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febbraio | 2008 | robertoferrucci.com
Month: febbraio, 2008

Le foto da Saint-Nazaire

Dopo i primi giorni di ambientamento, ecco i primi sguardi. Fate clic sulla foto (aggiornamenti quotidiani)…l56.jpg

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Wim Wenders, qualche anno fa

Questa intervista è stata fatta nel settembre del 1993, a Viareggio, la sera in cui venne presentata a Europa Cinema la versione integrale di Fino alla fine del mondo. All’epoca lavoravo a Tele Capodistria, dove curavo per intero la trasmissione Achtung baby!, settimanale, 153 puntate consecutive, fino al 1996. Questa fu una puntata speciale.

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Carnevali, Venezia e Viareggio

Questo articolo è uscito venerdì scorso su il Corriere del Veneto.

Mercoledì mattina lo sentivi volteggiare nell’aria, il respiro di sollievo dei veneziani. Lo potevi vedere, era tangibile. Il carnevale più insulso della storia si era finalmente concluso. Squallido, l’hanno definito in tanti. Un successo del “geniale direttore artistico”, invece, a detta di Cacciari e Pizzigati. Ma forse avevano appena letto Harry Potter, tutti presi da magie e visioni. Il fallimento di Balich (feste senza autorizzazioni, gli incidenti ai Giardini, e molto altro ancora) non è solo il fallimento del Carnevale. Molto peggio. È la conferma plateale di un disegno tenuto sottotraccia ma ormai leggibile. Se a parole Cacciari dice di voler salvare Venezia, dall’altra, affidandola a mani "geniali", la consegna alla disneyzzazione definitiva. Balich è stato il caterpillar di quanto di buono il carnevale veneziano offriva: la cultura, lo spettacolo di qualità. Era questa la grande differenza rispetto a tutti gli altri carnevali. Cancellata. Per andare a caccia di numeri ha smantellato ogni idea di qualità per proporre la quantità più ovvia, spesso becera. Ha trasformato Venezia in un immenso discobar di provincia che ha riprodotto i fenomeni più ricorrenti dei discobar di provincia: tasso alcoolico elevatissimo, volgarità, vandalismo. Il vero disastro di questi giorni (dal 31 dicembre a oggi) è soltanto uno: è stata messa a nudo l’inadeguatezza di chi ha in mano le chiavi della città. Manca del tutto un’idea di città. Di Venezia com’è oggi e come dovrebbe essere domani. Se si vuole svenderla definitivamente, lo si dica. È un insulto alle intelligenze di tutti i veneziani assistere a dichiarazioni che gongolano sulla quantità di attenzione che i media hanno dato al Carnevale. Ma glielo può dire qualcuno a questi che Venezia sui media ci va da quando i media esistono? Qualcuno può dirgli che Venezia oggi ha bisogno di idee semplici e di valore? Che Venezia le invasioni di massa deve tenerle lontane e non incentivarle? Sì, ci voleva un direttore artistico geniale, che di artistico, però, non ha proposto niente di niente. E di geniale? Non basta aver organizzato un’apertura di olimpiade per saper gestire un Carnevale in una città come Venezia. È evidente. Ma intanto continuiamo a fare i provinciali. Chi ha fatto bene altrove allora è bravo per definizione, si smantella quel poco che c’era per far spazio al “nuovo”. Che dice: “Certamente terremo conto anche della tradizione del Carnevale di Venezia, anche se va maggiormente spettacolarizzata», roba da brividi. Ti fa capire che ti trovi davanti a qualcuno con la sindrome della mondovisione. E infatti, un attimo dopo: “Il Carnevale di Viareggio riesce ad avere tre ore di diretta Rai perché tutta la regione e il territorio si muovono al massimo livello per sostenerlo”. Chi glielo dice a Balich che Viareggio non è Venezia? Che Venezia non ha bisogno della mondovisione ma ha bisogno di un’idea di città, di festa che sia cultura e non spettacolarizzazione? Che ha bisogno di semplicità e non di semplificazione, tipo quella dei temi. Già, perché se il bacio in Piazza era una proposta dei gay per il San Valentino 2007, Sensation altro non era che la semplificazione, appunto, del tema della Biennale Arte di quest’anno, Think with the Senses – Feel with the Mind. Eh sì, ci voleva proprio un nuovo direttore artistico. E geniale, per giunta.

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Noi Berlusconi, loro Obama

Questo articolo è uscito ieri su il Venezia.

Sono uno di quelli – tanti – che in questo periodo si sentono più cittadini dell’Idaho o del Connecticut che cittadini italiani. O, almeno, mi piacerebbe. Uno di quelli che preferisce puntare lo sguardo oltreoceano piuttosto che in casa propria, dove lo spettacolino squallido della campagna elettorale è già cominciato. Certo, visto da qui, dal paese dove il panorama politico muta in maniera infinitesimale solo dopo qualche decennio, guardare alle primarie in corso negli Stati Uniti sembra davvero di trovarsi davanti a un film. La sfida in atto tra Barack Obama e Hillary Clinton, se seguita da vicino, rende ridicolmente triste il panorama nostrano. Esempi: in Italia, il 13 aprile diventerà presidente del consiglio per la terza volta uno che da quindici anni (quindici, sì) riempie di sé la vita non soltanto politica di questo paese. Alla presidenza della Regione Veneto ci sta un signore che è lì anch’egli più o meno da quindici anni (quindici, sì). L’attuale sindaco di Venezia è uno che già circa venti anni fa (venti, sì) si candidò per la prima volta a guidare la città. Ovvio che Obama e Hillary, visti da qui, sembrino i protagonisti di un film scritto a Hollywood. O un romanzo fantasy. Certo, qualcuno potrebbe dire che Hillary è la moglie di uno che divenne presidente nel lontano ’92. Verissimo. Ma ve lo immaginate possibile, voi, qui, in Italia, che una donna, magari la moglie di Occhetto o di Casini (aspetta: quale, la prima? La seconda?) la immaginate candidata, oggi, alla carica di presidente del consiglio? Una donna, in Italia, fantascienza, altro che fantasy. Ah già, c’è la moglie di Mastella, dimenticavo. Ma in questo caso meglio tacere. In tutti gli altri paesi spuntano all’improvviso i vari Zapatero, Blair, Sarkozy, Merkel. Appaiono e poi, se sconfitti, spariscono. Succede questo nei paesi civili e democratici, quando uno perde accetta la sconfitta, la sfiducia da parte della maggioranza del suo paese e se ne va. In America Bush sembra già un pensionato. Qui, paese fino a prova contraria civile e democratico, le cose vanno molto diversamente. La colpa? Nostra. Nostra di noi elettori. Incapaci di saper guardare, scegliere, decidere. Con una pigrizia mentale da rasentare la catatonia. Questa è l’Italia, oggi. Questo siamo noi. E noi, questa classe politica, ce la meritiamo.

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