Lug 18

Questo reportage è uscito sabato scorso sul Corriere del Veneto e il manifesto.

Alle 23.10, davanti al negozio Il Telefonino di Cannaregio, ci sono cinque persone in coda all’entrata. Una sesta è incollata alla vetrina, studia attentamente gli involucri che custodiscono l’oggetto per cui siamo qui. L’iPhone 3G della Apple, il telefonino più innovativo sul mercato. Anzi, non ancora sul mercato. Quello italiano, almeno. Cinquanta minuti ancora, da condividere in questa fila modesta e motivata. Un paradosso che l’iPhone esca soltanto oggi, qui, nel paese più “cellularizzato” del mondo e dove però, oggi, anche il mercato della tecnologia dà i primi segnali di crisi. Accosto il guardatore di involucri e compio la sua stessa analisi. È gadget anche la scatola, in questo caso. Poi vengo affiancato a mia volta da un signore che mi domanda ma come, è solo 3 giga l’iPhone? Per un momento ho la tentazione di rispondergli con la saccenza tecnologica di chi appartiene a un mondo a parte, ma dura un attimo, per fortuna, poi con garbo gli dico che no, che l’iPhone di giga ne ha 8 o 16, a seconda dei gusti. Un cartello dice che si apre alle 00.01. Esce il titolare del negozio, con un foglio e una lista di nomi scritta sopra. Sono i nomi di quelli qua in fila. Era già uscito quando non c’ero. Dice che di iPhone bianchi ce ne sono solo sette e allora avreste dovuto vederla, la faccia dell’ottavo, arrivato fin qui da San Donà di Piave, una cinquantina di chilometri da Venezia. Il titolare gli dice che da 8 giga, neri, ce n’è ancora, ma non c’è verso. Lui è venuto qui per il bianco e col bianco vuol tornare a casa. Lo capisco. Difficile spiegare, ma lo capisco. Quando ti intrippi (gergo tecnologico) per queste cose, va così. L’uscita del titolare ha sciolto gli imbarazzi, ci si parla come fossimo vecchi compagni di scuola perché, in qualche modo, è alla stessa scuola che apparteniamo. Chiedo al ragazzo di San Donà perché abbia scelto Venezia e non per esempio Mestre o Padova. Ma lui aveva fatto i suoi conti. Ci sarebbe stata meno gente a Venezia. Vero. Ma anche meno iPhone bianchi, abbiamo scoperto. Siamo già quasi tutti possessori del vecchio modello di iPhone, quello che ti facevi comprare in America e poi te lo sbloccavi o trovavi qualcuno in grado di farlo. Jailbreckare, dicono loro. C’è quello che ti racconta di averne jailbreckati una decina, che ti dice quali differenti colle abbia usato la Apple nei modelli più recenti, e che fatica, aprirli e richiuderli, quelli. Poi ci sono i neofiti, che fino a questo momento possedevano un cellulare “normale” e ti domandano curiosi come ti trovi. E gli altri – e me – con il sorriso sornione di chi la sa lunga e però ti dà il benvenuto in un altrove nuovo. Esagerato, certo. Ma li guardo in faccia, questi smanettoni, questi tecnological addicted (si dirà così?) e hanno tutti la faccia di quello che se il tuo hard disk ti pianta in asso alle due di notte, lo chiami e lui è disposto a mettere a repentaglio un matrimonio pur di risolverti il problema, anche se si tratta di uno conosciuto ieri, alla coda per comprare l’iPhone, uno mai visto prima. Riesco a farmi aggiungere alla lista per un normale 8 giga nero, anche se la lista era chiusa, ma evidentemente l’atmosfera di solidarietà e appartenenza deve averla respirata anche il titolare che intanto si informa da colleghi, con un Nokia, di come sta andando a Mestre, a Padova. Intanto con l’iPhone vecchio scatto le foto di questo che chiamarlo evento è altrettanto esagerato, lo so. Ma per questa gente qui lo è. Ai meno un quarto arriva un altro bel gruppo, in gran parte giovani e delle coppie. Le morose, le mogli - lo vedi subito - sono lì ma con un’adesione diversa. Faticano, è evidente, a condividere una cosa che proprio non sentono. È un telefono in fondo, no? Dice la moglie di uno, a un certo punto. No, fanno tutti, marito compreso. È come avere sul palmo il nostro pc di casa, le dice. Lei tentenna, ma non scioglie il mano nella mano. Sembra riproporsi su scala diversa la stessa dinamica di quando da piccoli, in cortile, i maschi decidevano di cambiare gioco, di passare alla partita di calcio e le ragazze, all’improvviso, lì, in un angolo. Dinamiche complicate, che sfuggono. A mezzanotte e un minuto le porte si aprono. Dovrebbe essere l’inizio della notte bianca e invece finisce lì, perché adesso in pochi minuti il rito si compie, e capisci che tutto ciò che resterà è il prima. Il gruppo, forse a causa delle carte di credito, torna necessariamente a essere un insieme di individualità. Solo per un momento tentiamo di perorare la causa del 16 giga bianco per il ragazzo di San Donà, ma poi ci sfaldiamo di nuovo. Alcuni di noi vanno al bar accanto col loro oggetto del desiderio che nemmeno esce dalle borse. C’è il desiderio, invece, di protrarre il prima, quel senso di comunità improbabile che si era creata durante l’attesa e che facciamo di tutto per mantenere viva il più a lungo. Pregustando un’altra attesa, dato che l’iPhone va attivato per farlo funzionare. Quasi tutti scegliamo di farlo a casa, perché a questa comunità qui piace essere indipendente, risolversele da sola le cose. Jailbreckare e condividere. Ci salutiamo verso le due, consapevoli che per tutti sarà la stessa identica notte splendidamente insonne. Salvo per il ragazzo di San Donà, che se ne ritorna a casa senza il suo 16 giga bianco ma, forse, con qualche potenziale amico in più.

Lug 8

Questo articolo è uscito su il manifesto la settimana scorsa.

Era il 26 gennaio scorso. Il governo Prodi cadeva in quei giorni e in Piazza dei Signori, a Treviso, quel sabato pomeriggio, impazzava il carnevale. Una dozzina di scriteriati scrittori aveva scelto quella data senza nemmeno dare un’occhiata al calendario. Solo in piazza ci siamo accorti che sì, era proprio il sabato di carnevale, accidenti. In piazza, padri e madri, spensierati, che portavano per mano piccoli uomini ragno, minuscole wonder woman, micro zorri ripescati da un passato però meno passato di un mini arlecchino, costume fuori tempo massimo spuntato chissà da quale armadio di famiglia. Fra coriandoli e stelle filanti, pronti comunque a portare a termine la missione prefissata, ci guardavamo intorno scettici. Tutto era partito da un sms di Mauro Covacich che, da Roma, ci segnalava due pagine di un quotidiano dedicate al Veneto razzista. Un sms colmo di stupore a cui Tiziano Scarpa, Romolo Bugaro, Marco Franzoso e io replicammo confermando che sì, quello è il Veneto di oggi. Dobbiamo fare qualcosa, allora, concluse Covacich. Coinvolgemmo un’altra decina di autori e decidemmo. Scegliemmo le pagine più universali, Vangelo, Bibbia, Carta dei Diritti dell’Uomo, Brecht, e partimmo per quello che da tutti è considerato il cuore dell’intolleranza leghista. Treviso. Eravamo talmente convinti della scarsa attenzione che ci sarebbe stata dedicata che avevamo deciso di leggere senza amplificazione. Poi, saliti sui gradini di un caffè della piazza, eletto a occhio come palco ideale, si materializzarono quelle che i giornali, l’indomani, quantificarono in duemila persone. Erano lì per ascoltare. Manifestare insieme a noi. Dire che c’è un altro Veneto, lontano anni luce dai proclami razzisti di sindaci come Gentilini o Tosi. Mai e poi mai, avremmo immaginato in quel pomeriggio di gennaio, che oggi la lista degli sceriffi si sarebbe allungata con le adesioni di sindaci di sinistra. E mai e poi mai, avremmo pensato di trovarci davanti a leggi che anche Famiglia Cristiana definisce naziste. Andò benissimo, quel pomeriggio, anche grazie a un gruppo di musicisti equadoregni che ci prestarono il loro microfono. Il resto d’Italia si stupì, così come si è stupita ieri, quando la notizia che una iniziativa simile, con Gian Antonio Stella, Moni Ovadia, Marco Paolini e molti altri, ha riempito il palasport di Villorba. Sì, c’è anche un altro Veneto. Sappiatelo. Che si indigna, che dice no, che si vergogna, che chiede scusa. Un Veneto però, che sembra manifestarsi in forze soltanto se tirato per la manica da iniziative importanti come queste. Sì. A volte, nella quotidianità, mi domando dove siano quelle migliaia di trevigiani, di veneti che in una forma alla fine un po’ consolatoria, vengono ad ascoltarci. Un consolarsi a vicenda che non si tramuta mai in energia a lunga gittata, che dura il tempo di una sera, il tempo di far dire a tutti vedi che da quelle parti non sono tutti distratti, tutti leghisti, tutti xenofobi. Poi però, nella quotidianità, nella battaglia di valori che bisognerebbe combattere ogni giorno contro questa deriva del razzismo istituzionale, quelle migliaia di persone dove sono, che fanno? Forse cercano soltanto dei nuovi riferimenti, che non possono certo essere gli scrittori, gli artisti. Un’energia smarrita che, alla fine, però, può diventare il riferimento di se stessa, e di altri (com’è il comitato No Dal Molin, per esempio), e non un gruppo che si consola andando a sentire altri dire ciò che già sa. Un vento nuovo, che potrebbe incominciare a soffiare proprio dalla regione più razzista della nazione. Quel Veneto che, quando si tratta di rivendicare valori e ideali, riempie piazze e palazzetti. E stupisce.

Lug 4

Negli uffici della Marsilio, un anno fa. 638773210_a60c66bea1.jpg

Giu 30

Questo articolo è uscito sabato scorso su il Venezia Epolis.

Fa quasi tenerezza la corsa frenetica degli uomini del cavaliere, tutti lì a scapicollarsi per scrivere in fretta e furia leggi e leggine che lo ripuliscano ben bene dagli eventuali reati che ha compiuto o no. Per non parlare dell’angoscia provocata in loro dalla pubblicazione delle telefonate fra lui e Saccà. Frenesia inutile. Sembrano non aver ancora capito che questo paese, la stragrande maggioranza di esso, quanto meno, Berlusconi lo adora e lo vota per quel che è. Lo amano e lo votano proprio perché ammirati dalla sua potenza, la sua capacità di tramare, di comprare qualunque cosa. Amano questo suo essersi fatto da sé, e guai se ancora qualcuno osa chiedersi come li abbia fatti, tutti quei soldi. Pochi hanno capito che Berlusconi è amato proprio per quel che è. Le intercettazioni che hanno per tema le sue attricette e che altrove provocherebbero delle dimissioni certe, qui lasciano la gente ammirata. Berlusconi, nella sua essenza, è il ritratto dell’italiano medio e mediocre, dell’italiano che all’estero con la sua cafonaggine fa figure meschine, ma che qui, da noi, sono sinonimo di potenza, di infallibilità. Sono l’opposto di quel che si definisce cultura, intelletto, buon senso, perché questo è un paese che ha cancellato la propria cultura, il proprio intelletto, il proprio buon senso. Perciò, più verrà perseguito (o perseguitato, come lui sostiene) e più gli italiani lo ameranno, si riconosceranno in lui, brameranno di essere lui. Eppure nemmeno lui sembra averlo capito del tutto. Forse teme di fare la fine del suo “inventore” Bettino Craxi. Stia tranquillo. Berlusconi morirà in pace, con i funerali di stato più sontuosi che questo paese abbia mai visto. Sì, lo so. È assai probabile che in altri paesi europei Berlusconi ora sarebbe nel luogo più opposto possibile a Palazzo Chigi (ve lo lascio immaginare) ma negli altri paesi europei l’opinione pubblica ancora riesce a riconoscersi in personalità dall’alto profilo, dallo spessore intellettuale indiscutibile. Fallibili, certo, ma indiscutibili. Non in Italia. Noi, da tempo, amiamo l’opposto. Adoriamo chi, anziché instillarci pillole di sapere e di saggezza, ci racconta barzellette e piazza attricette. Da noi, oggi, i reati dei potenti sono delle virtù.

Giu 28

Questo articolo usciva una settimana fa su il Corriere del Veneto.

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Giu 28

Il governo Berlusconi ha un comportamento incivile nei confronti di immigrati e rom. Un raptus di crudeltà che ricadrà su tutto il paese: ogni atto di violenza contro gli «stranieri» diminuisce la pretesa dell’Italia di essere considerata una nazione civile. (The Indipendent)

Giu 25

E poveraccio questo paese che si riconosce in un tizio del genere. L’Italia è lui, o forse peggio…

Giu 21

Questo articolo è uscito martedì scorso su il manifesto.

Le locandine dei quotidiani locali, stamattina, non lasciavano spazio a nessuna interpretazione. Il tono è quello che ormai si sente risuonare in giro per la nazione. Un’abitudine che spinge chiunque a usare parole che fino a poco tempo fa sarebbero state soppesate prima, rifiutate poi, e – probabilmente – non sarebbero nemmeno venute in mente in un paese che sembrava lontano da un’intolleranza diffusa, sbandierata. E invece no. Esci di casa, passi accanto all’edicola e gli occhi cadono su parole che mettono i brividi: “Stretta di Ca’ Farsetti. Oggi scatta la caccia ai vu’ cumprà”. No, non siamo in Virginia negli anni cinquanta, ma a Venezia il 16 giugno 2008. Solo che la differenza è ormai sempre meno sensibile. Una sempre meno vaga onda razzista risuona ovunque. Anche qui. Verrebbe da domandare al redattore che l’ha scritta se ci ha pensato bene, se ha mai sentito parlare di Martin Luther King, per esempio. Caccia ai vu’ cumprà. Detta così, peggio, scritta così, quali fra i peggiori meccanismi mentali può far mettere in moto? Solo che poi di caccia si tratta sul serio, ahimè. E i ragazzi che vendono borse e occhiali contraffatti li incrocio subito, appena svoltato l’angolo della calle dove abito. Sono una dozzina, camminano lenti con il loro carico di roba chiuso però non più nei classici borsoni neri, ma suddiviso in contenitori più piccoli, tipo zaini o borse dai vari colori. Sono nella zona a minor densità turistica della città, forse diretti al vaporetto, per andarsene. Arrivano dal centro. Ci hanno provato. Non gli hanno dato caccia ma sono stati scacciati. Allontanati, oggi, che è il primo giorno. Da domani scatteranno sequestri, multe e denunce penali. Loro, hanno provato a dissimulare la roba dentro a contenitori diversi, perché ciò che ha fatto scattare l’ordinanza sono proprio i borsoni che, a detta del comune, venivano usati come oggetti – armi ha detto qualcuno – per farsi largo tra la folla. “Abbiamo avuto molti feriti, anche gravi – ha detto Cacciari. Siamo stati costretti a intervenire”. Chissà se ci crede davvero a quel che dice. E, del resto, se scappano impauriti un motivo ci deve pur essere. Basterebbe non terrorizzarli. Percorro Riva degli Schiavoni, dove spesso stendono le lenzuola con sopra la merce in vendita. È vuota. Bonificata, direbbe qualche altro. Missione compiuta, almeno per oggi.
Il sindaco Cacciari batte un record, è il primo a usufruire di quel pacchetto sicurezza firmato dal governo e che tutta la stampa straniera ha additato come razzista. Il democratico Cacciari e, soprattutto, il suo vice, Michele Vianello, attingono e ringraziano la destra, che gli consente, finalmente di fare gli sceriffi. Ma non diteglielo, che un po’ si offendono, un po’ se ne vantano (“Nel west la stella brillava sul petto dei giusti”, precisa Vianello). Qualcuno fa il nome di Gentilini, e in effetti. Solo che Vianello la grammatica la conosce e non direbbe mai “il sceriffo”. Per il resto, quella contro gli ambulanti di merce contraffatta è una battaglia quasi personale, iniziata subito dopo la nomina a vicesindaco, nel 2005. Lui, uno di quei DS che tradirono l’Unione di centro-sinistra che appoggiava Casson per schierarsi con Cacciari e la sua lista monocolore della Margherita. Un’ostinazione poco comprensibile, la sua, perché non è certo questo il male principale di Venezia. Piacerebbe infatti che tale accanimento la giunta lo dedicasse anche al Mose o alle navi da crociera che violentano in quantità e quotidianamente le acque della laguna. Ma si sa, oggi è l’extracomunitario a fare notizia e a portare il consenso facile. Consenso che da queste si rincorre anche attraverso il decoro. Già, è l’unica città questa che ha un assessore al decoro. Ovvio quanto sia indecoroso, vedere quelle lenzuola stese qua e là in giro fra calli e campielli.
Ma le lenzuola sono sparite. Proseguo il mio giro, passo per San Marco, Rialto, Strada Nova. Nulla. Arrivo fino alla stazione. E solo lì vicino due poliziotti fermano tre ragazzi con i loro sacchi azzurri. Per oggi se la cavano con un avvertimento e l’allontanamento. Risulta davvero poco comprensibile questo inasprimento da parte di una giunta che proprio in questi giorni sta affrontando il problema del Campo Sinti di via Vallenari. Le proteste contro il nuovo insediamento diventano di giorno in giorno sempre più dure, appoggiate dalla destra e dalla Lega che hanno capito che lì possono giocarsi un ruolo determinante per le amministrative del 2010. Già più di mille firme sono state raccolte per chiedere un referendum. E la giunta, giustamente, fa quadrato a difesa di una scelta – quella del nuovo villaggio – fatta dieci anni fa e approvata da tutti. Doveva trattarsi di routine, ma poi è arrivata l’ondata razzista che ha spazzato via la sinistra, il governo, una quantità di giunte e di municipalità. Un’onda inarrestabile che ha portato con sé la melma disgustosa dell’intolleranza. Hanno vinto le elezioni per quello. E da quello sconcio ora sta attingendo anche quel che resta dell’opposizione. Eppure a molti non sembrava vero, mercoledì scorso, in Piazza Ferretto, ascoltare un Cacciari determinato e difensore di valori sacrosanti. C’ero anch’io alla manifestazione indetta dal comune a favore del nuovo insediamento sinti, e sembrava di essere tornati al Cacciari del primo mandato, nel ‘93. Quella capacità di attingere al più bel vocabolario possibile, capace di emozionare, di dire la verità. Poi, pochi giorni dopo, ecco il giro di vite contro i venditori ambulanti, una scelta tanto avventata quanto inopportuna. Perché come si può pretendere di fermare quell’ondata di demagogia e intolleranza che sta bloccando i lavori del campo sinti, come si può pensare di fare – giustamente – fronte agli slogan razzisti contrapponendo una società civile che ancora crede nei valori, nella solidarietà, e poi confermare invece con l’ordinanza di oggi che il problema sicurezza resta ed è il principale? Un errore fatale, una scelta intollerabile.

Giu 21
Rom

Questo articolo è uscito sabato 14 su il Venezia Epolis.

Qua dietro il megaschermo è pronto, ruotato ad arte perché il sole che va e viene non ci batta addosso. Manca un’ora all’inizio di Italia-Romania e qui in Riva dei Sette Martiri i tavolini del bar dalle sedie gialle quello col panorama più bello del mondo, sono animati da un misto di turisti e di veneziani. Fra poco volteremo tutti le spalle al panorama più bello del mondo, un oltraggio necessario, ma temporaneo. Di solito, a quest’ora arriva puntuale un suonatore di bandeon, bravissimo per quanto ne capisco. Rom, per quanto ne so. Chissà se si fermerà a guardarla anche lui, la partita. Sorride sempre e a volte si ferma su una panchina qua in riva. Suona alla laguna, prova passaggi arditi, repertori inediti. Sembra non annoiarsi mai, lui. Questo è un paese che si ferma, quando gioca l’Italia. E lo sanno tutti. Tipo quell’immagine, poco fa, San Marco. Un’immagine di quelle che dovrebbero graffiarti dentro, farti male, non fosse che ormai… Una donna che chiede l’elemosina, seduta per terra. Una rom, i capelli lunghi, neri, a coda di cavallo. Fin da lontano te ne accorgi. Non che chiede l’elemosina, immagine, quella, a cui il nostro occhio è indifferente, quando va bene. Aggressivo, invece, ultimamente. Però stavolta lo si nota subito lo choc cromatico che si trasforma in qualcosa che ti stringe dentro. La donna rom che chiede l’elemosina indossa una felpa azzurra con su scritto, in bianco, Italia. Rom non significa necessariamente essere rumeno, ma la demagogia e l’intolleranza piovute nella nostra città, mettono tutto insieme. E provocano focolai verbalmente violenti. E allora l’immagine di quella donna rom con la felpa azzurra è una sintesi dura. Un insieme di tenerezza, di sottomissione, di scuse preventive. La guardo e mi viene in mente Nino Manfredi, in quel film dove si tinge baffi e capelli di biondo, lui, italiano emigrato in Svizzera, che finge di fare lo svizzero al ristorante, e alla tv c’è Svizzera-Italia. Se ve lo ricordate, sapete com’è andata. Ricordate? Funziona la vostra memoria? Eravamo noi i rom, una volta, ricordate? Intanto Italia-Romania comincia, volto le spalle al panorama più bello del mondo, e alla donna rom che chiede l’elemosina con la felpa degli azzurri. E mi sento a disagio.

Giu 16

Questo articolo è uscito il 7 giugno su il Venezia Epolis.

Nel dizionario della saggezza, dell’intelligenza, del buon senso, non esistono parole capaci di esprimere lo sconcerto, l’imbarazzo, la vergogna, lo schifo per ciò che molti, troppi miei concittadini stanno facendo, dicendo, dimostrando. Credevamo che questa fosse una città impermeabile al razzismo, all’intolleranza becera e cieca, che basa la sua forza sull’ignoranza, la disinformazione, la superficialità, l’egoismo sfrenato. Quel che sta accadendo per il Campo Sinti mette i brividi. È saltata fuori una cattiveria stupefacente, inimmaginabile in una città in cui i proclami immorali dei leghisti mai avevano fatto breccia. La dissoluzione delle coscienze, che nel nostro paese ha subito un’accelerazione da primato (della vergogna, dell’indecenza), ora è giunta anche qui. Nessun angolo della nostra nazione sembra esserne immune. E tutto peggiora di giorno in giorno. E le parole sono ormai esaurite, di fronte al nulla intellettuale, alla vuotezza d’animo non resta che alzare le mani, impossibile argomentare, chiedere un confronto ragionato, serio. Lo smantellamento dei valori è evidente, definito. Missione compiuta. Anche gente che mai nella tua vita avresti pensato potessero dire (e, soprattutto, pensare) certe sconcezze, oggi le squaderna disinvolto in faccia a chiunque. Del resto ha dalla sua parte le istituzioni, che hanno istituzionalizzato la beceraggine, ne hanno fatto legge. Come replicare a chi urla che non vuole ladri vicino casa sua? A chi sostiene con arroganza tutto il peggio possibile nei confronti di esseri umani a loro del tutto sconosciuti? E poi, qualcuno deve spiegarmi in quale paese civile e democratico è consentito a un tizio dire:  «Il repulisti della Padania è già cominciato. Siamo pronti in migliaia, volontari verdi, camicie verdi, alpini e patrioti padani anche senza tessera a marciare su Venezia e ovunque necessiti, per difendere le sacrosante iniziative della Lega in difesa della nostra gente dall’invasione di rom e clandestini. I no global delle varie bande se lo mettano in testa: quando i padani, dissotterrano l’ascia di guerra, non ce n’è più per nessuno». Il tizio in questione si chiama Borghezio e - non me ne intendo - ma credo che in questa frase ci siano gli estremi per l’istigazione all’odio e alla violenza. Ma siamo in Italia, che da un bel po’, ormai, ha smesso di essere un paese civile.

Giu 16

Questo articolo è uscito su il Venezia Epolis dell’1 giugno scorso.

Motoscafo linea 51, un passeggero chiede di poter fare il biglietto al marinaio che si mette subito all’opera. Estrae un aggeggio elettronico dalla borsa di servizio e incomincia ad armeggiare. La mattina, sul giornale, avevo letto la dichiarazione entusiasta dell’ACTV: otto secondi per un biglietto. Vero, ci mettevano otto secondi, anche meno, quando bucavano con la pinzetta il biglietto di cartoncino, tac tac tac, ecco i soldi e arrivederci. Ieri, il povero marinaio ci ha messo quei buoni cinque minuti intervallati da due fermate e dai dubbi suoi e del pilota: cosa succederà quando ne avremo tre o quattro insieme da fare? Venezia, lo si sa, sta in Italia, perciò è normale. Le cose si fanno un po’ così. Basta essere andati in giro, città grandi e città piccole, e un sistema come quello di Imob, arzigogolato, difficile, qualcuno lo ha mai visto? Io no. Prendete Parigi. È da decenni che esiste un sistema semplice semplice, infili il biglietto munito di strisciolina magnetica dentro a una fessura e le porte si aprono e arrivederci. Qui pare invece abbiano proprio ragione coloro che vedono nell’operazione Imob soprattuto un sistema di controllo esasperato, di violazione della privacy. Per quale motivo Actv deve essere a conoscenza dei miei spostamenti? Per migliorare i servizi, dicono loro. E invece sembra l’ennesimo effetto Grande Fratello. I dati non saranno resi noti, dicono all’ACTV. Certo. Però intanto qualcuno li sa. Per non parlare poi della complicatezza del sistema, con quelle macchinette che te le immagineresti più dentro a un centro di ricerca nucleare, atte a controllare esperimenti sofisticatissimi, altro che semplici obliteratrici. Siamo nell’era della tecnologia, è vero. Ma poi queste sembrano dimostrazioni di chi di tecnologia non capisce nulla e crede che tecnologia sia sinonimo di complessità e allora ecco Imob. Le istituzioni dovrebbero semplificarcela, la vita. Paghiamo per questo. Perché devo essere obbligato a studiarmi un depliant dove non si capisce niente solo per salire su un autobus? Devo semplicemente andare da qui a lì. Stop. Vorrei farlo come si è sempre fatto e, soprattutto, vorrei che nessuno lo sapesse. È un mio diritto. Un semplice diritto reso complicato da Imob in nome del progresso. Grazie mille.

Mag 31

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Anni fa ho scritto questo, non ricordo più se per il manifesto o il Gazzettino.

Ormai non dovrebbero nemmeno fare più notizia le disavventure di Diego Armando Maradona. E invece eccolo di nuovo qui, a riempire pagine dei giornali di tutto il mondo, a far traballare - di nuovo - le nostre coscienze. Ogni volta che all’improvviso il suo faccione appare dietro le spalle del giornalista, dentro di noi si affastellano flash contraddittori: un gol in rovesciata e il Maradona imbolsito che voleva comprare il Napoli; le lacrime dopo la squalifica e Maradona che bacia la Coppa del Mondo. Succede questo dentro di noi, e le nostre coscienze vacillano davanti al pensiero di un uomo di 39 anni steso sopra a un lettino del reparto terapia intensiva di un ospedale uruguagio, a combattere con un cuore minato dalla cocaina. Un uomo che, apparentemente, ha avuto tutto dalla vita e che non si capisce perché sia finito in questo modo. E subito, allora, siamo tutti pronti a scagliarci contro il mito decaduto, addosso al cattivo esempio per i giovani, a questo “core ‘ngrato”, che si è preso tutto, fama, soldi, risultati e ci ha ridato solo immagini negative. Ogni volta, fatalmente, spariscono le altre, di immagini: quelle dei palleggi al San Paolo il giorno del suo arrivo a Napoli, i gol che portarono gli azzurri allo scudetto prima e alla Coppa Uefa poi, i suoi sublimi calci di punizione, i mondiali del 1986 che ha vinto praticamente da solo, con quel magnifico gol contro l’Inghilterra partendo da centrocampo e quello di pochi minuti prima, segnato con la mano, “la mano di Dio”, disse lui. Sparisce il Maradona campione e subentra il disadattato, quello che fuori dal campo si trasforma, Dottor Jekyll e Mister Hide. Ci resta solo il Diego amico dei camorristi, il Maradona in manette, il Dieguito cacciato dai mondiali del ‘94 perché colto, di nuovo, in flagrante, quello che spara (davvero, col fucile) ai giornalisti colpevoli di assediarlo.
Era appena stato eletto calciatore e sportivo del secolo in Argentina, e lui? Come ringrazia, il “core ‘ngrato” Diego Maradona, quello che giura sempre sulle teste delle sue figlie? Strafacendosi di coca. Che squallido ’sto Maradona. Sono questi i commenti che si sentono in giro.
Ma se anche questo, invece, facesse parte della grandezza del Pibe de Oro? Se questo suo procedere perennemente fuori rotta, questa sua andatura esistenziale tutta storta, sghemba, fosse solo l’incapacità di saperla (o di volerla) gestire, tutta quella grandezza? È piccolino Dieguito, troppo piccolo per non ubriacarsi col peso della notorietà, dell’importanza, della gloria. Soprattutto adesso che il suo bagaglio si sta trasformando in ricordo, in icone del passato. Certo, questa lettura è banale quanto quella - come chiamarla - “benpensante”. Ma perché questa non viene mai fuori?
Maradona calciatore i suoi gol li ha segnati, eccome. E nel calcio, nell’immaginario collettivo, ha lasciato un segno indelebile. Nella vita, invece, solo autogol. Autogol di quelli pesanti, che ti fanno perdere partita e campionato. Sono queste due dimensioni così contrastanti, così bianco e nero, positivo e negativo, a far traballare le nostre coscienze, salvo poi, quando si tratta di esprimere, di dire cosa si pensa, essere allora perfettamente accusatori, pronti a cacciare nell’angolo l’ex campione che - comunque - ha messo in atto una sorta di autodistruzione del mito. Fa del male solo a se stesso, Maradona. Ma al mito, oggi, soprattutto quello sportivo, non si può perdonare nulla. L’immagine deve essere positiva, tipo quella - un po’ patetica - di Del Piero studente universitario col tutor che lo prepara agli esami. Perché l’essere maledetti, come Rimbaud, Jim Morrison e Kurt Cobain fa parte in pieno del loro mito e per un calciatore invece no? Dev’essere perché non si leggono più romanzi né poesie. È passata decisamente di moda la figura dell’artista maledetto, di quello tutto genio e sregolatezza, che affascinava tanto nel bene quanto nel male. E che cosa è stato Diego Armando Maradona se non un artista? Meglio: non è egli forse - anche adesso - come un personaggio uscito dalla penna di qualche scrittore di talento? Fosse ancora vivo Soriano, verrebbe da chiedergli di scriverla lui, un giorno, la storia di Diego Armando Maradona. Lo farà qualcun altro. Intanto, lui, Dieguito, sta sparpagliando alla rinfusa i capitoli di quel libro, una specie di sconclusionato romanzo d’appendice che comunque siamo tutti lì, pronti a seguire puntata dopo puntata, avidi di nuovi episodi. Salvo, poi, essere sempre pronti all’indignazione, allo sconcerto, a puntare il dito contro questo piccolo ma grandissimo core ‘ngrato.

Mag 30

Uscito sabato scorso su il Venezia Epolis.

Sfogli i giornali e ce ne sarebbero di argomenti, anche se poi il tema che ormai da anni sembra l’unico capace di solleticare le meningi di tutti è sempre e solo Cogne. Giri le pagine e sono a decine gli argomenti che invece dovrebbero toccare l’anima, smuovere i sentimenti. Fuori piove. Poi qualche spiraglio di sole e di nuovo pioggia. A volte basta una passeggiata per trovarla, l’idea, il tema di cui occuparsi su queste righe. Ma fuori piove e gli argomenti sono troppi e per la gente c’è sempre e solo Cogne e io non ci voglio più scrivere, di Cogne. A Cannes, intanto, non si parla che di cinema italiano, di Gomorra e di Andreotti e qualcuno si lamenta a voce alta, perché i film di Garrone e Sorrentino danno un’immagine negativa dell’Italia, non fosse poi che è quella, oggi, l’immagine dell’Italia e i due registi sono stati capaci di coglierla, di raccontarla, di mostrarla. E ora sono candidati alla Palma d’Oro. Magari non la vinceranno, ma erano anni che il nostro cinema non coglieva di sorpresa pubblico e critica come questa volta. E non si tratta di commedia all’italiana ma, piuttosto – finalmente – si parla di Rossellini e di Germi, maestri riconosciuti del cinema di sempre che il nostro paese seppero raccontarlo e mostrarlo al mondo. Ora pare stia accadendo di nuovo. Fuori è uscito il sole, forse in riva un’idea la trovo. Che cosa c’è meglio del sole dopo una giornata di pioggia? Taccuino, matita e portatile, un tè verde, la gente che spunta dalle case a cercare l’ampio respiro della sera che appena appena si accenna. I giornali a casa, solo la memoria sollecitata a trovare le parole per il “cosa cambia” di oggi. Oggi a Cannes toccava anche a Wim Wenders. Un film girato a Palermo. Chissà come sarà la città siciliana raccontata dal regista di Paris,Texas, mostrata come solo lui sa fare, un maestro del cinema che non ha perduto la capacità geniale di far vedere ma che sembra avere smarrito da un po’ la via della narrazione. O della non-narrazione talmente ostentata dei suoi primi film che diventava sua malgrado racconto di un’epoca. Il sole cala, ai tavolini del bar i veneziani sono all’aperitivo, così come i pochi turisti che arrivano fino a quest’angolo di Venezia. Il tramonto si approssima e io un’idea per l’argomento di oggi mica so se alla fine l’ho trovata. Ma forse, oggi, non serviva.

Mag 29

Benedetto XVI: “Provo gioia per il nuovo clima politico”… Evidentemente gli fa piacere prendere atto degli episodi di xenofobia quotidiani, del fascismo dilagante, delle nuove leggi ad personam. Ma poi c’è la chiave di lettura fatale: “Lo Stato faccia di più per le scuole cattoliche”, il 6 giugno incontra Berlusconi.

Mag 23

Un giorno vennero a prendere me…

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Mag 23

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Mag 22

Il Regime contro la libera informazione
Caso Travaglio, “I fatti e i veleni” di Antonio Tabucchi
da l’Unità, 20 maggio 2008

I due articoli di Giuseppe D’Avanzo contro Marco Travaglio (Repubblica, 13 e 14 maggio), il secondo di tono piuttosto pesante, al punto che D’Avanzo ha poi dovuto rimangiarsi le sue brutte insinuazioni dopo la secca replica di Travaglio (Repubblica, 15 maggio), seguono a pochi giorni di distanza l’aggressione verbale subita da Travaglio da parte di Vittorio Sgarbi nel programma televisivo AnnoZero.
Sono due fatti e non sono io a correlarli, si correlano da soli per la contiguità temporale e per le rispettive tribune mediatiche: televisione e giornale di grande tiratura. Ma se qualcuno volesse correlarli nella sostanza, lo faccia in tutta libertà: pensare non è ancora un reato.
Se ne parlo è perché l’episodio non appartiene al killeraggio dei numerosi pennivendoli o conduttori di talk show del sistema berlusconiano dai quali Travaglio è stato bersagliato fin dal suo primo libro su Berlusconi scritto con Elio Veltri, L’odore dei soldi, e via via da altri addetti all’informazione di servizio, portavoci di partiti compresi, con assoluto metodo bipartisan. Uno dei migliori giornalisti italiani di oggi (se non il migliore, e comunque il più importante e prezioso per la libertà del suo pensiero e il coraggio di mettere per iscritto tale libertà) viene maltrattato, chissà perché, da un altro giornalista (peraltro ottimo) e al quale si debbono inchieste fondamentali su temi scottanti.
I fatti. Travaglio partecipa alla trasmissione di Fazio Che tempo che fa per presentare il suo ultimo libro. E naturalmente parla del libro e delle cose in esso stampate, un libro uscito da oltre tre mesi e che non ha suscitato indignazioni né querele perché riporta semplicemente atti della magistratura, cioè problemi giudiziari avuti dal senatore Schifani (accertate frequentazioni di personaggi condannati poi per mafia), processi dai quali egli fu in seguito assolto (in realtà la procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni di un pentito di mafia presidente del comune di Villabate a proposito del piano regolatore che a suo dire sarebbe stato concordato anche con Schifani - ma questo Travaglio non lo dice da Fazio, lo precisa nel suo articolo su Repubblica del 15 maggio dopo l’attacco di D’Avanzo). Sono fatti che appartengono alla biografia di un uomo politico nominato alla seconda carica dello Stato. Nelle vere democrazie si esige addirittura di sapere se in vita sua un uomo politico di tale rilievo abbia fumato uno spinello o sia riuscito a sottrarsi alla guerra del Vietnam. Se poi aver fumato uno spinello o essersi sottratto al Vietnam non abbia costituito un reato, la cosa si dice lo stesso, perché fa parte della sua biografia. Ma nel comunicato del gabinetto di Schifani, né tanto meno sulla stampa italiana (con la sola eccezione de l’Unità), il giorno della sua nomina questi fatti non apparivano. La nostra stampa, come ha fatto per anni con le scarpe e le cravatte dei politici, era troppo occupata a descrivere il suo look. Le circostanze rammentate da Travaglio nel libro scritto con Peter Gomez (il quale Gomez aveva peraltro già citato le carte processuali su Schifani in un altro libro scritto con Lirio Abbate) non avevano suscitato dunque nessun clamore. Inoltre Marco Lillo, che nel 2002 su L’Espresso aveva pubblicato su quelle frequentazioni un preciso articolo, era stato querelato da Schifani, che però aveva perso la causa: erano fatti, anche se non di rilevanza penale. Ma Travaglio va in televisione, e si scatena la bufera, perché evidentemente alla Rai le cose non si possono dire. Ne seguono ridicole scuse a Schifani per “lesa maestà” dal direttore generale della Rai e dal conduttore televisivo, come già aveva fatto perché Furio Colombo nel suo programma aveva riferito che Berlusconi in America è conosciuto come “una barzelletta che cammina”. E il povero Fazio (che brutto tempo che fa) obbedisce con il sorriso di chi si adegua. Alle scuse si unisce l’ineffabile senatrice Ds-Pd Finocchiaro, mentre Luciano Violante, ora in probabile attesa della nomina a giudice costituzionale da Berlusconi e compagnia, definisce le dichiarazioni di Travaglio “un pettegolezzo”, probabilmente memore del suo, quando trasformò i nazifascisti repubblichini in “Ragazzi di Salò”. A questo punto, sub specie di “lezione di giornalismo” arriva il verdetto di D’Avanzo, che ex cathedra istruisce Travaglio su ciò che si può dire e ciò che non si può. Il suo ragionamento, sul capzioso divagante, si appella a filosofi preoccupati delle “virtù della verità”, che è come dire del sesso degli angeli. Il tutto per dimostrare che i fatti menzionati da Travaglio servono solo (cito): «per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra». D’Avanzo sostiene che sono «sfuggenti e sdrucciolevoli i fatti quando sono proposti a un lettore inconsapevole, senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca: è un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce giornalismo d’informazione». Conclude che Travaglio è un manipolatore, «che usa un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste agenzie del risentimento - continua D’Avanzo - lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity (sic), in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale». Fine citazione.
Questa gagliarda difesa della classe politica italiana e soprattutto la necessità di una critica alle sue “istituzioni prestigiose” (che in realtà coincidono con decine di inquisiti in Parlamento, un mastodontico conflitto di interessi non risolto, le leggi vergogna, il falso in bilancio, tre televisioni private di Berlusconi e la sua mano sulla Rai, la sua proprietà di varie case editrici e il controllo di circa l’80% della stampa italiana, la sua non celata ambizione di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale di tipo peronista e di diventarne presidente, oltre a sostanziali modifiche alla Costituzione con il consenso dell’opposizione), insomma l’escamotage di D’Avanzo di attribuire a un collega giornalista la malattia della democrazia italiana, che di fatto è malatissima per conto proprio e che l’Europa guarda con sospetto e preoccupazione, mi sembra un fatto epocale, e meriterebbe un’analisi a sé. Preferisco invece soffermarmi su una questione apparentemente frivola ma forse non troppo. Allorché si dà la lezione a qualcuno ci si considera superiori a questo qualcuno, è ovvio. D’Avanzo è proprio sicuro di essere migliore di Travaglio? Non c’è dubbio che egli sia un grande giornalista d’inchiesta. Travaglio però, oltre che essere un grande giornalista d’inchiesta, è anche un intellettuale. I suoi libri li ha scritti, e sono un’analisi socio-antropologica dell’Italia di oggi. Un’analisi fatta non di astratte teorie o di opinioni, ma con l’utilizzo di dati concreti. I fatti.
Travaglio risponde su Repubblica ringraziando D’Avanzo per la lezione di giornalismo e spiegando che ha semplicemente menzionato fatti non rilevanti penalmente ma che il grande pubblico ignorava e che comunque una qualche rilevanza di altro tipo devono avercela, se si vuole che vengano taciuti. La pratica giornalistica italiana, che ha fatto tesoro della teoria sullo spazio-tempo di Einstein, pubblica accanto alla cortese risposta di Travaglio la risposta di D’Avanzo alla risposta di Travaglio: due risposte sincrone. Ed è una condanna definitiva: D’Avanzo insinua collusioni mafiose di Travaglio che preferisco non commentare perché non vi riconosco più D’Avanzo; vi ha replicato sufficientemente Travaglio obbligando il suo accusatore a una patetica retromarcia («Nessuno ha mai messo in dubbio l’onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale», D’Avanzo, Repubblica, 15 maggio). Mi interessa invece un allarmante concetto di D’Avanzo. È un qualcosa che riguarda anche me personalmente, ed è anche per questo che voglio intervenire sulla vicenda.
Un’università americana ha acquistato una parte dell’archivio di Beria e ha pubblicato quest’inverno il carteggio e le conversazioni fra Beria e Stalin. Stalin non corrisponde affatto al cliché del rozzo villico che ci resta di lui. Era un quasi-intellettuale (aveva scritto perfino un trattato di linguistica) e il suo tormentone erano gli intellettuali, le persone che fanno pensare gli altri. C’è un momento in cui il suo speciale tormentone è Mandel’stam (entrambi parlavano il russo ma evidentemente le loro lingue non coincidevano), e nelle conversazioni con Beria la domanda quasi ossessiva è questa: «Beria, Mandel’stam è davvero un bravo scrittore?». Curiosamente Beria difende Mandel’stam e risponde sempre che non solo è un bravo scrittore ma anche un bravo compagno. Finché un giorno Stalin perde la pazienza e dice testualmente che non gliene frega niente se sia un bravo compagno, vuole sapere solo se è davvero un bravo scrittore. Dopo questa precisa richiesta qualcosa succede a Mandel’stam. Nel successivo interrogatorio cui è sottoposto dalla polizia di Beria, il funzionario lo accusa di aver scritto una frase (o un verso) sovversivi. Mandel’stam risponde che non l’ha mai scritto. La replica del poliziotto: “Anche se non l’hai mai scritto era quello che volevi far pensare al popolo”.
Cito dal secondo articolo di D’Avanzo su Repubblica del 14 maggio (titolo: “Non sempre i fatti sono la verità”): «Con la complicità della potenza della tv - e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio - (Travaglio) getta in faccia agli spettatori il fatto controverso lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso” (che non è una frase di Travaglio ma che sembra sua, perché messa fra virgolette)». E così conclude: «Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare». Metto la frase in corsivo. È una frase da corsivo.
Antonio Tabucchi
(21 maggio 2008)

Mag 18

Questo articolo è uscito ieri su il Venezia Epolis.

Mentre l’offensiva verso il nemico Rom (e rumeno) assume toni da rappresaglia e gli italiani, la maggior parte di loro, plaudono gaudenti, convinti che questa sia la soluzione a tutti i mali di questo sgangherato e vegognoso paese, mentre Marco Travaglio diventa il primo bersaglio bipartisan di una nuova legislatura, mentre ciò che resta dell’opposizione si cosparge il capo e l’animo di zucchero a velo e si prepara a essere il più gradevole scendiletto del governo più reazionario d’Europa, mentre un ministro dichiara che impiegherà l’esercito per ripulire il paese da chi è diverso da noi, mentre accade tutto questo, altri italiani, la minoranza, si guardano attorno. Perplessi. Turbati. Smarriti. E si domandano che fare, domanda che si mescola a uno sconcerto colossale e assoluto, sradicati da quelle certezze che molti erano riusciti a mettere insieme con meticolosa pazienza, costruite giorno dopo giorno attraverso letture, conversazioni, riflessioni, studi, viaggi, conoscenze, approfondimenti. Il percorso doveroso, insomma, che dovrebbe riguardare ogni essere umano e che qui, da un quindicennio, è stato sostituito da una autorefenzialità catodica capace di sfracellare un evidentemente fragilissimo senso critico e civico. È come se in pochi anni le coscienze di gran parte di questo paese fossero finite dentro a un frullatore. Abbiamo scoperto in fretta che valori, senso civico, solidarietà, tolleranza (termini oggi ridicolizzati dalle istituzioni stesse), erano solo scorza, buccia. Dentro c’era poco, animi acidi pronti a impregnarsi di demagogia, di facili e falsi slogan oggi scolpiti nell’immaginario collettivo di questo paese. Sembra un’impresa titanica, adesso, provare a invertire questa deriva pericolosa. E ci guardiamo intorno, disorientati, mentre gli altri smantellano. Ci domandiamo che cosa fare senza sapere da dove incominciare, tali e tante - troppe - sono le cose che ci stanno sfuggendo da ogni lato, irriconoscibili per come lo abbiamo conosciuto e come lo avremmo voluto, noi, questo nostro paese chiamato Italia. Smarriti, delusi, sconcertati, schifati. Che fare? Scrivere, intanto. Ché, per quanto mi riguarda, è l’unica cosa - oggi ritenuta inutile - che so fare.

Mag 13

Due giornalisti francesi intervistano Paolo Borsellino, che parla dei rapporti fra Berlusconi e la mafia. Parla soprattutto di Vittorio Mangano, condannato a più ergastoli, stalliere nella villa di Berlusconi, definito un eroe in campagna elettorale prima da Marcello Dell’Utri e poi dallo stesso Berlusconi. Per loro i mafiosi sono degli eroi. Poche settimane dopo questa intervista, il giudice Paolo Borsellino è stato fatto saltare in aria insieme alla sua scorta. Qualcuno si premurò di far sparire la sua agenda.

Mag 12

Ecco le pagine riguardanti Schifani tratte dal libro Se li conosci li eviti (Chiare lettere edizioni). Schifani Renato Giuseppe (FI)

Anagrafe Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo
di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Soprannome Fronte del Riporto.
Segni particolari Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro del recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d’anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate. Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
Assenze 321 su 1447 (22,2%) missioni 20 su 1447 (1,4%).
Frase celebre «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 1° agosto 2002).
«In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un trattamento di favore» (comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani, 15 agosto 2006 ).
«Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (12 settembre 2003).
«Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo molto in Silvio Berlusconi (…) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande leader» («Libero», 29 luglio 2007 ). «Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano. Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante della unitè della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base del proprio credo politico» (dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio 2008 ).

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