Collirio al Salone del Libro

Questo pomeriggio, alle 14, all’Independents’ Corner del Salone del LIbro di Torino, chiacchiererò insieme allo scrittore Giuseppe Culicchia e al responsabile della collana Stile Libero di Einaudi Paolo Repetti sul seguente tema: “Dirigere una collana, o magari inventarsela, e scegliere una linea editoriale, scoprire nuove voci oppure coinvolgere nel proprio progetto autori già affermati: il fascino e i rischi di uno dei mestieri più belli dell’industria editoriale”. Lo farò nella mia veste di direttore della collana digitale Collirio, che l’editore Terra Ferma ha avuto il coraggio (la sventatezza?) di promuovere con entusiasmo fin dal primo incontro, nel 2013, quando insieme a Tiziano Scarpa, andammo a Montebelluna a esporre la nostra idea.
Si trattava, prima di tutto, di ripubblicare libri (romanzi ma non solo) spariti da tempo dagli scaffali delle librerie, libri che ci erano piaciuti e che avevamo voglia non solo di rileggere, ma anche di proporli a lettori che non li conoscevano. E, grazie al formato ebook, renderli perpetui e, perché no, spingere magari qualche editore distratto a riscoprirli, a ripubblicarli. Mai, infatti, abbiamo pubblicato testi che esistono su carta. Il nostro non è un lavoro di concorrenza all’editoria tradizionale, al contrario, vorremmo che grazie ai nostri ebook gli editori tornassero ad accorgersi di libri che non meritano l’oblio. Lo abbiamo fatto con Piersandro Pallavicini (che per noi ha raccolto le raccolte di racconti pubblicate negli anni e finite fuori catalogo e le ha integrate con altri racconti inediti dando forma a una raccolta che su carta sarebbe stata di oltre 700 pagine), Diogo Mainardi, Romolo Bugaro, Lello Voce, Marilia Mazzeo, Simone Battig. E poi, abbiamo pubblicato testi che mi piace definire sbilenchi, difficili da incasellare, sia per il loro contenuto, sia per la quantità di pagine: testi spesso di poche pagine, reportage, riflessioni, racconti, frammenti, saggi brevi. Poche pagine, certo, ma dal nostro punto di vista, dal forte impatto. Non solo. Le grandi possibilità, intese questo caso come distribuzione, ci hanno consentito di fare un altro gesto sventato: pubblicare testi anche in lingua straniera, laddove quei testi non fossero reperibili su carta mei loro paesi d’origine. O anche, tradurre in francese e inglese i testi inediti di Lisa Ginzburg, che vive a Parigi e non era mai stata tradotta in francese, e di Chiara Marchelli, che insegna alla New York University e mai era stata pubblicata in inglese. Finora, nel nostro catalogo sono presenti testi di Patrick Deville, Dominique Manotti, Chiara Marchelli, Andrea Canobbio, J.A. González Sainz, Lisa GInzburg, Arno Bertina, Christine Montalbetti. Autori più o meno noti, ma autori che a nostro avviso stanno ben dentro al panorama letterario europeo. Scrittori, tout simplement. Un lavoro bellissimo, portato avanti con la editor di Terra Ferma, Alessandra Crosato. E allora è una meravigliosa sorpresa, oggi, essere invitati nel cuore del libro in Italia, il Salone del Libro, a dibattere insieme al responsabile (insieme a Severino Cesari) della collana forse di punta della più prestigiosa casa editrice italiana, l’Einaudi. Ecco, ora corro al Salone. A rincorrere amici scrittori che vorrei facessero parte del nostro progetto, scrittori di cui conosco il lavoro, e che hanno libri fuori catalogo o testi pubblicati qua e là, che meritano di essere disponibili per sempre, anche se non sulla carta. E poi, perché no, qualche bel testo inedito. E sì, dài, faccio qualche nome: oggi mi metterò alle calcagna di Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Yasmina Melaouah, Massimiliano Santarossa, Giorgio Vasta, Elena Stancanelli oltre a Giuseppe Culicchia, naturalmente, che ha creduto in Collirio, invitandoci al Salone. E alle 14, racconterò la fin qui brevissima storia di Collirio, minuscola collana che si confronta oggi col titano assoluto dell’editoria italiana. Brividi.

25 aprile 2016, Venezia

Il 25 aprile per me è una data cruciale. Dal punto di vista privato, anzitutto, perché è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori (stiamo andando a festeggiare il loro cinquantasettesimo). Poi è il giorno del patrono della città dove sono nato e dove vivo, Venezia. Infine, è il giorno dellaLiberazione dal nazifascismo, il 25 aprile 1945. L’ordine di questo elenco non è in base all’importanza che do ai tre momenti. Vivono dentro di me ciascuno con la sua dose di significato e di sentimenti.


Però poi, quando vedo che degli idioti (chiedo scusa, ma non saprei come altro definirli: “persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) questo pomeriggio si daranno appuntamento in Piazza San Marco per celebrare una visione retrograda e ridicola di una Venezia che per fortuna non c’è più da un paio di secoli circa, allora rivendicare il 25 aprile come data della Liberazione diventa non solo doveroso, ma da urlare a squarciagola. 

Gli idioti (persona rozza, priva d’istruzione, vedi dizionario), sventoleranno gonfaloni di San Marco e rivendicheranno indipendenze assurde, celebrando quei quattro deficienti (vedi sempre dizionario) che una ventina di anni fa assaltarono il campanile di San Marco con un carro armato finto e però funzionante e con dei fucili d’epoca però pronti a sparare. 

L’occasione, a questi tizi, gliela dà ovviamente un loro omologo, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e la sua giunta. Il sindaco ha deciso di trasformare la festa del patrono della città in un evento antistorico, reazionario, stupido. Una volta, a bordo di un treno, ebbi la sventura di trovarmi nella stessa carrozza con dei “leader” di uno di questi movimentini (sono decine, composti da ciascuno da infime unità di aderenti). Uno di loro si alzò in piedi e incominciò a sproloquiare su Rivoluzione Francese, su Garibaldi e Mazzini, dimostrando di mistificare la Storia a proprio uso e consumo. Gente – ovvio – che la Storia se l’è letta, manipolata, da libercoli autopubblicati da loro stessi. A un certo punto non ce la feci più di stare ad ascoltare certe idiozie e bastarono pochi secondi di cenni storici da scuola elementare per farlo tacere.

Per questo a me, iscritto all’Anpi, la sezione dei fratelli Rosselli di Parigi, fa schifo sapere che il sindaco della mia città (inadeguato a guidare anche soltanto un condominio), uno che ignora qualsiasi cosa riguardi Storia, cultura, sapere, autorizzi una cosa del genere. La organizza e, non solo, ci parteciperà attivamente, intervenendo dal palco e chissà allora quali perle (fucsia) pronuncerà.

A piazzale Roma ho faticato a non mandare a quel paese gente che arrivava nella città più internazionale d’Italia dal Veneto più profondo e becero, quello che da decenni vota Lega e offusca quell’altro Veneto, del volontariato e della solidarietà. Gente che oltre al gonfalone veneziano (del quale abusano) sventola le bandiere della Catalogna e delle Fiandre. Che ne sapranno questi qua di Catalogna e Fiandre? E per fortuna che uno degli assessori di Brugnaro ha detto che a sventolare sarebbero state solo le bandiere di San Marco, sottintendendo che il tricolore dovrà stare fuori dalla Piazza, il giorno della Liberazione dal nazifascismo.

Sì, meglio andarsene da questa Venezia in mano agli idioti. E non soltanto oggi.


P.S. Alla fine, come si vede dalla foto, solo qualche centinaio, gli idioti (“persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) che dall’entroterra sono calati a Venezia usurpando sia il luogo, sia il simbolo di San Marco. I veneziani non hanno esitato a dir loro che il gonfalone è della città e non della regione tutta e che se ne ritornassero pure in campagna, da dove arriva fra l’altro il sindaco di Venezia. Sindaco che comunque ha parlato dal palco – ahimè – consentendo al manipolo di indipendensti di ritornare a casa gongolanti, visto che ora hanno come riferimento il primo cittadino della città. Una vergogna, che noi veneziani ci siamo comunque cercati. 

Tabucchi, sono già quattro anni

Oggi, quattro anni fa, moriva a Lisbona Antonio Tabucchi. Ci manca, tanto, ma i suoi libri ce lo fanno sentire presente. Eccome. Tutti i suoi romanzi, tutti i suoi racconti, tutti i suoi saggi. E poi altri libri, che ci parlano di lui. L’8 e 9 maggio 2008, a Fontevraud, la Maison des Écrivains Etrangers et Traducteurs di Saint-Nazaire, la Meet, ha organizzato un convegno intitolato Pour Tabucchi. Lui era presente, naturalmente, e aveva voluto invitare anche me. Di quel convegno poi è stato fatto un libro. Il mio testo è questo.

 Ogni scrittore assomiglia, chi più chi meno, ai propri personaggi di finzione. O, forse, sono loro stessi, i personaggi, a pretendere di assomigliarci, sono loro ad assumere le nostre sembianze nostro malgrado. I miei incontri con Antonio Tabucchi mi hanno sempre fatto pensare ai suoi personaggi. Sono stati sempre letterari, i nostri incontri. Del resto, è stato così fin dalla prima volta, a Venezia, mentre lavoravo alla tesi un cui capitolo era dedicato al suo romanzo, Notturno Indiano. Era un pomeriggio di primavera del 1990 e io subii lo scherzo di Daniele Del Giudice (un altro capitolo della mia tesi era sul suo Lo stadio di Wimbledon), che dopo avermi telefonato per dirmi di raggiungerlo, arrivato lì mi disse che no, che quello seduto accanto a lui non era Antonio Tabucchi, bensì Michele, un suo amico impiegato delle poste. Quel primo incontro – bellissimo – ha forse caratterizzato gli altri. Il secondo fu a Vecchiano, pochi mesi dopo, d’estate, a casa sua, quando la tesi l’avevo finita, discussa. Io dottore in lettere e lui lo scrittore che andavo a trovare, tesi sottobraccio, nel suo luogo complessivo, casa di famiglia, dov’è nato, cresciuto, dove ha letto, studiato e poi scritto, quella casa, quel giardino, diventati luoghi letterari essi stessi, nonostante il suo continuo errare tra Francia e Portogallo. O forse, luogo centrale, Vecchiano, proprio per via di quei continui spostamenti. E anche quel secondo incontro non poteva non avere una deriva letteraria, una variante narrativa improvvisa. Stavamo bevendo un bicchiere di vino, sotto l’albero, lui sfogliava la mia tesi e io provavo a vincere l’imbarazzo infilando sempre di più il naso dentro al bicchiere. Lo guardavo da sotto in su – portava ancora i baffi, all’epoca – impressionato da quella sua rassomiglianza a Pessoa e a Kipling o, quanto meno, ai loro ritratti che avevo visto in qualche libro. Era un pomeriggio caldo, di fine luglio e l’imbarazzo riguardava anche i tempi. Quanto tempo potevo fermarmi a casa sua? Ero io che a un certo punto dovevo capire che era il momento o dovevo aspettare fosse lui a congedarmi? Di sicuro, avevo in tasca il foglietto con gli orari del pullman che mi avrebbe riportato a Pisa. Pensavo a quello mentre lui sfogliava la mia tesi, e mi chiedevo anche se avrebbe trovato così ridicole le pagine color malva e la rilegatura color tabacco. Domande preoccupate sulla forma e – strano – non sui contenuti e naso dentro al bicchiere. Poi ci fu un botto. Proveniva dalla strada. Un botto e il rumore inconfondibile di qualcosa di metallico che sbatte e striscia sull’asfalto. Corremmo fuori dal cancello e per terra, sull’asfalto, un Ciao bianco e una ragazza distesa accanto, che già accennava però a rialzarsi. Sono caduta, disse guardandoci. Antonio la aiutò a tirarsi su, a sollevare il motorino e quando lei mi guardò pensai a Piccoli equivoci senza importanza. A un racconto di quella raccolta che però non era stato pubblicato e che si stava invece scrivendo lì, in quell’istante, davanti alla casa di Antonio Tabucchi, a Vecchiano. Potrei descriverla minuziosamente, la ragazza col Ciao bianco, dirvi a quale altezza i suoi jeans si strapparono sopra la pelle leggermente graffiata dalla caduta. Potrei farlo, ma questo piccolo equivoco non così senza importanza si stava scrivendo lì, nel luogo nativo e narrativo di Antonio Tabucchi, e non adesso, su queste pagine. Lui si premurò ancora, le chiese se non avesse preferito fermarsi un po’, bere qualcosa. Sei la figlia di non capii quale nome, le disse anche. Lei replicò sì, grazie di tutto, diede un’occhiata al motorino, lo fece ripartire, e sparì. Poco importa di come proseguì quel pomeriggio. Nemmeno lo ricordo bene e non so se per l’episodio della ragazza, o per il vino.

 Poi ci vedemmo altre volte, ma non spesso. Però l’incontro più importante, è stato forse quello a Saint-Nazaire. No, non c’è mai stato, Antonio Tabucchi, a Saint-Nazaire, ma la sera in cui ci arrivai per la prima volta, in residenza alla Meet, il 18 febbraio 2008, ho incontrato di nuovo Antonio Tabucchi, quando Patrick Deville mi disse che stava organizzando un convegno su di lui a Fontevraud. Gli raccontai di quel primo incontro a Venezia, della tesi e il giorno dopo, a Parigi, Deville incontrò Tabucchi e decisero di invitarmi al convegno. L’incontro più importante, dunque, a Saint-Nazaire, perché in quei giorni, mentre pensavo a cosa avrei potuto dire al colloque, capii quanto importante Antonio Tabucchi e i suoi libri sia stato per gli scrittori italiani della mia generazione. Noi narratori italiani abbiamo un problema di tradizione. Non abbiamo alle spalle la storia del romanzo che hanno i francesi, i russi, gli inglesi. I nostri punti di riferimento non possono andare molto lontano. I maestri siamo stati costretti a cercarceli dietro l’angolo del tempo, poco prima di noi. E così, Antonio Tabucchi, con Daniele Del Giudice, Pier Vittorio Tondelli e pochi altri sono stati per noi dei riferimenti importantissimi. Venuti subito dopo Italo Calvino. Sono loro ad avere riportato il romanzo al centro dell’attenzione letteraria italiana dopo anni di vuoto o, quanto meno, di smarrimento. Per questo posso dire di avere iniziato a scrivere spinto anche dai libri di Antonio Tabucchi, un autore fondamentale per gli scrittori della mia generazione. È stato un percorso a ritroso, nelle settimane successive, di libro in libro, dal politico L’oca al passo, un ritratto dell’Italia di oggi che solo l’acutezza di uno scrittore può dare in maniera così nitida, raccontando le fosche tinte di un quotidiano inaudito e inaccettabile. Un libro che può stare accanto, per lucidità e coraggio, agli Scritti corsari di Pierpaolo Pasolini. Un percorso che mi ha riportato, di libro in libro, a Notturno indiano e indietro ancora, fino al primo, Piazza d’Italia. Un incontro ininterrotto, alla fine, quello con Antonio Tabucchi. Un’appartenenza reciproca al racconto di un’epoca, l’odierna, che deve essere messa in luce con la precisione di un esploratore, per cercare di ridare, al lettore, il sentimento stesso – e, per quanto possibile, vero – di quest’epoca. Ho provato a farlo con Cosa cambia, tenendo fede a quanto Antonio, attraverso i suoi libri, mi ha insegnato. Così, a Fontevraud, tanto tempo dopo il nostro primo incontro veneziano, mi sono accorto che non l’avevo abbandonato mai, Antonio Tabucchi. E quando me lo sono rivisto davanti, diciott’anni dopo – e che botta, sul petto, che mi ha dato salutandoci – è stato sì come incontrare un vecchio amico ma, al contempo, anche la letteratura. Tutta intera.

Ciao Johan Cruijff

È morto Johan Cruijff. Per chi ha più o meno gli anni miei e ama il calcio, è come se fosse morto un cugino più grande, o uno zio. Un punto di riferimento, che andava al di là del calcio, al di là dello sport. Era un simbolo di ribellione, nonostante tutto, nonostante non si trattasse di politica, nonostante fosse il calcio, però quello degli anni settanta, comunque, non quello miliardario di un po’ di anni dopo. La ribellione di un calcio che usciva dagli schemi, di un atteggiamento – e non solo – che arrivava dritto da qualche anno prima, il ’68, e non si trattava soltanto dei capelli lunghi, della maglietta arancione numero 14 fuori dai pantaloncini, delle collanine di perle e delle sigarette – non solo di tabacco – fumate fra un allenamento e l’altro, all’intervallo fra un tempo e l’altro. Mica è facile farlo capire a chi non ha vissuto quegli anni, a chi non piace il calcio. Eppure Cruijff era Cruijff, e non c’è Maradona o Messi o Pelé che tenga. Mica per niente lo chiamavano il Profeta del gol. Lasciate pure perdere il gol, ma tenete il profeta, nel significato più ampio del termine. Questo era Johann Cruijff. E ho saputo soltanto oggi che ai mondiali del 1978 si rifiutò di andare non per motivi tecnici, né perché aveva litigato con l’allenatore. Fu un atto di ribellione, anche quello. Di vera ribellione. “Come puoi giocare a pallone a pochi metri da un centro di torture?”, confidò anni dopo. Johan Cruijff si rifiutò di partecipare alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina per denunciare la giunta militare al potere che da due anni torturava e faceva scomparire la propria gente, chiunque osasse opporsi. Di lui ho scritto più volte, anche nel mio primo romanzo, Terra rossa, dove lo citai solo per rendergli omaggio. Poi in un articolo per il manifesto, quando suo figlio, Jordi, distante come talento anni luce da suo padre, ebbe un momento di gloria con l’Alaves. E alla fine in Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, non una biografia, ma un racconto di e sul calcio, dove uno come Johan Cruijff non poteva proprio mancare.

Johan & Jordi Cruijff, articolo uscito su il manifesto nel 2000.

 Giocava sempre con la maglia numero 14, sia in nazionale – l’Olanda – sia nel club – l’Ajax prima e il Barcellona poi. Sulla manica sinistra la fascia di capitano con i colori della bandiera. Era il capitano di una nazionale che ai mondiali del ‘74 affascinò il mondo rivoluzionando il gioco del calcio con l’invenzione della zona e l’applicazione della melina. Una squadra composta, agli occhi dei ragazzini di allora, da giocatori culto, capelli lunghi, collanine di perle colorate al collo: noi, abituati ai compassati Rivera e Mazzola e Riva e Zoff, con tutt’al più la capigliatura non proprio capellona di Chinaglia, noi, guardavamo incantati. Una squadra dai nomi affascinanti: Ruud Krol, Wim Rijsbergen, Arie Haan, Johann Neeskens, Wim Van Hanegem, Johnny Rep. Il loro portiere Jan Joengbloed, poi, aveva un assurdo numero 8 sulla maglia giallo canarino, entrava in campo con un enorme coniglio di peluche, come un bimbo che va a nanna e spesso capitava di vederlo stazionare nei pressi della metà campo, essendo molto più efficace coi piedi che con le mani. Assurdo portiere, Joengbloed.

Erano la squadra dell’Olanda. Il loro capitano, maglia arancione numero 14, si chiamava Johan Cruijff, “il profeta del gol” lo definì Sandro Ciotti nel film-documentario che girò su di lui, il più grande calciatore europeo di sempre. Che abbiamo pronunciato in tutti i modi: con la u la a e la o, che abbiamo scritto una volta con la y, Cruyff, un’altra con le ij: misteri del fiammingo non ancora chiariti. Impressionava per la facilità con cui trattava il pallone, Cruijff, e per quella con cui motivava la sua classe: “faccio l’amore una volta al giorno”, diceva. Che giocatori, gli olandesi, che andavano in ritiro con le mogli, capaci di fare l’amore due ore prima della partita e di farsi pure uno spinello, magari. Poi, in campo, uno spettacolo che a noi, catenacciari, sembrava arrivare direttamente da un altro mondo.

Una squadra inimitabile e inimitata per anni che però non ha mai vinto niente, con la sfortuna di arrivare a due finali mondiali sempre opposta ai padroni di casa, la Germania di Gerd Müller e Franz Beckembauer nel 1974 e l’Argentina di Mario Kempes e Ruben Hugo Ayala nel 1978. Eppure, una squadra indimenticabile, che ha fatto innamorare il mondo. E il più amato fu lui, il capitano Johan Cruijff, oggi allenatore dimissionato del Barcellona, con qualche bypass nel cuore, e padre di Jordi, calciatore anch’egli.

Immaginate adesso di essere il figlio di Johan Cruijff (facile, allora tutti lo avremmo voluto come padre) e di intraprendere la strada del calciatore professionista. Agli occhi degli altri apparirai sempre con uno zaino addosso, quello di tuo padre, pieno di ricordi, di storia del calcio. Non sarai mai Jordi, ma il figlio di Johan, il più grande di tutti. Immaginate poi di capire presto che fra voi, figlio, e lui, padre, l’abisso di classe è evidente, incolmabile, che nome e sangue nel calcio (come nella vita, del resto) non contano niente, che sei tu e basta e che lui, è solo tuo padre. Provate ad andarglielo a dire a quelli che ogni volta vi fanno aprire quello zaino e ve lo svuotano del suo contenuto davanti agli occhi e vi dicono guarda qui e qui e qui. Provate a tapparvi le orecchie, il giorno in cui quel padre, allenatore, vi manda in campo e non vi toglie più e tutti vi dicono che giochi solo perché tu sei suo figlio. Vi basta? Quanti di noi farebbero immediatamente domanda per il concorso alle poste?

Jordi no, ha giocato facendo finta di niente (ma facendo finta, comunque), e si è imposto per quello che è: un buon giocatore, spesso decisivo, ma che a ogni errore, però: zzzip, la cerniera dello zaino di papà. Hiddink, il c.t. della nazionale, lo convoca per gli europei, ma gli olandesi non ci cascano, è o non è un grande amico di papà Johan? E Jordi deve fare finta, ancora una volta: di non chiamarsi Cruijff, intanto. Gli altri sulle magliette hanno scritto Kluivert, Bergkamp, Seedorf, lui no, solo Jordi, come se fosse uno spagnolo che ha sbagliato squadra e girone, ché la Spagna gioca in un altro, non in questo. E poi quel numero, il 14, che dopo suo padre è diventato il simbolo dei grandi. Platini, per esempio. Dei grandi, appunto, E Jordi sa di non esserlo. Eccolo allora correre per gli stadi inglesi con un per niente mitico numero 17. E’ con quel numero sulle spalle che segna il gol decisivo alla Svizzera, un bel gol, certo: controllo di destro sul vertice dell’area, qualche metro verso il centro, palla sul sinistro, tiro e gol. Però niente a che vedere con quelli di papà, ha detto uno dei maniaci dello zaino. Ma neanche quest’Olanda è come quella di papà e Jordi lo sa. E allora là in mezzo merita proprio di starci, di giocarci un ruolo importante, Jordi Cruijff, il figlio di Johan.



Dal libro Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, Limina 2010 e Terra Ferma 2014.
  Nell’epoca del look curato e attento che i calciatori esibiscono ormai dentro e fuori dal campo, Andrea Pirlo spicca per la sua normalità. Curato e attento in questo caso devono essere intesi con un’accezione negativa. Curato e attento come opposto di naturale, di semplice. In mezzo a tatuati di ogni genere e volgarità, in mezzo a calciatori che prima di un calcio d’angolo, di una punizione, non fanno che aggiustarsi il nastro ferma capelli, o il cerchiello, attenti a uscire dallo spogliatoio imbrillantinati e con le sopracciglia scolpite nei modi più ridicoli, lasciando il sospetto che dello staff di tante squadre facciano parte ormai anche il coiffeur e l’estetista, in mezzo a tutto questo (che altro non è che il ritratto di gran parte dei giovani italiani di oggi), Andrea Pirlo si pone in un altrove di naturalezza. Unico vezzo, fin da giovanissimo, i capelli leggermente lunghi, stile anni Settanta, e anche per questo, allora, ogni volta che lo vedo, mi viene in mente l’Olanda del 1974. Quella che faceva così (a memoria, senza supporto di alcun motore di ricerca): Jongbloed, Suurbier, Krol, Neeskens, Rijsbergen, Jensen, Haan, Van Hanegem, Rep, Cruijff, Rensembrink. Ci sarebbe stato bene, Andrea Pirlo, faccia impassibile, come quella di Johann Neeskens o di Arie Haan, con i capelli lunghi e naturali, come quelli di Ruud Krol, e le sue geometrie precise e profonde, come quelle di Johan Cruijff. E con il numero 21 sulla maglia arancione. Nulla di strano per una formazione che aveva in porta un tizio che entrava in campo con un coniglio di peluche come portafortuna e il numero 8 sulle spalle di una stravagante maglietta gialla: Jan Jongbloed. Rivoluzionò il ruolo del portiere. Eravamo abituati a portieri statici, vestiti di nero e con l’immancabile numero 1. Lui, sovvertì le consuetudini, abituato a stare più fuori dai pali che sulla linea di porta. Sì, fu il pioniere di un nuovo modo di fare il portiere, anche se era piuttosto mediocre. Ma in quell’Olanda lì, organizzata in campo come mai prima di allora, gli avversari si avvicinavano a fatica all’aerea. Raramente arrivavano al tiro. Così anche uno come Jongbloed poteva fare la sua figura, nonostante lo scarso talento. Ci si innamorarono tutti, della Nazionale olandese, quelli della mia generazione, adolescenti ribelli, all’epoca. Mancavano tre anni al 1977, ma quella è un’altra storia.

Bruxelles, la prima volta

Bruxelles, come Parigi, è una delle mie città dell’anima. Città che amo e dove vivono persone a me molto care. Ci sono andato per la prima volta il 18 ottobre 2004, invitato per tre settimane come scrittore in residenza dalla Fondazione Passa Porta in un appartamento di rue Antoine Dansaert, proprio di fronte Place de la Bourse. Durante il viaggio da casa a Bruxelles ho scritto questo testo, inedito in Italia e pubblicato in fiammingo sul supplemento letterario del quotidiano belga De Standaard. Avrebbe dovuto essere l’inizio di un piccolo libro, da stampare contemporaneamente in tre edizioni (italiano, francese, neerlandese). Un taccuino di viaggio composto anche da foto e disegni del mio primo soggiorno a Bruxelles (seguito poi da altri lunghi periodi negli anni successivi), uno dei tanti miei libri abbandonati alle soglie della pubblicazione.Pubblicare qui queste pagine, oggi, ha il significato intenso e profondo che ognuno di voi può intuire.

  L’aereo sono riuscito a fotografarlo, anche se non si potrebbe. Ho tenuto il telefonino come se lo stessi spegnendo o digitando un sms e ho fatto clic. Nella foto si vede la scaletta, un pezzo di muso e la gente che sale (una con un giubbotto color ghiaccio, gli altri tutti in scuro e oltre le loro teste la scritta Ryanair, in blu, sulla fiancata dell’aereo). Volevo mandare quell’immagine – l’immagine della mia partenza per Bruxelles – a un’amica. Un mms che è partito dalla tasca dei miei jeans mentre salivo, cercavo un posto e lo trovavo vicino all’ala sinistra. Il metal detector stavolta, poco fa, non ha suonato. Temevo addirittura i bottoni dei jeans, la montatura degli occhiali. Certo non è stato piacevole, poco dopo, doversi togliere la cintura e reinfilarla ai pantaloni davanti alla poliziotta addetta al monitor che però aveva gli occhi sulla radiografia del mio zaino.
Finestrino, dunque. Una fortuna in questi voli della Ryanair, dove non esiste prenotazione. Devi fare come in gita scolastica. Buttare lo zainetto e occuparlo (l’ho visto prima io!), il posto che vorresti. Mica l’ho fatto, però. Finestrino sì, allora, ma sopra l’ala. E l’ala, vederla vibrare, in volo, ti suggerisce che nello scontro con l’aria, lei, l’ala, una sua fragilità potenziale la possiede tutta. Con quelle leggere vibrazioni ti sussurra che lei sta lì grazie a innumerevoli combinazioni in equilibrio tra loro.

Poi, quando tutti sono a posto, inizia la liturgia mimica delle hostess, che nessuno guarda mai. Nessuno sta ad ascoltarla, Inga, al microfono, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, che dà le istruzioni. Intenti, tutti, a distrarsi il più possibile dal decollo di questo Boeing 737-800 della Ryan-Air, 95 euro andata e ritorno per e da Charleroi, anche se quando prenoti la prima volta sei convinto che atterrerai a Bruxelles.

Decolliamo, e in pochi minuti, su in alto, mentre l’aereo vola sopra le nuvole, tutti dormono. Io non ci riesco mai. Né in aereo, né in treno, forse perché non mi va di perdere nemmeno un momento del viaggio. Dello spostamento. Voglio viverlo tutto, io, il percorso. Qualunque percorso. Soprattutto quando è inedito, nuovo, come questo verso Bruxelles, la mia prima volta.

Io non dormo. Guardo le nuvole. E le nuvole, guardate dall’alto e a seconda dell’incidenza del sole, sembrano di volta in volta ghiaccio, gelato fior di latte, zucchero a velo, batuffoli di cotone, zucchero filato, nebbia, nuvole. E allora sono ghiaccio quando guardi quelle più lontane e meno accennate, meno bombate. Sono gelato fior di latte quelle non così lontane dall’aereo e dalle curvature dense e irregolari. Sembrano zucchero filato quando le vedi dritte, sotto l’aereo, venir su come a ciuffi, più sfilacciate delle altre. Sono batuffoli di cotone quelle più arrotondate, raggomitolate, quasi, qua, sotto l’aereo e per vederle bene dovresti sporgerti dal finestrino, fosse possibile. Diventano invece zucchero a velo se, in lontananza, si rigonfiano verso l’alto e assumono forma di dolci. Un pandoro. Una torta della nonna. Sono finalmente soltanto nuvole, invece, quasi alla fine, quando l’aereo sta per entrarci dentro e un attimo dopo, attraversandole, ti sembreranno essere nebbia. 

  Il Boeing tocca terra puntuale, alle 9.55, all’aeroporto di Charleroi. Inga, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, dal microfono saluta tutti e dà appuntamento al prossimo volo. Fuori, temevo di smarrirmi e invece seguo le informazioni che a bordo la voce di Inga aveva scandito in francese e fiammingo – a sinistra, appena usciti, avanti centro metri – e il pullman è lì, bianco e una enorme scritta che si ripete su tutti i lati Brussels South, direzione stazione di Bruxelles Midi. Dieci euro e in quaranta minuti sei arrivato.

Ultimamente mi diverto a cercare qualcuno (cosa? chi?) attraverso il bluetooth, quel sistema che mette in connessione i nostri aggeggi tecnologici. So che esiste una comunità in rete che teorizza la comunicazione anonima a distanza di pochi metri. Si possono cioè mandare messaggi via bluetooth da un telefonino a un altro che sia in un raggio di qualche decina di metri. Non sai chi sia. Del resto, il termine tecnico è accoppiamento. I due telefonini devono prima riconoscersi e poi accoppiarsi. Proprio come le coppie, nella vita. Il telefono che mi appare ora sul display è un Nokia 6310i. Quelli della comunità consigliano infatti di dare al proprio telefonino un nick che ne caratterizzi il proprietario. Alla stazione di Pescara, giorni fa, mi è apparso sul display, mentre cercavo, Mahatma. Era di un ragazzo che studiava su una panchina, in attesa del treno. Era l’unico là intorno. Mi sono mentalmente congratulato con lui per la scelta, e per ciò che quella scelta porta con sé. Chiamare il proprio telefonino con il nome di colui che vorresti essere. Identificarti con qualcuno o un pensiero, un ideale. Ché oggi ideale, in Italia, è parola da non dire, pena il ridicolo. Per questo allora avrei voluto mettere El Che o Subcomandante, come nick al mio Sony Ericsson Z1010 che ho invece chiamato Sony Ericsson Z1010 e basta. Anonimo come il Nokia 6310i che deve appartenere alla ragazza seduta un paio di posti davanti a me. Gliel’ho visto usare, poco fa. Sta leggendo un libro in fiammingo, del titolo si vedono solo due parole: HET RECHT.

Le prime immagini belghe, mentre il pullman ha messo in moto, sono soltanto italiane. Cartelloni pubblicitari: il circo Buglione (e l’assonanza con Buttiglione, accidenti, mi ammanta per qualche secondo di una profonda vergogna triste) la pubblicità dell’acqua San Pellegrino, quello di un altro circo, il Roncalli. Come se fossi ancora in Italia, insomma, addirittura con l’insegna di un club juventino, appena entriamo a Bruxelles e un altro manifesto che annuncia un concerto di Lucio Dalla, di un bel po’ di tempo fa, credo, tanto è sbiadito. Per sentirmi in Belgio mi concentro allora sull’HET RECHT della ragazza. Soltanto al terzo manifesto del circo che incrociamo, mi accorgo che Buglione è in realtà Bouglione, alla francese. 

  Fotografo qualunque cosa col telefonino. Foto che verranno sfuocate, offuscate, mosse attraverso il vetro del pullman. Sono come preso da un raptus quasi “giapponese”. Di uno che ha appena messo piede in un posto dove avrebbe dovuto – e voluto – venire da sempre. Ero piccolino, infatti, attratto dall’Anderlecht e dal suo portiere Trappeniers, dallo Standard Liegi, dove a parare c’era invece Christian Piot, da Jacky Ickx e da Eddy Merckx, ovviamente. Da Roger De Vlaeminck e da Patrick Sercu, che una volta vidi venire insieme a prendere il giornale all’edicola sotto casa mia, in vacanza, a Jesolo. Scesero dalle loro preziose biciclette vestiti con la maglia stelleestrisce della Brooklin (la gomma del ponte), le appoggiarono agli espositori girevoli delle riviste straniere, comprarono uno L’Équipe, l’altro Le Soir, non ricordo chi L’Équipe e chi Le Soir e se ne andarono subito, ripiegando i giornali nelle grandi tasche posteriori delle maglie, quelle che in gara servono per metterci i panini e io mi avvicinai, ancora basito dalla visione, all’edicolante che mi disse che sì, venivano lì tutte le mattine, finito l’allenamento, che erano in vacanza pure loro e poi mi chiese perché non gli avevo chiesto l’autografo, e io, che mi sentivo male all’idea di domandare qualcosa a quei due mostri (qualcuno si ricorda come i due vincevano le volate?), replicai implorando di chiederglielo lui, per me, il giorno dopo. Nessuno di noi due sapeva che quello era il loro ultimo giorno di vacanza, e addio autografi. Qualche anno dopo ci fu una donna. Sempre a Jesolo. Una ragazzina, avevamo sedici anni. Si chiamava Krisia, di Kruibeke, vicino ad Anversa, il nome con quella meravigliosa K, la stessa del suo paese, e il cognome con qualche vocale doppia, ovviamente. Suo padre tifava per il Beveren e io per qualche mese, a Venezia, ho comprato tutti i lunedì Het laaste nieuws, il giornale che lui leggeva, per vedere cosa aveva fatto il Beveren. La sera prima del suo ritorno in Belgio mi lanciò dalla finestra della sua camera una foto formato tessera. Il suo sorriso è stato la mia Gioconda per ameno un paio di diari scolastici negli anni successivi. E c’è stato anche Ivo Van Damme, poi. I capelli lunghi, la barba. Sembrava più un cantante rock che un mezzofondista, e che mezzofondista: medaglia d’oro alle Olimpiadi. Divenne per me un mito a causa di Krisia, certo. Ma sarebbe comunque stato uno di quegli atleti capaci di attrarmi comunque. Quei tipi un po’ incongrui rispetto al proprio sport, come il tennista Björn Borg, il mio eroe assoluto, all’epoca. Piansi quando Van Damme morì in un incidente stradale. Giocavo a Subbuteo in quegli anni. Krisia (che intanto non avevo più sentito né ovviamente rivisto mi scrisse soltanto una volta, per dirmi che lì, nella sua piccola e per me affascinante Kruibeke, lei aveva un fidanzato), era stata nominata a sua insaputa presidente della mia squadra di Subbuteo, il Bevereke, colori sociali gialloblu, i preferiti dalla presidentessa (non Krisia, no, Ira Fürstenberg, l’attrice, presidentessa dell’unica squadra di calcio – vera, reale – nella quale ho giocato a tredici anni, la Strobl Mestre. Una volta entrò nello spogliatoio…), e Ivo Van Damme era il centravanti della nostra squadra di plastica. Capitano con la fascia nerogiallorossa, i colori dellla bandiera belga che gli dipinsi io attorno al braccio sinistro, con uno stuzzicadenti.

Il Belgio è stato dunque per me soprattutto una questione di suoni, quelle K e quelle X e quelle vocali doppie, che dal mio alfabeto erano – e sono – escluse. E poi l’amicizia, quasi ventennale, ormai, con Madeleine e Jean-Philippe Toussaint, l’autore de La stanza da bagno, di Fare l’amore, e di cui sono diventato il traduttore italiano. Mi hanno invitato un’infinità di volte. E io non so se sia stato per pigrizia, per mancanza di soldi, o per chissà che cosa. Perciò, il mio arrivo a Bruxelles, invitato in residenza di scrittura dalla fondazione Passa Porta, ha qualcosa di solenne dentro di me e quando il pullman accosta alla Gare Midi, saluto il conducente, tocco terra e “sono a Bruxelles”, dico fra me e me. Neanche fosse la luna.

Ritornare a Parigi (otto)

L’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino ho appuntamento con Irène Lindon, la direttrice di Les Éditions de Minuit. Potrei raccontare com’è andata, che cosa ci siamo detti. Ma il testo si discosterebbe di poco da quanto ho raccontato nel primo capitolo del romanzo Sentimenti sovversivi. Allora, meglio leggere quelle pagine, dalla 15 alla 17.

   
Più tardi, dopo cena, nel buio di quello che sarebbe stato il mio appartamento qui a Saint-Nazaire, avrei rivisto me stesso a inizio anni ottanta, non ancora ventenne, trovare a fatica, nel mio primo viaggio a Parigi, ebbro di poeti maledetti e di Jim Morrison, ma anche di École du regard, che è l’altro nome con cui veniva definito il Nouveau Roman, quella stradina stretta di Saint-Germain de Près, rue Bernard-Palissy, numero 7. La ricordo bene l’epoca del Nouveau Roman, lo sforzo, in quel periodo, di affrontare i romanzi di Alain Robbe-Grillet, di Claude Simon, di Robert Pinget, di Michel Butor, di Natalie Sarraute, e di Samuel Beckett, soprattutto, che furono esperienza, ostacolo e soddisfazione insieme. E una lezione, anche. Svoltai l’angolo, e mi ci ritrovai davanti, “senza volerlo, faccia a faccia con quel portoncino di legno, così incongruo, apparentemente, rispetto alla soglia letteraria che rappresentava, eppure così coerente, a pensarci bene, con la storia di quella casa editrice. Un portoncino riverniciato più volte, la densità irregolare e visibile degli strati color amaranto, con una targhetta piccola, di quelle che si usavano quando ero bambino, scritta dorata su sfondo nero, ricoperta in plastica trasparente, smangiata ai lati dai tempi, quello atmosferico e quello dell’età. Sopra c’era scritto Les Éditions de Minuit, Administration. Sotto, un’altra targhetta più piccola e di metallo: Entrez sans sonner. Ma a me bastava vedere tutto da fuori, e infatti non ci pensavo per niente di spingerla, quella porta.

Diedi un’occhiata alla vetrinetta lì accanto. In realtà era il davanzale della finestra di un ufficio, a piano terra, sul quale erano esposti i libri pubblicati di recente. Anche su quel semplice davanzale, i romanzi Minuit mi incantavano. Merito delle loro copertine. Il sogno di ogni autore, posso dire oggi: non avere l’incubo della copertina, le discussioni continue con quei grafici che spesso fanno scempio di quello che dovrebbe essere il vestito del nostro libro. Non credo esista l’ufficio grafico da Minuit. Copertina bianca e, dentro un sottile bordino blu, nome dell’autore in nero, titolo in blu, il marchio dell’editore, una stellina e una emme minuscola in nero, così come roman, stampato poco più sotto. Tutto qui. Le copertine più sobrie, più note e – credo – più amate di Francia e da uno studente veneziano, incantato lì, davanti a quella finestra. 
Quando stai a lungo a osservare qualcosa, quando ti avventuri dentro ai dettagli, capita di perdere – per poco – il contatto con la realtà. Così fu con una leggera spinta che il portoncino amaranto si spalancò e subito di fronte a me vidi una scala strettissima di legno arricciarsi all’insù, verso il buio. Avrei potuto fermarmi lì, respirare quanto bastava di quel luogo e invece fu questione di poco e sentii gli scalini scricchiolare sotto i miei passi forse allo stesso modo di quando, nel 1951, ci salì per la prima volta un autore sconosciuto, che portava sottobraccio il manoscritto di un romanzo intitolato Molloy. Uno scrittore alto alto e magro magro che non sorrideva mai. Samuel Beckett, irlandese, che però quel romanzo lo aveva scritto in francese. Al primo dei quattro piani c’era un ufficio con una dei pochi impiegati di Minuit. Mi guardò, mi salutò, io nemmeno guardai dentro, cercando di fare l’indifferente. Bonjour, balbettai, ora mi caccerà, pensai, e invece tacque. Provocai, spostandomi, qualche altro scricchiolio e lei mi guardò di nuovo. Ecco, ci siamo, pensai, e invece mi disse che mademoiselle era di sopra, all’ultimo piano, precisò. Ringraziai e non saprò mai se la mademoiselle era la stessa che incrociai qualche gradino più su. Colto in flagrante le dissi che ero uno studente italiano, lì per una ricerca, e lei mi portò in un ufficio sobrio, poco illuminato, e incominciò a selezionare dei dépliant. Mica avevo mentito, anzi, ma non ho mai avuto la minima idea della faccia che deve avere fatto mademoiselle quando, giratasi per porgermi il materiale, si è ritrovata sola in un ufficio vuoto di altre presenze, e l’impiegata del primo piano nemmeno deve avermi visto sfrecciare all’ingiù. Solo la frequenza degli scricchiolii stava dicendo a tutti, là dentro, che c’era uno che se la stava dando a gambe.

Actv e privilegi

Questo mio editoriale dedicato ai privilegi che l’azienda di trasporti veneziana offre a novemila persone è uscito sabato 27 febbraio 2016 sul Corriere del Veneto. Indirettamente, si tratta anche di una nuova, ennesima perla fucsia.

  Immaginatevi un paese intero, quasi una città che viaggia gratuitamente sui mezzi pubblici. In alcuni luoghi accade sul serio, in giro per l’Europa. Un servizio che certe amministrazioni offrono ai cittadini che pagano le tasse. In Italia è impensabile, salvo però alcune poco comprensibili eccezioni. A Venezia ci sono novemila persone che per un motivo o per l’altro, per qualche legge anacronistica degli anni trenta o per delibera della stessa azienda dei trasporti, viaggiano gratuitamente su vaporetti e autobus dell’Actv. Che tutti ne abbiano diritto? Chissà, pare di sì, ma trattandosi di Italia, dubitare è doveroso. In questo modo vanno in fumo ogni anno milioni e milioni di euro che alle traballanti casse di Actv farebbero davvero comodo. La notizia va ad aggiungersi al periodaccio che da qualche anno Actv sta attraversando. Un’impopolarità che agli occhi di noi utenti aumenta di giorno in giorno e alimentata da una lista di vicende a volte imbarazzanti: gli stipendi faraonici dei dirigenti (il direttore generale guadagna grossomodo quanto guadagnano Renzi, o Hollande o Merkel, tanto per dire), gli autobus di terraferma obsoleti, il tram che va a singhiozzo, gli obbrobriosi nuovi imbarcaderi del Lido, di Rialto e di San Marco, tutto acciaio e oltraggio allo sguardo e al paesaggio, per non parlare della famigerata tessera iMob, la cui complicatezza d’uso non ha eguali in Europa e che ora pare venga rilasciata non più nel color rosso tradizionale ma in un colore tendente al fucsia (che ci sia qualche legame con la lista civica che ha vinto le elezioni o si tratta di pura coincidenza? E che dire della campagna pubblicitaria, prevalentemente colorata di fucsia, per il rinnovo degli abbonamenti che vede come testimonial soprattutto atleti della Reyer, la società di basket di proprietà del sindaco di Venezia. Altra coincidenza?).No, non è mai piacevole scoprire che ci sono lavori privilegiati e che il tuo è sempre di serie B. Il direttore generale di Actv ha subito chiarito che ci sono delle leggi e che vanno rispettate. Però poi è facile dare la colpa a qualche legislatore del 1939 o addirittura del 1912. In tutti questi anni nessuno ha mai sentito, credo, qualche voce levarsi dalla stessa azienda per rendere nota questa assurdità tutta italiana, dove a ogni angolo c’è sempre il privilegiato di turno e tu non puoi farci nulla, perché i privilegi sono sanciti per legge, e sono sempre per gli altri che spesso, poi, nemmeno ne avrebbero bisogno. Poi, è chiaro, laddove vige l’assurdità di certe leggi anacronistiche, dovrebbe scattare il buon senso. Molte delle trentasei (36!) categorie privilegiate potrebbero dire che no, dài, non è giusto che i nostri viaggi li paghino i veneziani. Qualcuno lo ha fatto, il presidente della municipalità di Venezia, per esempio, ma si tratta di pochi casi che, chissà poi perché, non suscitano mai il desiderio di emulazione.

Venezia è in mano a una classe dirigente (politica e non solo) del tutto disinteressata all’importanza del luogo, alla sua ricchezza storica, artistica, culturale e, soprattutto, indifferente alla sua delicatezza, alla sua fragilità. Una classe dirigente dunque disinteressata alla salvaguardia di Venezia e del suo futuro ma concentrata solo sullo sfruttamento sfrenato del presente, del qui e ora, tutti impegnati a spremerla, accompagnando questa azione da un evidente egoismo che ha come didascalia invisibile quel “tanto noi non ci saremo più, perciò approfittiamone”.

Insomma, un altro episodio, quello delle tessere Actv, tra i tanti che hanno fatto ormai perdere a Venezia le sembianze di città unica, preziosa e rara. La città invisibile raccontata da Italo Calvino è diventata visibilissima, una Venezia che assomiglia sempre meno a una città europea e sempre di più a una di quelle caotiche e disordinate città di paesi lontani. Perduta, irrecuperabile. 

Ritornare a Parigi (sette)

Poi, accade che i tuoi appunti, le note raccolte in giro, diventino un reportage per il giornale a cui collabori, perché i tre mesi dagli attentati sono una data da sottolineare e il caso ha voluto che fossi a Parigi proprio quel giorno, sabato 13 febbraio 2016. Così, ho smesso di prenderli alla larga, i luoghi degli attentati, era arrivato il momento di andarci. E questo è il risultato, un articolo che si è costruito poco a poco, passo dopo passo, letteralmente. È uscito sul Corriere del Veneto del 14 febbraio 2016.



Il 13 cade di sabato, questa volta, tre mesi dopo, e a differenza di quel tiepido e sereno venerdì 13 novembre, che spinse i parigini fuori di casa, a riempire le terrazze dei bistrot, oggi fa freddo e piove. Decidere di percorrere una sorta di percorso della memoria lungo i luoghi degli attentati, porta con sé un dubbio atroce: se si tratti davvero del desiderio di rendere omaggio, di non dimenticare, di testimoniare una doverosa solidarietà, una condivisione necessaria, o se si tratti invece

Ritornare a Parigi (sei)

  Salgo la scala della metropolitana, uscita Place de la République, e so di avere il monumento dei fratelli Morice alle mie spalle. Lo so perché quest’uscita l’ho fatta un bel po’ di volte, ma anche mi fosse stata sconosciuta, me lo avrebbe confermato la signora in piedi alla fine della scalinata che sbocca sulla piazza. Sta inquadrando qualcosa qua dietro e quel qualcosa, qui, può essere una cosa sola. La aggiro che sta ancora con le braccia tese in alto, lo sguardo all’insù a controllare che sul display tutto sia a posto, che la Marianna in bronzo non strabordi il margine, che ogni cosa là sotto, ai piedi del monumento resti dentro alla cornice della foto che poi metterà su Instagram o Facebook o chissà dove. Le passo dietro e scatto subito una foto anch’io, facendo però molta meno attenzione della signora che finirà sull’angolo destro inferiore della mia inquadratura. Scatto, poi abbasso l’iPhone, lo metto in tasca e lo sostituisco con il taccuino e la penna. Il monumento simbolo della République è lì, non più soltanto monumento storico ma memoriale vivente di questo presente, dalla sera del 7 gennaio 2015 in poi, alimentato di continuo, momento dopo momento, da piccoli gesti di memoria, il tentativo, riuscito, di rendere concreto il ricordo, un pensiero, un’emozione, un sentimento. Même pas peur, vedo subito, scritto su uno striscione in plastica, dove la A di pas è una Tour Eiffel formato smile che fa uno sberleffo, e poi una bandierina del Portogallo e tante francesi attorno, fiori secchi, fiori freschi, fogli incollati alla circonferenza del piedistallo o appoggiati accanto all’anello infinito di lumini multicolori, bicchieri, vasi, piantine, cuori in plastica, penne. Una signora coi capelli bianchi è in piedi sopra al piedistallo, con il manico di una scopa cerca di togliere non so bene cosa dal canalino che circonda il monumento, toglie cartoni imbevuti d’acqua, mette ordine, insomma. “La manutentrice della memoria”, la definisco sul taccuino.

 Una giovane giornalista si avvicina per intervistarla, allunga il microfono verso l’alto, verso la manutentrice della memoria, che non riesco a sentire ma provo a immaginare le sue parole. Però non le scrivo. Ci sono tanti ragazzi a girare attorno al monumento, si fermano, indicano qualcosa, scattano qualche foto. I loro volti hanno un’espressione intensa, concentrata, grave. Turisti e parigini, adulti e studenti. Mi hanno detto che è così sempre, ogni giorno, e che nei week end ci sono dei veri e propri raduni spontanei, con canti, recite, letture. Il selciato è lucido dalla pioggia che dev’essere caduta mentre stavo sotto, in métro, il cielo è nero, eppure, di lato, dalla rue du Temple, un raggio di sole illumina la piazza, una giovane coppia sussurra qualcosa ai propri figli, e intanto i due più piccoli non staccano gli occhi dal disegno di una Tour Eiffel colorata di blu bianco e rosso e la sorella più grande muove le labbra pronunciando a se stessa le parole di Imagine, di cui sta leggendo il testo da un foglio incollato giù in basso, un altro gruppetto di studenti sta passando in rassegna passo dopo passo i nomi con le iniziali del cognome delle vittime degli attentati incollati alla base più piccola del monumento. Oltre ai nomi, Liberté e paix mi sembrano essere le parole più frequenti. Immaginando il monumento come se fosse un quadrante, a ore quindici, lato rue du Faubourg du Temple, c’è una manciata di ragazzotti imbecilli che giocano a pallone. La piazza è enorme e potrebbero tranquillamente spostarsi più in là. Ma lo stanno facendo apposta, è evidente. Palleggiano comunque con maestria un pallone blu scuro con lo stemma del Paris Saint Germain. Fa un freddo pungente eppure le decine e decine di persone di persone che come me continuano a girare attorno al monumento, (tutti in senso orario) sembrano non volersene andare, non potersi allontanare. Staccarsi da lì e ritornare alla normalità, alla quotidianità sembra quasi un oltraggio.

Lo avevo già individuato prima quel signore coi capelli bianchi che si aggirava anch’egli, come la manutentrice della memoria, sulla base del piedistallo che circonda il monumento. Ha in mano un sacchetto di plastica verde, di quelli della spesa e, dentro, il sacchetto è pieno di pennarelli. All’ennesimo giro attorno al memoriale lo sorprendo mentre ricolora il blu di un tricolore su un grande foglio bianco, plastificato immagino, con su scritto Paris ne pleure pas, le méchants c’est eux, ritocca il blu e poi il rosso, probabilmente scoloriti dalla pioggia di poco fa, il manutentore dei colori della memoria, scrivo sul taccuino, una specie di pronto intervento del ricordo, la coppia coi capelli bianchi. Una ragazza giapponese se ne infischia dell’umido che c’è per terra, si inginocchia e legge una lettera contenuta in una cartellina in plastica e scritta da chissà chi, quel che dice non lo so, ma vedo quelle parole rifrangersi in increspature dello sguardo della ragazza, in incrinature delle sue labbra, in inclinazioni della sua testa, dietro di lei un ragazzo con le cuffiette è incantato da qualche minuto, immobile, lo sguardo al contempo verso il monumento e verso il nulla, incantato, immobile. Non so da quanto tempo sono qui, ormai, dopo decido di andarmene e mentre mi allontano sento il clangore di vetri infranti, mi giro e vedo uno dei ragazzotti imbecilli andare a recuperare il pallone in mezzo ai vasetti dei lumini, alcuni dei quali finiti in frantumi. Torno indietro quasi di corsa e mi piazzo davanti a lui, in piedi sul piedistallo, che sta per calciare il pallone ridendo. Lo guardo fisso negli occhi per due, tre, quattro, cinque secondi e alla fine non sorride più.

Ritornare a Parigi (cinque)

  Salgo in métro e quando posso mi siedo, o me ne sto in piedi, ma sempre nel fondo della carrozza, in uno dei due lati. Non si tratta di una scelta motivata. Ho sempre fatto così, dentro alle metropolitane. Per questo mi trovo un po’ spaesato dentro ai nuovi convogli della linea 1 o della linea 4, dei lunghi serpentoni aperti senza porte o pareti divisorie. Mi piace starmene là dietro perché da sempre e spesso, al posto delle più ovvie pubblicità, capita che la Ratp appenda su in alto dei pannelli che pubblicizzano la bellezza di Parigi attraverso le parole di poeti e scrittori. Viene sacrificato uno spazio di guadagno per mostrare a tutti il volto letterario della città. Chissà quando mai capiterà a Venezia, per esempio, di vedere nei vaporetti dei pannelli con delle citazioni da Goldoni, da Thomas Mann, da John Ruskin, da Ian McEwan, da Tiziano Scarpa e, perché no, da Ferruccio Brugnaro, grande poeta, padre dell’attuale sindaco che – invece – considera la cultura come un oggettino da souvenir, tanto da avere abolito la figura dell’assessore alla cultura. Credo non capiterà mai, visto poi com’è amministrata l’Actv di oggi, che ha trasformato il rosso, il colore delle sue campagne pubblicitarie e degli abbonamenti, in color fucsia, il colore del movimento populista del sindaco. Chissà mai perché. E non c’è dubbio alcuno: il fucsia veneziano nulla ha a che vedere con la letteratura.

Ritornare a Parigi (quattro)

  Lo stato di emergenza, l’état d’urgence, come lo chiamano qui, mi sorprende lunedì mattina appena svoltato l’angolo fra la rue d’Auteuil e la rue Erlanger, diretto verso il métro, fermata Michel Ange Molitor. Fino a poco prima ero convinto che questa mattina sarei andato prima in Place de la République, a rendere omaggio a quel memoriale spontaneo e ormai permanente dove la gente continua a trovarsi, a riunirsi, a raccogliersi fin dalla sera del 7 gennaio 2015, dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Sarei stato lì per un po’, avrei osservato gli altri, letto i messaggi, riconesso – come ormai facciamo abitualmente – immagini viste nei media alla realtà circostante, e poi mi sarei diretto verso i luoghi del 13 novembre, sempre con quel dubbio lancinante, quella contraddizione inevitabile: da una parte il desiderio di rendere omaggio, dall’altra il rischio di fare un percorso morboso, voyeuristico. Questo mi ero ripromesso di fare, poi invece ho deciso di prenderla più alla larga, di procrastinare, ancora, forse nell’attesa di risolverlo, quel dubbio, e mi sono detto che questa mattina farò il turista e me ne andrò a Montmatre, linea 10 fino a Sèvres Babylone e da lì la 12 fino ad Abbesses.

Giro l’angolo con la rue Erlanger e lo so bene che subito, al numero 9, di là della strada, c’è un asilo. Ogni volta che ci passo davanti vedo le decine di trotinettes, di monopattini legati con la catena alla ringhiera e questa mattina, sui marciapiedi di qua e di là, ci sono decine di mamme che aspettano l’uscita dei figli, “protette”, di là e di qua, da due militari in assetto di guerra, giubbotto antiproiettile e mitragliatore impugnato in quel modo che mentre ci passi accanto ti dici sempre che se dovesse partire un colpo, non avresti scampo. Sarà per via della subitaneità con cui quell’immagine mi si è parata davanti appena svoltato l’angolo, sarà l’incongruenza incommensurabile che esiste nell’accostare anche solo con il pensiero due militari in assetto di guerra e dei bambini dell’asilo, fatto sta che ne viene fuori – in me, ma non solo, credo – un’immagine di assoluta violenza. Estetica, etica, morale, una delle tre, tutte e tre, fate voi. Non so se ogni scuola, ogni asilo, siano piantonati regolarmente. So che che ci sono continui allarmi bomba nei licei (e pare che i responsabili siano degli adolescenti smanettoni che hanno creato addirittura una applicazione in grado di provocare tali allarmi, nulla a che vedere con il terrorismo, quindi), e so anche che qualcuno sostiene che fra gli obiettivi dei terroristi uccisi nell’assedio di Saint-Denis ci fosse un asilo. Giustificabile dunque, viene da dire. Istintivamente forse, sì. Ma l’impressione, di fronte a quest’incongruo quadretto all’angolo fra la rue d’Auteuil e la rue Erlanger, è che saremo costretti a rivedere del tutto i parametri educativi costruiti lungo decenni. Che saremo costretti a fare passi indietro fatali. In nome della sicurezza. Ma ne vale davvero la pena?

Ritornare a Parigi (tre)

  A Parigi può anche capitarti, un sabato mattina, al cinema Panthéon, di rivedere dopo anni e pochi giorni dopo la scomparsa di Franco Citti, Accattone, il film di Pier Paolo Pasolini. Non solo. Ti capita pure di rivederlo in pellicola, 35 mm, cosa ormai rarissima. Talmente rara che le figlie di uno spettatore, nate e cresciute nel pieno di quest’epoca digitale, hanno chiesto al padre come mai il film facesse quello strano rumore. Un film pieno di polvere, la polvere delle periferie romane, la polvere della grana della pellicola, la polvere sonora del proiettore. Una meraviglia. Più meraviglie: Elsa Morante, che a un certo punto appare nelle vesti di una carcerata intenta a sfogliare un fotoromanzo, oppure Monica Vitti, presente con la sua inconfondibile voce, prestata nel doppiaggio ad Ascenza, la moglie di Accattone. Un’occasione rara, resa possibile grazie alla pubblicazione del libro Accattone de P. P. Pasolini, scénario et dossier, pubblicato dalle Éditions Macula di cui alla fine della proiezione, ha parlato uno dei suoi autori, Hervé Joubert-Laurencin, che ha interloquito con Paolo Modugno, dell’associazione Anteprima, e con me. Un gran bel sabato mattina.

Ritornare a Parigi (due)

In aereo è come se niente fosse. I borbottii sono tutti dedicati al ritardo di un’ora e mezza, dovuto a problemi tecnici (che quando ti dicono così non sai bene cosa pensare, e se sì, ti viene da pensare al peggio, al fatto un aereo è un assemblaggio di pezzi, e basta che soltanto uno di questi pezzi…).

Le due ragazze ai posti A e B, qui accanto a me, sono convinte che voleremo prima sopra al mare e poi sopra la Spagna. Evviva la geografia. 

Poi succede che uno si sente male e così si spengono i motori, torna la scaletta, il tizio scende, verrebbe da pensare “poveretto”, solidarizzare con lui, non fosse che fa parte di un gruppetto di giovinastri (più verso i quaranta che i trenta) in evidente addio al celibato, già con un notevole tasso alcoolico in corpo  e allora le maledizioni hanno un certo senso in questo caso. Mi hanno sempre fatto tristezza  queste goliardie, i divertimenti a comando, i festeggiamenti obbligatori. È anche per questo, fra l’altro, che sono in fuga dal Carnevale di Venezia. E allora, pensando a quel gruppetto di maschi in addio al celibato –tocca dirlo: evviva la “famiglia tradizionale”, no?

  Esco dal ritiro bagagli e noto con piacere che Schengen è intatta, funziona ancora, dall’aeroporto Charles de Gaulle si esce dritti, senza nessuno ostacolo. Devo percorrere tre, quattrocento metri lungo il corridoio che dal termina 2D porta al 2F, dove c’è la stazione dei treni. Lungo tutto il tragitto, nessuna presenza militare o di polizia, niente nella hall della stazione e nemmeno all’ingresso dei binari. A bordo della RER B, che porta a Parigi centro, soltanto passeggeri, l’unica cosa che inquieta è il segnale della chiusura porte, che in queste carrozze nuove scatta sibilante e prolungato, e solo passeggeri anche a Saint-Michel Notre Dame, dove scendo, e salgo apposta fino alla hall, per vedere se almeno lì, e anche qui nessuna traccia di divise. Giù di nuovo, un lungo tragitto sotterraneo fino a Cluny – La Sorbonne, a prendere la linea 10 direzione Boulogne, le porte delle carrozze vecchie di decenni, di quelle che si aprono con la maniglia a forma di manopola, la fai scattare all’insù e tac, sei dentro e dentro solo passeggeri, sia a bordo, sia fuori, a Michel-Ange Auteuil, dove scendo, scala mobile, due rampe, e finalmente respiro l’aria serale di rue d’Auteuil, il clochard che chiede l’elemosina, sullo scalino della banca, chiusa a quest’ora, sempre lì, immancabile, estate e inverno, e l’indiano, poco più in là, col suo minuscolo banchetto di frutta, dove non ho mai comprato nulla ma lui è lì, tutti i pomeriggi, e due metri dopo, sul marciapiede, l’adesivo verde scuro a forma di scarpa con lo stemma del Roland Garros, edizione 2014, sempre lì, indistruttibile, e poi il codice del portone che conosco a memoria, Daniela e Jean-Claude che mi accolgono, mi danno le chiavi del piccolo studio, accanto al pianerottolo, dove mi ospitano da anni e dove adesso sto ricopiando queste note e tutto sembra immutato, rassicurante, ogni cosa a suo posto, là fuori e qua dentro. Come se non fosse successo niente, e forse, dentro alle nostre quotidianità, dentro alle nostre esistenze – ce lo ripetiamo di continuo, se lo dicono i parigini – non è successo niente. Però è successo, invece, come se niente fosse.

Ritornare a Parigi (uno)

  Sto per ritornare a Parigi. Parto questo pomeriggio, ma ho voglia di scriverne subito, da Venezia, da casa. Questi miei andirivieni parigini sono diventati una consuetudine. Tre, quattro volte l’anno, e ogni volta dai dieci ai quindici giorni, per degli atelier di scrittura organizzati dall’associazione culturale Anteprima e la Mel, Maison des Ècrivains et de la Littérature, a cui di volta in volta si aggiungono convegni, conferenze, seminari (questa volta, domani, al cinema Panthéon, una tavola rotonda su Pasolini dopo la proiezione della versione restaurata del film Accattone, insieme a Hervé Joubert-Laurencin et Philippe-Alain Michaud autori di Accattone de P. P. Pasolini, scénario et dossier, pubblicato dalle Éditions Macula), ma anche, certo, visite ai musei e incontri con i tanti amici che ormai ho in quella città. Ma se è diventata una consuetudine, allora perché scriverne proprio oggi? Potrei rispondere dicendo che su Parigi c’è sempre qualcosa da scrivere, e non è certo la prima volta che lo faccio (c’è anche un ebook, nell pagina dei libr@, una serie di articoli scritti per il quotidiano L’Humanité nel 2010, scaricabile gratuitamente qui).

Ne scrivo oggi perché è la prima volta che ritorno a Parigi dopo il 13 novembre 2015.

Il 13 novembre ero rientrato a Venezia da pochi giorni, e molti credevano fossi ancora lì e si sono preoccupati per me, quella sera. Come ho scritto, non mi sono sentito affatto fortunato a essere rientrato da poco, ad averla scampata, come mi ha scritto qualcuno. Avrei voluto essere lì, accanto ai miei amici parigini, condividere con loro dolore e paura, domandarmi insieme a loro perché, consapevole non esista risposta. Qualche giorno prima di quel venerdì 13 novembre 2015 avevo lasciato una città che sembrava avere riassorbito le ferite di gennaio, le stragi a Charlie Hebdo e all’Hyper Casher, ferite che già a fine febbraio dello scorso anno, quando ci ritornavo per l’ennesima volta, erano quasi assenti, invisibili. Ero rimasto colpito da questo senso di citoyenneté a noi sconosciuto, a questo desiderio irrinunciabile di viverla, la propria città. Un sentimento, mi dicono, rimasto intatto anche dopo il 13 novembre 2015. Ecco, è quel sentimento che vorrei raccontare in questi giorni, dal punto di vista di uno che poche ore dopo le stragi al Bataclan e al XIeme arrondissement e allo Stade de France, ha scritto Je suis parisien. Vivere Parigi all’interno del suo stato d’emergenza permanente, con un parlamento che vuole inserire quell’emergenza nella costituzione, e con la consapevolezza – credo – che il sentimento parigino abbia davvero poco a che vedere con una quotidianità in stato d’emergenza.

    Jesus, morto nel giorno della memoria

     Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 2 febbraio 2016.


     C’è un romanzo di Jean-Claude Izzo, Il sole dei morenti, pubblicato da e/o, dove a un certo punto si legge: “Si alzò a fatica, trascinandosi fino alla fine del binario. Sgusciò dietro la fila di sedili di plastica, si sdraiò su un fianco, il viso verso il muro, poi si tirò il bavero del cappotto sulla testa e chiuse gli occhi. L’inverno che aveva dentro se lo portò via”. Basta sostituire sedili di plastica con panchina e muro con siepe, Parigi diventa Venezia, la metropolitana si trasforma nei Giardini di Castello, ma l’inverno è lo stesso e questa volta si è portato via Jesus Angel de Prada Alonso, un nome che non accosteresti mai a un clochard. È morto di freddo il 27 gennaio, giornata della Memoria, in quelle coincidenze che la vita sa raccontare meglio di qualunque scrittore, perché anche i clochard, durante la guerra, finivano nei campi di sterminio nazisti.Quella mattina in tanti siamo passati accanto alla panchina, a quel giaciglio improvvisato, dicendo a noi stessi che sì, dài, stava dormendo, che – sì dài, ovviamente – stava smaltendo la sbronza della sera prima. Così come facciamo per i migranti, evitiamo di chiederci o di immaginarci le loro vite, quali esistenze li abbiano condotti a scelte estreme. Racchiuderli in un’entità astratta, generica, ci rassicura, ci consola, ci assolve. Ora, col senno di poi, ora che conosciamo il suo nome, che ci siamo passati accanto come se nulla fosse, la vergogna ci assale. Ma è una vergogna a tempo, con data di scadenza immediata. Poche ore, o forse solo il tempo di scrivere queste righe e di leggerle, e già non ci ricorderemo più di lui, sarà solo una vaga immagine, che continueremo a tenere ai margini della nostra memoria, un cliché, quella di un uomo e i suoi cartoni, un uomo emblema, non un nome e cognome, perché i clochard sono solo dei clochard, e hanno nelle nostre menti tutti la stessa faccia anonima, da tenere distante da noi, lontana, ai margini. Ma nella mia memoria c’è un ricordo che resterà. Un clochard spagnolo, forse lo stesso Jesus Angel de Prada Alonso, forse no, che una mattina, in autobus a Mestre, vedendomi giocare a Parchis sull’iPad, comincia a cantilenarmi in piena cadenza castigliana dicendomi che noi italiani non possiamo sapere che cosa significa il Parchis e comunque che è proprio uno scandalo giocarlo su quel “coso”. Ha ragione, balbettai io, ma lui era arrivato alla sua fermata. Alla sua residenza di cartone, e scese. Continuo a pensare avesse voluto dirmi altro, con quella ruspante veemenza: il Parchis è un gioco basato sul portare a casa, al centro del tabellone, le tue quattro pedine, in salvo, evitando di essere “mangiato” da quelle avversarie.

    Sì, leggere o rileggere Il sole dei morenti di Jean-Claude Izzo, potrebbe essere un modo per ricordarlo, Jesus Angel de Prada Alonso, riportarlo al centro dai margini, in salvo dentro la nostra memoria, lui e tutti coloro che, quando li incrociamo, releghiamo con cura nella coda dell’occhio, timorosi non solo di guardarli, ma di vedere dentro ai loro sguardi quello stesso sgomento, quello stesso smarrimento che è dentro ciascuno di noi.

    Grazie sindaco Brugnaro, ma ora basta.

    C’è un dato che ha due tipi di lettura quando qui e sui giornali intervengo a proposito dell’ennesima perla fucsia sfoderata dal sindaco di Venezia: ogni volta gli accessi a questo sito decuplicano. Quando scrivo di libri, di viaggi, di musica, di qualunque altra cosa, i visitatori, quel giorno, sono un centinaio, a volte due. Quando scrivo del sindaco di Venezia, diventano mille, duemila, anche più. Ne saranno felici i pasdaran fucsia, pronti a dire che la notorietà del loro padrone “nutre” anche me. Hanno in parte ragione, anche se la lettura di questi dati è più complessa e credo che comunque, la maggior parte di quegli accessi sia per così dire “consolatoria”, di gente – tanta – che la pensa come me e ha voglia di sentirsi confermare il proprio punto di vista, la propria visione sull’argomento.

    Quindi, se da una parte mi lusingano tutti quei lettori, se mi piace vedere il grafico delle statistiche di wordpress che si impenna, il fatto che ciò accada solo se l’argomento è Brugnaro, be’, è deprimente. Allo stesso modo, mi fa piacere che i giornali riprendano quel che scrivo qui, come ha fatto domenica scorsa la Nuova Venezia, che ringrazio, ma, di nuovo, preferisco che i giornali si occupino dei miei libri, delle altre cose che scrivo, dei miei atelier di scrittura e non di me come ipotetico e vago oppositore del sindaco di Venezia. Non ho nulla da opporre, infatti, di fronte a tale soggetto, davanti a tale pochezza. O meglio, posso opporre soltanto le mie parole, messe insieme a cercare di far passare un pensiero, una riflessione. Parole, non parolacce, come fa spesso lui. Solo che poi, alla lunga, uno scrittore ha voglia di scrivere storie, e non di essere costretto a occuparsi di uno smargiasso a cui interessa solo fare il fenomeno ogni giorno, essere ovunque, sempre in mostra e raramente in municipio a fare sul serio il sindaco. Brugnaro sta facendo il (pessimo) testimonial di Venezia anziché rivestire appieno la sua carica istituzionale. Certo, queste cosa bisogna dirle. Scriverle. È doveroso. Ma cosa posso aggiungere dopo aver ripetuto a ogni occasione che il tizio Brugnaro Luigi, come si firma lui, è del tutto inadeguato a fare il sindaco di una qualunque città? Commentare e criticare ogni sua smargiassata sta quasi diventando un mestiere. Un mestiere che non mi piace. Perché è sgradevole occuparsi di una persona fuori luogo, fuori contesto, che riempie i suoi vuoti argomentativi a volte di nulla, spesso di volgarità. Per questo, ringraziando il sindaco per aver indirettamente aumentato il traffico di questo sito, ora basta. La smetto di occuparmi delle sue volgarità, delle sue ottusità, della sua inadeguatezza assoluta. Lo farò magari trasversalmente, occupandomi non di lui ma dei temi che riguardano Venezia. Egli è e sarà una sciagura per la mia città, fa e farà danni forse irrecuperabili, ma quel che dovevo dire l’ho scritto fin dalla primavera scorsa. Ora basta, ho un sacco di cose più belle e importanti da fare, da leggere e da scrivere. Gli accessi a questo sito diminuiranno, sicuro, ma, in tutta franchezza, non me ne importa un fico secco. 

    Perle fucsia. Giù la maschera, sindaco!

    La notizia è che nei giorni del Carnevale di Venezia, ai varchi di controllo col metal detector per l’ingresso in Piazza San Marco, bisognerà togliersi la maschera (e considerando che per molti si tratta di maschere dipinte sul volto, sono curioso di sapere come si procederà). Arriverete a quei varchi e qualcuno pronuncerà il fatidico: «Giù la maschera». Per motivi di “sicurezza”, dicono. Mah. 

    Questa disposizione è comunque stata  giustamente sperimentata in anticipo dal sindaco di Venezia, il sindaco del “ghea podemo far”. E lui ce l’ha fatta. Ieri sera, intervistato da Vittorio Zucconi a Radio Capital sul tema del Family Day, si è tolto la maschera di sindaco e ha mostrato il suo vero volto. Lui – che come tanti altri ipocriti cantori della “famiglia cuore e anima della società”, di famiglie ne ha avute due, con due diverse madri dei suoi figli – ieri è stato smascherato. Il suo vero volto è quello di un tizio volgare, ignorante, che replica insultando nel peggiore dei modi a chi gli aveva semplicemente detto: «sindaco, lei sta facendo una narrazione grottesca». Con una litania di insulti che nemmeno al bar sport, ha dimostrato di non avere alcuna idea della lingua italiana, né del significato delle parole. Inoltre, stava completamente travisando uno dei punti cruciali del progetto di legge sulle unioni civili, rendendo del tutto evidente il fatto di non averla letta, parlando per sentito dire. Luigi Brugnaro è questo: un tizio del tutto inadeguato non solo alla carica di sindaco, ma nemmeno capace di sostenere una conversazione elementare su temi all’ordine del giorno. Ieri sera ha tirato giù la maschera, ha mostrato il suo vero volto: l’arroganza di chi ignora, di chi non sa, di chi non è all’altezza. Esprimendosi in pubblico come nessuno mai deve fare. Luigi Brugnaro è anche l’assessore alla cultura di Venezia. Ascoltate questa registrazione e ditemi quale sia la cultura di questo tizio che indossa la maschera di sindaco, acquistata con una campagna elettorale faraonica e immorale.

    Una maschera, la sua, che oggi è l’immagine di Venezia nel mondo. E ci fa vergognare.

    Jean Echenoz e Tiziano Scarpa

      
    Il 2016 è incominciato con queste due nuove letture. Due romanzi – usciti il 5 e il 7 gennaio – di due scrittori che amo molto (due amici, anche, ma questo credo non incida poi molto sulle letture in questione). Il 5 gennaio è arrivato in libreria Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa (Einaudi, pp. 336, € 20,00), che poi è una rilettura, avendo avuto la fortuna e il privilegio di leggerlo un anno fa circa ancora manoscritto. Il 7 gennaio, nelle librerie francesi, è arrivato invece Envoyée spéciale di Jean Echenoz (Les Éditions de Minuit, pp. 320, € 18,50), che ho letto subito, il giorno della sua uscita, in ebook.

    Questa non vuole essere una recensione incrociata, anche perché mi rendo conto che non tutti, per motivi di lingua, possono affiancare le due letture (di sicuro, però, il romanzo di Jean Echenoz uscirà presto per Adelphi, il suo editore italiano: il libro è fra i più venduti in Francia e questo spero ne affretterà la traduzione e la pubblicazione). Di entrambi, separatamente, forse tornerò a parlare in futuro.

    Per ora, qui, mi piace sottolineare delle andature parallele, delle appassionanti coincidenze nelle scelte dei due autori: personaggi strani, stravaganti, protagonisti di vicende per certi aspetti strampalate, che affrontano tematiche importanti e lo fanno spesso attraverso momenti di pura comicità. Due storie che hanno al centro – cosa assai rara – due grandi scritture (qui potete leggere una pagina dal libro di Tiziano Scarpa) e che ci forniranno, alla fine, elementi preziosi per provare a capire qualcosa di più di questa nostra epoca. 

    Non una recensione, dunque, ma solo il desiderio di segnalare come la casualità che mi ha fatto affiancare queste due letture, mi abbia messo di fronte a due grandi romanzi, e mi abbiano dato entrambi la conferma dell’effervescenza dell’attuale letteratura europea. Una letteratura capace di guardare al presente con una lente che riesce ancora ad andare oltre, più in là. Avanti. 

    Due bellissimi libri.

    Auschwitz al Lido di Venezia

    Il 26 gennaio 2003, ho incontrato la signora Virginia Gattegno, deportata ad Auschwitz nell’estate del 1944. Fu il capo servizi della cultura a chiedermi di andare a quell’incontro. Io, ricordo, replicai dicendogli che un cronista sarebbe stato più indicato. No, replicò lui, fai lo scrittore, voglio che la racconti tu la sua storia. Aveva ragione, solo che poi, in poche righe, è solo un abbozzo di storia. L’intervista fu pubblicata sulla Nuova Venezia del giorno dopo. Non l’ho più riletta. Mi è ritornata in mente questa mattina, così come la mia visita alla Risiera di San Sabba, che avevo fatto un paio di anni prima e che potete leggere qui. L’ho cercata dentro vecchi hard disk e cd-rom graffiati. Poi l’ho ritrovata grazie al prezioso aiuto di Roberta de Rossi, giornalista della Nuova Venezia.



    Quella del 27 gennaio è la ricorrenza della vergogna dell’umanità. La giornata della memoria. Per non dimenticare, certo. Ma quando ciò si rende necessario, quando si deve sollecitare la memoria istituendo la celebrazione della liberazione di Auschwitz, allora significa che la memoria sta svanendo e va tenuta desta. Sta svanendo o, peggio, qualcuno sta cercando di farla svanire. Invece – vale la pena ripeterlo di continuo – il 27 gennaio dovrebbe essere sempre, ogni giorno. Dovrebbe. Ma all’umanità non è bastato neppure quello. Neppure la Shoah. A distanza di decenni lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo. Quando i russi sono entrati ad Auschwitz hanno provato gli stati d’animo più ovvi: la sorpresa, l’incredulità, ma soprattutto la vergogna di far parte di un’umanità capace di tanto. Chiunque, dopo Auschwitz, ha pensato “mai più”. Mai più così. Quel 27 gennaio 1945 lo ha raccontato bene Primo Levi nel romanzo La tregua, libro che Virginia Gattegno portava con sé nelle scuole quando andava a raccontare la sua storia. La storia di una sopravvissuta di Auschwitz. In vaporetto, verso il Lido dove la signora abita, sfogliavo un depliant dell’Einaudi dedicato alla giornata della memoria. Sono tutti i libri che la casa editrice torinese ha dedicato all’argomento, decine e decine, dal Diario di Anna Frank ai libri di Primo Levi, dalla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice a Vai a te stesso di Moni Ovadia. Guardo tutti quei libri e mi chiedo cosa si possa chiedere a una signora di ottant’anni che è stata ad Auschwitz. Nulla, mi dico. Oppure no: tutto, invece. Avrei dovuto sedermi di fronte a lei e chiederle di raccontarmi tutto. Perché è la prima volta che mi capita di poter parlare con qualcuno sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Perché anche la mia, di memoria, ha bisogno di essere nutrita di continuo. E invece, quando la signora Virginia – un’elegante signora che dimostra molto meno dei suoi ottant’anni – mi fa accomdare in casa sua, mi sforzo di tirare fuori domande che non siano banali o retoriche e che invece, alla fine, non possono che essere banali e retoriche. «In questa data – dice subito – mi aspetto sempre delle telefonate dai giornali, anche se le ricorrenze mi rendono nervosa». Sul tavolino c’è un fascicolo con su scritto “Giorno della memoria”. Il monito a noi tutti smemorati. Le chiedo subito di quel suo testimoniare in giro per le scuole. «Come la maggior parte dei superstiti io ho taciuto per anni. È ormai un dato acquisito, studiato. Ed è anche abbastanza facile spiegare il perché. L’ho chiesto a me stessa ma credo si possa dire anche per gli altri. In un primo momento c’è stata subito voglia di dimenticare. Nell’immediato dopoguerra ognuno aveva i suoi guai, i suoi brutti ricordi, pochi erano disposti ad ascoltare un reduce dai campi. E poi c’era anche una forma di pudore, il pudore delle vittime: uno non va in giro a gloriarsi di essere stato una vittima. Inoltre, c’era anche tanto scetticismo. Mio marito mi raccontò che mentre era in Egitto con gli inglesi vide uno dei primi documentari dai campi di sterminio e aveva pensato che fosse propaganda». Già, molti lo pensano anche oggi, ne sono convinti e vogliono convincerci. Alcuni storici revisionisti, per esempio: «Il fatto è che nessuno vorrebbe accettare Auschwitz», dice la signora Virginia. «Anche da questo forse arriva il revisionismo. Resta il fatto che chiunque lo neghi, oggi, è in assoluta malafede». Torniamo alle scuole, a questi giovani la cui memoria, non soltanto per colpa loro, oggi è sempre più debole. «Sì. Dopo anni di silenzio – anche in casa, con le mie figlie – ho incominciato a parlare. Qualcuno ha iniziato a fare domande. Insegnavo in una scuola elementare e le prime a invitarmi a degli incontri sono state le mie colleghe. Si è sparsa la voce, il mio nome nella comunità ebraica è conosciuto e ogni anno ce n’era più d’uno di questi incontri. E da lì, da quel momento si è come aperta una diga. Ho parlato molto, ma evitavo di raccontare gli orrori di Auschwitz, questo lo precisavo subito. Parlavo soprattutto del significato di antisemitismo, razzismo, xenofobia. Poi venivano le domande anche provocatorie da parte dei ragazzi. Non ho mai portato niente con me di scritto. Lasciavo che la cosa nascesse da sé fra me e loro. Spero che qualche seme sia riuscita a piantarlo qua e là – continua Virginia – Anche se, a dire il vero, se mi guardo attorno, dopo avere vissuto la seconda guerra mondiale, dopo essere sopravvissuta ad Auschwitz, dopo avere visto tutto quello che ho visto, è incredibile trovarsi qui alla vigilia di una nuova guerra (la guerra in Irak, ndr), con rigurgiti sempre più evidenti di antisemitismo in giro per il mondo che colgono al volo come alibi ciò che sta facendo Sharon nei territori occupati. Nemmeno a me piace Sharon, sia chiaro, ma questo non giustifica episodi ricorrenti contro le comunità israelitiche, soprattutto in Francia». Parliamo di cinema. Di Benigni che non ha visto e di Train de vie che invece ha amato moltissimo. Di quell’opera imponente di Steven Spielberg seguita a Schindler’s list, le interviste a tutti i sopravvissuti ai lager. Sono venuti anche qui da lei, i collaboratori di Spielberg. Poi, parliamo anche della Lega e di pacifismo. Finito il giro largo, che ho deciso di prendere mio malgrado, le chiedo di quei giorni. «Abitavamo a Rodi. Mio padre era nato a Salonicco e nel ’36 aveva avuto il posto di direttore della scuola ebraica di Rodi. Il primo impatto con le leggi razziali ci è arrivato attenuato. La deportazione invece è stata uno choc perché non ce l’aspettavamo, inoltre lì era impossibile fuggire. Ci hanno preso nel luglio del ’44. Mi sono salvata grazie ai piedi che avevo congelati, perciò i tedeschi non mi hanno portato con loro. Anche mia sorella è sopravvissuta. Poi, dal 28 gennaio siamo rimaste coi russi fino al luglio ’45. Siamo andate a Roma sperando di trovare qualche parente, che per fortuna c’era». Poi, dico qualcosa di poco comprensibile, qualcosa che vorrei chiedere ma che non mi riesce. «Come ho fatto a sopravvivere là dentro?», mi aiuta lei. Ecco, sì, confermo io. «Non lo so. Io se ripenso ad Auschwitz lo ricordo in bianco e nero: la neve, il cielo plumbeo, la cancellata scura. Non c’erano colori in quel campo. Non so perché sono sopravvissuta, non per la religione, per la fede, io non ero religiosa. Forse l’idea di non voler morire lì. Sì, questo. Non mi importava di sopravvivere, ma mi bastava non morire in mezzo a quel fango, anche solo un metro oltre i reticolati, ma fuori di lì». Non è più tornata ad Auschwitz, la signora Virginia. Forse è sempre rimasta lì. Quando esco mi rendo conto dell’imbarazzo che ho provato durante tutto l’incontro, e anche di un vago e per niente assurdo senso di colpa. Per questo, mi dico, tocca a noi tornare ad Auschwitz, perché c’è stata l’umanità intera, dentro a quei campi. Dobbiamo tornarci in ogni momento, la memoria sempre accesa. E non soltanto il 27 gennaio di ogni anno.