Lavoro nero

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto.

Forse è anche per via del nome che gli hanno dato: morti bianche. Nell’immaginario, la morte è nera, mica bianca. Dev’essere quell’addolcimento del colore – che evoca le nuvole, la neve, immagini così poco connesse alla morte – a lasciare tanti di noi, troppi, indifferenti davanti alla strage in atto nei luoghi di lavoro, una strage continua, che pare irrefrenabile. Macché. Magari si trattasse di una mera questione semantica. Di una definizione poco adeguata. È molto altro, invece. Come se quelle morti fossero un sacrificio dovuto, una perdita fisiologica legata alla frenesia, alla rincorsa, nonostante tutto, del benessere. Da raggiungere sempre più in fretta, per ottimizzare i tempi, per correre il più velocemente possibile verso l’obbiettivo. E che lo si faccia nel modo più economico possibile. Risparmiando su tutto, la sicurezza in particolare. Per questo, di fronte a numeri che ormai addizionano una strage permanente, c’è solo un dolore formale, una solidarietà di facciata, null’altro. Alla rabbia naturale dei colleghi non si affianca più un altrettanto doverosa indignazione da parte della società civile. Il rifiuto di una deriva. La prontezza di dire basta consapevoli che ciò comporterà un’incrinatura del sistema, uno stallo dello stato non più accettabile delle cose. E invece no. Cos’è successo dopo la strage alla Krupp di Torino? Chi ha affiancato gli operai nella loro protesta? Chi ha assunto su di sé il dovere morale di essere compartecipi a una tragedia che dovrebbe essere di tutti? Nessuno.
Perché poi va così: martedì scorso, treno che da Venezia va a Milano. Parte in orario ma subito si ferma a Marghera. È un Intercity e quella fermata non dovrebbe farla. Infatti, il treno resta bloccato lì per circa un’ora. A un certo punto il capotreno annuncia che i binari sono bloccati da un gruppo di manifestanti. Dei metalmeccanici di Porto Marghera. Dentro al treno l’impazienza aumenta mano a mano che passa il tempo. I telefonini mettono a dura prova la durata delle batterie, moccoli e improperi di intrecciano uguali su prefissi differenti. Qualcuno scende a vedere, scendo anch’io. Un controllore è attorniato da un gruppetto di persone, professionisti con valigetta, signore eleganti. Ciascuno a lamentare l’appuntamento che sta perdendo, l’affare che quegli operai sciagurati stanno mandando in malora. Fino a quando, una signora sulla cinquantina, montone lungo, borsa in tinta, sguardo fisso, stretto verso il blocco, esclama con veemente freddezza: “Ma perché non mettete in moto e gli andate addosso? Vedrete che si toglieranno di lì”. Il controllore abbozza un sorriso tirato, imbarazzato. Vorrebbe mandarla a quel paese, vorrei farlo anch’io, ma è così stonata quella scena. Così agghiacciante. Cosa volete dire a una donna di mezza età che, senza battere ciglio, senza una stilla di pudore, nessuna traccia di vergogna, esclama una frase del genere? Frase che forse, ieri – chissà – dovrebbe aver risuonato nell’anima di quella signora veneziana, alla notizia della tragedia. Una tragedia vicina, a due passi da casa, pochi metri da dove ha pronunciato quel macabro e assurdo invito. Questo è ciò che offre il territorio veneto di oggi. Cinismo e indifferenza. Egoismo arrogante, cieco. Porto Marghera è un ordigno, da sempre. Ma in questi ultimi anni ancora più esplosivo, pericoloso, per via di tutta una serie di lente dismissioni che stanno abbassando le soglie di sicurezza di lavoratori e cittadini. Chi vive da queste parti lo sa ma finge di non sapere. E allora la notizia di oggi che altro mai potrà essere se non poco più di un fastidioso tassello, uno spot ingombrante che interrompe, invadente, il reality show quotidiano?
La morte dei due operai di Porto Marghera è il risultato di un sistema impazzito, dove si appaltano e si subappaltano lavori al ribasso. Più in fretta si portano a termine e più si guadagna. Senza sicurezze, senza scrupoli. E allora oggi è normale, fa parte dell’orrido gioco del sistema, domandare a due operai, all’una e mezza di notte, di scendere nella stiva di una nave per raccogliere i rimasugli di un carico di soia. Nessuno a domandarsi se sia imprudente farlo. Se là sotto le cose siano a posto. Se tutte le precauzioni del caso siano state prese. Non serve. Perché il profitto arriva prima di tutto, più in fretta di un tempo, in un’apnea della ragione, asfissia dell’intelligenza, e puoi lasciarci la pelle, oggi, una notte d’inverno a Porto Marghera, in Italia, per qualche chilo di soia in più.

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