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novembre | 2007 | robertoferrucci.com
Month: novembre, 2007

Sindaci sceriffi? Evviva gli indiani

Questo articolo esce oggi su il Venezia.

Da piccoli giocavamo allo sceriffo e agli indiani. Io stavo con gli indiani, non sopportavo i gradassi tipo John Wayne, ma ero l’unico. Si sceglie – quasi – sempre il più forte, da piccoli. Il più forte è più facile da interpretare, da leggere, da emulare. È consolatorio, il più forte, e arriva dritto all’immaginario. Meno, molto meno, al cuore. E poi vince sempre, vuoi mettere. Quelli che stavano con lo sceriffo (e si vestivano da sceriffo, con la pistola e la stella, e parlavano, anche, da sceriffo), dovevano vincere per statuto, e tu, indiano, zitto, sparring partner e perdente, per statuto, ovviamente. Poi, gli sceriffi, non facevano che lamentarsi del fatto che qui, da noi, non c’erano. Quelli avevano la legge in mano. Sei lo sceriffo e decidi tu cosa fare nel bene e (soprattutto) nel male di colui che hai fra le mani. Non ci sono, da noi, gli sceriffi veri, si lamentavano gli sceriffi finti. E meno male, pensavo io, che di vedermi di fronte quel gigante antipatico di John Wayne, proprio no. Chissà come la pensano, adesso, gli sceriffi finti di una volta. Chissà se sono contenti di averli anche qui, finalmente, gli sceriffi veri. O sedicenti, sceriffi. Qui, nel profondo nordest, che nulla ha a che vedere con il Far West. O forse, sì, invece, stiamo diventando proprio il Far West, da queste parti. Certo, con John Wayne hanno poco a che vedere, i vari sindaci di Cittadella, di Montegrotto. Magari a recitare ci provano. Fanno gli sceriffi, senza stella al petto e la colt, quella sì, magari gli piacerebbe averla infilata nel cinturone. Hanno come maestro il proto sindaco, come egli stesso si definisce, di Treviso. “Il sceriffo”, perché la lingua, per questi neo guardiani della (loro) legalità, è un mistero assoluto. Niente gilet e stivali. Li guardi e sembrano – quelli di Cittadella e di Montegrotto – dei fighetti appena usciti da un rotocalco da quattro soldi. E parlano per slogan, perché oggi, se vuoi fare il sindaco, basta urlare ai quattro venti “padroni a casa nostra”, “la casa prima ai nostri e poi agli altri”, a emulare proprio quell’arrivano i nostri dei film western. Arrivano loro, e risolvono tutto. Perché sono gli sceriffi e sanno cosa è giusto o sbagliato. Sanno chi ha torto e chi ha ragione. Sono i nuovi amministratori, giovani, rampanti e… E io continuo a stare dalla parte degli indiani, come sempre.

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Quelli di via Tolemaide

Questo articolo esce oggi su il manifesto

Sono uno di quelli di via Tolemaide, io. Ero lì quel giorno, il 20 luglio 2001, e ci sono idealmente rimasto per sei anni, su e giù, quotidianamente, per quella striscia di asfalto incandescente, imbrattata di sangue, l’aria impestata di gas velenosi. Sei anni, lì, attraverso i pensieri, i gesti, la voce di un personaggio che, dentro una stanza d’albergo da cui si vede la Lanterna e con una mappa della città stesa sul letto, ritorna a Genova anni dopo, ripercorre la memoria, rivive i momenti, osserva immagini, segna sulla mappa le piccole tappe determinanti di quell’esperienza. Racconta e, di quei giorni, ne fa romanzo. Non è lì alla ricerca della verità, non è compito dei romanzieri, quello, né, tantomeno, di un personaggio di finzione. Ciò che, attraverso di me, l’io narrante cerca di trovare è un sentimento. Cercato – e chissà se trovato – attraverso il percorso della memoria, di ciò che di quei giorni, negli anni, ci è rimasto dentro. Quando ho incominciato a scriverlo, sapevo sarebbe stato necessario tanto tempo. I giorni di Genova, l’esperienza atroce avrebbe dovuto sedimentarsi dentro, trovare uno spazio accettabile, plausibile, in un animo che mai avrebbe immaginato di vivere – di sentire – una tale esperienza. Un percorso inevitabile, che ha riguardato tutti quelli che ci sono stati. E per alcuni di loro, è scattato pure un comprensibile effetto rimozione, tanto fu disgustoso ciò che vissero, videro, subirono. Animi sconvolti e ferite da cicatrizzare a parte, tutti speravamo che, sei anni dopo, il percorso della chiarezza, quello ufficiale, istituzionale, fosse giunto ben al di là di dove si trova ora. Che una commissione parlamentare fosse già insediata, con la consapevolezza che, in questo paese, le commissioni raramente sono giunte a dei risultati, e con il rischio, a commissione in corso, che di Genova 2001 si parlasse ancor meno di quanto fatto finora. Per non dire poi della certa prescrizione di cui usufruiranno i responsabili della “macelleria messicana” della Diaz e i torturatori di Bolzaneto. Per tutto questo è necessario e doveroso tornare a Genova, sabato 17 novembre. Tornare a Genova per ripartire da Genova. Fare della memoria il nostro presente. A guardare l’intero procedimento, sembra che la magistratura genovese si sia mossa come fecero le forze dell’ordine sei anni fa, lungo le strade della città. A caso. Chi capitava, capitava,e giù botte. Adesso, a chi è capitato, giù anni di galera. Per equiparare, hanno detto. Per mettere sullo stesso piano, in un equilibrio sghembo, il processo ai venticinque manifestanti con quello degli incursori della Diaz e quello degli aguzzini di Bolzaneto, ostinata ricerca di una delle più improbabili verità condivise che sempre più pochi, per fortuna, attraverso arzigogolate elucubrazioni, inaccettabili accostamenti, insistono a invocare per Genova. Non solo. La richiesta di pene severissime istituzionalizza – perché si sa, è il paese delle semplificazioni, questo, degli appiattimenti – il luogo comune del “se la sono cercata”. La falsa lettura che fa di Genova 2001 un semplice episodio di ordine pubblico, dove dei manifestanti anziché manifestare, devastavano e saccheggiavano e le forze dell’ordine non facevano che ristabilire, appunto, l’ordine. Eppure, girando l’Italia a presentare il romanzo, mi rendo conto di come la percezione di Genova da parte di gente che non c’era, che ne sapeva poco, sia cambiata. Forse per via delle ammissioni di dirigenti delle forze dell’ordine, forse per le telefonate agghiaccianti fra i poliziotti rese pubbliche qualche mese fa, e forse anche grazie alla trasmissione di Carlo Lucarelli, Genova 2001 diventa qualcosa, per loro, da approfondire, perché – dicono – l’avevamo liquidata troppo in fretta, con superficialità. Ora, invece, e non sono pochi, vengono per saperne di più. Non sono pochi, hanno voglia di capire, ma non basta, perché poi dall’alto tentano di ricacciarla in un angolo della memoria, Genova, in quello più polveroso e inaccessibile.La memoria di Genova è – dovrebbe essere – memoria collettiva, dolore condiviso, paura condivisa, rabbia condivisa. E, ormai, dopo tutto questo tempo, dovrebbe essere storia condivisa. Dovremmo esserci tutti, tutti trecentomila, dentro a quell’aula di tribunale dove venticinque di noi rischiano più di due secoli di galera. Alla lettura della notizia, quella cifra sembrava la leggessimo ancora sotto l’effetto stordente e asfissiante dei gas di Genova, vietati in guerra ma consentiti, solo in Italia, in casi di ordine pubblico. Era il rimbambinento provocato da quei cosi a farci leggere male. E invece no. Realtà pura. E allora, noi, quelli di via Tolemaide, quelli di Genova 2001, dobbiamo tornare tutti lì. Processateci tutti. Andate a prendere anche il protagonista del mio romanzo nella sua casa di carta. Accusatelo, perché a pagina 52 disegna sulla mappa la propria videocamera come fosse una pistola, to shoot images verso chi, anni prima, gli puntò addosso veri fucili che sparavano gas ad altezza uomo. Processatelo, perché a pagina 115 si accorge di non avere più il berretto in testa e spera di averlo lanciato contro i plotoni schierati contro di lui, contro il corteo. Chiedetene il massimo della pena perché a pagina 114, mentre scappa dentro a un tunnel, dice: “Sarei stato capace di tutto in quel momento. Avrei fatto qualunque cosa a quelli che mi stavano inseguendo e sparando. Qualunque cosa a quelli che mi stavano squarciando i polmoni, occludendo i bronchi, cartavetrando la gola, arroventando la pelle, infiammando gli occhi”. Condannatelo, il protagonista del mio libro, reo di aver provato a far arrivare a chi di Genova sapeva poco o nulla, la storia di Genova.

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Un po’ di luce in più

Questo articolo esce oggi su il Venezia

Il 31 luglio 2007, verso le 15, ho percorso insieme a un amico via della Stazione di Tor di Quinto. Più che una via, un sentiero diroccato, il cui asfalto è una crepa continua, bottiglie frantumate ai lati e non solo, lattine e tutto quel che si può immaginare in un luogo del genere, anche se, credetemi, si fa fatica anche a immaginarlo così com’è. Lo abbiamo attraversato in fretta, a bordo di uno scooter e io proprio non ci credevo che,alla fine di quella striscia di degrado, ci fosse una stazione ferroviaria. Ma aveva ragione lui. E da lì, ho raggiunto agevolmente Saxa Rubra, dovestanno gli studi della Rai e dove mi aspettavano per un’intervista. Già, perché quello sgangherato trenino porta dal centro di Roma fino alla cittadella televisiva più grande d’Europa, da dove trasmettono svariate televisioni di tutto il mondo. Durante l’attraversamento di quella stradina, entrambi ci giravamo da una parte all’altra. Io convinto che non portasse in nessun posto – e perciò sicuro che nessuno fosse obbligato a percorrerla – lui già sbalordito o, forse, meno sicuro delle informazioni ricevute. Arrivati in quello che si dovrebbe chiamare piazzale della stazione ma che invece è solo un abuso semantico, ci siamo guardati e, all’unisono, ci siamo chiesti che razza di posto fosse mai quello. La stazione sembrava abbandonata, l’entrata sbarrata, nessun orario esposto e scritte di ogni genere sui muri. A un certo punto, da dietro una persiana al primo piano, è arrivata la voce di uno che aveva sentito le mie lamentele su un’assenza d’orario e me lo aveva urlato dalla finestra. Un posto sconcertante. Ora, dopo quel che èsuccesso, quel luogo è riemerso nella nostra memoria nitido, compresa la sensazione di disagio vero che ci provocò. E allora ha ragione chi dice che forse sarebbero bastati un paio di lampioni a salvare quella signora. Un po’ di luce, di pulizia della strada, magari riasfaltata, roba da pochi euro e da paese civile. Solo questo. Forse. Ma sì, combattere il degrado potrebbe essere ben più costruttivo, economico e etico che varare leggi speciali che – serve dirlo? – non risolveranno nulla, anzi. Bisognerebbe ritornare a riflettere a trecentosessanta gradi, impiegare il buon senso nel pieno delle suefunzioni. Perché altrimenti, la deriva imboccata è sotto gli occhi di tutti, anche se fingiamo di non vederla.

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Genova e la memoria

Questo articolo esce oggi sul Corriere Veneto.

Nel marchingegno politico e mediatico, Genova, quella del G8, quella del luglio 2001, è come una clessidra la cui sabbia della chiarezza, della giustizia, della memoria, scende giù sempre troppo in fretta, lasciando in basso, nelle menti della gente, cumuli di ovvietà, comode semplificazioni anche se, a volte, quando la passi al setaccio, fra ecquella sabbia, resta però qualche vago cenno di chiarezza (la trasmissione Blu notte di Carlo Lucarelli, per esempio). Poi, ultimamente, puntuale, arriva sempre una mano a girarla, quella clessidra, a far ripartire ciò che alla fine non è mai approfondimento, mai luce piena, tantomeno un bagliore di verità. Puoi provarci ogni volta, a usare il setaccio, ma è una fatica immane, quando, dall’altra parte, l’esercizio messo in atto è quello sempre molto in voga, dalle nostre parti: l’insabbiamento. Invece, oggi, ciò che è successo lungo le strade di Genova in quei giorni dovrebbe essere ormai storia, sei anni dopo, e ogni episodio accaduto allora, dovrebbe ormai esser stato riconosciuto, catalogato, chiarito, giudicato. Invece Genova 2001 dà fastidio. Da una parte infastidisce i politici che non vogliono una commissione d’inchiesta, “per non dover giudicare l’operato delle forze dell’ordine”, parole di un ministro. Dall’altra complica la quotidianità di certi intellettuali che anziché provare a cercare di approfondire, di studiare, di capire, svendono la propria intelligenza al mercato dei luoghi comuni. Facile, troppo facile semplificare Genova, accomunare tutti in due fazioni, da una parte i cattivi che hanno messo a ferro e fuoco la città, dall’altra i buoni, a cui ogni tanto scappava la mano, ché si sa, in certi casi capita. La legittima difesa di cui si parlò in quei giorni – però, ahimé, rovesciata – e che fu il mantello steso a nascondere la macelleria messicana, che fu dappertutto, e non solo alla Diaz e a Bolzaneto. C’ero, io, in quei giorni, a Genova. Ero lì per raccontare. E ho visto e subìto cose che mai avrei immaginato. Quell’esperienza è diventata un romanzo, Cosa cambia, edito da Marsilio, un titolo che, alla luce dei fatti di questi giorni, porta con sé tutta la rassegnazione cui potrebbe alludere. Sei anni di lavoro, quel libro, come se non me ne fossi mai andato, io, da Genova, rimasto lì, lungo le strade, su e giù per i carrugi, a cercare non la verità – non è compito dei romanzieri, questo – ma un sentimento. Il sentimento di Genova. Quel sentimento che ora è necessario ritrovare, perché il tasto cancella-memoria ha sempre il dito di qualcuno, giudice, politico o intellettuale che sia, premuto sopra. La memoria pare essere un ostacolo, ultimamente. E la memoria di Genova, invece, è e deve essere patrimonio di tutti coloro che ci sono stati. Una memoria collettiva da condividere con chi non c’era. Con chi, ed è la gente qualunque che incontro alle presentazioni del libro in giro per l’Italia, ha davvero voglia di capire, di approfondire, di ricordare. Una memoria però talmente tremenda, talmente ingombrante, da avere spinto molti di coloro che sono stati a Genova, a rimuoverla, a voltarle, per un motivo o per l’altro, le spalle e scapparei via. E invece, adesso, c’è una sola cosa da fare, reimpossessarci in fretta del sentimento di Genova. Difenderlo dai banalizzatori di massa. Tenerlo vivo, ché la memoria è preziosa e potrebbe essere, questa volta, sinonimo di verità.

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