Il cervello in salotto

Questo articolo è uscito ieri su il Venezia Epolis.

Una vita fa, quattordici anni, il mondo era ben diverso dall’attuale. Io stesso – ma ciascuno di noi, immagino – avevo una vita diversissima da quella di oggi. La storia, in questi anni, ha registrato mutamenti epocali, il resto del pianeta ha proseguito nel suo cammino. Un cammino pieno di cambiamenti, che, nel bene e nel male hanno dato un volto nuovo a questo mondo. Non serve fare l’elenco. Si è già messo in moto nel vostro immaginario, ne sono certo. E mentre il mondo correva, noi, qui, in Italia, abbiamo intrapreso un cammino opposto. Non di lentezza ma di autoreferenzialità. Abbiamo smesso di guardare fuori, di interagire con l’esterno e, idealmente chiusi dentro la scatoletta televisiva, abbiamo dato due mandate al cancello della vita vera. La nostra quotidianità è diventata una sola, unica e morbosa vicenda di cronaca. Non sappiamo più come va il mondo, ma sappiamo tutto di Cogne, di Garlasco, di Perugia, di Gravina. Da quattordici anni il nostro cervello è chiuso in salotto, e sembra andarci così bene, ma così bene, che faremo di tutto per restarci ancora a lungo. Nessuno si rende più conto che questo è ormai soltanto il paese della superficie, della superficialità. Non si scava qui, si insabbia. Nessuno batte ciglio davanti a dichiarazioni – fatte da uomini loro malgrado di Stato – che danno dell’eroe a un condannato all’ergastolo per mafia e ignorano premeditatamente nei loro discorsi gente come Falcone o Borsellino. Siamo dentro a un’autorefenzialità cieca e pericolosa. Non guardiamo altrove e lasciamo che la nostra memoria venga scalfita, gestita da altri che hanno il possesso di un mouse sempre posizionato sul tasto “erase”. Cancellare. Meglio: non dire, ignorare, mistificare. E, soprattutto e sempre, semplificare. Quattordici anni sono una vita. Guardare cosa è successo altrove – impresa titanica, lo so, girare lo sguardo, staccarlo dal nostro salottino – tipo in Spagna o in Irlanda o ovunque, e poi tornare qui, mette i brividi. Perché questi nostri quattordici anni non sono stati soltanto una stasi ma un percorso a ritroso. Involutivo, devastante. Consapevoli poi che da martedì, questi quattordici anni, riprenderanno il cammino. A ritroso. E il nostro cervello, in salotto.

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