Città di libri

Questo mio reportage è uscito giorni fa su il manifesto.

Pordenone, lunedì mattina. Strade semi deserte e tangibile sensazione da giorno dopo. Ma se è vero che a regnare, qua intorno, sotto a un sole limpido di una eccellente fine estate, è la calma, è altrettanto vero che qualcosa ferve. Ed eccola lì, l’efficienza friulana, anche se qui siamo a due passi dal Veneto. Alle dieci di mattina, giunge l’eco di un vago clangore di attrezzi. Le strutture che hanno ospitato Pordenonelegge, ottava edizione della Festa del Libro sono già quasi del tutto smantellate, il tendone dei libri, l’altro del fuori catalogo, il tendone da 400 posti di Largo San Giorgio, lo Spazio Rodari e lo Spazio Munari, per i più piccoli, stanno lentamente perdendo i loro connotati, più nessuna traccia di libri, né di lettori. Solo qualche scrittore che approfitta degli ultimi momenti di soggiorno prima di un treno, di una macchina, di un aereo, che passeggia per una Pordenone quasi vuota, che cerca di carpirne gli angoli, la storia evidente e quella celata. Il francese Philippe Forrest fermo a guardare il Duomo, in Piazzetta San Marco, laddove ieri più di un migliaio di persone hanno ascoltato Carlo Ginzburg la mattina, Piergiorgio Odifreddi il pomeriggio, Mauro Corona la sera, e adesso, invece, il sagrato del Duomo leggermente in discesa è a disposizione dei passi lenti, misurati dell’autore di Tutti i bambini tranne uno, edito da Alet. Ieri, dietro di me, in mezzo alla calca, passeggiava invece Amitav Gosh (nella foto) e io adeguavo il mio passo al suo, come a poter sentire dietro di me tutti i suoi libri che Qualche centinaio di metri più in là, lo spagnolo Isaac Rosa, autore del romanzo Il vano ieri, edito da Gran Via, percorre Corso Vittorio Emanuele, diretto alla Loggia, passa accanto ai negozi chiusi del lunedì mattina, negozi che sono il termometro di questa città, la prima cosa che salta agli occhi appena scendi dal treno o parcheggi la macchina. Il ricco nordest forse non più così ricco ma Pordenone pare cavarsela ancora bene. Anche il ristorante dove la sera ci si ritrovava tutti a mangiare, bere, a parlare di libri, è chiuso. Dentro, da qui invisibili, sulle pareti lisce, beige cangiante del locale, è vergata la memoria storica di queste otto edizioni di Pordenonelegge. Le firme delle centinaia di scrittori, filosofi, poeti, storici, scienziati, critici, editori passati di qua. Quest’anno, si sono aggiunti fra gli altri, Amitav Gosh, Michel Butor, Richard Powers. È anche questa la differenza – evocata però solo altrove, non qui – con il Festival di Mantova. Lì, alle pareti di bar e ristoranti, è tutto un trionfare di foto, di ritratti dei partecipanti, immagini di qualità e però troppo formali. Qui, il semplice slancio delle parole, il tratto leggero di una firma. Forse perché l’idea di questa Festa del Libro con gli autori nasce dalla mente di alcuni scrittori? Forse. Gianmario Villalta, Alberto Garlini, Valentina Gasparet e, fino a un paio di edizioni fa, Mauro Covacich. O, forse, è anche per via del carattere di chi vive in questi luoghi. Concreto e poco o nulla esibizionista. Tre giorni di incontri, 170 appuntamenti, 180 autori e code per ogni evento. Voglia di cultura, di cose belle e importanti e rare, rarissime, a nordest. Contraddizioni, frequenti in questi luoghi di provincia, dove, alla fine, invece di parlare di tutto ciò che si è discusso nel week end, non si fa che parlare – sulla stampa soprattutto – dell’esibizione inaugurale di Aldo Busi, finito in mutande sul palco, da dove ha detto quel che dice da anni, con lo stile che usa da sempre e che da sempre mostra in tv. Sarà stata forse una scelta inopportuna (Busi ormai è più un guitto che uno scrittore, e spesso straparla, come quando, a proposito di Roberto Saviano, ha detto che non c’era bisogno di uno poco più che ventenne che ci raccontasse cos’è la camorra, che non era necessario farlo diventare un eroe, uno, ha aggiunto, che adesso se la tira anche un po’ ), si poteva forse inaugurare con altri e lasciare Busi all’interno del programma, fatto sta che non spetta certo ai politici, dire se è giusto o no, schierati “contro”, quasi tutti, incapaci di capire che le coscienze della gente non hanno bisogno di guardiani, tanto meno di guardiani come loro, di guide in grado di smistare per contro nostro – inetti elettori distratti – ciò che è bene e ciò che è male. L’esibizione dell’autore di Montichiari, finito in mutande nel giro di pochi minuti, al Teatro Verdi, può essere stata discutibile in alcuni passaggi, ma di un discutibile da far discutere. La bellezza della critica, del confronto dell’opinione. È qui, da questo episodio, che viene fuori il peggio di questi posti, di un nordest – non soltanto politicamente – ottuso e provinciale. Con la Lega sempre in prima fila, pronta a censurare (Busi), a epurare (gli organizzatori della manifestazione), a vietare (la libera circolazione delle idee), pronta a trasformare la Festa del Libro (il libro, primo nemico di questi tizi in verde) in una amabile e becera sagra paesana, piena di tradizioni inventate di sana pianta. Tutti concentrati su Busi, dunque, da queste parti, mentre a qualche chilometro di distanza, al CPT di Gradisca, succedeva qualcosa di cui è meglio, qui, da queste parti, non parlare. Contraddizioni del nordest, dove Pordenonelegge resta una delle più belle, positive, cresce di anno in anno, centomila spettatori in tre giorni (pure i “grillini” ne hanno approfittato, con un banchetto in Piazza Cavour, firme, gadget e il solito vaffa) e gente che se ne tornava a casa con pile di libri sottobraccio. Sembrava nemmeno di essere in Italia, nordest Italia, guardandoli. E se sapessimo davvero che cosa vuol dire e come fare, bisognerebbe proprio ripartire da qui, da eventi come questo, in una città, che a detta dei suoi abitanti stessi, da oggi si mette in attesa della nona edizione, occupando l’inverno con poco altro che non siano casa e lavoro. Poco altro, una pila di libri. E scusate se è poco, qui a nordest.

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