Scrittori in piazza (1)

Questo articolo è uscito il 23 gennaio su il manifesto.

Sabato prossimo, alle 17, andremo a leggere in Piazza dei Signori a Treviso. Un gruppo di scrittori veneti, usando ciò che hanno a disposizione – le parole, i libri – esprimeranno il loro orrore per la deriva razzista, intollerante che questi luoghi stanno esprimendo. Useremo la poesia, la letteratura, per dire no al razzismo istituzionale inventato e imposto dai vari sindaci di Cittadella, Montegrotto, Sandonà e molti altri comuni del profondo Veneto. Idealmente, ci sarà anche Andrea Zanzotto, insieme a noi: “Il mio cuore e il mio intelletto saranno in piazza per ribadire i principi della Costituzione e della solidarietà contro le deviazioni e il razzismo”, ha detto. E ci saremo nonostante Gentilini ci abbia non certo gentilmente invitato ad andare a Napoli, laddove gli amministratori, dice, non fanno il loro dovere. Stia tranquillo, “il sceriffo” di Treviso. La scrittura arriva ovunque, pratica i luoghi dell’anima, non certo dell’idiozia. Sono cittadini del mondo, gli scrittori. Abitano dappertutto. E hanno quel maledetto di vizio di provare a raccontare il nostro presente. Ecco allora che dell’immondizia di Napoli ha scritto pagine importanti Roberto Saviano. Ed ecco che noi, sabato, ci occuperemo di altra immondizia, un’immondizia interiore, incistata nelle anime, l’immondizia prodotta dai sindaci del razzismo istituzionale, e quella di chi li sta ad ascoltare, di chi li acclama. Tenteremo di portare poesia a quelle coscienze cieche dove i proclami dei sindaci razzisti trovano terreno fertile, discariche di demagogia, inceneritori incapaci – ahimè – di incenerire quella violenza non soltanto verbale che straborda nelle menti. Luoghi, quelle coscienze, sempre più difficili da raggiungere, protetti da una patina viscida di disinformazione, da una coltre fosca dove trionfano slogan facili, aggressivi, intollerabili. Attraverso le pagine di Primo Levi lette da Gianfranco Bettin fino al Brecht recitato da Lello Voce, proveremo a dire che noi non ci stiamo. Facendo qualcosa che forse gli scrittori dovrebbero fare più spesso: mettersi in gioco, scendere in piazza. Porre la scrittura, la letteratura a marcare stretto lo svilimento, il disfacimento, lo sconquasso di quest’epoca. Contribuire, per quanto possibile, a invertire una deriva che sembra ineluttabile. E farlo sottovoce, mentre tutti gli altri urlano. Potremo mai farcela?

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