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dicembre | 2007 | robertoferrucci.com
Month: dicembre, 2007

Quel gran genio di Balich

Stanotte grande bacio in Piazza San Marco. Giorni fa è uscito questo mio articolo su il Venezia.

Che bello, finalmente vedremo delle coppie baciarsi in Piazza San Marco. Ne avevate mai visti voi? Io mai, tutte le volte che la evito, che faccio le sconte. Mi dicono però che alcuni sono stati visti baciarsi all’ombra del campanile. Gente avanti, evidentemente. Neo-futuristi. Marco Balich sarà contento, o indifferente, nel veder aggiungere anche queste duemila battute e rotti alla già nutritissima rassegna stampa seguita alla trovatona di fine anno, venite a Venezia a baciarvi. Nessun dubbio, ci voleva un organizzatore di fama internazionale (e di compenso, internazionale, anche, immagino) per un colpo di genio del genere. Nessun altro avrebbe potuto giungere a tanto. Nemmeno Casanova. L’avevate mai pensato, voi, di baciare il vostro amore allo scoccare della mezzanotte? Io mai. Volete mettere scavalcare la soglia tra vecchio e nuovo anno conversando amabilmente di Platone e Hegel, di Dostoevski e Flaubert? Sì, dev’essere proprio bello slinguare la morosa o il moroso la mezzanotte del 31 dicembre. E di fronte alla Basilica, poi, volete mettere? Certo, non ne siamo abituati. Siamo inadatti a questo gesto tanto inaudito, inedito. E allora altro colpo di genio del genio (ricompensato da genio, immagino, ecco le comparse, dei baciatori volontari che ci aiuteranno a capire come si fa. Grazie Balich. Finalmente impareremo cosa è giusto fare con la morosa e il moroso l’ultimo dell’anno. Pensavamo lo facessero solo nei film. E invece no, si può fare sul serio. Anche in Piazza San Marco, pensate, luogo notoriamente affatto romantico e reso romantico da questa mente giunta a salvare l’immagine di Venezia fuori da Venezia. Ah, se ce n’era il bisogno. Libidine pura, direbbe qualcuno. Inviterà anche Maria De Filippi per questo 31 dicembre stile Mediaset, l’ineffabile Marco Balich? È proprio vero, siamo nell’epoca dei sentimentalismi, non certo deisentimenti. L’epoca in cui chi la spara più banale ha l’onore delle cronache. Allora mi permetto di proporre queste modeste proposte al direttore artistico dell’ immagine (di superficie e superflua) di Venezia: regalare il boccolo alla morosa e alla mamma il 25 aprile, per esempio, oppure icioccolatini a San Valentino. Sono geniale anch’ io no? Ah, un’ultima domanda, laddove il mio limitato estro non arriva: che ne sarà dei single, il 31 dicembre, a Venezia. Qualcuno ha pensato anche a loro o dovranno sentirsi degli emarginati?

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Vicenza

Questo articolo è uscito il 18 dicembre su il manifesto.

Come a Genova. La Genova del 17 novembre scorso, non quella del 2001. E Genova aleggia fra i partecipanti del corteo, con le sentenze di ieri ai ventiquattro manifestanti che sono argomento di conversazione, di discussione. Di rabbia, anche. Eccolo qui l’altro Veneto, quello contrario alla Dal Molin, al Mose, lontano anni luce dall’altro Veneto, quello dei sindaci razzisti, della Lega, dell’intolleranza, degli imprenditori semi analfabeti e privi di scrupoli. Quello che sfila oggi a Vicenza è il Veneto che non c’entra niente con la Padania e i proclami gentiliniani. Un Veneto a cui il resto d’Italia è venuta a dare man forte contro la Dal Molin. Ma c’è una profonda differenza con la Genova del 17 novembre. Qui, la città è presente eccome, a migliaia, una quantità mai vista di famiglie, di bambini, di gente che non ci sta. Madri in bicicletta con figli sul seggiolino che risalgono il corteo. Ma anche qui, poi, c’è un’altra Vicenza, quella del sindaco Hullweck e della leghista Dal Lago, quella dei commercianti che hanno sbarrato i negozi lungo il percorso e non solo (un negozio Sisley, lontanissimo dall’itinerario “Chiuso dalle 12.15 per manifestazione”, però magari, chi può dirlo, ci hanno partecipato). A Vicenza, quando si arriva, un’oretta prima dell’inizio del corteo, ci sono tracce della neve scesa ieri sera. A un gruppo giunto da Napoli non pare vero e azzardano qualche palla di neve, ma le munizioni finiscono in fretta. Quando il corteo parte, davanti, c’è il camion-palco, dove spicca il sigaro e la sciarpa arcobaleno di Don Gallo, che ogni tanto prende il microfono per dare lui stesso la notizia di gruppi ancora in arrivo alla stazione, di una cifra di partecipanti che nessuno si aspettava, e “chi fermerà quest’onda – dice – chi? Napolitano, D’Alema, i fascisti. No, nessuno può fermarla”. Dalle finestre spesso si affaccia gente a applaudire, a scandire slogan, ma anche qui, come ovunque, trionfano pure i babbi natale impiccati alle ringhiere delle terrazze. Qualcuno vorrebbe salvarli, tirarli giù, e si ride. Dietro al camion, un enorme telone circolare, i colori della pace concentrici, a spicchi, è sorretto da una dozzina di persone, la maggior parte bambini, che scandiscono ogni cinquantina di metri un conto alla rovescia, a volte partono da meno dieci, altre da meno otto. Si piegano sulle ginocchia e poi scattano in su tutti assieme e il telone diventa una mongolfiera multicolore. Tripudio dei piccoli sbandieratori che si lasciano coprire, urlando di gioia, da quell’aquilone enorme. “Pensa quale prezioso ricordo avranno, quei bambini, di questa giornata”, dice una giovane madre. Poco più in là i Beati costruttori di pace cantano “No Dal Molin” guidati da un ragazzo con la chitarra. Dietro allo striscione, uno ha in testa un presepe di carta color arcobaleno, pure quello. Spontaneità e scelte vagamente kitsch si alternano. Ma è tipico di una moltitudine. A un incrocio, il colpo di scena che non ti aspetti. Il camion svolta a destra, imbucandosi in una via stretta che porta a un ponticello sopra al Bacchiglione, e dritto, di fronte a una chiesa, parte una schitarrata rock che nessuno poteva aspettarsi. Viene in mente il Grunge, i Nirvana, Kurt Cobain. Seattle. La musica parte, ci avviciniamo ed eccoli là, appena fuori da un portone semiaperto, un sestetto che incomincia uno scatenato concerto. Cantante dalla voce roca, due chitarre, basso, batteria. Da una finestra al primo piano pende non un babbo natale, stavolta, ma un lenzuolo azzurro, con su scritto A Decadence History, il nome del gruppo, probabilmente. In un battibaleno hanno attorno telecamere e fotografi. Poco dopo, decine e decine di ragazzi danzano attorno a loro. Incrociamo una gastronomia e l’erboristeria Erba Luisa, aperte, così come il bar Trinacria, giusto all’ora del tè, anche se poi, dentro, vista la temperatura fuori, è tutto un imperversare di cioccolate calde, caffé corretti e grappe. Entra una coppia con due palloncini. Ci vuole poco, pochissimo, perché quello sospeso vicino al lampadario esploda. Bum, silenzio, risate e una voce stentorea che esclama “adesso ci caricano”. Altre risate. Dopo mezz’ora di sosta – e di necessario calore – fuori, il corteo è chissà a quale punto. Mi ci infilo, e c’è un gruppo che parla toscano. Uno ha la sciarpa viola della Fiorentina. In mezzo alla strada un tizio ha appoggiato un enorme zaino azzurro. Vende “i fischietti omologati No Dal Molin, solo un euro e potete scegliere il colore”, ripete. Un padre ci si fionda e ne compra uno rosso e uno giallo. Li porge a due piccoletti – quattro, cinque anni – avvolti nei piumini, bareta fracada fino agli occhi. Si infilano felici fra le labbra il fischietto – rosso il grande, giallo il piccolo – e si uniscono saltellando al concerto in atto. È bello quest’altro Veneto, che non tira su muri per isolare gli extracomunitari, che non piscia sul terreno dove si deve costruire una moschea. Un corteo dove puoi metteti ad ascoltare una signora consigliare a un’altra “quelle di anice che vendono alla Coop, in confezione grande, altrimenti al Billa le trovi…”. Il corteo sta per finire il suo circuito, pronto a ritornare laddove era partito. Una ragazza, davanti a un gazebo, dice al telefono “Vedi la scritta un futuro senza atomiche? Noi siamo qui. Sbrigati se no perdiamo il treno”. Di fronte, sul camion Ristoro Comunista, distribuiscono vin brulé. Il camion-palco, invece, si ferma più avanti, nel piazzale della stazione e quando tocca a Dario Fo prendere il microfono c’è quasi un’ovazione. Finisce il suo intervento parlando ai governanti di oggi, e saranno forti, nette, le parole che tanti, già diretti ai binari, si porteranno via, “Non ascoltate la gente, cari politici, e questa sarà la vostra tomba. Cretini”.

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Veneto razzista

Mi arriva un sms, da un mio amico scrittore che sta a Roma: “Leggete Repubblica! Fate qualcosa!”. Lì per lì non capisco e chiedo: “Cosa?”. “Ci sono tre pagine sul Veneto razzista”. E mi ritrovo a rispondergli che è così, sì. Questa terra, la mia terra, è oggi il territorio più intollerante, verbalmente violento, del nostro paese. Gli rispondo e rabbrividisco nel rendermi conto che si tratta di una constatazione agghiacciante. Come se anch’io non potessi far altro che prenderne atto, allargare le braccia e voltarmi dall’altra parte. Poi non è proprio così, lo so. Di questa deriva scrivo da anni. In un libro – Andate e ritorni – ne tracciavo i presupposti, gli accenni evidenti già sul finire degli anni novanta. E ne ho scritto anche qui, di recente. Solo che quel che ho provato ieri, leggendo quel sms, è stato un misto di impotenza e rassegnazione. Come se non ci fosse più spazio, in me, per l’indignazione, la rabbia. Come se quei sentimenti, messi sotto assedio dalla propaganda cialtrona, dalla disinformazione demagogica, avessero alzato bandiera bianca. Ho letto il reportage di Fabrizio Ravelli, su Repubblica, impeccabile, vero. Ho letto lo smarrimento sconcertato di Ilvo Diamanti, che non ha più chiavi di lettura per interpretare questa orrida ondata di intolleranza. La tristezza dello storico Franzina, che pensa di andarsene, fuggire da questo Veneto irriconoscibile, inaccettabile. Cosa che da tempo, pur vivendo nell’isola felice di Venezia, lontana dalle turpitudini del profondo Veneto, sto meditando anch’io. Prima, però, credo di avere il dovere morale di raccontarlo, il Veneto razzista.

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Maestri

Questo articolo è uscito oggi su il Venezia.

Ho avuto un maestro, negli anni delle elementari, che per cinque anni – seconda metà degli anni sessanta – non ha fatto che scandire la nostra mattinata scolastica con un dettato e un po’ di matematica. Tutti i giorni così. Ma i dettati erano articoli di giornale, di rivista, di libri. Ci dettava del dottor Schweitzer nel Gabon, della guerra in Vietnam, della Resistenza e di mille altre cose sulle quali poi, dopo il dettato, ci invitava a riflettere. Era un tipo strano quel maestro, ce le insegnava così, lui, la storia, la geografia, la scienza. Ma me le ricordo ancora, quelle cose. Mi sono servite eccome, poi. Alle medie – inizio anni settanta – la professoressa di storia e geografia se ne fregava delle Guerre Puniche e ci spiegava di Israele e Palestina, dell’Irlanda del Nord, della Cina, di Robert Kennedy e Martin Luther King. Quella di lettere, invece, quando qualcuno meritava una nota o robe del genere, lei, ci dava da fare una “relazione” per casa. Dovevi scegliere un articolo di giornale e commentarlo, dire la tua. Alle superiori – pieni anni settanta, istituto tecnico – il professore di diritto e economia, ci fece leggere Italo Calvino e Cesare Pavese, i diari del Che e il Che fare? di Lenin. Poi ci ha spiegato ben bene la Costituzione e sapevamo tutto di Calamandrei, del Partito d’Azione, di Gobetti e magari un po’ meno di Keynes, ma poco importa. Insegnanti che mi hanno dato una chiave di lettura del mondo. Non facevano propaganda, ma ti aiutavano a leggere la complessità, che non va semplificata ma interpretata, ci hanno allontanato dai luoghi comuni, dalla superficialità. Ci hanno fatto capire che cosa vuol dire morale, che cosa sono i valori etici. Lo hanno fatto forzando i programmi, certo, portandoci in un altrove più ricco di profondità e hanno alimentato la nostra curiosità di sapere, di capire, di essere critici. Gli studenti italiani di oggi, invece, sono tra i più ignoranti del mondo. Gli insegnanti – categoria alla quale appartengo in parte – hanno una responsabilità pesantissima. Il disfacimento dei valori in atto oggi in questo paese arriva anche da lì. Certo, è il mestiere più difficile e mal pagato. Ma la responsabilità è la stessa. Chiediamocelo: li abbiamo oggi, noi insegnanti, gli strumenti per tornare a insegnare valori, morale, etica, spirito critico?

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da il Foglio di oggi

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