Un po’ di luce in più

Questo articolo esce oggi su il Venezia

Il 31 luglio 2007, verso le 15, ho percorso insieme a un amico via della Stazione di Tor di Quinto. Più che una via, un sentiero diroccato, il cui asfalto è una crepa continua, bottiglie frantumate ai lati e non solo, lattine e tutto quel che si può immaginare in un luogo del genere, anche se, credetemi, si fa fatica anche a immaginarlo così com’è. Lo abbiamo attraversato in fretta, a bordo di uno scooter e io proprio non ci credevo che,alla fine di quella striscia di degrado, ci fosse una stazione ferroviaria. Ma aveva ragione lui. E da lì, ho raggiunto agevolmente Saxa Rubra, dovestanno gli studi della Rai e dove mi aspettavano per un’intervista. Già, perché quello sgangherato trenino porta dal centro di Roma fino alla cittadella televisiva più grande d’Europa, da dove trasmettono svariate televisioni di tutto il mondo. Durante l’attraversamento di quella stradina, entrambi ci giravamo da una parte all’altra. Io convinto che non portasse in nessun posto – e perciò sicuro che nessuno fosse obbligato a percorrerla – lui già sbalordito o, forse, meno sicuro delle informazioni ricevute. Arrivati in quello che si dovrebbe chiamare piazzale della stazione ma che invece è solo un abuso semantico, ci siamo guardati e, all’unisono, ci siamo chiesti che razza di posto fosse mai quello. La stazione sembrava abbandonata, l’entrata sbarrata, nessun orario esposto e scritte di ogni genere sui muri. A un certo punto, da dietro una persiana al primo piano, è arrivata la voce di uno che aveva sentito le mie lamentele su un’assenza d’orario e me lo aveva urlato dalla finestra. Un posto sconcertante. Ora, dopo quel che èsuccesso, quel luogo è riemerso nella nostra memoria nitido, compresa la sensazione di disagio vero che ci provocò. E allora ha ragione chi dice che forse sarebbero bastati un paio di lampioni a salvare quella signora. Un po’ di luce, di pulizia della strada, magari riasfaltata, roba da pochi euro e da paese civile. Solo questo. Forse. Ma sì, combattere il degrado potrebbe essere ben più costruttivo, economico e etico che varare leggi speciali che – serve dirlo? – non risolveranno nulla, anzi. Bisognerebbe ritornare a riflettere a trecentosessanta gradi, impiegare il buon senso nel pieno delle suefunzioni. Perché altrimenti, la deriva imboccata è sotto gli occhi di tutti, anche se fingiamo di non vederla.

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