Nemmeno ad Achille Occhetto era riuscita una disfatta di tali proporzioni…

Questo mio articolo esce oggi su il manifesto.
Se la capitale alla fine ha fatto la stupida e ora c’è il marcio su Roma, la vera sorpresa di questi ballottaggi è Vicenza. Nessuno, qualche settimana fa, avrebbe mai scommesso un centesimo sulla vittoria del centro sinistra in un capoluogo di provincia dove Lega e partiti di destra la fanno da sempre da padroni. Soprattutto, poi, dopo il trionfo leghista alle politiche di due settimane fa. Quella valanga di voti verdi sembrava inequivocabile al punto che nessuno ci faceva caso, al ballottaggio di Vicenza, tutti concentrati su Roma. E invece da Vicenza arriva una lezione fatale e importantissima per la sinistra e per il Partito Democratico, un partito che sembra nato moribondo. Il suggerimento che arriva è quello di smetterla di guardare a destra per arraffare voti che non arriveranno mai, basta feste del cinema come unici fiori all’occhiello, ciò di cui la sinistra – o quel che ne rimane – deve occuparsi sono le cose concrete e, soprattutto, le battaglie civili che toccano il cuore di una città e della sua gente. È quel che è successo a Vicenza, dove la questione Dal Molin è stata cruciale. Le prese di posizione, le promesse che il nuovo sindaco ha fatto in campagna elettorale sono state semplici, chiare: indire un referendum cittadino per far dire ai vicentini sì o no all’allargamento della base USA. Del resto, anche se cancellata in parlamento, la sinistra che si era vista manifestare per le strade di Vicenza lo scorso 15 dicembre non poteva essere sparita. E non è di certo andata al mare, come pare aver fatto a Roma. Segno indiscutibile che ciò su cui si deve basare la rinascita è il basso. Il basso più nobile possibile: le battaglie civili, la capacità di stare in mezzo alla gente, saperla ascoltare. Ciò che da queste parti sa fare bene la Lega. Poi però fa rabbrividire sentire Rutelli dire che il centro-sinistra ha perso perché non ha riflettuto abbastanza sui problemi della sicurezza, l’ha sottovalutata. Il solito errore. Una sinistra che ha smesso di parlare da sinistra e che imita la destra laddove è inimitabile: la demagogia. Per questo sarebbe importante guardare a Vicenza. Perché qui ha vinto la mobilitazione, ha vinto la determinazione, hanno vinto quei valori che ormai sembrano non più necessari a ottenere consensi. Balle. La sinistra torni a essere sinistra. Faccia come il Comitato No Dal Molin, che è in piazza da mesi e mesi ed è stato capace di radicarsi su un territorio invincibile, altro che Roma per il centro-sinistra. Vicenza è sempre stata uno dei capisaldi leghisti. Qui l’alleanza del centro-sinistra ha vinto nonostante il silenzio tombale dei vertici dopo la sconfitta alle politiche. Un silenzio rotto solo da qualche gridolino di gioia del Pd per un 33% che non serve a niente, che non è servito a nulla soprattutto a Roma, dove il papista Rutelli ha spalancato la strada al fascista Alemanno. Il nuovo partito nato moribondo è riuscito nell’impresa storica di regalare alla destra la capitale. Vedremo quali saranno le riflessioni del dopo-voto, ma i primi segnali sembrano destinati a rendere perenne la catastrofe. Salvo a Vicenza. Chi l’avrebbe mai detto.
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Ma dov’è finito Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino? Rovisto fra gli scaffali, doppia tripla fila, ma sono doppi, tripli anche i luoghi dove, nella vita, ho sparpagliato i miei libri. Stanno tutti riuniti in un Meridiano, adesso, i romanzi di Calvino, ma mi piaceva l’idea, il 25 aprile, di sfogliare il volume anni sessanta di quando l’ho letto la prima volta. In quest’epoca dalla memoria corta, svanita o, peggio, mistificata, oltraggiata, decido di passare il giorno della Liberazione fra le pagine che raccontano la nostra Resistenza, celebrata dai più grandi scrittori del secolo scorso. Rovisto, e mi capita fra le mani Una questione privata, di Beppe Fenoglio, un capolavoro della nostra letteratura. Lo lessi attorno ai vent’anni, e mi innamorai anch’io di Fulvia, dei partigiani, delle Langhe e, soprattutto, della scrittura precisa ed essenziale di Fenoglio. Non lo legge più nessuno, Fenoglio e, forse, bisognerebbe renderlo obbligatorio a quel futuro ministro degli interni che ieri è rimasto a casa a curare il giardino, così come quest’altro racconto di Italo Calvino, L’entrata in guerra, che rileggerò al posto delle avventure di quel ragazzino magro, che fuma, beve e parla sboccato, il Pin di Il sentiero dei nidi di ragno. Sì, basta poco. Quando si sentono pronunciare certe idiozie, quando il revisionismo di molti vorrebbe rimettere in discussione la Storia, è sufficiente rivolgersi ai nostri scrittori. A Calvino, Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Romano Bilenchi, Elsa Morante, Carlo Levi. Leggere e far leggere le loro parole renderà ridicoli, piccoli, insulsi tutti coloro che con quattro slogan vorrebbero rimettere tutto in discussione. Frugate anche voi fra gli scaffali, andate su in soffitta, oppure entrate finalmente in una libreria. Da quanto non lo fate? Con pochi euro, il vostro presente cambierà suono, colori. Scoprirete che dentro a quei libri ci siamo noi, i nostri padri, il nostro paese. Quei libri sono la nostra storia e una volta letti – perché tanti, fra noi, troppi, non li hanno mai presi in mano – una volta letti capiremo un sacco di cose, avremo una chiave interpretativa nuova per questo assurdo presente. Sono il nostro patrimonio, quei libri, sono i custodi della verità e della memoria. Di più: gli scrittori – quegli scrittori – sono la nostra stessa memoria. Da non smarrire mai.
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Meglio parlare d’altro. Disintossicarsi è impossibile. Ma parlar d’altro e non di quel che toccherà all’Italia nei prossimi cinque anni, sì, si può fare (tanto per stare sullo slogan più sbagliato degli ultimi anni). Si può parlare di molte altre cose. Per esempio parlare di un argomento che nel nostro paese è sempre più emarginato e nei prossimi cinque anni lo sarà ancora di più. Possiamo parlare di libri. Ieri ho comprato in una libreria di Venezia un libro di Paul Bowles, l’autore del bellissimo romanzo intitolato Il tè nel deserto (qualcuno ricorderà il film omonimo di Bernardo Bertolucci, qualcun altro la splendida canzone dei Police, Tea in the Sahara). Su uno scaffale c’era un piccolo libro con un bollino rosso. Il bollino rosso stava a significare che il libro era usato e sopra c’era scritto tre euro. Il titolo è In cima al mondo, un romanzo che non ho mai letto, pubblicato da Anabasi, un editore che non esiste più. L’effetto, appena preso in mano, è quello che mi fa sempre un libro usato, soprattutto quando sai che si tratta di un esemplare raro. Ti domandi chi altro l’abbia letto, da dove arrivi. Quel libro, a differenza dei nuovi, ha una sua vita propria, una vita che sarebbe bello conoscere, magari annotata sull’ultima pagina, in fretta. Invece il libro non ha segno alcuno, sembra addirittura non essere stato letto. Solo se guardi la copertina in controluce, vedi dei numeri, il solco lasciato da una scrittura arrotondata, calcata su un foglio che ci stava appoggiato sopra: 9, 13, 3, 6. Chissà, numeri da giocare al Lotto? Il seriale di un software? Forse l’ho preso anche per via di quei numeri, il libro, oltre che per il suo autore. Fuori, mentre rigiravo fra le mani il libro appena comprato, ho visto un uomo di una certa età che veniva dalla mia parte. Aveva un soprabito lungo, teneva uno zaino su una spalla sola. Il viso, un viso di quelli che noti subito, un viso che parla dritto al tuo immaginario e lo solletica. Forse perché già visto o per pura forza evocativa di quei lineamenti. Soltanto dopo esserci incrociati sfiorandoci, mi sono accorto che era Bruno Ganz, l’attore protagonista di Il cielo sopra Berlino, di Wenders, e anche di Pane e tulipani, di Silvio Soldini. Ha casa a Venezia, e a Venezia, necessariamente, prima o poi la gente la incroci. Sì, è meglio e più piacevole parlar d’altro.
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Chissà se il tizio che accanto a Vladimir Putin mima il gesto del mitra puntato verso una giornalista che di lì a poco scoppierà in lacrime, chissà se lo sa che in Russia i giornalisti scomodi li ammazzano. Chissà se ha mai sentito nominare, dentro le stanze ovattate delle sue svariate ville, o mentre si trovava in “buona compagnia” negli sterminati spazi delle sue enormi tenute, chissà se lo ha mai sentito, lui, il nome di Anna Politkovskaya, giornalista uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. Faceva la giornalista alla Novaya Gazeta. Oppure chissà se li ha mai sentiti nominare Yevgeny Gerasimenko, o Ilia Zimine, giornalisti russi uccisi in Russia nello stesso anno. E la lista potrebbe continuare. Tutti uccisi in circostanze ancora non chiarite, tutti accomunati dalla ricerca della verità, sulla guerra in Cecenia, sulla corruzione del potere, tutti consapevoli che senza libertà di stampa non può esistere uno stato civile, la democrazia. Lo sa, tutto questo, il tizio che mima il mitra puntato contro la giornalista che ha fatto “la domanda sbagliata”? Uno statista dovrebbe saperlo, e non farebbe mai una sciocchezza del genere. Uno statista, appunto, non il tizio ritratto in questa foto accanto a Vladimir Putin.
Io sono quattordici anni che mi vergogno di essere connazionale di questo tizio nel quale milioni di miei connazionali si riconoscono. C’è un modo per disconoscere la propria cittadinanza?

Adesso speriamo ci si metta finalmente a riflettere, tutti. Quelli che non hanno svenduto il proprio cervello, almeno. Cercare di analizzare prima e porre rimedio poi sulla berlusconizzazione di questo paese. Una berlusconizzazione che ha incancrenito in profondità le coscienze individuali e le basi dell’intera società. Pochi hanno capito che si tratta prima di tutto di una questione linguistica e poi di disegno complessivo. La sinistra, dopo tre lustri, non l’ha ancora capito. E Veltroni, soprattutto, a cui a malincuore ho regalato il mio voto. Continuando così diventeremo sempre più lo zimbello d’Europa, un paese allo sbando, privo di valori etici. Con gli esaltatori della mafia a governarci. Mafiosi, veri, loro stessi. Che schifezza.
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Una vita fa, quattordici anni, il mondo era ben diverso dall’attuale. Io stesso – ma ciascuno di noi, immagino – avevo una vita diversissima da quella di oggi. La storia, in questi anni, ha registrato mutamenti epocali, il resto del pianeta ha proseguito nel suo cammino. Un cammino pieno di cambiamenti, che, nel bene e nel male hanno dato un volto nuovo a questo mondo. Non serve fare l’elenco. Si è già messo in moto nel vostro immaginario, ne sono certo. E mentre il mondo correva, noi, qui, in Italia, abbiamo intrapreso un cammino opposto. Non di lentezza ma di autoreferenzialità. Abbiamo smesso di guardare fuori, di interagire con l’esterno e, idealmente chiusi dentro la scatoletta televisiva, abbiamo dato due mandate al cancello della vita vera. La nostra quotidianità è diventata una sola, unica e morbosa vicenda di cronaca. Non sappiamo più come va il mondo, ma sappiamo tutto di Cogne, di Garlasco, di Perugia, di Gravina. Da quattordici anni il nostro cervello è chiuso in salotto, e sembra andarci così bene, ma così bene, che faremo di tutto per restarci ancora a lungo. Nessuno si rende più conto che questo è ormai soltanto il paese della superficie, della superficialità. Non si scava qui, si insabbia. Nessuno batte ciglio davanti a dichiarazioni – fatte da uomini loro malgrado di Stato – che danno dell’eroe a un condannato all’ergastolo per mafia e ignorano premeditatamente nei loro discorsi gente come Falcone o Borsellino. Siamo dentro a un’autorefenzialità cieca e pericolosa. Non guardiamo altrove e lasciamo che la nostra memoria venga scalfita, gestita da altri che hanno il possesso di un mouse sempre posizionato sul tasto “erase”. Cancellare. Meglio: non dire, ignorare, mistificare. E, soprattutto e sempre, semplificare. Quattordici anni sono una vita. Guardare cosa è successo altrove – impresa titanica, lo so, girare lo sguardo, staccarlo dal nostro salottino – tipo in Spagna o in Irlanda o ovunque, e poi tornare qui, mette i brividi. Perché questi nostri quattordici anni non sono stati soltanto una stasi ma un percorso a ritroso. Involutivo, devastante. Consapevoli poi che da martedì, questi quattordici anni, riprenderanno il cammino. A ritroso. E il nostro cervello, in salotto.
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