La casa di Peppino Impastato. Oggi, trentacinque anni fa, ucciso dalla mafia.
Buon Primo maggio
Se qualcuno per caso passa di là
L’Accademia La Parola e il Circolo Culturale Walter Tobagi
presentano
Letteral…Mente
Conversazioni al Palco attorno a Psiche eLetteratura
condotte da
dott. Franco Castelli e dott.ssa Elisabetta Gesmundo
LUNEDI’ 29 APRILE 2013 ore 18.00
Trame perse o interrotte delle nostre storie
Il filo dell’orizzonte di Antonio Tabucchi
Poesie di Sebastiano Gatto
Letture ad alta voce di Simonetta Nardi
Conversazione con Roberto Ferrucci su “Sentimenti sovversivi” e i suoi
incontri con Tabucchi
Tabucchi ne “Il filo dell’orizzonte” ci racconta la storia di una trama interrotta, di un filo che si è spezzato, che in occasione di un evento che colpisce il protagonista del romanzo, riemerge , riaffiora e crea le condizioni per una ripartenza. I viaggi di Tabucchi spesso portano da altre parti rispetto la meta originaria e diventano viaggi di conoscenza di sè che non rinunciano mai però a vivere il proprio tempo come obbligo di far sentire la propria voce.
Tabucchi, nel suo ultimo libro appena uscito “Di tutto resta poco”, dedica un capitolo alla scrittura di Roberto Ferrucci constatando che appartiene a ”una certa letteratura attuale che si è di nuovo messa guardare la realtà.”
Nel romanzo di Ferrucci “Sentimenti sovversivi”, la realtà è intesa sia come vivere il proprio tempo, non rinunciando a prendere posizioni chiare ed esprimere le proprie idee, ma anche come possibilità di esplorazione del proprio paesaggio interiore. Zoomando tra primi piani e distanze, respirando il vento Atlantico e l’aria di casa, fotografando con lo sguardo le navi che prendono il largo, l’autore ci porta ad una continua oscillazione tra essere dentro le cose e guardarle da lontano in un altrove che ci aiuta a comprenderle nella loro profondità.
Sebastiano Gatto leggerà alcuni inediti tratti dalla silloge STRADALAVORO. Protagonisti dei testi sono i pendolari, le loro facce, la loro postura. Su questi scarni elementi l’autore costruisce le storie: immagina vite, risvegli, provenienze, destinazioni di alcune di queste persone. Anche individui fra loro sconosciuti sono in realtà legati da relazioni. STRADALAVORO cerca di far emergere l’interesse per gli altri, dove “interesse” va inteso nell’accezione letterale di essere tra, stare in mezzo. Non esiste un non-luogo, inferenze e interferenze sono ovunque, le storie degli altri, le loro improvvise scomparse e riapparizioni, in superficie o sotterraneamente, in qualche modo ci riguardano.
Ingresso gratuito
Il PALCO
Piazzetta C. Battisti (vicino Teatro Toniolo) Mestre
scrivete@accademialaparola.it tel. 3801742068 - 3337592758
Dott. Franco Castelli. Medico, Psicoterapeuta, ha lavorato come Psichiatra nei Servizi Psichiatrici. Di formazione psicodinamica ad orientamento analitico ha lavorato con Alexander Lowen, Salomon Resnik, James Hillman. Conduttore di Gruppi di Psicoterapia rivolti a diversi tipi di patologie, quali psicosi, attacchi di panico, alcolismo, malattie croniche. Ha organizzato e condotto Gruppi di AutoMutuoAiuto per la prevenzione dei disturbi psichici. Ha insegnato in qualità di formatore e supervisore in Scuole di Psicoterapia per Medici, Psicologi ed Operatori Psichiatrici.
Dott.ssa Elisabetta Gesmundo Medico Psicoterapeuta ad orientamento junghiano. Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Istituto RIZA Milano. Presidente dell’Associazione Accademia La Parola. Ha ideato lo Psicodramma Corporeo, utilizzato come strumento clinico e in settori formativi. Tra le aree professionali, particolare interesse occupa la ricerca mitologica, simbolica e letteraria dell’esistenza.Ha pubblicato il libro La testa di Orfeo Ed. Moretti&Vitali, Bergamo. Opera presso Psicoterapia Psicosomatica a Mestre.
Simonetta Nardi lavora da più di vent’anni nelle radio private con trasmissioni quotidiane,prestando la voce in molti programmi giornalistici e documentaristici radiotelevisivi, nonché nella pubblicità. Attualmente conduce una trasmissione radiofonica quotidiana su Radio Padova. Svolge inoltre reading e attività di presentazione di eventi, ed insegna lettura espressiva e dizione presso istituzioni pubbliche e private.
Sebastiano Gatto è nato a Mestre nel 1975 e vive a Venezia. È poeta e traduttore. Ha pubblicato i libri di poesia Padre Vostro (Campanotto, 2000) e Horse Category (Il Ponte del sale, 2009). Per Amos Edizioni ha curato e tradotto Memoria della neve e Poesie complete di Julio Llamazares e Abel Sánchez di Miguel de Unamuno. Per Il Ponte del sale, assieme a Ianus Pravo, Peter Pan non è che un nome di Leopoldo María Panero. Nel 2012 per Amos Edizioni ha pubblicato il romanzo breve Le sette biciclette di César.
Roberto Ferrucci. Scrittore. Insegna Scrittura Creativa alla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova. Collabora al Corriere della Sera e al suo supplemento domenicale La Lettura.
È opinionista del Corriere del Veneto. Il suo ultimo romanzo si intitola Sentimenti sovversivi (Isbn, 2011) e il precedente, Cosa cambia (Marsilio, 2007) è uscito in Francia nel 2010, dalla casa editrice Les Éditions du Seuil, nella collana Fiction & Cie, con un’introduzione di Antonio Tabucchi.
Aprile 1945
Chi dorme…
Notte insonne a rimettere un po’ in ordine questo sito. Nuovi colori per i link, leggero restyling e ritorna la possibilità di iscriversi alle notifiche via email degli aggiornamenti del blog. Non so se questo ridarà vigore alla mia frequenza su queste pagine. Me ne tengo a debita distanza per evitare poi quello che il mio sguardo sull’Italia attuale mi spingerebbe a scrivere. E sarebbero cosa già lette, già sentite.
Mi limito a un acquerellino della mia stanza ad Alcamo, dove sono stato per quasi un mese tra febbraio e marzo e di cui faccio cenno nell’articolo precedente dedicato ad Antonio Tabucchi.
Antonio Tabucchi, un anno dopo
Questo articolo è uscito lunedì 18 marzo 2013 sul Corriere della Sera.

Linda richiude Di tutto resta un poco, il nuovo libro di Antonio Tabucchi e, con lo stesso sorriso del giorno in cui lo conobbe nella sua casa di Parigi, dice: «Che uomo generoso». Io lo so, l’ho sempre saputo, questo libro ne è la testimonianza lampante, ma lei lo dice con una spontaneità, accompagnata da un gesto così naturale, che la generosità di Antonio Tabucchi mi appare in un’altra luce. Generosità umana, certo, di quelle sempre presenti e pronte, forti e decisive. E una generosità letteraria, affatto disgiunta dall’altra, anzi, ma che ora, qui, in un bar di Alcamo, diventa così evidente, nel momento in cui Linda, la mia compagna, mi ridà il libro con un gesto complessivo, come se la generosità di Antonio stesse tutta lì, in quel passaggio da una mano all’altra, mani che si sfiorano. Chiunque abbia conosciuto Antonio Tabucchi, le sa, queste cose. E le sanno anche i suoi lettori. Una generosità, la sua, che vorresti davvero fosse contagiosa, replicabile, da poterla offrire agli altri così come faceva lui, attraverso di sé e i suoi libri. La generosità di un maestro, che aveva sempre da insegnarti, anche quando non c’era. No, aspettate. Va declinata al presente, questa cosa: che ha sempre da insegnarti, anche ora, che non c’è. Continuo a parlarci spesso, con Antonio Tabucchi. Ogni giorno, direi, come ha appena fatto Andrea Bajani nel suo bellissimo libro Mi riconosci (Feltrinelli). E lui continua a farmela, quella domanda. Impertinente, se fatta da chiunque altro. Te la fa anche in modo burbero, quando serve. «Stai scrivendo?», chiede, e al punto di domanda segue sempre quella pacca di rimprovero preventivo – pamm – sulla schiena. E poi «dài, racconta». Potrei raccontarti del vento di scirocco, qua fuori, stanotte, Antonio, raffiche di vento irregolari sotto – o dentro? – il cielo stellato di Sicilia, dove sono venuto a parlare di te a degli studenti del liceo scientifico e classico Ferro di Alcamo, e avessi visto le loro facce, quando l’altro giorno ho scritto alla lavagna quella tua frase che sta nella quarta di copertina del tuo ultimo libro. Come se avessi girato un interruttore. E le domande sono partite a raffica. “La letteratura è sostanzialmente questo: una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero al potere, qualsiasi esso sia”. L’estate scorsa avevo chiesto loro di leggere Notturno indiano. A ragazzi di sedici, diciassette anni. Troppo presto?, mi sono chiesto. Macché. Ti sarebbero piaciuti, Antonio, questi ragazzi, la risposta più bella a tutti i cliché sulla Sicilia che portiamo dentro di noi. Ora la conoscono anche loro, la tua generosità di narratore. E tu non li abbandonerai più, lo so. Poi, con Tabucchi, si poteva anche girargliela, contro, la domanda impertinente. E lui ti rispondeva. Nei dettagli, spesso. Ed era bello andarsene sapendo quale sarebbe stato il prossimo libro di Antonio Tabucchi.
Stringo fra le mani Di tutto resta un poco, guardo l’eco del sorriso sul volto di Linda che ha appena detto «Che uomo generoso». E so che quel “poco” è così tanto da riempire vite intere. Antonio Tabucchi l’ha riempita, la mia, come amico, come maestro e come scrittore.
Perché, se di tutto resta un poco, spesso, a volte, quel poco basta e avanza.
Grillo, e il web manipolabile
Mi ricordo quando Grillo prendeva a martellate i computer sul palco. Diceva che erano alienanti. Oggi invece, secondo lui tutto avviene là dentro. Anche le loro primarie, il massimo dellademocrazia, secondo Grillo, se fatte in rete. E invece… Questo articolo è uscito il 5 dicembre 2012 sul Corriere del Veneto.
Senza filtro. Una volta c’erano le Gitanes o le Nazionali, e ti sentivi addosso quell’aria da James Dean anche se nulla avevi a che farci, con il bel tenebroso di Hollywood. E oggi, in rete, senza filtro è anche un hashtag, che connota certe foto che fai con lo smartphone, dove è talmente facile usare i filtri, che farne senza è diventato un vanto. Eppure, i filtri sono importanti, spesso fondamentali. Nella vita, nel lavoro. O in questo momento, dove non ci fosse il filtro della misura, per questo articolo, scriverei pagine e pagine. Perciò, leggere che la scelta delle candidature alle “parlamentarie” del Movimento 5 Stelle saranno fatte on line e “senza alcun filtro”, dice Grillo, fa pensare. Intanto perché non è vero che di filtri non ce ne siano (i vari requisiti alla candidatura cos’altro sono?). Ma ce n’è un altro, di filtro, insormontabile, enorme, contraddittorio. Ed è quello che giustamente Beppe Grillo sbandiera come il più democratico: la rete. Vero. A parità di condizioni, però, lo sarebbe. In realtà, in questo Paese, allo stato attuale delle cose, non lo è. Al contrario, si tratta di una scelta elitaria, settaria quasi. Se non ho una connessione, non posso né partecipare, né scegliere. Grave no? Già perché l’Italia – Grillo lo ripete sempre, – è il Paese europeo più arretrato dal punto di vista delle connessioni. Avete mai provato a guardare un film in streaming qui, e poi farlo in Germania, o in Francia, o in Inghilterra? Vi viene da chiedere immediatamente “asilo digitale”, tanta è la differenza. Linee lente, analfabetismo digitale anche perché la rete non è materia di studio nelle scuole. Ecco allora che le parlamentarie sono destinate solo agli alfabetizzati della rete. E tutti gli altri, che sono stragrande maggioranza? Ma c’è dell’altro. La valutazione e la conseguente scelta “democratica” dei candidati verrà fatta soltanto in base a elementi virtuali. Ogni candidato ha la sua pagina online e tu lo sceglierai o meno dopo averla vagliata. Mah. Io uno che dovrà rappresentarmi in Parlamento vorrei ascoltarlo, guardarlo se possibile negli occhi, considerarne la gestualità, il tono di voce, come parla. La cosa più bella delle primarie del centrosinistra è stato andare ai seggi e vedere le facce della gente, dei volontari, degli iscritti, dei votanti. Una fragranza che credevamo smarrita. E prima, la campagna elettorale, che ha usato sì la rete, ma riscoprendo di nuovo anche il porta a porta, i candidati al mercato, in strada, e potevi ascoltarli, parlarci. Per tutti quelli che la rete non sanno usarla, ma non solo. E allora tutta questa democraticità della rete, alla fine, svanisce se non è accompagnata dalla fisicità, da quel grado zero dei rapporti che è il vis à vis. Lo sa bene Barack Obama, che utilizza al meglio la rete, certo, ma che non ha smesso di fare contemporaneamente la più classica delle campagne elettorali. Con o senza filtri, insomma, il candidato è sempre meglio guardarlo in faccia. E il più da vicino possibile, magari.
A chi voterà per Grillo
A me Beppe Grillo fa paura. Una volta mi faceva ridere, spesso anche riflettere. Oggi, paura. Quel che dice dei giornalisti, dei sindacati, della politica. Fa paura. La sua ignoranza, il suo qualunquismo. Si comporta specularmente a Berlusconi, e del berlusconismo è la conseguenza ahimè logica. Mi fa meno paura chi lo voterà. Perché per la maggior parte è gente smarrita, orfana dell’approfondimento, del buon senso e dell’intelligenza che istituzioni e media dovrebbero naturalmente dimostrare. Qualche giorno fa sul Corriere del Veneto, ho scritto questa cosa.
Pareva come se tutta quella gente fosse arrivata da un concerto. Mezzanotte circa, imbarcadero del vaporetto di Piazzale Roma, a Venezia, di solito deserto a quest’ora. L’altra sera, invece, affollato, nonostante il freddo e nonostante fosse un anonimo mercoledì, anche se di carnevale. Ma non ce n’erano di concerti in giro, l’altra sera. Eppure l’atmosfera era quella, avete presente? Quella sensazione così comune, così ricorrente, che rende tutti un po’ omogenei, un po’ aderenti, dopo aver condiviso un’emozione collettiva, dopo essersi riconosciuti tutti insieme dentro a quella stessa emozione. Una certa complicità, insomma. In mano, molti di loro, avevano dei fogli, dei depliant. Spiccava del giallo, risaltavano delle stelle. Vero, c’era Beppe Grillo a Marghera. Migliaia di persone, come a un concerto rock. E alcuni di loro qui, in attesa del vaporetto. E come a un concerto, dal quale ti porti via quell’eco capace di durare ben oltre la notte, anche qui ci sono i commenti, risuonano frasi che hanno sentito e condiviso sotto al palco del leader del Movimento Cinque Stelle. Già, Grillo il populista, Grillo il demagogo, Grillo l’antipolitico, Grillo che alla domanda di un esponente di Casa Pound “sei antifascista o no?”, lui risponde: “Questo è un problema che non mi compete”. Il Grillo imbarazzante, insomma o, quantomeno, confuso. Eppure, tutta questa gente qui, che aspetta di ritornare a casa, è stata ore al gelo per ascoltarlo. E non hanno nulla di imbarazzante, loro, non dicono nulla di inaccettabile. Commentano, ribadiscono, e mettono in discussione, anche, certe affermazioni del leader, ma lo fanno con pacatezza, argomentano. Sono coppie, soprattutto, e non soltanto giovani. Tu, scettico, li guardi, li ascolti, e una cosa è evidente, certa, inconfondibile: questa è gente che ha voglia di politica, altro che. Ha voglia di ascoltare, di capire, di riconoscersi. E prende quel che c’è, quel poco di nuovo che si ê affacciato nel paesaggio stantio e putrido della politica italiana. Li ascolti, li guardi e salta agli occhi anche l’incongruenza di colui che ha esaltato il web, i blog, i social network, ma che sta conquistando voti su voti alla vecchia maniera: coi comizi in piazza, andando a guardarla in faccia, la gente. Perché ce n’è ancora tanta di gente che ha davvero voglia di politica. Gli altri evitano le piazze, preferiscono luoghi più contenuti, protetti, la piazza è un rischio, e non certo per l’incolumità, ma per la partecipazione, perché se alla fine non hanno nulla di nuovo da dire, perché mai andare ad ascoltarli? E i reduci dalla piazza di Grillo hanno invece la faccia di chi ha voluto esserci, partecipare. Sembrano elettori che si sentono delusi, se non traditi. Sono elettori che in gran parte avrebbero forse votato a sinistra, se a sinistra avessero sentito un’aria forte di cambiamento. Li ho sentiti parlare di ambiente, di Porto Marghera, di grandi navi. Di battaglie sacrosante, finite – ahimè – in mano a un comico. Perché questo, alla fine è – e forse sarà per sempre – un Paese da commedia. E di commedianti.
Maschilismo di Stato
Oggi un vecchio signore imbolsito e sconcio, che si candida di nuovo a guidare (e finire di devastare) il Paese, avrebbe chiesto scusa alla signora che ha insultato giorni fa. Un vecchio signore che proprio grazie a questo suo “modo di fare”, incanta ancora un numero cospicuo di italiani. Lunedì prossimo, rivincesse, sancirebbe la fine dell’Italia visto che nessuno, fuori dall’Italia, si augura che quel tizio ritorni al governo del Paese. Giorni fa, venerdì 15 febbraio 2013, questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto.
Dovrebbe mettere i brividi vedere un maschio insultare col sorriso sulle labbra una ragazza. E i brividi dovrebbero aumentare se poi quel maschio è un vecchio che si crede invincibile, imbattibile per via del potere che ha acquisito negli anni e che noi continuiamo, davanti a ogni sconcezza, a tributargli. Non si tratta più di campagna elettorale e tantomeno di politica. La politica, quella vera, è un’altra cosa. È l’opposto. È virtù. Un imbarazzo che di sicuro non tutti hanno provato ascoltando le parole pronunciate a Mirano da uno dei leader politici più importanti di questo Paese – basta sottolineare le risate e gli applausi della platea, sdilinquita davanti a quello schifo – un imbarazzo, dicevo, che è qualcosa di profondo, di doloroso. Nessuno fra i presenti, tantomeno fra i colleghi o i responsabili della ditta per cui lavora la signora offesa e umiliata, ha avuto la prontezza di intervenire, di interrompere quella scenetta patetica e vergognosa. Per un motivo molto semplice. Perché noi maschi italiani siamo così. Tutti. Basta ascoltare in pizzeria o al bar cosa si dice a un tavolo di soli maschi, o in classe, quando i maschi si appartano a fare commenti sulle compagne di classe. O, ancora, basta essere dentro a noi stessi, quando vediamo passare una ragazza, e scattano certi pensieri. Siamo così. E il Paese ne è un ritratto preciso, agli ultimi posti in Europa in materia, al punto da essere costretto a inventarsi le quote rosa, o un ministero per le pari opportunità. Solo che in questi ultimi anni, molti anni, anziché evolvere verso le altre nazioni abbiamo percorso giganteschi passi indietro. Perché questo maschilismo becero è stato nel frattempo istituzionalizzato. È diventato comportamento non soltanto sociale ma anche e soprattutto professionale e politico. Unici al mondo in questo. E lo è diventato davanti a una società civile nient’affatto sconcertata, a parte pochi, anzi, poche: il movimento di “Se non ora quando”, in particolare. Sia chiaro, sono tanti i maschi, che nel corso della loro vita hanno battagliato contro questa indole. Grazie a genitori, a insegnanti, a letture, a viaggi, grazie a percorsi interiori virtuosi si sono affrancati, allontanati da atteggiamenti simili. Che però, come l’alcol, come il fumo, sono sempre lì, in agguato. Siamo sempre a rischio, insomma, noi maschi. E in questi anni, se prima tanti riuscivano a mordersi la lingua ed evitare certe frasi, certe parole, certi sorrisetti, certe allusioni, con l’istituzionalizzazione della beceraggine tutto rischia di naufragare. Ogni volta. Ogni volta che accade un episodio come quello di Mirano, crollano anni di sforzi, la sottocultura torna a vincere, e ci vuol poco, in un Paese che da anni dà voce alle budella, anziché al cervello. E non basteranno certo le elezioni, a invertire una rotta – tutta italiana – che parte da lontano. Troppo lontano.
Cortazar, oggi
Il 12 febbraio 1984 moriva a Parigi lo scrittore Julio Cortázar. Uno dei suoi libri più strani e belli è questo, scritto insieme a sua moglie, Carol Dunlop. Nell’agosto dello scorso anno l’ho recensito per La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera.
Meglio dirlo subito. Gli autonauti della cosmostrada (ovvero un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia), scritto a quattro mani da Carol Dunlop e Julio Cortazar, pubblicato da Einaudi, è una delle più belle, toccanti e invidiabili storie d’amore che possa capitarci di leggere. Un libro vero, sincero, semplice, assoluto, definitivo, leggero. Una storia d’amore che non ha come sfondo spiagge dorate e mari blu cobalto, e nemmeno il verde profumo lavanda della Provenza, che peraltro i due protagonisti attraverseranno. Lo sfondo è il grigio dell’asfalto dell’autostrada e dei parcheggi delle aree di sosta, Parkingland, come la chiamano loro, e l’odore (però a sua volta profumo, alla fine) è quello inconfondibile di auto e camion. Difficile pensare all’autostrada come luogo del viaggio. Del viaggio vero, e non luogo di transito veloce verso una meta definita, come naturalmente ci viene da pensarla, e come da sempre la utilizziamo. Per cos’altro è stata inventata, del resto? Ci volevano due scrittori per dimostrarci il contrario. Una coppia di scrittori, marito e moglie – sessantotto anni lui, trentasei lei – Julio Cortazar e Carol Dunlop, e un furgoncino, diventato oggi una delle icone di un’epoca, magnete da appendere al frigorifero, portachiavi, accendino.
Un Volkswagen Combi rosso, ribattezzato Fafner, come il drago guardiano del tesoro dei Nibelunghi. Un diario di viaggio, lo definiscono gli autori, un mese nelle aree di sosta dell’autostrada che da Parigi porta a Marsiglia. Due soste al giorno, per brevi, spesso brevissimi tratti di autostrada, pernottamento sempre nella seconda area di sosta, dal 23 maggio al 23 giugno 1982. Un gioco, all’inizio. E, come ogni gioco, scandito da regole precise. Resoconti dettagliati – “scientifici” – delle giornate, ma anche racconto, reportage, album fotografico, completati dai disegni del figlio adolescente di lei, ricostruiti a posteriori in base ai loro racconti. Dunlop e Cortazar nel ruolo di esploratori di qualcosa di inesplorabile per definizione, perché cosa mai potrà venir fuori da un’autostrada e dalle sue aeree di sosta? E si parte allora, organizzatissimi, con amici pronti a fare da supporto tecnico, whisky e vino, e il presidente della società autostrade che ignora una loro richiesta di autorizzazione, ché è vietato stare più di ventiquattr’ore dentro un’autostrada, ma basterà ai caselli dire di aver perduto il biglietto. Unico contatto con il mondo, un piccolo transistor a onde corte, perché quelli sono i giorni della “stupida guerra delle Malvine”, come la definisce Cortazar, argentino, che ogni tre o quattro ore ascolta gli aggiornamenti. Staccheranno da tutto, dunque, e partiranno. Un viaggio impensabile, oggi, fra telefonini, gps e antifurto satellitari, oggi che ciascuno di noi è rintracciabile ovunque. Oggi che siamo distratti in ogni momento, e che di un viaggio del genere faremmo il resoconto in tempo reale, su blog e social network, monitorati dal mondo intero, esibendoci al mondo intero, mentre Carol e Julio, invece, arrivano nelle aeree di sosta – che spesso sono di una bellezza assoluta, immerse in vere e proprie foreste – e trasformano Fafner in una casetta di campagna, sedie e tavolino all’ombra e macchine per scrivere, quaderni, fogli, stilografiche e la Canon di lei, che è anche fotografa. Sì impensabile, oggi. Eppure, pagina dopo pagina di questo libro, di questo diario a quattro mani, guardandone le foto, nel lettore monta il sentimento di assoluto che queste pagine portano con sé. Le due scritture si compenetrano, si fondono, si amano, come i loro protagonisti, sono coppia e perciò uniche, raggiungono quella stessa perfezione alla quale anche i loro corpi devono obbedire per potersi muovere, gestire e amare dentro allo spazio ristretto ma piacevole di Fafner. E così ogni ostacolo, ogni difficoltà, ogni fastidio, ogni rumore, insopportabili in altre circostanze, dentro al viaggio e alle pagine di questo libro diventano puri elementi dell’esplorazione, materiale poetico, addirittura necessario. Un viaggio, un gioco e qualcosa di più. Molto di più. Questo viaggio è un canto d’amore lungo ottocento chilometri e trentatré giorni e sessantacinque aree di sosta e trecentosessantatre pagine. Un sentimento che si impossessa dello spazio e dilata il tempo, che trasforma un non luogo nel posto perfetto della condivisione assoluta, e alla fine del libro, nonostante tutto, nonostante un destino terribile in agguato raccontato da Cortazar in un post scriptum, il lettore prova una profonda invidia verso i due protagonisti. Un’invidia che si può battere subito, facilmente, perché il viaggio degli autonauti nella cosmostrada lo possiamo reinventare ogni giorno, nelle pagine della nostra vita. Possiamo fare come Carol e Julio, inventarci la nostra cosmostrada e diventare gli autonauti della nostra vita e dei nostri sentimenti. Inventarci un viaggio assurdo e semplice, magari senza neanche muoverci. Darci delle regole, e partire, insieme. Oppure, ancor più semplicemente, leggerlo insieme, in coppia, questo libro. Condividerlo per condividere e vivere il viaggio. Viaggio di lettura, in questo caso. Per provarlo allora anche noi, alla fine, il “crescendo di felicità e di amore da cui siamo usciti così colmi che niente, dopo, nemmeno in viaggi incredibili e in ore di perfetta armonia, ha potuto superare questo mese fuori dal tempo, questo mese interiore in cui per la prima e ultima volta abbiamo saputo cosa fosse la felicità assoluta”.
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Ritornano sempre, non se ne sono andati mai
Questo articolo è uscito il 30 gennaio 2013 sul Corriere del Veneto.

Quando si parla di certe cose, bisognerebbe riflettere a lungo, prima di aprir bocca. E dopo aver riflettuto a lungo, tacere, magari. Perché parlare di fascismo, oggi, in Italia, sembra essere diventato quasi un vezzo, un passatempo e, soprattutto, un modo becero di andare a caccia di qualche voto in più. Il problema sta nel fatto che non conta chi parla, chi dice le idiozie sentite in questi giorni, che hanno fatto strabuzzare gli occhi al mondo intero e meno, molto meno – ahimè – qui in Italia. Conta chi le ascolta, quelle cose. I giovani, in particolar modo. Molti di noi hanno gli strumenti per catalogare certe affermazioni come “bestialità”, altri, quegli strumenti non li possiedono. Non li hanno mai avuti, o li hanno smarriti, insieme a quella memoria collettiva sotterrata in questi ultimi vent’anni da tonnellate di sabbia. Ecco. Queste righe sono un suggerimento, ma vorrebbero anche essere una preghiera, un’implorazione: non ascoltateli. Non ascoltate Berlusconi, né Brunetta, né Galan. Non ascoltate nessuno. Neanche me. Leggete, magari. Cercate i libri di chi il fascismo lo ha vissuto, subìto e raccontato sul serio, leggete Primo Levi e Italo Calvino, leggetevi Una questione privata e Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, leggetevi Mario Rigoni Stern e Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani, e guardatevi magari anche il film omonimo di Vittorio De Sica. E ce ne sono tante altre, poi, di pellicole. Non passano più alla tv, ingolfata di porcherie, ma li trovate, se volete. Oppure andate su Youtube, a cercare le testimonianze di chi lo ha vissuto sulla sua pelle, il fascismo. O ancora, chi può, interroghi i suoi vecchi, chi ancora può raccontarci ciò che ha visto e sentito e subito. Alla fine di questo percorso, che dovrebbe essere doveroso, vi renderete conte di quanto siano sciocche, spesso ignobili, certe affermazioni, certe semplificazioni. Da tempo stanno istituzionalizzando l’ignoranza. E non si tratta di un tentativo, bensì di un obiettivo preciso. E per certi aspetti, ormai riuscito, compiuto. Ribelliamoci in silenzio, questa volta, facendo sentire soltanto il leggero fruscio di una pagina che viene girata, una dopo l’altra, oppure con le voci, ancora traballanti di emozione, con l’eco della paura, di coloro che hanno visto, vissuto, e sanno. Oppure fate una gita, breve e comoda per noi veneti. Un treno o la macchina in direzione Trieste, dove, accanto allo stadio Nereo Rocco, quasi invisibile, c’è la Risiera di San Sabba. Ci siete mai stati? È l’unico campo di concentramento italiano. In piena città. Basta una visita là dentro, a cancellare le parole insulse e vuote e in malafede di certuni. Fatelo. Sarà doloroso ma prezioso. E fuori di là, se da un tabaccaio vedrete un accendino in vendita con la faccia del duce, o una maglietta, proverete un brivido e un profondo senso di nausea e di schifo. Perché non c’è il fascismo buono o il fascismo cattivo. C’è stato – e c’è – solo il fascismo. Tragico, assassino, atroce.
Quel giorno, la mia memoria
Era il 25 gennaio 2001. Mi trovavo a Trieste per il Trieste Film Festival. Insieme al mio amico Corso Salani, bravissimo regista che ci ha lasciato troppo presto, decidemmo di visitare la Risiera di San Sabba. Entrambi non ci eravamo mai stati. Entrambi per gli stessi motivi. Dopo quella visita, scrissi questo reportage che uscì il 27 gennaio sul Piccolo, il quotidiano triestino, e sul Manifesto. Non scrissi di Corso, nel testo. Anche perché, dentro, decidemmo di dividerci, di fare percorsi differenti. Di fare la nostra visita ognuno per proprio conto. Soli. Sono passati dodici anni, e il fetore fascista, che anche allora si faceva sentire (c’era un tizio candidato dell’estrema destra che aveva fatto dei manifesti con la foto della sua stretta di mano con Haider e, sotto, il provocatorio slogan Haider sindaco), quel fetore oggi è ancora più intenso. Insopportabile. Oggi che i neo fascisti possono tranquillamente presentare le loro liste alle elezioni scandendo slogan violenti, razzisti e antisemiti. Da piccolo credevo che un giorno non sarebbe stato più necessario stare all’erta. Che l’orrore di quegli anni col tempo sarebbe stato riconosciuto e rifiutato da tutti. Ma ero piccolo, e ingenuo.
È il monumento nazionale che nessuna città al mondo vorrebbe avere. L’unico che il visitatore va a vedere dopo averci pensato a lungo. E dopo averci pensato a lungo, spesso, decide poi di non andarci, là dentro. Dentro la Risiera di San Sabba, a Trieste.
Non lo sapevo nemmeno, un paio di giorni fa, che oggi sarebbe stato il giorno della memoria. Non me lo ricordavo. La memoria individuale non ha bisogno di giornate specifiche per ricordare. Il ricordo – se sai, se conosci – ti assale in ogni momento, in ogni luogo. Non in un giorno particolare.
E l’altro giorno, per l’ennesima volta in visita a Trieste, smetto di rimandare.
Vado. Piove. Sembra come se il tempo – quello atmosferico – avesse deciso di dare la scenografia più adatta a questa visita. Mi accoglie il custode. Mi domando cosa si sente, cosa si prova a essere il custode di questa memoria. Mi porge la brochure che intasco subito. La guarderò più tardi, non voglio leggere niente, adesso.
Subito, sulla sinistra, la cella della morte. Non ci fosse stata la targa fuori a dirmelo, si tratterebbe di un enorme stanzone vuoto e basta.
Sono proprio questi vuoti assoluti a riempirti la mente. Sono vuoti che mentre cammini con cautela su quella superficie, sai bene di cosa, di chi e come erano riempiti. E dentro di te qualcosa rimbomba senza sosta. E non sono certo i passi, qua dietro, del ragazzo entrato qualche minuto dopo di me.
Venivano gasati qui i prigionieri. Oppure finiti a colpi di bastone sulla testa. Se qualcuno mi guardasse muovermi da fuori, credo che vedrebbe uno camminare come sulle uova.
Poco più in là, le celle. Diciassette. Dove venivano rinchiusi in sei — leggerò più tardi, nella brochure. Potrei descrivere le porte, le serrature, le panche che si intravedono all’interno, le travi sul soffitto, i fiori — finti — appesi alle colonne. È l’unica cosa che potrei fare, qua dentro. Descrivere. Quello che si prova è un forte senso di schiacciamento, qualcosa che ti preme da sopra e da sotto.
Fuori, c’è una specie di canale di metallo scavato sul cemento. Non troppo profondo. Come per il resto, la brochure che ho in tasca e che leggerò più tardi, a freddo, mi avrebbe spiegato di cosa si tratta. Ma adesso non so proprio cosa sia, sento solo di doverlo scavalcare, di non doverci mettere il piede sopra, cosa che verrebbe facile, se non addirittura camminarci dentro. Così, allargando il passo come si fa quando si scavalca una pozzanghera, passo sopra al canale sotterraneo che univa il forno crematorio alla ciminiera. Mi farà bene saperlo solo più tardi, mi dico. Camminando nel cortile, avvicinandomi all’impronta del forno crematorio, capisco perfettamente quella mia amica di Trieste che non ha mai voluto entrare qua dentro.
Nel museo ci sono foto e manoscritti che vorrei guardare in rassegna, senza soffermarmi su alcuno. Oppure incrociare gli occhi e provocare una sorta di dissolvenza opaca capace di sfocare tutto, consapevole di non poter comunque cancellare niente. Intuisco scritture, cifre, foto ingiallite. Faccio per staccarmi il prima possibile dalla traiettoria che rende riconoscibili nomi cognomi e volti, ma poi non ce la faccio a non bloccarmi davanti alla foto di un giovane studente di architettura, arrestato pochi giorni prima della liberazione e sparito anch’egli nella cenere il cui fantasma – o l’ologramma – qua dentro e forse in tutta la città, ti attraversa da parte a parte in ogni momento. Leggo per intero la sua lettera a Laura, la fidanzata, e ora basta. Lascio perdere tutto il resto. Vado verso l’uscita ignorando altre bacheche e le teche con altri documenti.
Mi fermo solo davanti al quaderno dei visitatori. In tali casi, in luoghi però ben diversi da questo, si lascia un commento oltre la firma. Sfoglio le pagine e noto che – meno male – tutti mettono solo data nome e cognome. Provo la tentazione di andare a vedere in quale periodo sia iniziato il quadernone, oggi arrivato alla sua ultima pagina. Ma temo davvero di risalire di troppi mesi, magari di anni. Temo di avere la conferma che questo monumento sia uno dei meno visitati del nostro paese. Firmo e lascio uno spazio bianco per il ragazzo che sta facendo il giro che io ho finito.
All’uscita, il canalone mi riporta alla luce e alla — ma si potrà dire? — normalità. Che si evidenzia subito, imponente, nelle strutture dello stadio. Passo davanti a una palestra, a un ipermercato, all’ingresso del Nereo Rocco, davanti ancora una volta ai manifesti che inneggiano a Haider sindaco e che mi provocano adesso un senso profondo di nausea e mi ritrovo davanti a un’osteria che sembra uscita da quegli anni. Mi precipito dentro. Ancora non ho voglia di riprendere contatto con la quotidianità del nuovo millennio. E là dentro, davanti a un bicchiere di vino, a delle pareti che dovevano essere così anche allora, seduto di fronte alla prima pagina dell’Arena di Pola che intitolava “O l’Italia o l’esilio”, scelgo di restare ancora un po’ dentro a un passato che molti — troppi — vogliono cancellare.
Depardieu disparu
Avevo scritto questa cosa, giorni fa. Poi ho dimenticato di pubblicarla. Lo faccio ora.
È uscito oggi, mercoledì 16 gennaio 2013, in tutte le edicole francesi il nuovo numero del settimanale Les Inrockuptibles. Lo compro da più di dieci anni. È la mia rivista ideale: attaulità, reportage, musica, politica, letteratura, cinema, arte. Un settimanale che in Italia sarebbe del tutto improponibile. Non lo comprerebbe quasi nessuno. Questo nuovo numero è destinato a fare scandalo. La sua copertina, soprattutto, che vedete qui sotto. Tutti avete sentito parlare del caso Depardieu, il grande attore francese che, per evitare le tasse che il governo socialista francese vorrebbe riscuotere dai super ricchi, ha prima chiesto la nazionalità belga, poi quella russa, che ha ottenuto. Per la redazione di Les Inrocks, la scelta di Depardieu equivale alla sua morte. Il Depardieu francese non esiste più. Già ieri sera, su twitter, quando la copertina ha incominciato a girare, sono iniziati i dubbi, le polemiche. Soprattutto, è bene sottolinearlo, fra noi italiani. “Esagerati” è stata la reazione più ricorrente. Io direi invece “coraggiosi”, così come fu coraggiosa la scelta di Liberation, il 10 settembre 2012, di dedicare la Une, la prima pagina, a quell’altro riccone che ha chiesto a sua volta la cittadinanza belga, Bernard Arnault, uno degli uomini più ricchi di Francia. Cittadinanza che peraltro gli è stata negata.

Letture.
Ho appena finito di leggere questo bel libro di Bernard Comment, nove racconti pubblicati da Sellerio (collana Divano), intitolato Tutto passa.

Nient’altro da dire.
2013
Le mie primarie
A me le regole del gioco dell’oca non sono mai piaciute. E a dire il vero nemmeno quelle del Monopoli. Ma ogni volta che ci ho giocato, le conoscevo, sapevo come preparare le mie tattiche in base alle regole, anche se quando ci sono di mezzo i dadi, hai poco da preparati, alla fine. Per questo, tutte queste lamentele, tipo quelle di Nando Dalla Chiesa, che voleva votare Renzi, ma non si era iscritto, e allora perché è Dalla Chiesa tutti a dire che Dalla Chiesa non poteva votare e che non era giusto. Ma come non era giusto? C’era tutto il tempo per pre-iscriversi. Nell’articolo che segue, pubblicato sul Corriere del Veneto del 23 novembre 2012, racconto come ho fatto io, in pochi secondi, da un bar di Asolo. E allora se Dalla Chiesa non ha trovato il tempo di pre-iscriversi, è un problema suo. E nemmeno a me convincevano le regole di queste primarie, ma se le conosci, giochi. E io ho giocato, come qualche milione di altri.

Giovedì 15 novembre a Milano
Giovedì 15 Novembre 2012 – ore 18.30
BOOKCITY
LIBRI&GENIA
a cura di Fiamma Petrovich e Marco Cremonini
parteciperanno all’incontro: Roberto Ferrucci, Salvatore Natoli, Enrico Reggiani e Rosa Teruzzi

ENTRATA LIBERA
Un nuovo Libr@ da scaricare
Libr@ #4 (on line il 13 novenbre 2012)







