (1,4%).
Frase celebre «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 1° agosto 2002).
«In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un trattamento di favore» (comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani, 15 agosto 2006 ).
«Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (12 settembre 2003).
«Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo molto in Silvio Berlusconi (…) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande leader» («Libero», 29 luglio 2007 ). «Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano. Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante della unitè della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base del proprio credo politico» (dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio 2008 ).

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mag 12

Meglio parlar d’altro. Ché in un paese dove una soubrette, una di quelle da calendario viene chiamata (per quali capacità? Quali competenze? Quali attitudini?) a ricoprire una delle più alte cariche istituzionali, c’è qualcosa che non va. Parlar d’altro, perché in un paese in cui la terza carica dello Stato afferma che bruciare una bandiera è molto peggio che massacrare di botte e uccidere un giovane che non ti ha offerto una sigaretta, è un paese che sta precipitando nel nero più profondo. Parlar d’altro dunque. Di parole. Dell’importanza delle parole in un paese in cui, da quindici anni, lo svilimento della lingua (che marcia di pari passo con quello dei valori) è un’operazione sistematica, quotidiana. Il ruolo della parola è quello di connotare, di raccontare, di spiegare, di fare luce. Compito di chi la usa è – dovrebbe essere – quello di usarla per mettere in luce i significati. Dovere di chi la pronuncia è – dovrebbe essere – di usarla per dire la verità. Questo è il senso profondo, puro, della parola. Per questo esistono i dizionari, per questo ci hanno insegnato a usarli. Da tempo provo una forte attrazione e un profondo interesse per la parola “semplicità”. Da quando, in particolare, la lessi attraversare tutte le cinque lezioni americane di Italo Calvino (Lezioni americane, Mondadori) dedicata a essa. Italo Calvino, oggi, non diventerebbe mai ministro. Né lui, né Pasolini, né Sciascia, né Moravia, né nessun altro scrittore. Del resto nemmeno lo abbiamo, noi, un ministero della o per la cultura, bensì quello dei beni culturali, perché nel nostro paese cultura è ciò che resta del passato. Interessano gli esiti della creazione e non il suo percorso. L’esito è monetizzabile, il percorso no. Semplicità di un percorso, semplificazione del suo risultato. Siamo il paese che ha sostituito la nobiltà del termine semplicità con la grossolanità della parola semplificazione. Guai, attraverso la semplicità, informare la gente della complessità di quest’epoca. Raggirarla, piuttosto, attraverso una bonaria e fuorviante, spesso mistificatoria, semplificazione. Per questo soltanto in Italia poteva nascere il ministero della semplificazione, affidato, va da sé, al più semplificato fra i parlamentari. No, proprio non ce la facevo, oggi, a parlar d’altro.
www.robertoferrucci.com

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mag 8

Sono per aria. Nel cuore di una nuvola, in questo preciso momento, che fa traballare l’aereo. Fra meno di un’ora atterreremo a Parigi, aeroporto Charles De Gaulle. Da lì raggiungerò in taxi un albergo dove lo scrittore Patrick Deville, direttore letterario della Fondazione Meet di Saint-Nazaire, attende i partecipanti a un convegno su e con Antonio Tabucchi. In questi giorni sto leggendo il suo ultimo libro, L’oca al passo (Feltrinelli, 2006), testo fondamentale per capire cosa è successo nel nostro paese, e non solo, in questo inizio di nuovo millennio. Sono stato invitato a partecipare alla tavola rotonda di venerdì pomeriggio sul tema “Tabucchi, la storia e la politica”. Credo parlerò di come, a mio avviso, uno scrittore, oggi, in Italia, non possa prescindere da ciò che nel nostro paese sta accadendo, un’involuzione che sembra non avere fine. E poi vorrei parlare di quando uno scrittore scrive sui giornali, di come procede in quei casi, e di quando invece scrive un libro, un romanzo. E magari, poi, di come scrive quando posta su un blog. Io lo faccio raramente e proprio poco fa, sorvolando Zurigo, ho letto sull’Internazionale un intervento di Steven Poole, un post che ha pubblicato tempo fa sul suo blog (www.stevenpoole.net) e che riflette su questi temi. Mi riprometto di usarlo più spesso, questo blog, come blog. Non soltanto gli articoli che pubblico prima sui giornali e poi anche qui. Chissà se ci riuscirò… Chiudo, l’aereo ha iniziato la fase di atteraggio. Aurevoir.

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mag 6

Benvenuti nel paese dove, secondo il presidente della camera, bruciare una bandiera (è mai stato dimostrato, poi, chi è davvero a bruciare quelle bandiere?) e ben più grave che ammazzare di botte un ragazzo (ucciso da un gruppo di fascisti).

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mag 5

Ho appena ascoltato il direttore del Mattino di Napoli (non ricordo il suo nome ma benissimo il suo sguardo mentre pronunciava queste parole) dire che Berlusconi è uomo dalla cultura solida perché ha messo insieme quell’enorme impresa di cultura che è Mediaset.

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