Vicenza

Questo articolo è uscito il 18 dicembre su il manifesto.

Come a Genova. La Genova del 17 novembre scorso, non quella del 2001. E Genova aleggia fra i partecipanti del corteo, con le sentenze di ieri ai ventiquattro manifestanti che sono argomento di conversazione, di discussione. Di rabbia, anche. Eccolo qui l’altro Veneto, quello contrario alla Dal Molin, al Mose, lontano anni luce dall’altro Veneto, quello dei sindaci razzisti, della Lega, dell’intolleranza, degli imprenditori semi analfabeti e privi di scrupoli. Quello che sfila oggi a Vicenza è il Veneto che non c’entra niente con la Padania e i proclami gentiliniani. Un Veneto a cui il resto d’Italia è venuta a dare man forte contro la Dal Molin. Ma c’è una profonda differenza con la Genova del 17 novembre. Qui, la città è presente eccome, a migliaia, una quantità mai vista di famiglie, di bambini, di gente che non ci sta. Madri in bicicletta con figli sul seggiolino che risalgono il corteo. Ma anche qui, poi, c’è un’altra Vicenza, quella del sindaco Hullweck e della leghista Dal Lago, quella dei commercianti che hanno sbarrato i negozi lungo il percorso e non solo (un negozio Sisley, lontanissimo dall’itinerario “Chiuso dalle 12.15 per manifestazione”, però magari, chi può dirlo, ci hanno partecipato). A Vicenza, quando si arriva, un’oretta prima dell’inizio del corteo, ci sono tracce della neve scesa ieri sera. A un gruppo giunto da Napoli non pare vero e azzardano qualche palla di neve, ma le munizioni finiscono in fretta. Quando il corteo parte, davanti, c’è il camion-palco, dove spicca il sigaro e la sciarpa arcobaleno di Don Gallo, che ogni tanto prende il microfono per dare lui stesso la notizia di gruppi ancora in arrivo alla stazione, di una cifra di partecipanti che nessuno si aspettava, e “chi fermerà quest’onda – dice – chi? Napolitano, D’Alema, i fascisti. No, nessuno può fermarla”. Dalle finestre spesso si affaccia gente a applaudire, a scandire slogan, ma anche qui, come ovunque, trionfano pure i babbi natale impiccati alle ringhiere delle terrazze. Qualcuno vorrebbe salvarli, tirarli giù, e si ride. Dietro al camion, un enorme telone circolare, i colori della pace concentrici, a spicchi, è sorretto da una dozzina di persone, la maggior parte bambini, che scandiscono ogni cinquantina di metri un conto alla rovescia, a volte partono da meno dieci, altre da meno otto. Si piegano sulle ginocchia e poi scattano in su tutti assieme e il telone diventa una mongolfiera multicolore. Tripudio dei piccoli sbandieratori che si lasciano coprire, urlando di gioia, da quell’aquilone enorme. “Pensa quale prezioso ricordo avranno, quei bambini, di questa giornata”, dice una giovane madre. Poco più in là i Beati costruttori di pace cantano “No Dal Molin” guidati da un ragazzo con la chitarra. Dietro allo striscione, uno ha in testa un presepe di carta color arcobaleno, pure quello. Spontaneità e scelte vagamente kitsch si alternano. Ma è tipico di una moltitudine. A un incrocio, il colpo di scena che non ti aspetti. Il camion svolta a destra, imbucandosi in una via stretta che porta a un ponticello sopra al Bacchiglione, e dritto, di fronte a una chiesa, parte una schitarrata rock che nessuno poteva aspettarsi. Viene in mente il Grunge, i Nirvana, Kurt Cobain. Seattle. La musica parte, ci avviciniamo ed eccoli là, appena fuori da un portone semiaperto, un sestetto che incomincia uno scatenato concerto. Cantante dalla voce roca, due chitarre, basso, batteria. Da una finestra al primo piano pende non un babbo natale, stavolta, ma un lenzuolo azzurro, con su scritto A Decadence History, il nome del gruppo, probabilmente. In un battibaleno hanno attorno telecamere e fotografi. Poco dopo, decine e decine di ragazzi danzano attorno a loro. Incrociamo una gastronomia e l’erboristeria Erba Luisa, aperte, così come il bar Trinacria, giusto all’ora del tè, anche se poi, dentro, vista la temperatura fuori, è tutto un imperversare di cioccolate calde, caffé corretti e grappe. Entra una coppia con due palloncini. Ci vuole poco, pochissimo, perché quello sospeso vicino al lampadario esploda. Bum, silenzio, risate e una voce stentorea che esclama “adesso ci caricano”. Altre risate. Dopo mezz’ora di sosta – e di necessario calore – fuori, il corteo è chissà a quale punto. Mi ci infilo, e c’è un gruppo che parla toscano. Uno ha la sciarpa viola della Fiorentina. In mezzo alla strada un tizio ha appoggiato un enorme zaino azzurro. Vende “i fischietti omologati No Dal Molin, solo un euro e potete scegliere il colore”, ripete. Un padre ci si fionda e ne compra uno rosso e uno giallo. Li porge a due piccoletti – quattro, cinque anni – avvolti nei piumini, bareta fracada fino agli occhi. Si infilano felici fra le labbra il fischietto – rosso il grande, giallo il piccolo – e si uniscono saltellando al concerto in atto. È bello quest’altro Veneto, che non tira su muri per isolare gli extracomunitari, che non piscia sul terreno dove si deve costruire una moschea. Un corteo dove puoi metteti ad ascoltare una signora consigliare a un’altra “quelle di anice che vendono alla Coop, in confezione grande, altrimenti al Billa le trovi…”. Il corteo sta per finire il suo circuito, pronto a ritornare laddove era partito. Una ragazza, davanti a un gazebo, dice al telefono “Vedi la scritta un futuro senza atomiche? Noi siamo qui. Sbrigati se no perdiamo il treno”. Di fronte, sul camion Ristoro Comunista, distribuiscono vin brulé. Il camion-palco, invece, si ferma più avanti, nel piazzale della stazione e quando tocca a Dario Fo prendere il microfono c’è quasi un’ovazione. Finisce il suo intervento parlando ai governanti di oggi, e saranno forti, nette, le parole che tanti, già diretti ai binari, si porteranno via, “Non ascoltate la gente, cari politici, e questa sarà la vostra tomba. Cretini”.

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