Il presidente assente

È una strana giornata oggi a Parigi. Per certi versi storica. Per la prima volta un presidente in carica rinuncia a presentarsi per un secondo mandato. Non posso dire scioccati, Hollande non suscita simpatie nemmeno a sinistra, ma i francesi oggi sono sorpresi e qui non si parla d’altro. Si parla, soprattutto, di un gesto pieno di dignità e spessore. Come se questo presidente fragile, insicuro, avesse trovato solo alla fine, con un colpo di reni inatteso, la statura dell’uomo di Stato. E, diciamocelo con franchezza, un gesto che in Italia nemmeno ci sogniamo da parte di un uomo di potere. Quanta fatica fanno, i politici, ad ammettere i propri limiti, i propri fallimenti. E farlo poi come ha fatto lui, mettendo la sua faccia in diretta, davanti al Paese intero, con parole ferme, umili, enormi. Nessuno, davvero nessuno, se lo aspettava, e più di qualcuno, questa mattina, mi ha confidato di essersi commosso. Di avere all’improvviso provato tenerezza e rispetto per quello che per cinque anni è stato il Presidente della Francia. Deludente, a volte inadempiente (anche se sono d’accordo con chi dice che la Storia un giorno gli riconoscerà alcuni atti del suo quinquennio) ha ammesso gli errori, soprattutto quello – ben poco di sinistra – di aver proposto la revoca della cittadinanza ai condannati di terrorismo. Ha ammesso di essere un peso per la sinistra, che, per colpa sua rischia di implodere. 

Per questo, oggi, varrebbe la pena di leggere Lui, presidente, il reportage che lo scrittore Patrick Deville scrisse durante la campagna elettorale del 2012 e che traccia un profilo lungimirante di quello che sarebbe diventato Presidente di lì a poco. L’ho tradotto e pubblicato nella collana Collirio della casa editrice Terra Ferma (formato ebook, € 0,99). Con la precisione e l’ironia tipica della sua scrittura, Deville ha scritto un ritratto indelebile di un uomo che alla fine, almeno alla fine, ha dimostrato di esserlo stato, tutto sommato, il Presidente di Francia. Sta a vedere che, fra nemmeno un anno, i francesi lo rimpiangeranno.

L’aventure géographique 

Oggi incomincia la seconda parte del tour Venise est lagune. Della prima, che si è svolta in ottobre, non ho ancora scritto, ma lo farò presto. Di questa parte cercherò di scrivere passo passo, cosa per me difficile, come sa bene chi frequenta queste pagine. 

Sto per prendere un aereo diretto a Nantes, dove, oltre a me, atterreranno nel giro di mezz’ora anche lo scrittore spagnolo J.A. González Sainz e Tiziano Scarpa. Non li vedo da un bel po’ e sarà bello vederli in un campo neutro a me carissimo: Saint-Nazaire, dove da oggi a domenica 20 novembre si svolgerà il Meeting, incontro annuale di letteratura internazionale giunto alla quattordicesima edizione. Poi, dal 21 al 24 novembre ci sposteremo a Parigi. Ecco il calendario che mi riguarda:
Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016,  Lycée Expérimental, 11h00, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016, Life, 19H30 Littérature italienne contemporaine, raconter Venise et la Venetie. Avec: Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, José Angel Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa

Saint-Nazaire, sabato 19 novembre 2016, Life, 17H30, Écrire à Saint-Nazaire (Venise est lagune). Avec: Wang Yin, Chantal Chen-Andro, Roberto Ferrucci, Edwin Madrid

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 17h00, Science Po, insieme a Paolo Modugno, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 19H00, Istituto Italiano di Cultura, Raccontare Venezia. Gli ospiti della serata saranno: il curatore della sezione veneziana, lo scrittore Roberto Ferrucci, insieme a Mauro Covacich, J.A. Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa e Patrick Deville.

Parigi, mercoledì 23 novembre 2016, 19H30, Libreria Tour de Babel
. L’aventure géographique, con  Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, Simonetta Greggio, J.A. Gonzalez Sainz, Tiziano Scarpa.

Barack Obama, il Presidente

Oggi, 10 novembre 2016, secondo giorno dell’incubo mondiale, Barack Obama riceve allo studio ovale della Casa Bianca il signor Donald Trump. Al di là dello stridio dell’immagine, al di là del significato politico e etico di questo incontro, desidero invece sottolineare e ricordare, otto anni dopo, la vera notte storica, il vero momento epocale, che non è quello di un imprenditore buzzurro che diventa presidente, bensì quel che è stato, è, e sarà per sempre la notte del 5 novembre 2008. La portata storica e sentimentale e civile di quella notte – che molti sembrano avere dimenticato, addirittura cancellato – è stata talmente enorme e intensa e emozionante, che ne scrissi immediatamente un testo per il Corriere del Veneto. Quel testo, divenne lo spunto, tre anni dopo, del terzo capitolo di Sentimenti sovversivi, pubblicato nel 2011 da Isbn edizioni. Lo ripropongo qui, perché mi piacerebbe ribadire che la politica non è soltanto riduzione delle tasse, posti di lavoro, riforme, politica estera e tantomeno innalzamento di muri alle frontiere o minacce di lanciare bombe atomiche dopo un attentato (Trump). La politica dovrebbe essere prima di tutto valori, principi, ideali. Sì, sì, ideali: quella cosa che a tanti oggi mette i brividi, perché gli ideali ti fanno volare alto, perché mettono in moto pensieri e immaginario, perché quando ci sono tirano fuori il meglio che c’è in te, e gli ideali, i valori, i principi non hanno nulla a che vedere col tizio che in questo momento sta incontrando il Presidente Barack Obama. 

Sono passati otto anni da quella notte, e all’improvviso sembra sia un’eternità. Ma io non ho alcuna intenzione di dimenticarla, quella notte. Né di cancellarla. E la ripropongo qui per ribadirne la forza, con la consapevolezza che quella forza non è svanita. Con la consapevolezza e la certezza che lo rimpiangeremo eccome, Barack Obama.

Da Sentimenti sovversivi, Isbn edizioni 2011.
Era l’alba del 5 novembre 2008, a Venezia, e dopo giorni di acque alte e di pioggia, spuntava il sole. Anche in quell’accenno di mattino, prima di andare a letto, mi ero affacciato alla finestra. Nella calle sotto casa c’erano ancora i segni dell’acqua alta del giorno prima. In cielo, l’alba più nitida che un inverno, lì, a Venezia, possa darti. Barack Hussein Obama era stato eletto presidente degli Stati Uniti e quando l’incredulità si mescola alla gioia, crea un’emozione che si contraddice di continuo. Non ci credevo, mentre lo sentivo fare il suo discorso di vittoria al Grant Park di Chicago, mentre guardavo la gente piangere e io pensavo al giorno in cui i miei genitori mi dissero che avevano assassinato Martin Luther King, alla loro commozione, poco chiara per un bambino di seconda elementare e la mia, adesso, ancor più incredula, ché non potevo credere che, quarant’anni dopo, stavo ascoltando il discorso del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Le sue parole, così inconsuete. Da dove viene, mi domandavo davanti a quell’alba nuova, Barack Obama? Forse viene da tutti noi (quanti di noi?), Barack Obama, sbucato fuori dai nostri sentimenti e dal nostro immaginario. Noi, incollati tutta la notte alla tv, a scambiarci speranze e dubbi via sms, facebook, twitter, a tenerci virtualmente per mano perché questa notte è la notte cruciale di un’epoca, la nostra, e no, non ci potevamo credere che fosse vero. Una notte, poche ore, il tempo per inabissarci del tutto oppure svoltare. Poche ore e, increduli, eravamo già – forse – nella nuova epoca. Sembrava ci fossimo reimpossessati, in una notte, del vero significato delle parole. E adesso, che era forse l’alba di un’epoca nuova, potevo andare a dormire. E non c’era più bisogno di sognarlo, uno come Barack Obama.

E al telefono, Teresa, la notte del 5 novembre 2008, quasi all’alba, prima di andare a dormire, mi aveva domandato e adesso? Adesso che da lui pretenderanno il doppio che da chiunque altro, adesso che non gli perdoneranno nulla, cosa riuscirà a fare? Io, avevo ancora negli occhi le foto di quella mostra che avevamo visto insieme, qui in Francia, foto di neri impiccati, di neri bruciati vivi, di neri fatti a pezzi, di neri moribondi circondati da bianchi sorridenti e festosi, famigliole intere con padri che indicavano corpi di neri squartati e smembrati ai figli e quelle foto erano delle cartoline che i bianchi si spedivano con frasi tipo, visto il nostro barbecue di domenica scorsa? Cartoline degli anni trenta. In una di quelle immagini stavano bruciando vivo un uomo e, davanti a lui, si mettevano in posa per la foto, come se fossero davvero a un barbecue qualunque, vestiti con l’abito quello buono. Davanti a quella foto Teresa aveva avuto un sussulto. Una scossa di dolore che l’aveva attraversata fino a spegnersi nella mia mano, che teneva stretta la sua, che aveva accumulato quella scarica e aveva cercato, la mia mano, di tradurla, là davanti, nel gesto più tenero possibile, una carezza che non credo avrebbe potuto mai, però, rovesciare l’emozione di Teresa, sovvertirne l’intensità. Te le ricordi quelle foto? le avevo detto al telefono. Ecco, vedi, è talmente enorme ciò che sta accadendo, un afroamericano presidente degli Stati Uniti che, le avevo detto, per quel che mi riguardava, Barack Obama, nei prossimi quattro anni, poteva pure appendere un’amaca a due alberi del giardino della Casa Bianca e starsene lì per l’intero mandato presidenziale, avevo detto, pur consapevole di ciò che di altrettanto enorme, di quali scelte politiche impensabili, avrebbe fatto fin dal giorno dopo.

Guardavo il paesaggio, quella notte d’estate, durante il mio soggiorno di lavoro qui a Saint-Nazaire, lontano dal mio paese. Dove volevo soltanto scrivere e saperne il meno possibile dell’Italia, di quel che vi accadeva, degli immigrati definiti clandestini e perciò arrestati, perché la clandestinità è un reato, nel mio paese. Non volevo più saperne delle ronde padane razziste, scuola e cultura e ricerca smantellate, di ministre scelte in base al book fotografico e altre prestazioni. Ma il villaggio globale è ormai dentro di noi e nemmeno io so resistervi. È riuscito a devastare anche il mio ricordo di quella serata memorabile, il capo del governo del mio paese e, soprattutto, ha contaminato l’immaginario di tutti coloro che, una notte di novembre, hanno vissuto un sogno che diventava realtà.

C’era una frase, quella notte, che Obama aveva pronunciato a metà del suo discorso e che mi aveva fatto credere che il riverbero di quelle parole potesse arrivare fino a noi. Che anche nel mio paese, di lì a poco, ci potesse essere spazio per un impossibile, al momento, Yes, we can. «A coloro che ci guardano questa sera da lontano, da oltre i nostri litorali, dai parlamenti e dai palazzi, a coloro che in vari angoli dimenticati della Terra si sono ritrovati in ascolto accanto alle radio, dico: le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune e una nuova alba per la leadership americana è ormai a portata di mano.» In quel preciso momento, dentro a un palazzo di Roma, il capo del governo del mio paese scopava con delle puttane.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti

Credo non ci sia nulla da dire quando si passa da uno come Barack Obama a uno come Donald Trump.

Quello che c’è da dire è lo sconcerto nel sentire una buona ventina di giornalisti e opinionisti italiani, su Sky e La 7, durante la notte, fare finta di nulla e accodarsi immediatamente al carretto del vincitore. Potrei fare nomi e cognomi di chi, da un anno – e sensatamente – ha detto tutto il peggio possibile su Donald Trump (e cos’altro avrebbero potuto dire?) e, nel corso della nottata, hanno cambiato vestito, spogliandosi in diretta della propria deontologia. È stato prima stupefacente e poi, via via che arrivavano i risultati, sempre più squallido sentire il mutamento dei toni, la normalizzazione del candidato impresentabile, dell’uomo ignorante e gradasso (mi ricorda un’altra figura istituzionale a noi veneziani molto vicina…), del miliardario misogino e razzista. Piano piano, legittimato (e chissà perché poi) dal voto popolare, Donald Trump diventa uno statista, un gentiluomo, uno che poi, dài, tutto sommato, ma sì insomma, dài, rappresenta il nuovo (nuovo!). E poi: lui sì che ha capito davvero il cuore degli Stati Uniti (e infatti è proprio questo il cuore degli Stati Uniti: lo squallore). E poi il continuo ribadire che siamo davanti a una serata di portata storica. Ma tacete, per cortesia: la vera Storia fu scritta nel novembre del 2008, quando venne eletto per la prima volta un afroamericano alla Casa Bianca, e non una star dei reality show). Dei lacché, insomma. Critici e opinionisti, che dovrebbero  non solo essere coerenti alla propria onestà intellettuale, ma che dovrebbero domandarsi sul serio il perché di una sciagura che non sarà soltanto politica, ma soprattutto etica e morale. Uno schifo, insomma, che aumenta mano a mano che il distacco fra i due candidati si allarga, e i commenti si trasformano addirittura in indignazione perché poveretto, Trump, lo hanno preso in giro per un anno, gliene hanno dette di tutti i colori e adesso finalmente ha la sua rivincita. E allora, chiosano, vedrai che adesso cambia, adesso che è presidente diventerà ragionevole e saggio. Come se non bastasse la biografia di un settantenne razzista, evasore fiscale, bancarottiere, star della tv trash. E si arriva all’apoteosi finale, dove il colpevole di lesa maestà diventa allora Barack Obama, che ha (giustamente, sottolineo io) detto tutto il peggio possibile di un uomo come Donald Trump. Che tristezza. Ma forse hanno proprio ragione questi soloni dei media italiani. Sì, è davvero una giornata storica, perché il mondo oggi fa milioni di passi indietro, passi indietro politici, sociali, civili, etici, morali, e ci dà una conferma drammatica: l’appeal dell’imprenditore straricco e ignorante e arrogante sembra sedurre ovunque, sembra essere imbattibile ovunque. Auguri mondo.

I poeti maledetti in treno

Nel numero della Lettura (il supplemento culturale del Corriere della sera) in edicola da ieri, c’è anche un mio testo. Nella sezione Sguardi, ho scritto a proposito della mostra Fantin-Latour. A fleur de peau, in corso al Musée du Luxembourg di Parigi. No, non mi sono trasformato all’improvviso in critico d’arte. Nessuna improvvisazione. Il mio testo parte da due quadri ben precisi che, come tanti, avevo visto nel corso della mia prima visita a Parigi, quando ero ancora studente. È un testo evocativo, allora, una specie di racconto ripescato in fondo all’immaginario, laddove risiedono quei ricordi lontani ma fondamentali, quei tasselli di esistenza che messi uno in fila all’altro rappresentano il nostro intimo patrimonio intellettuale, culturale, estetico. Nel supplemento, poi, ci sono molte altre pagine da non perdere, soprattutto quella del mio amico Angelo Ferracuti, che insieme al disegnatore Fabio Delvò, racconta la miniera del Sulcis. Buona Lettura, allora.

Venezia, le perle fucsia sbiadiscono. 

Questo mio articolo è uscito martedì 11 ottobre 2016 sul Corriere del Veneto. Mi rendo conto, rileggendolo, che erano anni che non riuscivo a trovare un tono e dei motivi per essere ottimista riguardo la mia città, Venezia. Spero si tratti di dati di fatto evidenti e non di uno stato d’animo passeggero.



Sembra che qualcosa stia cambiando, finalmente, a Venezia. Che si intraveda una – pur piccola – inversione di rotta. Dopo un’estate di immagini sui media che facevano vergognare ogni residente sensato, che mostravano una città così decadente che la Venezia di Thomas Mann (quella del romanzo Morte a Venezia o del film omonimo di Visconti), a rileggerla, sembrava un posticino svizzero. In questa linea sottile, che un momento prima ci fa precipitare verso un abisso senza fine, e un momento dopo anche, pare si stiano insinuando delle oasi non di resistenza, no, ma di pura e semplice quotidianità. E sono tanti gli esempi: da chi ha deciso (ancora pochi, purtroppo) che le case si danno in affitto prima di tutto ai residenti, da chi (la municipalità di Venezia) sta invitando i cittadini di tutti i sestieri a riappropriarsi di calli e campielli, organizzando per strada incontri, ritrovi, cene collettive, da chi (la generazione dei novanta) ha proposto quella festosa marcia dei carretti della spesa, da chi (il gruppo 25 aprile), sta dando vita all’iniziativa chiamata “Venezia è il mio futuro”, che è giusto l’opposto della Venezia-museo che sembra sempre più ineluttabile, più reale. Ci sono insomma dei veneziani che hanno deciso di dimostrare al mondo intero che questa è una città ben viva, vivace, consapevole di sé.

Una città con sempre meno residenti, certo, ma fra loro ce n’è dunque un bel po’ con le idee chiare di come si voglia e si possa abitare Venezia come un qualunque altro luogo del mondo e non come se vivessimo di continuo dentro a una cartolina. Il più evidente di questi segnali c’è stato domenica 25 settembre, alle Zattere, quando almeno duemila persone si sono avvicendate nel corso di un intero pomeriggio e buona parte della serata per dire no alle grandi navi e sì a tanti altri punti cruciali per la Venezia di oggi e di domani. Non si era mai vista una partecipazione tanto numerosa e intensa e, soprattutto, convinta. Il giorno dopo ne ha parlato il mondo intero. Il culmine simbolico è stato toccato poco dopo il tramonto, mentre Eugenio Finardi cantava Extraterrestre, portale via, intese come grandi navi. E, come ogni sceneggiatura che si rispetti, è stato proprio in quel momento che, salpata dal porto di Venezia con oltre quattro ore di ritardo, è apparsa enorme, spropositata, alle spalle del palco, l’ennesima “Costa qualcosa”. Ne è scaturita un’immagine che non esito a definire epocale, con la voce di Finardi che gridava in forma rock “No, no, le grandi navi no”. Immagini che hanno fatto il giro del mondo.

Sì, a Venezia sembra che qualcosa stia cambiando, nonostante ci siano poi i soliti segnali contrari. Basta infatti essere costretti per un motivo o per l’altro a dover attraversare in un giorno qualsiasi la zona di San Marco, per essere smentiti. O individuare, giorno dopo giorno, un nuovo hotel, un nuovo ristorante, un nuovo negozio di borse gestito da cinesi, un nuovo bar ultra chic. Passi di là, vedi questi mutamenti (queste involuzioni), e sembra non esserci speranza. E invece no, e suona strano ribadirlo oggi, giorno dell’apertura del centro commerciale del lusso nell’ex palazzo delle poste, dove eravamo in tanti, veneziani, ad attraversare la città per andare lì a pagare le bollette: la bellezza di quel posto raddolciva l’esborso. 

Qualcosa sembra stia cambiando, a Venezia. Lentamente e in maniera quasi invisibile. Forse è inutile. Forse è troppo tardi. Oppure magari no. Magari potremmo farcela, alla fine, a rivendicare la nostra città, riuscendo a farla a vivere a tutti, residenti e visitatori, come dovrebbe essere: una città, non una cartolina.


Venezia 73, la Grande guerra di Ozon

Uno dei più bei romanzi di questi ultimi anni si intitola 14, il suo autore è Jean Echenoz e in Italia lo ha pubblicato Adelphi. Quel che racconta lo si desume dal titolo, e raccontarla, la Prima guerra mondiale, non è mai facile. Prima di tutto perché lo hanno già fatto in tanti e poi perché in queste date che ruotano attorno al centenario è evidente la corsa a volte sfrenata da parte di tanti artisti, di esserci, di – ahimè – approfittarne. Non è il caso di Jean Echenoz, che il suo romanzo lo ha pubblicato in Francia nel 2012, e non sembra nemmeno il caso di François Ozon, col suo film Frantz, visto ieri qui al Lido. Accosto queste due narrazioni perché hanno scelto di raccontarla più o meno allo stesso modo, la Grande guerra, e cioè nel modo più rischioso, quello che nasconde più trappole narrative, che ti fa percorrere i confini fragili della didascalia, del patetismo: raccontano entrambi la loro storia dal punto di vista di chi resta, di chi è sopravvissuto. Raccontare il dolore, la commozione, le lacrime, rischia spesso di trasformarsi in una maldestra – e a volte involontaria – furbizia. Per questo è difficile. E rischia anche di diventare un racconto prevedibile, ovvio. 

La struttura narrativa del film di Ozon è molto più semplice di quella del romanzo di Echenoz, ma al cinema, si sa, si tratta soprattutto di come la mostri, una storia, e Frantz è un film dal grande impatto visivo. È la storia di chi resta e del dolore che non se andrà più, di due genitori tedeschi che hanno perso il figlio, della sua promessa sposa che vive con loro, e di un militare francese che arriva al villaggio per portare dei fiori alla tomba (priva di spoglie) di Frantz, il soldato tedesco ucciso. È subito evidente il motivo per cui Adrien, l’ex soldato francese, è arrivato fin lì. Lo intuisci da delle piccole sfumature, piccole ambiguità che io credevo essere state messe lì volontariamente dal regista. Invece, nel press book del film è scritto con evidenza: Nota per i giornalisti. Vi chiediamo cortesemente di non svelare il segreto di Adrien. Boh, forse produttori e autori e regista pensavano di averlo nascosto dentro alla narrazione in modo impeccabile, o forse a me è stato chiaro perché quando ti occupi di narrazioni le noti sempre, le sfumature (e non sempre è piacevole, sia come lettore, sia come spettatore). Va bene, non lo svelo. Tanto lo avete capito, e non si può non farne cenno perché la struttra portante di questo film è la bugia. La bugia necessaria, quella che racconti per non aggiungere inutile dolore al dolore. Bugia e fragilità umana. Un bel film, a parte qualche lungaggine di troppo, e inutile, nell’ultima parte. Dettagli. Importanti però a volte. Un film utile, alla fine, perché della Prima guerra mondiale non ne sapremo mai abbastanza. (E leggetevi anche 14 di Jean Echenoz, se vi va).

Venezia 73: Kim Ki-duk, Wenders, Martins

Non è mia intenzione (ri)mettermi a fare il critico, ma ho voglia, quest’anno, di parlare, e soltanto qui, dei film che vedrò a questa Mostra del Cinema di Venezia. Un festival il cui tema principale, in questi giorni, è quello delle misure di sicurezza in vista di quell’attentato che media e istituzioni italiane sembrano agognare ormai da tempo. Mi rendo conto di sembrare esagerato, ma mi pare altrettanto esagerato blindare un’isoletta quale è il Lido di Venezia, dove sono stati piazzati addirittura dei blocchi di cemento per evitare attentati tipo Nizza, non fosse che poi, per arrivare qui, i camion, devono farlo col ferry boat, e allora, pur non essendo un esperto, direi che sarebbe più semplice controllare chi sale sul ferry, no? Poi, i grandi controlli sono comunque fatti a campione e in questi tre giorni nessuno ha mai guardato dentro al mio zaino né dentro a quelli della stragrande maggioranza delle persone che sono qui. E allora la tanto sbandierata sicurezza diventa una comica, col paradosso che c’erano più conttrolli negli anni scorsi, quando un aggeggio a infrarossi lo passavano comunque su borse e zaini. Ma ormai è evidente che questa storia della sicurezza è più una messa in scena che altro. Una messa in scena del tutto inutile e soldi pubblici buttati. Ma tant’è. 

Il primo film visto è The Net del regista coreano Kim Ki-duk, uno che non manca mai alla Mostra e che mai tradisce le aspettative. Sorprende sempre, con i suoi film, e anche questa volta. Solo che la vera sorpresa c’è stata prima della proiezione. Dico subito che la nuova Sala Giardino, meglio nota come il Cubo rosso, da fuori è bellissima così come il prato che la attornia e che copre il famigerato Buco che per cinque anni è stato un incubo (buco-incubo-cubo) per ogni cinefilo e per ogni residente del Lido. Solo che poi, dentro, appena gli spettatori hanno preso posto, patatrac, molte delle file di poltroncine si sono sradicate dalle proprie sedi. Subito, una squadra di pronto intervento si è messa all’opera munita di trapani e viti. Almeno una ventina le riparazioni fatte con dei piccoli, formidabili trapani, che hanno ritardato la proiezione di quasi mezz’ora. Non proprio una bella figura insomma (sorvolo sulle ironie dei giornalisti stranieri riguardo al pressapochismo italiano) per uno spazio che però è ritornato a essere risorsa della Biennale e del Lido, ma che non è – sia ben chiaro – un miracolo dell’inadeguato sindaco di Venezia, lo smargiasso Luigi Brugnaro. Lui se ne vanta, ma impropriamente e su questo tornerò con un altro post.

The Net, dunque, La rete, di Kim Ki-duk, racconta la lacerante divisione fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Non mi soffermo sulla trama, che vede un pescatore del Nord finire nelle acque territoriali del Sud a causa di un guasto alla sua barca, ma sull’importanza di un film che ci mostra gli aspetti più profondi di questa divisione, quelli che intaccano l’anima dei coreani e di cui noi non sappiamo niente. Quello che passa dai nostri media, le poche volte che l’argomento viene affrontato, è una visione superficiale, dove da una parte abbiamo solo l’immagine ridicola e al contempo sanguinaria del dittatore del Nord, e dall’altra l’avanzatissimo e ipertecnologico Sud. Non manca, sia dal punto di vista della narrazione che da quello estetico, il tocco inconfondibile del maestro del cinema coreano.


Altro Maestro per me indiscutibile è Wim Wenders, che dopo qualche decennio ritorna in concorso alla Mostra con un film tratto da una pièce teatrale di Peter Handke, Les Beaux Jours d’Aranjuez. Un film che può risultare difficile per chi sia digiuno della grammatica cinematografica di Wenders e della scrittura di Handke. La vicenda si svolge nel giardino di una casa di campagna dell’Île de France con, sullo sfondo – davanti ai due protagonisti che dialogheranno fra loro lungo tutto il film, argomento: l’amore e il sesso – una Parigi che Wenders ci mostra in alcuni quadri nei primi cinque minuti del film. Cinque minuti che valgono l’intera pellicola (compresi anche i due cammei di Peter Handke e Nick Cave). Per il resto, è come essere a teatro, in questo lungo dialogo che di sicuro non piacerà a tutti. 

São Jorge è il film del portoghese Marco Martins. L’ho scelto per via della trama, che inizia così: “Nel 2011 il Portogallo iniziò il cosidetto ‘anno della Troika’ (i tagli di bilancio e la ristrutturazione economica imposti da UE, FMI, BCE)”. Il protagonista è un disoccupato, pugile fallito, che accetta di lavorare per un’agenzia di recupero crediti. Io sono affamato di libri e di film che siano capaci di raccontare l’Europa di questi ultimi anni, quella della crisi lacerante, della disoccupazione, dei debiti, della povertà. Non è facile raccontarla, eppure ogni anno, in questi ultimi, alla Mostra ci sono stati film che hanno provato a farlo, a raccontare una crisi che è ancora in atto e proprio per questo così difficile da trasporre, sullo schermo o sulla carta. Il film di Martins mostra le periferie, i casermoni con quei piccoli appartamenti dove si vive in tanti, personaggi che fino a qualche anno fa avevano un lavoro, una vita dignitosa e diventati all’improvviso border-line. Martins usa la cinepresa con uno stile che ricorda quello dei fratelli Dardenne. Il film è molto forte, duro, girato benissimo. All’uscita, la solita domanda: quando il cinema italiano sarà in grado di mostrarci con tanta forza e semplicità, di mostrarci e raccontarci l’Italia della crisi? Perché noi non ci riusciamo mai? Meglio: perché noi non ci riusciamo più? 

Liberate Asli Erdogan!

Questa petizione lanciata dagli scrittori Patrick Deville e Jean Rolin, chiede la liberazione immediata della scrittrice turca Asli Erdogan, incarcerata giorni fa a Istanbul. È stata firmata da decine e decine di scrittori, traduttori e editori europei, indignati dalla totale mancanza di libertà di espressione nella Turchia di oggi. Colpisce l’omonimia dell’autrice de Il mandarino meraviglioso (Keller editore), con colui che è a capo del regime che sta uccidendo ogni libertà in Turchia.


Asli Erdogan è stata arrestata dalla polizia turca il 16 agosto scorso. È stata incarcerata nella prigione Barkirköy a Istanbul con l’accusa di «propaganda a favore di un’organizzazione terrorista», «appartenenza a un’organizzazione terrorista», e «incitazione al disordine». Giornalista di Ozgun Gundem, giornale che è stato chiuso, femminista, scienziata, romanziera, donna libera, Asli non ha mai smesso di scrivere saggi e articoli sulla libertà e la democrazia. Dopo studi di fisica e di ingegneria informatica, Asli ha lavorato al Cern di Ginevra, è diventata romanziera in Brasile. Uno dei suoi romanzi, Il mandarino meraviglioso, è stato pubblicato in Italia da Keller. In Francia è pubblicata da Actes sud e nella collana bilngue della Maison des écrivains étrangers et des Traducteurs de Saint-Nazaire (Meet).

Scrittori, giornalisti e militanti dei diritti organizzano un sit in davanti al carcere dove Asli Erdogan è imprigionata. Noi, scrittori, traduttori, editori, convinti assertori della libertà di espressione degli scrittori ovunque nel mondo, li sosteniamo e ci aspettiamo che il governo turco liberi immediatamente Asli Erdogan.

Patrick Deville (France), Jean Rolin (France), Timour Muhidine (France), José Manuel Fajardo (Espagne), Charif Majdalani (Liban), Philippe Ollé-Laprune (Mexique), Boualem Sansal (Algérie), Ersi Sotiropoulos (Grèce), Rosa Beltran (Mexique), Alberto Barrera (Venezuela), Carmen Boullosa (Mexique), Juan Villoro (Mexique), Mahmoud Tawfik (Egypte), Fabienne Bradu (Mexique), Alberto Ruy Sanchez (Mexique), Alberto Manguel (Argentine), Chantal Chen-Andro (France), Yahia Belaskri (Algérie), Julietta Garcia (Colombie),  Francisco Torres Oliver  (Espagne), Bernardo Carvalho (Brésil), Daniel Saldaña (Mexique), Jose Maria Espinasa (Mexique), Arno Bertina (France), Israel Centeno (Venezuela), Lídia Jorge (Portugal), José Ovejero (Espagne), Pedro Vieira (Portugal), Lina Meruane (Chili), Jorge Volpi (Mexique), Joäo Paulo Cuenca (Brésil), Dan Lungu (Roumanie), Daniel Maximin (France), Daniel Goldin (Etats-Unis), Mario Bellatin (Mexique), Roberto Ferrucci (Italie), Federico Andahazi (Argentine), Jacques Aubergy (France), Santiago Roncagliolo (Pérou), Louis-Philippe Dalembert (Haïti), Francisco Font Acevedo (Porto-Rico), Luiz Ruffato (Brésil), Margo Glantz (Mexique), Eloy Urroz (Mexique), Gonzalo Celorio (Mexique), David Miklos (Mexique), Magali García-Ramis (Porto-Rico), Leonardo Gala (Cuba), Jean Meyer (Mexique), Sophie Kepes (France), Jaime Moreno Villarreal (Mexique), John Lantigua (Etats-Unis), Elvira Lindo (Espagne), Carlos Wynter (Panama), Fernando Iwasaki (Pérou), Almeida Faria (Portugal), Javier Chiabrando (Argentine), José Ángel Mañas (Espagne), Joel Franz Rosell (Cuba), Jorge F. Hernandez (Mexique), Aurora Arias (République Dominicaine), Sandra Santana (Porto-Rico), Adolfo Garcia Ortega (Espagne), Caroline Lamarche (Belgique), Guadalupe Nettel (Mexique), Anne-Marie Carlier (France), Martin Solares (Mexique), Mario Mendoza (Colombie), Jaime Priede de la Huerta (Espagne), Miguel de Castro Henriques (Argentine), Raquel Otheguy Rivón (Porto-Rico), Elsa Osorio (Argentine), Claude Chambard (France), Ivonne Goderich (Porto-Rico), Jean-Marie Saint-Lu (France), Luis Felipe Fabre (Mexique), José Enrique Colón Santana (Porto-Rico), Peter Landelius (Suède), Ernesto Pérez Zúñiga (Espagne), Carmen Rita Centeno (Porto-Rico), Mercedes Roffé (Argentine), Rosa Montero (Espagne), Inaki Ezkerra (Espagne), Angeles Caso (Espagne), Luis Felipe Fabre (Mexique), Enrique Serna (Mexique), Wenceslao Serra Deliz (Porto-Rico), Anne Casterman (Belgique), Alvaro Enrigue (Mexique), Ángel M. 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Armas Marcelo (Espagne), Antoine Volodine (France), José Acosta (République dominicaine), Carlos Reyes (Chili), Ecequiel Leder Kremer (Argentine), Ariel Santiago Bermudez (Porto-Rico), Gael Solano (Espagne), Patrice Franceschi (France), Eduardo Milan (Uruguay), Vivian Abenshushan (Mexique), Ana Duran (Equateur), Lido Iacomini (Argentine), Jaime Sorin (Argentine), Agnieszka Zuk (France), J. A. Gonzalez Sainz (Espagne), Françoise Garnier (France), Véronique Yersin (France), Rainer Michael Mason (Suisse), Jean-Christophe Bailly (France), Antonio Jiménez Barca (Espagne), Leonardo Padura (Cuba), Laure Limongi (France), Patrick Bonnet (France), Francisco Segovia (Mexique), Sarah Chiche (France), Georges Didi Huberman (France), Xavier Barral (France), Claudia Salazar (Pérou), Jean-Marie Laclavetine (France), Christian Joschke (France) Hervé Joubert-Laurencin (France), Arthur Dreyfus (France), Marie NDiaye (France), Akira Mizubayashi (Japon), Muriel Barbery (France), Jonathan Littell (France), Michel Embareck (France), Gilles Leroy (France), Didier Daeninckx (France), Jean-Baptiste Del Amo (France), Ananda Devi (Ile Maurice), François Salvaing (France), Annie Ernaux (France), Marie Nimier (France), Pierre Péju (France), Jérôme Ferrari (France), Jean-Baptiste Harang (France), Alain Nicolas (France), Bernard Pivot (France), Colette Fellous (France), Martine Le Coz (France), Cloé Korman (France), Michaël Ferrier (France), Jean-Claude Lebensztejn (France), Hanns Zischler (Allemagne), Pierre Bergounioux (France), Celine Curiol (France), Camille Laurens (France), Hubert Haddad (France), Javier Cercas (Espagne), Mahmoud Hussein (France), Ronaldo Menéndez (Cuba), Pierre Ducrozet (France), Olivier Brunhes (France), Diego Trelles Paz (Pérou), Olivier Bétourné (France), Hans Christoph Buch (Allemagne), Peter Schneider (Allemagne), Marko Martin (Allemagne)

Venezia che muore

C’è quella canzone, vecchissima e bellissima, di Francesco Guccini, dedicata a Venezia, che sembra sia stata scritta oggi. Si adatta ahimè alla perfezione al caos – soprattutto mediatico – di questi giorni. Giorni in cui tutti gridano e inveiscono contro quella manciata di turisti idioti che sono sì degli idioti, ma che sono comunque solo una manciata. Delle grida isteriche che suonano come un’auto assoluzione. La solita individuazione di un nemico, di un responsabile cui addossare le colpe ed evitare, così, anche solo un minimo di autocritica, di riconoscimento di una responsabilità collettiva che è solo e soltanto nostra. Se Venezia è ridotta com’è ridotta, non è difficile individuarne i responsabili: noi veneziani. 

Ieri, mentre tutti gridavano, io, sommessamente, proponevo sul Corriere del Veneto questa riflessione. Senza scagliarmi contro i turisti (anch’io ne vorrei meno, molti di meno, a incominciare da quelli delle grandi navi, e li vorrei tutti educati e rispettosi e consapevoli del luogo in cui si trovano) e senza scagliarmi contro altri eventuali nemici o responsabili, ma con la consapevolezza che questa Venezia ce la siamo voluta tutti noi. E che quelli che gridano e che accusano la manciata di maleducati sono proprio coloro che sulla speculazione del turista ci campano, e ci campano benissimo. Ieri qualcuno mi ha scritto: e allora tu cosa proponi? Io? Io faccio lo scrittore, racconto storie, epoche, luoghi. Da anni sto cercando di raccontare la Venezia di oggi. Io racconto, non amministro, non governo nulla se non le mie pagine. Però so che su questo tema noi veneziani abbiamo fallito, e allora forse è il caso di chiedere aiuto altrove. A chi ne sa di più, a chi – paradossalmente – ama, altrove, la nostra città più di noi. Non so, ma forse chiederei proprio all’Unesco, che il sindaco ridicolizza un giorno sì e un giorno anche, chiederei a loro di darci una mano. Ma finché non ammetteremo la nostra incapacità – o almeno soltanto la nostra incompetenza – fino a che daremo in mano la città a degli inetti ignoranti, sarà del tutto inutile mettersi a gridare. Basterà solo guardarci allo specchio. 



Venezia e i veneziani sono allo stesso tempo le vittime e i carnefici di se stessi. All’improvviso, i turisti sembrano essere diventati il nemico comune, da abbattere (Siete la rovina della città, c’è scritto su cartelli apparsi spontaneamente) anche se poi, senza di loro, tre quarti dei veneziani (tutti quelli che più o meno direttamente vivono di commercio e di turismo), andrebbero in rovina. Venezia senza turisti è un paradosso, così come assurdo e impossibile è pensare a un numero limitato di visitatori al giorno. C’è poco da fare: Venezia, come ogni altra città del mondo, appartiene a tutti e tutti hanno il diritto di vistarla. Altrimenti, al contrario, dichiariamo ufficialmente di essere diventati Veneland, facciamo pagare il biglietto d’entrata e arrivederci e grazie. Certo, il turismo di massa è un problema mondiale e epocale, e lo è ovunque. Alcune zone di Venezia sono diventate off limits per gli stessi residenti. Solo che l’impressione è che tutto ciò ce lo siamo voluto. Venezia vittima e carnefice, perché se da una parte c’è chi giustamente lamenta una situazione diventata insostenibile, dall’altra c’è chi non demorde e sulla vendita del prodotto Venezia specula senza scrupoli. E chi ha in mano la città un giorno ti dice che i flussi turistici vanno ridimensionati, che ci vuole il numero chiuso e il giorno dopo invece dichiara che va incentivato il numero delle navi da crociera in arrivo in laguna. Confusione assoluta. E, soprattutto, incapacità assoluta. Perché una cosa è chiara, evidente, incontrovertibile: nessuno a tutt’oggi ha la benché minima idea di come far fronte a questo problema. Qualche proposta è stata fatta, certo, ma ciascuna di esse è immediatamente discutibile, controvertibile. Forse bisognerebbe incominciare dalle piccole cose, tipo abolendo le doppie tariffe nei bar, con un prezzo (maggiorato) per i turisti e uno per i veneziani, oppure, visto che ci lamentiamo della quantità di rifiuti prodotti dai turisti, incominciare a mettere dei cestini agli imbarcaderi dell’Actv.

L’amministrazione comunale chiede poteri speciali allo Stato per arginare il fenomeno delle esagerazioni, di chi si tuffa nei canali, di chi si ubriaca, di chi trasforma certi angoli veneziani in toilette en plein air. Solo che questi poteri speciali sembrano in realtà degli effetti speciali, proclami fatti per celare la propria impotenza (incapacità?), perché è impossibile non sappiano che è la Costituzione a impedire – giustamente – di avere degli sceriffi al posto dei sindaci. Forse, sarebbe più opportuno informare, perché alla fine è sempre questione di cultura. Di gente che si butta in acqua a Venezia ce n’è sempre stata, veneziani compresi, solo che adesso tutto è documentato, foto e video non risparmiano nessuno. Ma avete mai visto voi in giro cartelli che dicono che è vietato bagnarsi nei canali? Avete mai visto in giro cartelli col divieto di andare in bicicletta? Mai. Direte: ma la gente dovrebbe saperlo. Vero. Ma da chi a Piazzale Roma ti domanda quale autobus porti in Piazza San Marco – domanda che negli anni mi è stata fatta almeno una dozzina di volte e sempre da italiani – cosa possiamo pretendere? E poi, come dice il sindaco, prevenire è meglio che curare, quindi un paio di cartelli alla stazione, a Piazzale Roma, qualche depliant qua e là, aiuterebbero molto, e se qualcuno continuasse a esagerare, allora li si potrebbe allora multare. E pesantemente. Insomma, Venezia ha un assoluto bisogno di essere salvata da gente competente e piena di buone idee, non dagli sceriffi.

Il cielo nero di Venezia

Questo mio commento è uscito ieri, 10 agosto 2016, sul Corriere del Veneto. Oltre alle varie sciagure permanenti (il transito continuo delle navi da crociera, l’afflusso quotidiano di decine di migliaia di turisti, un’amministrazione comunale, sindaco in testa, a dir poco imbarazzante) Venezia convive con il rischio di un incidente chimico a Porto Marghera, quella parte incongrua di paesaggio che si vede dalle Zattere. E di incidenti, neglia anni, ce ne sono stati. Come domenica scorsa.


Da qualche giorno il paesaggio veneziano gode di una purezza diventata negli anni sempre più rara. La quasi totale assenza di umidità rende ogni colore di un pastello intenso, nitido. Ce l’eravamo quasi dimenticata un’aria così tersa, d’estate. Ogni palazzo, ogni gamma di luce è di un’intensità unica. Perfino l’acqua della laguna sembra distillarsi in infinite gradazioni di verde e di blu. Uno spettacolo davanti al quale il nostro sguardo si perde, come se si fosse disabituato a tale naturalezza. Così, domenica scorsa, anche il fumo nero e acre di etilene e propilene vomitato sullo sfondo di questo meraviglioso paesaggio dalle ciminiere di Porto Marghera, sembrava comunque paradossalmente congruo al contesto, con tutta la gamma di neri e di grigi che si stagliava nitida nel blu del cielo sopra Venezia. Congruo, tutto quel nero, perché ben inserito dentro a quel paradosso epocale che si chiama Porto Marghera. Coerenti, quei fumi velenosi, alle scelte di chi un secolo fa disse di averne abbastanza della troppa bellezza di Venezia, della sua unicità. Di chi decise che bisognava affiancare a quell’insieme così unico di arte, di storia e di architettura qualcosa che stridesse, che fosse al passo con le altre città. Fu così che più o meno volontariamente venne messo in pratica il grande paradosso: tutta quella bellezza, addirittura esagerata, aveva bisogno di un bilanciamento estetico. Un polo industriale. È come se fosse nata così, per paradosso, Porto Marghera. Per noi che siamo nati da queste parti, le due entità sono sempre coesiste, nel paesaggio e nell’immaginario, perché la forza della bellezza di Venezia è tale da rendere spettacolare anche il brutto, anche l’obbrobrio e per questo allora troviamo magnifici anche i tramonti dietro Porto Marghera, visti dalle Zattere, così come sono perversamente attraenti anche le grandi navi, quando le vedi delinearsi sullo sfondo, imponenti e mostruose e pericolose tanto quanto le ciminiere e i fumi alle loro spalle. È questo, il paradosso del paradosso: continuiamo a mettere ogni bruttezza possibile dentro a tutta questa bellezza, e tac, anche quelle mostruosità assumono un loro valore estetico, unico quanto il luogo circostante. È questo risultato a fregarci. A renderci comunque alla fine inermi davanti a quelle che comunque restano delle aberrazioni, delle mostruosità.Ecco, quelle due colonne di fumo nero, al di là del deficit di sicurezza e – soprattutto – di comunicazione ai cittadini da parte del Comune, diventano il simbolo della Venezia attuale, che sta perdendo identità, ruolo, speranze e che non sembra più riconoscersi in se stessa, in tutta la sua esagerata bellezza, di cui non sa più che fare, che svende come se fosse un supermarket del bello, dell’arte, della storia. Quelle due colonne di fumo nero devono farci aprire gli occhi, dobbiamo mettere fine al paradosso cui noi veneziani siamo ormai abituati. Perché non deve bastare la certezza che, alla fine, la vera bellezza prevarrà, perché Venezia saprà salvarsi a prescindere da noi. Ce la farà, sicuro, ma sarebbe auspicabile che fossimo finalmente noi, a decidere che questa città non va svenduta ma preservata, e il più presto possibile. Per salvare, con lei, noi stessi e le generazioni che verranno.

Nizza, Francia

Da qui, dalla Francia, dove mi trovo quasi da due mesi (in residenza di scrittura a Villa Yourcenar, a Mont-Noir) ho scritto questo commento su quanto avvenuto a Nizza il 14 luglio. È uscito sul Corriere del Veneto del 16 luglio 2016.


Questa sera, quando noi veneziani saremo con il naso all’insù, a celebrare la fine della giornata del Redentore, non potremo non pensare a tutti quelli che giovedì, più o meno alla stessa ora, in Francia, stavano facendo la stessa cosa, a chiusura della giornata più importante nella storia francese, quella che celebra la presa della Bastiglia. Non potremo non pensare a Nizza, a quella splendida curvatura naturale che è la Promenade des Anglais. Lo faremo perché da due giorni nessuno riesce a far altro che pensare a quel camion di oltre tre tonnellate che ha falciato centinaia di persone che guardavano il cielo, incantati – come ci succede fin da quando eravamo bambini – a guardare i fuochi d’artificio. E lo faremo perché, di conseguenza a quanto accaduto, sarà un Redentore mai così blindato e controllato.
L’altra sera ero anch’io con il naso all’insù, qua in Francia. Ogni città, ogni villaggio, il 14 luglio lo festeggia allo stesso modo: balli, musica, giochi, cene in compagnia e alla fine, immancabili, i fuochi d’artificio. Anche nella piccola Bailleul, al Nord della Francia, pochi chilometri da Lille e dal confine con il Belgio. Cena, balli, e alla fine tutti i piazza per i fuochi che qui, per via del buio, che a nord arriva più tardi, sono iniziati parecchio dopo quelli di Nizza. È per questo che i primi messaggi hanno incominciato ad arrivare che i fuochi erano ancora in corso. Messaggi poco chiari, all’inizio, poi, mentre ciascuno riprendeva la strada di casa, eravamo in tanti a scrutare il display del telefono, in cerca di notizie. Poco a poco, tutto incominciava a prendere la forma peggiore possibile. C’era qualcuno, qua in Francia, che era stato ucciso mentre stava facendo la stessa cosa che avevamo appena fatto tutti. A casa, davanti alla televisione, le conferme, terribili, e un’inquietudine, in particolare. Fin qui sottesa, celata nell’intimo dei francesi. Questa cosa, non detta, anche un po’ imbarazzante, certo, ma vera, e cioè che il terrorismo riguardasse solo Parigi. Dalla sera del 14 luglio non è più così, e quella terribile frase che il primo ministro Manuel Valls ripete da mesi, “la Francia è in guerra”, dall’altro ieri risuona dentro ogni francese con maggior forza, con più intensità, anche in coloro che hanno sempre rifiutato questa visione catastrofica delle cose. Io non so se la Francia è in guerra. Non sono un esperto di geopolitica, ma so ascoltare quel che dice la gente e nonostante il fenomenale fatalismo dei francesi, questa volta il colpo è stato forte. Le certezze vacillano, l’insicurezza, esorcizzata nei mesi scorsi in tutti i modi possibili, ora è tangibile, evidente, e sparpagliata ovunque, questa volta. Nessuno si sente più davvero al sicuro, da queste parti. Non si tratta più di armi o di esplosivi, adesso. Ora basta un camion. Quante volte è risuonato in questi mesi, nella metropolitana di Parigi il messaggio che la linea x o y erano temporaneamente interrotte per un pacco sospetto, o per un bagaglio abbandonato. Qualche volta è capitato anche altrove. Ma mentre a Parigi questi allarmi portavano con sé un significato ben preciso, dalle altre parti la preoccupazione era attutita, sfumata. Da oggi in poi non sarà più così. La Francia è stata colpita nel giorno in cui si celebravano Liberté, Égalité e Fraternité. La cosa peggiore che potesse accadere. Sì, oggi la Francia è stordita, incredula, si sente molto più insicura. Ma non è ancora terrorizzata né rassegnata. C’è ancora speranza, nonostante l’incertezza. Nonostante tutto.

Venise est lagune in libreria

Oggi arriva nelle librerie francesi Venise est lagune, pubblicato da La Contre Allée, tradotto da Jérôme Nicolas, con una prefazione di Patrick Deville. Di questo libro ho già scritto qui quando è uscito in Italia, a novembre, nella bella edizione digitale della collana Zoom di Feltrinelli. Si sa che anch’io dirigo una collana di ebook, Collirio di Terra Ferma. Quindi è evidente l’importanza che per me ha lo strumento digitale, le opportunità in più che offre – oggi – rispetto alla carta. Però sono prima di tutto uno scrittore, e non mi abbandonerà mai l’emozione che provi quando tieni un tuo libro tra le mani.

Sia chiaro, io sono fra coloro convinti che ciò che conta prima di tutto, che la fase non solo più importante, ma anche la più bella, la più piacevole, sia quella della scrittura. La pubblicazione è solo la conseguenza di un lungo, a volte durissimo, ma sempre meraviglioso percorso di scrittura (che ora sto facendo in residenza a Villa Yourcenar, nelle Fiandre francesi). La pubblicazione è il compimento dell’opera. Solo che a volte diventa routine, un passaggio scontato, soprattutto per chi – a differenza mia – pubblica spesso. Non è però più routine ma esperienza fondamentale quando ti capita di incontrare un editore che crede fortemente nel suo lavoro, che manifesta la sua passione a ogni passaggio della trafila editoriale e che, alla fine, fa dei bei libri, intesi sia come contenuto che come oggetto. Così, ora ho fra le mani un piccolo volume color acqua con il disegno ripetuto di una grande nave viola che penetra una Venezia color indaco, un libro che misura 10,5 centimetri di largenzza e 15 di altezza, la copertina in cartoncino Conquéror Vergé Blc 220 grammi e le pagine Munken Bouffant 80 grammi. All’interno, il testo e tre foto in bianco e nero. Nella penultima pagina – prima di una foto che ho scattato dal decimo piano del Building di Saint-Nazaire e che ritrae la Msc Poesia al rientro dal suo viaggio di collaudo, un bel po’ di anni fa – i crediti, stampati a forma di maschera veneziana, dove fra l’altro c’è scritto: “Venise est lagune è stato composto fra imballaggi, trasporto e disimballaggio di scatoloni, pulizie, sistemazione dello spazio e accordo simulato per un nuovo arredamento dell’ufficio, durante il nostro trasloco nei nuovi locali di Mutualab…”. Un libro bellissimo, che fa piacere tenere fra le mani e, mi auguro, anche piacevole da leggere.

Ne parlerò nei prossimi giorni in tre appuntamenti parigini:

sabato 11 giugno h. 11.00 cinema Panthéon, proiezione del film Pane e tulipani, poi breve presentazione del libro e a seguire dédicaces alla libreria Panthéon, di fianco al cinema.

sabato 11 giugno 15.30-17.00 séance de dédicaces al Marché de la Poésie a Saint-Sulpice.

domenica 12 giugno 11.00-18.00 La Villa Yourcenar en fête, a Saint-Jans-Cappel, leggerò estratti di Venise est lagune e firmerò le copie del libro.

martedì 14 giugno 19.00 presentazione alla libreria Tour de Babel insieme a due amici scrittori: Patrick Deville, che ha firmato la prefazione, e Arno Bertina.

Collirio al Salone del Libro

Questo pomeriggio, alle 14, all’Independents’ Corner del Salone del LIbro di Torino, chiacchiererò insieme allo scrittore Giuseppe Culicchia e al responsabile della collana Stile Libero di Einaudi Paolo Repetti sul seguente tema: “Dirigere una collana, o magari inventarsela, e scegliere una linea editoriale, scoprire nuove voci oppure coinvolgere nel proprio progetto autori già affermati: il fascino e i rischi di uno dei mestieri più belli dell’industria editoriale”. Lo farò nella mia veste di direttore della collana digitale Collirio, che l’editore Terra Ferma ha avuto il coraggio (la sventatezza?) di promuovere con entusiasmo fin dal primo incontro, nel 2013, quando insieme a Tiziano Scarpa, andammo a Montebelluna a esporre la nostra idea.
Si trattava, prima di tutto, di ripubblicare libri (romanzi ma non solo) spariti da tempo dagli scaffali delle librerie, libri che ci erano piaciuti e che avevamo voglia non solo di rileggere, ma anche di proporli a lettori che non li conoscevano. E, grazie al formato ebook, renderli perpetui e, perché no, spingere magari qualche editore distratto a riscoprirli, a ripubblicarli. Mai, infatti, abbiamo pubblicato testi che esistono su carta. Il nostro non è un lavoro di concorrenza all’editoria tradizionale, al contrario, vorremmo che grazie ai nostri ebook gli editori tornassero ad accorgersi di libri che non meritano l’oblio. Lo abbiamo fatto con Piersandro Pallavicini (che per noi ha raccolto le raccolte di racconti pubblicate negli anni e finite fuori catalogo e le ha integrate con altri racconti inediti dando forma a una raccolta che su carta sarebbe stata di oltre 700 pagine), Diogo Mainardi, Romolo Bugaro, Lello Voce, Marilia Mazzeo, Simone Battig. E poi, abbiamo pubblicato testi che mi piace definire sbilenchi, difficili da incasellare, sia per il loro contenuto, sia per la quantità di pagine: testi spesso di poche pagine, reportage, riflessioni, racconti, frammenti, saggi brevi. Poche pagine, certo, ma dal nostro punto di vista, dal forte impatto. Non solo. Le grandi possibilità, intese questo caso come distribuzione, ci hanno consentito di fare un altro gesto sventato: pubblicare testi anche in lingua straniera, laddove quei testi non fossero reperibili su carta mei loro paesi d’origine. O anche, tradurre in francese e inglese i testi inediti di Lisa Ginzburg, che vive a Parigi e non era mai stata tradotta in francese, e di Chiara Marchelli, che insegna alla New York University e mai era stata pubblicata in inglese. Finora, nel nostro catalogo sono presenti testi di Patrick Deville, Dominique Manotti, Chiara Marchelli, Andrea Canobbio, J.A. González Sainz, Lisa GInzburg, Arno Bertina, Christine Montalbetti. Autori più o meno noti, ma autori che a nostro avviso stanno ben dentro al panorama letterario europeo. Scrittori, tout simplement. Un lavoro bellissimo, portato avanti con la editor di Terra Ferma, Alessandra Crosato. E allora è una meravigliosa sorpresa, oggi, essere invitati nel cuore del libro in Italia, il Salone del Libro, a dibattere insieme al responsabile (insieme a Severino Cesari) della collana forse di punta della più prestigiosa casa editrice italiana, l’Einaudi. Ecco, ora corro al Salone. A rincorrere amici scrittori che vorrei facessero parte del nostro progetto, scrittori di cui conosco il lavoro, e che hanno libri fuori catalogo o testi pubblicati qua e là, che meritano di essere disponibili per sempre, anche se non sulla carta. E poi, perché no, qualche bel testo inedito. E sì, dài, faccio qualche nome: oggi mi metterò alle calcagna di Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Yasmina Melaouah, Massimiliano Santarossa, Giorgio Vasta, Elena Stancanelli oltre a Giuseppe Culicchia, naturalmente, che ha creduto in Collirio, invitandoci al Salone. E alle 14, racconterò la fin qui brevissima storia di Collirio, minuscola collana che si confronta oggi col titano assoluto dell’editoria italiana. Brividi.

25 aprile 2016, Venezia

Il 25 aprile per me è una data cruciale. Dal punto di vista privato, anzitutto, perché è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori (stiamo andando a festeggiare il loro cinquantasettesimo). Poi è il giorno del patrono della città dove sono nato e dove vivo, Venezia. Infine, è il giorno dellaLiberazione dal nazifascismo, il 25 aprile 1945. L’ordine di questo elenco non è in base all’importanza che do ai tre momenti. Vivono dentro di me ciascuno con la sua dose di significato e di sentimenti.


Però poi, quando vedo che degli idioti (chiedo scusa, ma non saprei come altro definirli: “persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) questo pomeriggio si daranno appuntamento in Piazza San Marco per celebrare una visione retrograda e ridicola di una Venezia che per fortuna non c’è più da un paio di secoli circa, allora rivendicare il 25 aprile come data della Liberazione diventa non solo doveroso, ma da urlare a squarciagola. 

Gli idioti (persona rozza, priva d’istruzione, vedi dizionario), sventoleranno gonfaloni di San Marco e rivendicheranno indipendenze assurde, celebrando quei quattro deficienti (vedi sempre dizionario) che una ventina di anni fa assaltarono il campanile di San Marco con un carro armato finto e però funzionante e con dei fucili d’epoca però pronti a sparare. 

L’occasione, a questi tizi, gliela dà ovviamente un loro omologo, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e la sua giunta. Il sindaco ha deciso di trasformare la festa del patrono della città in un evento antistorico, reazionario, stupido. Una volta, a bordo di un treno, ebbi la sventura di trovarmi nella stessa carrozza con dei “leader” di uno di questi movimentini (sono decine, composti da ciascuno da infime unità di aderenti). Uno di loro si alzò in piedi e incominciò a sproloquiare su Rivoluzione Francese, su Garibaldi e Mazzini, dimostrando di mistificare la Storia a proprio uso e consumo. Gente – ovvio – che la Storia se l’è letta, manipolata, da libercoli autopubblicati da loro stessi. A un certo punto non ce la feci più di stare ad ascoltare certe idiozie e bastarono pochi secondi di cenni storici da scuola elementare per farlo tacere.

Per questo a me, iscritto all’Anpi, la sezione dei fratelli Rosselli di Parigi, fa schifo sapere che il sindaco della mia città (inadeguato a guidare anche soltanto un condominio), uno che ignora qualsiasi cosa riguardi Storia, cultura, sapere, autorizzi una cosa del genere. La organizza e, non solo, ci parteciperà attivamente, intervenendo dal palco e chissà allora quali perle (fucsia) pronuncerà.

A piazzale Roma ho faticato a non mandare a quel paese gente che arrivava nella città più internazionale d’Italia dal Veneto più profondo e becero, quello che da decenni vota Lega e offusca quell’altro Veneto, del volontariato e della solidarietà. Gente che oltre al gonfalone veneziano (del quale abusano) sventola le bandiere della Catalogna e delle Fiandre. Che ne sapranno questi qua di Catalogna e Fiandre? E per fortuna che uno degli assessori di Brugnaro ha detto che a sventolare sarebbero state solo le bandiere di San Marco, sottintendendo che il tricolore dovrà stare fuori dalla Piazza, il giorno della Liberazione dal nazifascismo.

Sì, meglio andarsene da questa Venezia in mano agli idioti. E non soltanto oggi.


P.S. Alla fine, come si vede dalla foto, solo qualche centinaio, gli idioti (“persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) che dall’entroterra sono calati a Venezia usurpando sia il luogo, sia il simbolo di San Marco. I veneziani non hanno esitato a dir loro che il gonfalone è della città e non della regione tutta e che se ne ritornassero pure in campagna, da dove arriva fra l’altro il sindaco di Venezia. Sindaco che comunque ha parlato dal palco – ahimè – consentendo al manipolo di indipendensti di ritornare a casa gongolanti, visto che ora hanno come riferimento il primo cittadino della città. Una vergogna, che noi veneziani ci siamo comunque cercati. 

Tabucchi, sono già quattro anni

Oggi, quattro anni fa, moriva a Lisbona Antonio Tabucchi. Ci manca, tanto, ma i suoi libri ce lo fanno sentire presente. Eccome. Tutti i suoi romanzi, tutti i suoi racconti, tutti i suoi saggi. E poi altri libri, che ci parlano di lui. L’8 e 9 maggio 2008, a Fontevraud, la Maison des Écrivains Etrangers et Traducteurs di Saint-Nazaire, la Meet, ha organizzato un convegno intitolato Pour Tabucchi. Lui era presente, naturalmente, e aveva voluto invitare anche me. Di quel convegno poi è stato fatto un libro. Il mio testo è questo.

 Ogni scrittore assomiglia, chi più chi meno, ai propri personaggi di finzione. O, forse, sono loro stessi, i personaggi, a pretendere di assomigliarci, sono loro ad assumere le nostre sembianze nostro malgrado. I miei incontri con Antonio Tabucchi mi hanno sempre fatto pensare ai suoi personaggi. Sono stati sempre letterari, i nostri incontri. Del resto, è stato così fin dalla prima volta, a Venezia, mentre lavoravo alla tesi un cui capitolo era dedicato al suo romanzo, Notturno Indiano. Era un pomeriggio di primavera del 1990 e io subii lo scherzo di Daniele Del Giudice (un altro capitolo della mia tesi era sul suo Lo stadio di Wimbledon), che dopo avermi telefonato per dirmi di raggiungerlo, arrivato lì mi disse che no, che quello seduto accanto a lui non era Antonio Tabucchi, bensì Michele, un suo amico impiegato delle poste. Quel primo incontro – bellissimo – ha forse caratterizzato gli altri. Il secondo fu a Vecchiano, pochi mesi dopo, d’estate, a casa sua, quando la tesi l’avevo finita, discussa. Io dottore in lettere e lui lo scrittore che andavo a trovare, tesi sottobraccio, nel suo luogo complessivo, casa di famiglia, dov’è nato, cresciuto, dove ha letto, studiato e poi scritto, quella casa, quel giardino, diventati luoghi letterari essi stessi, nonostante il suo continuo errare tra Francia e Portogallo. O forse, luogo centrale, Vecchiano, proprio per via di quei continui spostamenti. E anche quel secondo incontro non poteva non avere una deriva letteraria, una variante narrativa improvvisa. Stavamo bevendo un bicchiere di vino, sotto l’albero, lui sfogliava la mia tesi e io provavo a vincere l’imbarazzo infilando sempre di più il naso dentro al bicchiere. Lo guardavo da sotto in su – portava ancora i baffi, all’epoca – impressionato da quella sua rassomiglianza a Pessoa e a Kipling o, quanto meno, ai loro ritratti che avevo visto in qualche libro. Era un pomeriggio caldo, di fine luglio e l’imbarazzo riguardava anche i tempi. Quanto tempo potevo fermarmi a casa sua? Ero io che a un certo punto dovevo capire che era il momento o dovevo aspettare fosse lui a congedarmi? Di sicuro, avevo in tasca il foglietto con gli orari del pullman che mi avrebbe riportato a Pisa. Pensavo a quello mentre lui sfogliava la mia tesi, e mi chiedevo anche se avrebbe trovato così ridicole le pagine color malva e la rilegatura color tabacco. Domande preoccupate sulla forma e – strano – non sui contenuti e naso dentro al bicchiere. Poi ci fu un botto. Proveniva dalla strada. Un botto e il rumore inconfondibile di qualcosa di metallico che sbatte e striscia sull’asfalto. Corremmo fuori dal cancello e per terra, sull’asfalto, un Ciao bianco e una ragazza distesa accanto, che già accennava però a rialzarsi. Sono caduta, disse guardandoci. Antonio la aiutò a tirarsi su, a sollevare il motorino e quando lei mi guardò pensai a Piccoli equivoci senza importanza. A un racconto di quella raccolta che però non era stato pubblicato e che si stava invece scrivendo lì, in quell’istante, davanti alla casa di Antonio Tabucchi, a Vecchiano. Potrei descriverla minuziosamente, la ragazza col Ciao bianco, dirvi a quale altezza i suoi jeans si strapparono sopra la pelle leggermente graffiata dalla caduta. Potrei farlo, ma questo piccolo equivoco non così senza importanza si stava scrivendo lì, nel luogo nativo e narrativo di Antonio Tabucchi, e non adesso, su queste pagine. Lui si premurò ancora, le chiese se non avesse preferito fermarsi un po’, bere qualcosa. Sei la figlia di non capii quale nome, le disse anche. Lei replicò sì, grazie di tutto, diede un’occhiata al motorino, lo fece ripartire, e sparì. Poco importa di come proseguì quel pomeriggio. Nemmeno lo ricordo bene e non so se per l’episodio della ragazza, o per il vino.

 Poi ci vedemmo altre volte, ma non spesso. Però l’incontro più importante, è stato forse quello a Saint-Nazaire. No, non c’è mai stato, Antonio Tabucchi, a Saint-Nazaire, ma la sera in cui ci arrivai per la prima volta, in residenza alla Meet, il 18 febbraio 2008, ho incontrato di nuovo Antonio Tabucchi, quando Patrick Deville mi disse che stava organizzando un convegno su di lui a Fontevraud. Gli raccontai di quel primo incontro a Venezia, della tesi e il giorno dopo, a Parigi, Deville incontrò Tabucchi e decisero di invitarmi al convegno. L’incontro più importante, dunque, a Saint-Nazaire, perché in quei giorni, mentre pensavo a cosa avrei potuto dire al colloque, capii quanto importante Antonio Tabucchi e i suoi libri sia stato per gli scrittori italiani della mia generazione. Noi narratori italiani abbiamo un problema di tradizione. Non abbiamo alle spalle la storia del romanzo che hanno i francesi, i russi, gli inglesi. I nostri punti di riferimento non possono andare molto lontano. I maestri siamo stati costretti a cercarceli dietro l’angolo del tempo, poco prima di noi. E così, Antonio Tabucchi, con Daniele Del Giudice, Pier Vittorio Tondelli e pochi altri sono stati per noi dei riferimenti importantissimi. Venuti subito dopo Italo Calvino. Sono loro ad avere riportato il romanzo al centro dell’attenzione letteraria italiana dopo anni di vuoto o, quanto meno, di smarrimento. Per questo posso dire di avere iniziato a scrivere spinto anche dai libri di Antonio Tabucchi, un autore fondamentale per gli scrittori della mia generazione. È stato un percorso a ritroso, nelle settimane successive, di libro in libro, dal politico L’oca al passo, un ritratto dell’Italia di oggi che solo l’acutezza di uno scrittore può dare in maniera così nitida, raccontando le fosche tinte di un quotidiano inaudito e inaccettabile. Un libro che può stare accanto, per lucidità e coraggio, agli Scritti corsari di Pierpaolo Pasolini. Un percorso che mi ha riportato, di libro in libro, a Notturno indiano e indietro ancora, fino al primo, Piazza d’Italia. Un incontro ininterrotto, alla fine, quello con Antonio Tabucchi. Un’appartenenza reciproca al racconto di un’epoca, l’odierna, che deve essere messa in luce con la precisione di un esploratore, per cercare di ridare, al lettore, il sentimento stesso – e, per quanto possibile, vero – di quest’epoca. Ho provato a farlo con Cosa cambia, tenendo fede a quanto Antonio, attraverso i suoi libri, mi ha insegnato. Così, a Fontevraud, tanto tempo dopo il nostro primo incontro veneziano, mi sono accorto che non l’avevo abbandonato mai, Antonio Tabucchi. E quando me lo sono rivisto davanti, diciott’anni dopo – e che botta, sul petto, che mi ha dato salutandoci – è stato sì come incontrare un vecchio amico ma, al contempo, anche la letteratura. Tutta intera.

Ciao Johan Cruijff

È morto Johan Cruijff. Per chi ha più o meno gli anni miei e ama il calcio, è come se fosse morto un cugino più grande, o uno zio. Un punto di riferimento, che andava al di là del calcio, al di là dello sport. Era un simbolo di ribellione, nonostante tutto, nonostante non si trattasse di politica, nonostante fosse il calcio, però quello degli anni settanta, comunque, non quello miliardario di un po’ di anni dopo. La ribellione di un calcio che usciva dagli schemi, di un atteggiamento – e non solo – che arrivava dritto da qualche anno prima, il ’68, e non si trattava soltanto dei capelli lunghi, della maglietta arancione numero 14 fuori dai pantaloncini, delle collanine di perle e delle sigarette – non solo di tabacco – fumate fra un allenamento e l’altro, all’intervallo fra un tempo e l’altro. Mica è facile farlo capire a chi non ha vissuto quegli anni, a chi non piace il calcio. Eppure Cruijff era Cruijff, e non c’è Maradona o Messi o Pelé che tenga. Mica per niente lo chiamavano il Profeta del gol. Lasciate pure perdere il gol, ma tenete il profeta, nel significato più ampio del termine. Questo era Johann Cruijff. E ho saputo soltanto oggi che ai mondiali del 1978 si rifiutò di andare non per motivi tecnici, né perché aveva litigato con l’allenatore. Fu un atto di ribellione, anche quello. Di vera ribellione. “Come puoi giocare a pallone a pochi metri da un centro di torture?”, confidò anni dopo. Johan Cruijff si rifiutò di partecipare alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina per denunciare la giunta militare al potere che da due anni torturava e faceva scomparire la propria gente, chiunque osasse opporsi. Di lui ho scritto più volte, anche nel mio primo romanzo, Terra rossa, dove lo citai solo per rendergli omaggio. Poi in un articolo per il manifesto, quando suo figlio, Jordi, distante come talento anni luce da suo padre, ebbe un momento di gloria con l’Alaves. E alla fine in Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, non una biografia, ma un racconto di e sul calcio, dove uno come Johan Cruijff non poteva proprio mancare.

Johan & Jordi Cruijff, articolo uscito su il manifesto nel 2000.

 Giocava sempre con la maglia numero 14, sia in nazionale – l’Olanda – sia nel club – l’Ajax prima e il Barcellona poi. Sulla manica sinistra la fascia di capitano con i colori della bandiera. Era il capitano di una nazionale che ai mondiali del ‘74 affascinò il mondo rivoluzionando il gioco del calcio con l’invenzione della zona e l’applicazione della melina. Una squadra composta, agli occhi dei ragazzini di allora, da giocatori culto, capelli lunghi, collanine di perle colorate al collo: noi, abituati ai compassati Rivera e Mazzola e Riva e Zoff, con tutt’al più la capigliatura non proprio capellona di Chinaglia, noi, guardavamo incantati. Una squadra dai nomi affascinanti: Ruud Krol, Wim Rijsbergen, Arie Haan, Johann Neeskens, Wim Van Hanegem, Johnny Rep. Il loro portiere Jan Joengbloed, poi, aveva un assurdo numero 8 sulla maglia giallo canarino, entrava in campo con un enorme coniglio di peluche, come un bimbo che va a nanna e spesso capitava di vederlo stazionare nei pressi della metà campo, essendo molto più efficace coi piedi che con le mani. Assurdo portiere, Joengbloed.

Erano la squadra dell’Olanda. Il loro capitano, maglia arancione numero 14, si chiamava Johan Cruijff, “il profeta del gol” lo definì Sandro Ciotti nel film-documentario che girò su di lui, il più grande calciatore europeo di sempre. Che abbiamo pronunciato in tutti i modi: con la u la a e la o, che abbiamo scritto una volta con la y, Cruyff, un’altra con le ij: misteri del fiammingo non ancora chiariti. Impressionava per la facilità con cui trattava il pallone, Cruijff, e per quella con cui motivava la sua classe: “faccio l’amore una volta al giorno”, diceva. Che giocatori, gli olandesi, che andavano in ritiro con le mogli, capaci di fare l’amore due ore prima della partita e di farsi pure uno spinello, magari. Poi, in campo, uno spettacolo che a noi, catenacciari, sembrava arrivare direttamente da un altro mondo.

Una squadra inimitabile e inimitata per anni che però non ha mai vinto niente, con la sfortuna di arrivare a due finali mondiali sempre opposta ai padroni di casa, la Germania di Gerd Müller e Franz Beckembauer nel 1974 e l’Argentina di Mario Kempes e Ruben Hugo Ayala nel 1978. Eppure, una squadra indimenticabile, che ha fatto innamorare il mondo. E il più amato fu lui, il capitano Johan Cruijff, oggi allenatore dimissionato del Barcellona, con qualche bypass nel cuore, e padre di Jordi, calciatore anch’egli.

Immaginate adesso di essere il figlio di Johan Cruijff (facile, allora tutti lo avremmo voluto come padre) e di intraprendere la strada del calciatore professionista. Agli occhi degli altri apparirai sempre con uno zaino addosso, quello di tuo padre, pieno di ricordi, di storia del calcio. Non sarai mai Jordi, ma il figlio di Johan, il più grande di tutti. Immaginate poi di capire presto che fra voi, figlio, e lui, padre, l’abisso di classe è evidente, incolmabile, che nome e sangue nel calcio (come nella vita, del resto) non contano niente, che sei tu e basta e che lui, è solo tuo padre. Provate ad andarglielo a dire a quelli che ogni volta vi fanno aprire quello zaino e ve lo svuotano del suo contenuto davanti agli occhi e vi dicono guarda qui e qui e qui. Provate a tapparvi le orecchie, il giorno in cui quel padre, allenatore, vi manda in campo e non vi toglie più e tutti vi dicono che giochi solo perché tu sei suo figlio. Vi basta? Quanti di noi farebbero immediatamente domanda per il concorso alle poste?

Jordi no, ha giocato facendo finta di niente (ma facendo finta, comunque), e si è imposto per quello che è: un buon giocatore, spesso decisivo, ma che a ogni errore, però: zzzip, la cerniera dello zaino di papà. Hiddink, il c.t. della nazionale, lo convoca per gli europei, ma gli olandesi non ci cascano, è o non è un grande amico di papà Johan? E Jordi deve fare finta, ancora una volta: di non chiamarsi Cruijff, intanto. Gli altri sulle magliette hanno scritto Kluivert, Bergkamp, Seedorf, lui no, solo Jordi, come se fosse uno spagnolo che ha sbagliato squadra e girone, ché la Spagna gioca in un altro, non in questo. E poi quel numero, il 14, che dopo suo padre è diventato il simbolo dei grandi. Platini, per esempio. Dei grandi, appunto, E Jordi sa di non esserlo. Eccolo allora correre per gli stadi inglesi con un per niente mitico numero 17. E’ con quel numero sulle spalle che segna il gol decisivo alla Svizzera, un bel gol, certo: controllo di destro sul vertice dell’area, qualche metro verso il centro, palla sul sinistro, tiro e gol. Però niente a che vedere con quelli di papà, ha detto uno dei maniaci dello zaino. Ma neanche quest’Olanda è come quella di papà e Jordi lo sa. E allora là in mezzo merita proprio di starci, di giocarci un ruolo importante, Jordi Cruijff, il figlio di Johan.



Dal libro Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, Limina 2010 e Terra Ferma 2014.
  Nell’epoca del look curato e attento che i calciatori esibiscono ormai dentro e fuori dal campo, Andrea Pirlo spicca per la sua normalità. Curato e attento in questo caso devono essere intesi con un’accezione negativa. Curato e attento come opposto di naturale, di semplice. In mezzo a tatuati di ogni genere e volgarità, in mezzo a calciatori che prima di un calcio d’angolo, di una punizione, non fanno che aggiustarsi il nastro ferma capelli, o il cerchiello, attenti a uscire dallo spogliatoio imbrillantinati e con le sopracciglia scolpite nei modi più ridicoli, lasciando il sospetto che dello staff di tante squadre facciano parte ormai anche il coiffeur e l’estetista, in mezzo a tutto questo (che altro non è che il ritratto di gran parte dei giovani italiani di oggi), Andrea Pirlo si pone in un altrove di naturalezza. Unico vezzo, fin da giovanissimo, i capelli leggermente lunghi, stile anni Settanta, e anche per questo, allora, ogni volta che lo vedo, mi viene in mente l’Olanda del 1974. Quella che faceva così (a memoria, senza supporto di alcun motore di ricerca): Jongbloed, Suurbier, Krol, Neeskens, Rijsbergen, Jensen, Haan, Van Hanegem, Rep, Cruijff, Rensembrink. Ci sarebbe stato bene, Andrea Pirlo, faccia impassibile, come quella di Johann Neeskens o di Arie Haan, con i capelli lunghi e naturali, come quelli di Ruud Krol, e le sue geometrie precise e profonde, come quelle di Johan Cruijff. E con il numero 21 sulla maglia arancione. Nulla di strano per una formazione che aveva in porta un tizio che entrava in campo con un coniglio di peluche come portafortuna e il numero 8 sulle spalle di una stravagante maglietta gialla: Jan Jongbloed. Rivoluzionò il ruolo del portiere. Eravamo abituati a portieri statici, vestiti di nero e con l’immancabile numero 1. Lui, sovvertì le consuetudini, abituato a stare più fuori dai pali che sulla linea di porta. Sì, fu il pioniere di un nuovo modo di fare il portiere, anche se era piuttosto mediocre. Ma in quell’Olanda lì, organizzata in campo come mai prima di allora, gli avversari si avvicinavano a fatica all’aerea. Raramente arrivavano al tiro. Così anche uno come Jongbloed poteva fare la sua figura, nonostante lo scarso talento. Ci si innamorarono tutti, della Nazionale olandese, quelli della mia generazione, adolescenti ribelli, all’epoca. Mancavano tre anni al 1977, ma quella è un’altra storia.

Bruxelles, la prima volta

Bruxelles, come Parigi, è una delle mie città dell’anima. Città che amo e dove vivono persone a me molto care. Ci sono andato per la prima volta il 18 ottobre 2004, invitato per tre settimane come scrittore in residenza dalla Fondazione Passa Porta in un appartamento di rue Antoine Dansaert, proprio di fronte Place de la Bourse. Durante il viaggio da casa a Bruxelles ho scritto questo testo, inedito in Italia e pubblicato in fiammingo sul supplemento letterario del quotidiano belga De Standaard. Avrebbe dovuto essere l’inizio di un piccolo libro, da stampare contemporaneamente in tre edizioni (italiano, francese, neerlandese). Un taccuino di viaggio composto anche da foto e disegni del mio primo soggiorno a Bruxelles (seguito poi da altri lunghi periodi negli anni successivi), uno dei tanti miei libri abbandonati alle soglie della pubblicazione.Pubblicare qui queste pagine, oggi, ha il significato intenso e profondo che ognuno di voi può intuire.

  L’aereo sono riuscito a fotografarlo, anche se non si potrebbe. Ho tenuto il telefonino come se lo stessi spegnendo o digitando un sms e ho fatto clic. Nella foto si vede la scaletta, un pezzo di muso e la gente che sale (una con un giubbotto color ghiaccio, gli altri tutti in scuro e oltre le loro teste la scritta Ryanair, in blu, sulla fiancata dell’aereo). Volevo mandare quell’immagine – l’immagine della mia partenza per Bruxelles – a un’amica. Un mms che è partito dalla tasca dei miei jeans mentre salivo, cercavo un posto e lo trovavo vicino all’ala sinistra. Il metal detector stavolta, poco fa, non ha suonato. Temevo addirittura i bottoni dei jeans, la montatura degli occhiali. Certo non è stato piacevole, poco dopo, doversi togliere la cintura e reinfilarla ai pantaloni davanti alla poliziotta addetta al monitor che però aveva gli occhi sulla radiografia del mio zaino.
Finestrino, dunque. Una fortuna in questi voli della Ryanair, dove non esiste prenotazione. Devi fare come in gita scolastica. Buttare lo zainetto e occuparlo (l’ho visto prima io!), il posto che vorresti. Mica l’ho fatto, però. Finestrino sì, allora, ma sopra l’ala. E l’ala, vederla vibrare, in volo, ti suggerisce che nello scontro con l’aria, lei, l’ala, una sua fragilità potenziale la possiede tutta. Con quelle leggere vibrazioni ti sussurra che lei sta lì grazie a innumerevoli combinazioni in equilibrio tra loro.

Poi, quando tutti sono a posto, inizia la liturgia mimica delle hostess, che nessuno guarda mai. Nessuno sta ad ascoltarla, Inga, al microfono, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, che dà le istruzioni. Intenti, tutti, a distrarsi il più possibile dal decollo di questo Boeing 737-800 della Ryan-Air, 95 euro andata e ritorno per e da Charleroi, anche se quando prenoti la prima volta sei convinto che atterrerai a Bruxelles.

Decolliamo, e in pochi minuti, su in alto, mentre l’aereo vola sopra le nuvole, tutti dormono. Io non ci riesco mai. Né in aereo, né in treno, forse perché non mi va di perdere nemmeno un momento del viaggio. Dello spostamento. Voglio viverlo tutto, io, il percorso. Qualunque percorso. Soprattutto quando è inedito, nuovo, come questo verso Bruxelles, la mia prima volta.

Io non dormo. Guardo le nuvole. E le nuvole, guardate dall’alto e a seconda dell’incidenza del sole, sembrano di volta in volta ghiaccio, gelato fior di latte, zucchero a velo, batuffoli di cotone, zucchero filato, nebbia, nuvole. E allora sono ghiaccio quando guardi quelle più lontane e meno accennate, meno bombate. Sono gelato fior di latte quelle non così lontane dall’aereo e dalle curvature dense e irregolari. Sembrano zucchero filato quando le vedi dritte, sotto l’aereo, venir su come a ciuffi, più sfilacciate delle altre. Sono batuffoli di cotone quelle più arrotondate, raggomitolate, quasi, qua, sotto l’aereo e per vederle bene dovresti sporgerti dal finestrino, fosse possibile. Diventano invece zucchero a velo se, in lontananza, si rigonfiano verso l’alto e assumono forma di dolci. Un pandoro. Una torta della nonna. Sono finalmente soltanto nuvole, invece, quasi alla fine, quando l’aereo sta per entrarci dentro e un attimo dopo, attraversandole, ti sembreranno essere nebbia. 

  Il Boeing tocca terra puntuale, alle 9.55, all’aeroporto di Charleroi. Inga, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, dal microfono saluta tutti e dà appuntamento al prossimo volo. Fuori, temevo di smarrirmi e invece seguo le informazioni che a bordo la voce di Inga aveva scandito in francese e fiammingo – a sinistra, appena usciti, avanti centro metri – e il pullman è lì, bianco e una enorme scritta che si ripete su tutti i lati Brussels South, direzione stazione di Bruxelles Midi. Dieci euro e in quaranta minuti sei arrivato.

Ultimamente mi diverto a cercare qualcuno (cosa? chi?) attraverso il bluetooth, quel sistema che mette in connessione i nostri aggeggi tecnologici. So che esiste una comunità in rete che teorizza la comunicazione anonima a distanza di pochi metri. Si possono cioè mandare messaggi via bluetooth da un telefonino a un altro che sia in un raggio di qualche decina di metri. Non sai chi sia. Del resto, il termine tecnico è accoppiamento. I due telefonini devono prima riconoscersi e poi accoppiarsi. Proprio come le coppie, nella vita. Il telefono che mi appare ora sul display è un Nokia 6310i. Quelli della comunità consigliano infatti di dare al proprio telefonino un nick che ne caratterizzi il proprietario. Alla stazione di Pescara, giorni fa, mi è apparso sul display, mentre cercavo, Mahatma. Era di un ragazzo che studiava su una panchina, in attesa del treno. Era l’unico là intorno. Mi sono mentalmente congratulato con lui per la scelta, e per ciò che quella scelta porta con sé. Chiamare il proprio telefonino con il nome di colui che vorresti essere. Identificarti con qualcuno o un pensiero, un ideale. Ché oggi ideale, in Italia, è parola da non dire, pena il ridicolo. Per questo allora avrei voluto mettere El Che o Subcomandante, come nick al mio Sony Ericsson Z1010 che ho invece chiamato Sony Ericsson Z1010 e basta. Anonimo come il Nokia 6310i che deve appartenere alla ragazza seduta un paio di posti davanti a me. Gliel’ho visto usare, poco fa. Sta leggendo un libro in fiammingo, del titolo si vedono solo due parole: HET RECHT.

Le prime immagini belghe, mentre il pullman ha messo in moto, sono soltanto italiane. Cartelloni pubblicitari: il circo Buglione (e l’assonanza con Buttiglione, accidenti, mi ammanta per qualche secondo di una profonda vergogna triste) la pubblicità dell’acqua San Pellegrino, quello di un altro circo, il Roncalli. Come se fossi ancora in Italia, insomma, addirittura con l’insegna di un club juventino, appena entriamo a Bruxelles e un altro manifesto che annuncia un concerto di Lucio Dalla, di un bel po’ di tempo fa, credo, tanto è sbiadito. Per sentirmi in Belgio mi concentro allora sull’HET RECHT della ragazza. Soltanto al terzo manifesto del circo che incrociamo, mi accorgo che Buglione è in realtà Bouglione, alla francese. 

  Fotografo qualunque cosa col telefonino. Foto che verranno sfuocate, offuscate, mosse attraverso il vetro del pullman. Sono come preso da un raptus quasi “giapponese”. Di uno che ha appena messo piede in un posto dove avrebbe dovuto – e voluto – venire da sempre. Ero piccolino, infatti, attratto dall’Anderlecht e dal suo portiere Trappeniers, dallo Standard Liegi, dove a parare c’era invece Christian Piot, da Jacky Ickx e da Eddy Merckx, ovviamente. Da Roger De Vlaeminck e da Patrick Sercu, che una volta vidi venire insieme a prendere il giornale all’edicola sotto casa mia, in vacanza, a Jesolo. Scesero dalle loro preziose biciclette vestiti con la maglia stelleestrisce della Brooklin (la gomma del ponte), le appoggiarono agli espositori girevoli delle riviste straniere, comprarono uno L’Équipe, l’altro Le Soir, non ricordo chi L’Équipe e chi Le Soir e se ne andarono subito, ripiegando i giornali nelle grandi tasche posteriori delle maglie, quelle che in gara servono per metterci i panini e io mi avvicinai, ancora basito dalla visione, all’edicolante che mi disse che sì, venivano lì tutte le mattine, finito l’allenamento, che erano in vacanza pure loro e poi mi chiese perché non gli avevo chiesto l’autografo, e io, che mi sentivo male all’idea di domandare qualcosa a quei due mostri (qualcuno si ricorda come i due vincevano le volate?), replicai implorando di chiederglielo lui, per me, il giorno dopo. Nessuno di noi due sapeva che quello era il loro ultimo giorno di vacanza, e addio autografi. Qualche anno dopo ci fu una donna. Sempre a Jesolo. Una ragazzina, avevamo sedici anni. Si chiamava Krisia, di Kruibeke, vicino ad Anversa, il nome con quella meravigliosa K, la stessa del suo paese, e il cognome con qualche vocale doppia, ovviamente. Suo padre tifava per il Beveren e io per qualche mese, a Venezia, ho comprato tutti i lunedì Het laaste nieuws, il giornale che lui leggeva, per vedere cosa aveva fatto il Beveren. La sera prima del suo ritorno in Belgio mi lanciò dalla finestra della sua camera una foto formato tessera. Il suo sorriso è stato la mia Gioconda per ameno un paio di diari scolastici negli anni successivi. E c’è stato anche Ivo Van Damme, poi. I capelli lunghi, la barba. Sembrava più un cantante rock che un mezzofondista, e che mezzofondista: medaglia d’oro alle Olimpiadi. Divenne per me un mito a causa di Krisia, certo. Ma sarebbe comunque stato uno di quegli atleti capaci di attrarmi comunque. Quei tipi un po’ incongrui rispetto al proprio sport, come il tennista Björn Borg, il mio eroe assoluto, all’epoca. Piansi quando Van Damme morì in un incidente stradale. Giocavo a Subbuteo in quegli anni. Krisia (che intanto non avevo più sentito né ovviamente rivisto mi scrisse soltanto una volta, per dirmi che lì, nella sua piccola e per me affascinante Kruibeke, lei aveva un fidanzato), era stata nominata a sua insaputa presidente della mia squadra di Subbuteo, il Bevereke, colori sociali gialloblu, i preferiti dalla presidentessa (non Krisia, no, Ira Fürstenberg, l’attrice, presidentessa dell’unica squadra di calcio – vera, reale – nella quale ho giocato a tredici anni, la Strobl Mestre. Una volta entrò nello spogliatoio…), e Ivo Van Damme era il centravanti della nostra squadra di plastica. Capitano con la fascia nerogiallorossa, i colori dellla bandiera belga che gli dipinsi io attorno al braccio sinistro, con uno stuzzicadenti.

Il Belgio è stato dunque per me soprattutto una questione di suoni, quelle K e quelle X e quelle vocali doppie, che dal mio alfabeto erano – e sono – escluse. E poi l’amicizia, quasi ventennale, ormai, con Madeleine e Jean-Philippe Toussaint, l’autore de La stanza da bagno, di Fare l’amore, e di cui sono diventato il traduttore italiano. Mi hanno invitato un’infinità di volte. E io non so se sia stato per pigrizia, per mancanza di soldi, o per chissà che cosa. Perciò, il mio arrivo a Bruxelles, invitato in residenza di scrittura dalla fondazione Passa Porta, ha qualcosa di solenne dentro di me e quando il pullman accosta alla Gare Midi, saluto il conducente, tocco terra e “sono a Bruxelles”, dico fra me e me. Neanche fosse la luna.

Ritornare a Parigi (otto)

L’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino ho appuntamento con Irène Lindon, la direttrice di Les Éditions de Minuit. Potrei raccontare com’è andata, che cosa ci siamo detti. Ma il testo si discosterebbe di poco da quanto ho raccontato nel primo capitolo del romanzo Sentimenti sovversivi. Allora, meglio leggere quelle pagine, dalla 15 alla 17.

   
Più tardi, dopo cena, nel buio di quello che sarebbe stato il mio appartamento qui a Saint-Nazaire, avrei rivisto me stesso a inizio anni ottanta, non ancora ventenne, trovare a fatica, nel mio primo viaggio a Parigi, ebbro di poeti maledetti e di Jim Morrison, ma anche di École du regard, che è l’altro nome con cui veniva definito il Nouveau Roman, quella stradina stretta di Saint-Germain de Près, rue Bernard-Palissy, numero 7. La ricordo bene l’epoca del Nouveau Roman, lo sforzo, in quel periodo, di affrontare i romanzi di Alain Robbe-Grillet, di Claude Simon, di Robert Pinget, di Michel Butor, di Natalie Sarraute, e di Samuel Beckett, soprattutto, che furono esperienza, ostacolo e soddisfazione insieme. E una lezione, anche. Svoltai l’angolo, e mi ci ritrovai davanti, “senza volerlo, faccia a faccia con quel portoncino di legno, così incongruo, apparentemente, rispetto alla soglia letteraria che rappresentava, eppure così coerente, a pensarci bene, con la storia di quella casa editrice. Un portoncino riverniciato più volte, la densità irregolare e visibile degli strati color amaranto, con una targhetta piccola, di quelle che si usavano quando ero bambino, scritta dorata su sfondo nero, ricoperta in plastica trasparente, smangiata ai lati dai tempi, quello atmosferico e quello dell’età. Sopra c’era scritto Les Éditions de Minuit, Administration. Sotto, un’altra targhetta più piccola e di metallo: Entrez sans sonner. Ma a me bastava vedere tutto da fuori, e infatti non ci pensavo per niente di spingerla, quella porta.

Diedi un’occhiata alla vetrinetta lì accanto. In realtà era il davanzale della finestra di un ufficio, a piano terra, sul quale erano esposti i libri pubblicati di recente. Anche su quel semplice davanzale, i romanzi Minuit mi incantavano. Merito delle loro copertine. Il sogno di ogni autore, posso dire oggi: non avere l’incubo della copertina, le discussioni continue con quei grafici che spesso fanno scempio di quello che dovrebbe essere il vestito del nostro libro. Non credo esista l’ufficio grafico da Minuit. Copertina bianca e, dentro un sottile bordino blu, nome dell’autore in nero, titolo in blu, il marchio dell’editore, una stellina e una emme minuscola in nero, così come roman, stampato poco più sotto. Tutto qui. Le copertine più sobrie, più note e – credo – più amate di Francia e da uno studente veneziano, incantato lì, davanti a quella finestra. 
Quando stai a lungo a osservare qualcosa, quando ti avventuri dentro ai dettagli, capita di perdere – per poco – il contatto con la realtà. Così fu con una leggera spinta che il portoncino amaranto si spalancò e subito di fronte a me vidi una scala strettissima di legno arricciarsi all’insù, verso il buio. Avrei potuto fermarmi lì, respirare quanto bastava di quel luogo e invece fu questione di poco e sentii gli scalini scricchiolare sotto i miei passi forse allo stesso modo di quando, nel 1951, ci salì per la prima volta un autore sconosciuto, che portava sottobraccio il manoscritto di un romanzo intitolato Molloy. Uno scrittore alto alto e magro magro che non sorrideva mai. Samuel Beckett, irlandese, che però quel romanzo lo aveva scritto in francese. Al primo dei quattro piani c’era un ufficio con una dei pochi impiegati di Minuit. Mi guardò, mi salutò, io nemmeno guardai dentro, cercando di fare l’indifferente. Bonjour, balbettai, ora mi caccerà, pensai, e invece tacque. Provocai, spostandomi, qualche altro scricchiolio e lei mi guardò di nuovo. Ecco, ci siamo, pensai, e invece mi disse che mademoiselle era di sopra, all’ultimo piano, precisò. Ringraziai e non saprò mai se la mademoiselle era la stessa che incrociai qualche gradino più su. Colto in flagrante le dissi che ero uno studente italiano, lì per una ricerca, e lei mi portò in un ufficio sobrio, poco illuminato, e incominciò a selezionare dei dépliant. Mica avevo mentito, anzi, ma non ho mai avuto la minima idea della faccia che deve avere fatto mademoiselle quando, giratasi per porgermi il materiale, si è ritrovata sola in un ufficio vuoto di altre presenze, e l’impiegata del primo piano nemmeno deve avermi visto sfrecciare all’ingiù. Solo la frequenza degli scricchiolii stava dicendo a tutti, là dentro, che c’era uno che se la stava dando a gambe.

Actv e privilegi

Questo mio editoriale dedicato ai privilegi che l’azienda di trasporti veneziana offre a novemila persone è uscito sabato 27 febbraio 2016 sul Corriere del Veneto. Indirettamente, si tratta anche di una nuova, ennesima perla fucsia.

  Immaginatevi un paese intero, quasi una città che viaggia gratuitamente sui mezzi pubblici. In alcuni luoghi accade sul serio, in giro per l’Europa. Un servizio che certe amministrazioni offrono ai cittadini che pagano le tasse. In Italia è impensabile, salvo però alcune poco comprensibili eccezioni. A Venezia ci sono novemila persone che per un motivo o per l’altro, per qualche legge anacronistica degli anni trenta o per delibera della stessa azienda dei trasporti, viaggiano gratuitamente su vaporetti e autobus dell’Actv. Che tutti ne abbiano diritto? Chissà, pare di sì, ma trattandosi di Italia, dubitare è doveroso. In questo modo vanno in fumo ogni anno milioni e milioni di euro che alle traballanti casse di Actv farebbero davvero comodo. La notizia va ad aggiungersi al periodaccio che da qualche anno Actv sta attraversando. Un’impopolarità che agli occhi di noi utenti aumenta di giorno in giorno e alimentata da una lista di vicende a volte imbarazzanti: gli stipendi faraonici dei dirigenti (il direttore generale guadagna grossomodo quanto guadagnano Renzi, o Hollande o Merkel, tanto per dire), gli autobus di terraferma obsoleti, il tram che va a singhiozzo, gli obbrobriosi nuovi imbarcaderi del Lido, di Rialto e di San Marco, tutto acciaio e oltraggio allo sguardo e al paesaggio, per non parlare della famigerata tessera iMob, la cui complicatezza d’uso non ha eguali in Europa e che ora pare venga rilasciata non più nel color rosso tradizionale ma in un colore tendente al fucsia (che ci sia qualche legame con la lista civica che ha vinto le elezioni o si tratta di pura coincidenza? E che dire della campagna pubblicitaria, prevalentemente colorata di fucsia, per il rinnovo degli abbonamenti che vede come testimonial soprattutto atleti della Reyer, la società di basket di proprietà del sindaco di Venezia. Altra coincidenza?).No, non è mai piacevole scoprire che ci sono lavori privilegiati e che il tuo è sempre di serie B. Il direttore generale di Actv ha subito chiarito che ci sono delle leggi e che vanno rispettate. Però poi è facile dare la colpa a qualche legislatore del 1939 o addirittura del 1912. In tutti questi anni nessuno ha mai sentito, credo, qualche voce levarsi dalla stessa azienda per rendere nota questa assurdità tutta italiana, dove a ogni angolo c’è sempre il privilegiato di turno e tu non puoi farci nulla, perché i privilegi sono sanciti per legge, e sono sempre per gli altri che spesso, poi, nemmeno ne avrebbero bisogno. Poi, è chiaro, laddove vige l’assurdità di certe leggi anacronistiche, dovrebbe scattare il buon senso. Molte delle trentasei (36!) categorie privilegiate potrebbero dire che no, dài, non è giusto che i nostri viaggi li paghino i veneziani. Qualcuno lo ha fatto, il presidente della municipalità di Venezia, per esempio, ma si tratta di pochi casi che, chissà poi perché, non suscitano mai il desiderio di emulazione.

Venezia è in mano a una classe dirigente (politica e non solo) del tutto disinteressata all’importanza del luogo, alla sua ricchezza storica, artistica, culturale e, soprattutto, indifferente alla sua delicatezza, alla sua fragilità. Una classe dirigente dunque disinteressata alla salvaguardia di Venezia e del suo futuro ma concentrata solo sullo sfruttamento sfrenato del presente, del qui e ora, tutti impegnati a spremerla, accompagnando questa azione da un evidente egoismo che ha come didascalia invisibile quel “tanto noi non ci saremo più, perciò approfittiamone”.

Insomma, un altro episodio, quello delle tessere Actv, tra i tanti che hanno fatto ormai perdere a Venezia le sembianze di città unica, preziosa e rara. La città invisibile raccontata da Italo Calvino è diventata visibilissima, una Venezia che assomiglia sempre meno a una città europea e sempre di più a una di quelle caotiche e disordinate città di paesi lontani. Perduta, irrecuperabile.