Aeroporto Marco Polo

Dunque, si dice in giro che l’aeroporto di Venezia sia il terzo aeroporto italiano. Ultimamente sono ancora in corso lavori di ammodernamento dello scalo. Il tutto viene svolto con dei pomposi annunci, con spot che sottolineano la qualità dei miglioramenti. Ora, sono a bordo di un volo Easy Jet diretto a Parigi e abbiamo già quasi un’ora di ritardo. Motivi? Prima è andata in panne la navetta che doveva portarci all’aereo. Trovata dopo una mezz’oretta la sostituta, pure a questa si rompono le marce. Con una terza, una ventina di minuti dopo, arriviamo finalmente a imbarcarci. Poi, quando finalmente è tutto pronto, non si parte perché il camioncino che deve caricare i bagagli ha il nastro trasportatore bloccato. Bisogna aspettare un “ingegnere” (così dice l’hostess) affinché lo ripari. L’equipaggio Easy Jet non riesce a trattenere le risate e noi passeggeri italiani mormoriamo con velata vergogna “Povera Italia”. 

Quel giorno quando Totti


In questo momento Francesco Totti sta ancora facendo l’ultimo giro di campo, all’Olimpico di Roma, dopo l’ultima partita della sua carriera. Qualche anno fa, nel libro I nuovi sentimenti (Marsilio, 2006), raccolta di racconti curata da Romolo Bugaro e Marco Franzoso, il mio, intitolato Solitudine, raccontava fra l’altro il suo rigore contro l’Australia, che fu decisivo nel cammino verso il titolo mondiale. Saluto così, riproponendo quell’estratto, i venticinque anni di carriera di Francesco Totti. 


Sull’ultrapiatto ad alta definizione di mio fratello, lo vedi quattro volte meglio del normale il pallone, sul cerchio del centrocampo, arrivare sui piedi di Francesco Totti al novantaduesimo e ventinove secondi. Zero a zero. L’arbitro ha concesso tre minuti di recupero. Che nazione è mai, dunque, una nazione la cui nazionale si fa eliminare ai mondiali dall’Australia? Sì, ci sono prima i supplementari, ma oggi l’Italia sembra non poter segnare mai. E ai rigori poi, si sa, l’Italia perde sempre. E anche Totti, sta perdendo. Perde tempo, con il pallone fra i piedi, lì nel cerchio di centrocampo che sembra diventato una specie di terra di nessuno, non sa se andare di là o di qua. Ci mette undici secondi a girarsi su se stesso, Francesco Totti, non so se una, due volte perché l’inquadratura stacca su Gattuso che dice qualcosa all’arbitro, poi ritorna su Totti che sembra non saper proprio che farsene, di quel pallone che, in quel posto lì, nel cerchio del centrocampo, a trenta secondi dalla fine, è nel posto più inutile al mondo. Va di qua e di là, Francesco Totti, e noi che guardiamo siamo rassegnati anche se dài dài dài esce dai denti stretti di tutta la nazione, perché è vero che alla fine, quando ci sono i mondiali ci sono solo i mondiali, soprattutto adesso, poi, che il referendum ha affossato il rubicondo e sgrammaticato ex ministro leghista e la sua riforma e porca miseria, andare avanti in questo mondiale quanto bello sarebbe. Dài, dài, dài, sì, e tra un po’ arriverà il fischio, fine. Ma un calciatore lo sa bene. Francesco Totti lo sa che, arrivati a questo punto, qualcosa devi tentare. E al novantaduesimo e quaranta secondi, Totti, di sinistro, fa uno di quei lanci che solo lui può e riesce a fare. Cinquanta metri, quasi tre secondi ci mette il pallone per arrivare sull’out sinistro, dove Fabio Grosso fa uno stop a seguire e si invola, il telecronista, al novantaduesimo e quarantaquattro, quando Grosso con un tocco all’interno di sinistro scavalca il numero 23 dell’Australia, dice che c’è ancora spazio per un traversone, che Grosso però non fa. Va avanti lui, entra in area di rigore, va ancora di più verso il fondo, e quando il numero 2 dell’Australia gli si fa incontro, Fabio Grosso cade. È il novantaduesimo e cinquanta secondi, quando l’arbitro indica il dischetto, io, mio padre, mio fratello, e anche mia madre, urliamo rigore coprendo la voce del telecronista che sta urlando la stessa cosa, coprendo con il nostro urlo tutta la nazione che in questo momento è solo quell’urlo lì che poi improvviso, si dissolve in un sussurro. Chi lo tira. Pirlo, Totti, chi? È il novantatreesimo e trentaquattro secondi quando la telecamera, dopo alcuni replay, dopo aver inquadrato un’australiana in lacrime sugli spalti, torna sull’area di rigore e lì, sul dischetto, c’è Francesco Totti, che ha ancora una placca di metallo dentro la caviglia sinistra, operata lo scorso febbraio. Al novantatreesimo e trentanove secondi l’arbitro consegna il pallone a Totti. Il telecronista dice che se questo è il mondiale di Francesco Totti, questo è il momento. Mio fratello si alza e se ne va. Mezza Italia, quella che di calcio ne capisce, sta ripetendo dentro di sé come un mantra speriamo che non faccia il cucchiaio, speriamo che non faccia il cucchiaio, speriamo che non faccia il cucchiaio. La partita è già finita. Nel senso che Francesco Totti può solo segnarlo il rigore. Se il portiere lo respinge non sarà valido prendere la ribattuta. C’è solo il tiro. Al novantatreesimo e cinquantaquattro la telecamera va sul volto di Francesco Totti che sta facendo un profondo respiro. Si avvicina, la telecamera, in un primo piano sempre più stretto, fino a quando inquadra un sorriso. E uno sguardo che dice sì… Mai visto nessuno, penso, sorridere all’arbitro mentre sta per prendere la rincorsa. E invece deve andare a spostare il pallone, Totti, leggermente più in là rispetto al dovuto. Interruzioni della drammaturgia che possono essere fatali, che prolungano l’apnea dell’ansia, che disinnescano la concentrazione, anche se Francesco Totti ha appena tirato un altro respiro profondo. Mentre la telecamera lo riprende di spalle tornare indietro, uno stacco. Gianluigi Buffon, il portiere, dall’altra parte del campo si è girato verso gli spalti, ha voltato le spalle alla scena, come mio fratello. Novantaquattro e undici. La telecamera adesso è strettissima sul volto di Totti, che sbuffa, guarda il pallone, si passa la lingua sulle labbra come fai quando stai per prendere una decisione, sbuffa di nuovo, stacco su un tifoso azzurro con le mani giunte davanti al viso e un ridicolo cappello tricolore sulla testa e quando torna su Totti, la telecamera adesso è sugli occhi di Francesco Totti. Non ricordo di avere mai visto uno spettacolo del genere. Il mondo intero sta guardando negli occhi Totti che sta per tirare il rigore più importante della sua vita. Guarda fisso il pallone per qualche secondo, poi, novantaquattro e diciannove, lo sguardo vira leggermente all’insù, questione di millimetri credo, guarda il portiere negli occhi. Io guardo lo sguardo di Francesco Totti e penso lo segna. Si volta per un momento verso l’arbitro che ha fischiato, un gesto che non mi aspettavo e che fa vacillare la mia convinzione precedente ma non c’è tempo. Totti è già partito, ha già tirato, ha già piazzato il pallone, calciato di destro, alla destra del portiere dell’Australia. Una nazione che oggi ha cancellato l’idiozia di un rubicondo e sgrammaticato ex ministro leghista e che ora è soltanto un urlo. Un monosillabo. Gol.

Da Tabucchi a Montpellier 

Al Salone del Libro di Torino ho partecipato da Parigi, all’Istituto Italiano di Cultura, una intensa e al contempo leggera (come avrebbe voluto lui) serata dedicata a Antonio Tabucchi, insieme a sua moglie, Maria José de Lancastre, suo figlio Michele, il suo traduttore francese Bernard Comment, il critico letterario Paolo Mauri e lo scrittore francese Adrien Bosc. Il direttore Fabio Gambaro ha condotto la serata, durata più del previsto, ma che tutti i presenti, credo, avrebbero voluto continuasse. Si è trattato di una delle anteprime del Salone sparpagliate per vari Istituti di Cultura in giro per il mondo. Riassumerla sarebbe un peccato, tante sono state le interpretazioni di lettura (e rilettura) dei libri di Tabucchi, i ricordi, gli aneddoti e, soprattutto, il percorso biografico che Maria José de Lancastre ha voluto mostrare attraverso una serie di foto, un album intimo, inedito e prezioso della vita di uno dei più grandi scrittori europei degli ultimi decenni (Antonio Tabucchi, scrittore europeo, era il titolo della serata). L’impegno politico e civile, i viaggi, Pessoa e il Portogallo, il doppio, l’anima, il sogno, tutti i temi dell’opera di Tabucchi sono stati toccati e io, in chiusura della serata, ho letto le ultime pagine del mio nuovo libro, Storie che accadono, che ho appena consegnato all’editore che me l’ha commissionato, La Contre Allée e al mio traduttore, Jérôme Nicolas. Ebbene sì, il libro cui ho fatto cenno qui a inzio marzo, che uscirà nella collana Fictions d’Europe, è un libro su Antonio Tabucchi. Non si tratta né di una biografia, né di un saggio. È, forse, quello che qui in Francia chiamano un récit, una forma narrativa ibrida. Uscirà in Francia il 24 ottobre 2017. E in Italia?, mi chiederà qualcuno. E in Italia non lo so. Forse nemmeno uscirà, chissà, anche se di questo si occuperà la mia agenzia letteraria, la Walkabout. Magari ne farò un’edizione autopiratata.

E da Parigi sono venuto a Montpellier, invitato alla Comédie du Livre, dove il mio editore, La Contre Allée, è la casa editrice ospite d’onore di quest’anno (nella foto l’accoglienza alla stazione, fra loro Julie, la studentessa di editoria che mi accompagnerà in questi giorni).

Subito, ho incontrato in hotel quattro cari amici scrittori: François Beaune (di Marsiglia), Alfons Cervera (di Valencia), Davide Enia (di Palermo) e José Carlos Llop (di Palma de Mallorca). Ieri sera, nel corso della serata inaugurale, abbiamo ripetutamente brindato all’uscita, proprio ieri, del nuovo libro di Davide, Appunti per un naufragio, edito da Sellerio e che io, subito, ho comprato in ebook per poterlo leggere immediatamente. Sono già a metà, e direi che si tratta di un libro importante e da non perdere. Basti solo dire che la storia si svolge a Lampedusa, che Davide ha frequentato per due anni. Solo questo fa capire il perché ho detto che è un libro importante. Ora vado: séance de dédicaces dei miei libri francesi. À plus. 

Perle fucsia. La vergogna veneta.


Venetisti. Arrivano, come ogni 25 aprile, a inquinare e offendere il nostro 25 aprile. Che vergogna. (Un’ennesima perla fucsia, ché il sindaco di Venezia, si sa, lo scorso anno era con loro sul palco, a mistificare la Storia. E quest’anno? Nonostante il divieto?).

Il mio 25 aprile è questo:

E questo:

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Venezia in serie B, grazie Pippo

Alla vigilia della prima giornata del campionato di Lega Pro, il 27 agosto 2016, ho scritto questo articolo, uscito sul Corriere del Veneto. Davo il benvenuto a Pippo Inzaghi, nuovo allenatore del Venezia, partendo da quella piacevole anomalia che lo avrebbe visto – com’è stato – unica e vera star del girone, cercato da tifosi e stampa prima di ogni altro giocatore. Credo non sia mai successo in passato nell’ex Serie C. Non  avevo mai postato qui l’articolo, lo faccio oggi, giorno in cui il Venezia è stato – da pochi minuti – promosso in Serie B. Non scrivevo di calcio quasi dai tempi di Giocando a pallone sull’acqua



C’è un’unica vera star nel campionato di Lega Pro che inizia oggi, quanto meno l’unica star del girone B e appartiene alla squadra del Venezia. Non si tratta di un giocatore, né del presidente italo americano Joe Tacopina. La vera stella della Lega Pro è l’allenatore degli arancioneroverdi, e risponde al nome di Pippo Inzaghi. A qualcuno ancora non sembra vero, e in effetti un po’ tutti, ricevuta la notizia, pensavamo a uno scherzo. Figurati se… Invece, era tutto vero. E anche a dirlo tutto, il vero, alla maggior parte di noi tifosi la prima cosa che è venuta in mente, dopo lo stupore, è stata quella maledetta tripletta che segnò al Penzo il 20 febbraio del 2000, in un Venezia-Juventus 0-4. Tre gol in dodici minuti e il primo, al 79′, segnato dopo che si era aggiustato ben bene il pallone con la mano. Un piccolo settore dello stadio balzò in piedi, tutti quelli – pochi – che si trovavano nell’asse visiva adatta per notare un gesto che solo alla moviola fu evidente, eclatante. Non l’avevamo mandato giù, da queste parti, quel colpo di mano che portò la Juve al raddoppio e tolse ogni speranza a un Venezia che fin lì aveva meritato il pareggio. Non serve scommettere che oggi, quell’episodio lì, oltre a essere caduto in una sorta di prescrizione dei ricordi, gli sia stato perdonato e con gli interessi. Pippo Inzaghi sulla panchina del Venezia in Lega Pro. Se ci pensate bene, sembra un’illazione o, quanto meno, uno scherzo. Che ci farà mai l’ex allenatore del Milan laggiù in fondo, in una categoria che è una sorta di caotico purgatorio dove può succedere di tutto, anche se guidi una squadra ben attrezzata? Da una parte di tratta di una evidente operazione di marketing, di immagine, ottima e indiscutibile, perché il nome Inzaghi è famoso in tutto il mondo e accostato a quello della città più amata al mondo, be’, mica male, no? Dall’altra però sembra un po’ una scorciatoia per provare a ritessere quel rapporto con la comunità dei tifosi smarritasi del tutto negli anni anonimi e ambigui a proprietà russa. Anni di delusioni tali da aver ridotto lo zoccolo duro della tifoseria a poche centinaia di affezionatissimi. E alla fine per ora non è nemmeno bastato il nome di Inzaghi (gli abbonati sono ancora pochi), perché lo sradicamento è stato davvero profondo. Servirà altro, magari coinvolgere finalmente sul serio quei veneziani che hanno fatto la storia recente del Venezia, come Paolo Poggi, ad esempio. Sarebbero stati fantastici anche come coppia sul campo, quei due, avessero mai giocato insieme, Poggi e Inzaghi.C’è però un aspetto che rassicura anche coloro che storcono il naso davanti all’operazione di markentig. A Pippo Inzaghi, nei mesi in cui ha guidato la panchina milanista, è sempre stata contesta la scarsa esperienza, la mancanza della solita e tanto decantata gavetta. E allora, chapeau a Pippo Inzaghi che sembra voler dire: “Mi avete rimproverato la mancata esperienza nelle seri minori? Eccomi qui”. Riparte dal basso, la star della Lega Pro, dimostrando umiltà, buon senso e capacità di rinuncia. Una rinuncia assai rara nel calcio di oggi: vedere del tutto ridimensionato il proprio guadagno. Ricomincio da tre, verrebbe da dire citando il grande Troisi. E non sono i tre gol che mise a segno in quella sciagurata domenica del 2000, ma ricomincio dalla terza serie, con una dose rara di umiltà e con la consapevolezza di quanto disastroso sarebbe per lui fallire questa occasione.

Sì, oggi Venezia ricomincia da Superpippo Inzaghi. E sarà davvero divertente.

Perle fucsia (e verdi) 

Il verde e il fucsia non stanno bene insieme. A dire il vero, il fucsia non si accorda a nulla. Né dal punto di vista cromatico, né, qui a Venezia, da quello politico. Il fucsia veneziano assomiglia molto al nero: dove passa copre tutto, azzera ogni sfumatura, offusca ogni luce. Cancella tutte le differenze. Appiattisce, uniforma. Mi riferisco, non si fosse capito, alla lista che fa capo (mai come in questo caso il sostantivo “capo” va preso alla lettera) al sindaco Brugnaro. Il verde è quello della Lega, che fa parte della maggioranza di governo, e in particolare mi riferisco all’assessora Zaccariotto che a dire il vero non so bene se sia ancora leghista o no, tanto risulta caotico il suo percorso politico. Ieri, ce ne fosse stato il bisogno, l’assessora mi ha dato conferma della devozione che la maggioranza di governo dimostra – smaccatamente – in ogni occasione al suo capo.


Ieri, dicevo, non sono ahimè riuscito a trattenermi dal replicare a un’iperbole dell’assessora Zaccariotto che chiedeva al Presidente della municipalità del Lido di riconoscere il ruolo determinante, decisivo, unico e supremo che il suo capo (in persona, lui e solo lui) ha avuto nella copertura del famigerato “buco del casinò” al Lido. Buco che in realtà il sindaco (ecco, casco anch’io nella devozione) ha solo coperto, dopo che altri hanno fatto il lavoro lungo, delicato e invisibile, di bonifica del terreno e molto altro. Le parole sono importanti a prescindere da chi le usa a vanvera, per questo sottolineo in persona.


Avrete notato come immancabilmente gli assessori e altri componenti la maggioranza di governo veneziana non facciano mai riferimento al lavoro collettivo della giunta ma esclusivamente a quello individuale del sindaco, il capo popolo. Un ostentato atteggiamento di devozione che è difficile immaginare sia spontaneo. A questo proposito nelle repliche che l’assessora mi ha rivolto, salta agli occhi un obbrobrio non soltanto grafico: SINDACO BRUGNARO tutto in maiuscolo. Quel che se ne trae l’ho detto direttamente a lei e potete leggerlo nelle immagini qui sotto. Sorvolo sulle immancabili offese, tipiche dei populisti quando – sempre – di fronte alle critiche sono a corto di idee, di parole, di argomentazioni, quindi io, all’assessora Zaccariotto, faccio ovviamente pena. Hélas. 

Perle fucsia e criminalità organizzata 

Qualche giorno fa il sindaco di Venezia si è di nuovo distinto in ciò che gli riesce meglio, ha twittato a rotta di collo nei confronti di due giornalisti: Maurizio Dianese e Stefano Ciancio. Una serie di tweet dei suoi: privi di argomenti e colmi invece di arroganza e di astio. La causa: un articolo di Maurizio Dianese sulla presenza della criminalità organizzata nell’isola del Tronchetto.Davanti a un giornalista come Maurizio Dianese, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, dovrebbe soltanto inchinarsi. E tacere. Inchinarsi di fronte al coraggio e al valore di chi fa ancora il proprio mestiere senza timori, senza guardare in faccia nessuno, seguendo soltanto la propria onestà inetllettuale e portando avanti con rigore l’unico vero compito di un giornalista: informare, cercando a ogni costo la verità. Maurizio Dianese sa fare benissimo tutto questo e lo fa da sempre. Memorabili sono alcune sue inchieste che, dalle pagine del Gazzettino, sono diventate libri fondamentali, su Porto Marghera, sulla mala del Brenta, su Piazza Fontana. Alcune di queste sue inchieste le ha firmate assieme allo scrittore, e oggi presidente della Municipalità di Marghera, Gianfranco Bettin. Entrambi sanno cosa significa dire la verità: la malavita li ha spesso presi di mira, minacciati, ma non li ha certo fatti tacere. E non è un caso che entrambi, da tempo, mettano in evidenza le infiltrazioni mafiose in atto all’isola del Tronchetto. L’ultimo articolo su questo tema, Maurizio Dianese lo ha firmato pochi giorni fa, e il sindaco (appena rientrato da un lungo viaggio d’affari – suoi – in Brasile…) non ha trovato niente di meglio che replicare con il suo classico stile: il dileggio via twitter. Conosco bene questo suo procedimento che egli mette puntualmente in atto appena uno osa criticarlo. Sono stato una delle sue prime vittime. Tu hai poco da argomentare, da puntualizzare, da approfondire. Non serve a niente, perché lui ha il suo sistema apparentemente formidabile: la butta in vacca, per dirla come piace a lui, e poi ti cancella. Con un fare, però, nell’insieme, che ha sempre un che di minaccioso, perché te lo fa arrivare dall’alto. Da un alto tutto suo: di uno che si sente essere “il capo”, l’intoccabile, il potente. Tutto suo perché lui potrà anche essere a capo delle sue aziende e dei suoi adepti, ma non potrà mai essere il capo di Venezia, il nostro capo, e – mai e poi mai – il mio capo.


Un sistema formidabile, dicevo, soltanto apparentemente, perché anche in questo caso l’autogol del sindaco è lampante. Intanto perché non se la prende con un “intellettuale da strapazzo” come il sottoscritto (la definizione me l’ha affibbiata lui), che mi limito ogni tanto a esprimere delle opinioni ovviamente discutibili, di certo innocue. No, questa volta egli si rivolge a un giornalista che in tutta la sua carriera ha dimostrato una limpidezza ineccepibile e, inoltre, ha liquidato via twitter un argomento delicatissimo. Del resto, il tono del suo tweet la dice lunga, oltre a dimostrare la sua totale ignoranza del significato di etica.

Tutti sanno quel che penso di questo Luigi Brugnaro (ho iniziato a scriverne fin dal primo giorno in cui ha deciso di candidarsi) diventato in qualche modo sindaco della città più bella del mondo. Lo trovo inadeguato per mille motivi, dannoso per mille altri, capace di dare il colpo di grazia a una Venezia che da tempo sembra aver preso una deriva ineluttabile. Ho scritto anche di essere stanco di doverlo incalzare ogni volta che fa o dice qualche sciocchezza. Abbiamo tutti di meglio da fare. Solo che poi a volte non puoi far finta di niente, e questa è una di quelle. Questa volta è doveroso dimostrare a Maurizio Dianese tutta la solidarietà e l’amicizia che merita da sempre. E di allargarla anche a Stefano Ciancio che, avendo scritto un post in difesa del giornalista del Gazzettino, si è preso la sua buona dose di insulti via twitter dal sindaco fucsia. A me non arriveranno più, ho già dato: lui ha deciso un anno e mezzo fa (qui il racconto) che non vale la pena leggermi. Sapete, questi intellettuali da strapazzo…

Storie che accadono, forse

Questa foto è stata scattata ieri nella sede della casa editrice di Lille, La Contre Allée. L’ha scattata il direttore editoriale, Benoît Verhille. La Contre Allée ha pubblicato nel giugno 2016 il mio libro Venise est lagune (uscito in Itala solo in formato ebook da Feltrinelli nella collana Zoom). La foto coglie il momento della mia firma sul contratto per il prossimo lbro che pubblicherò con loro. Foto e notizia, diffusa sui social dalla mia agenzia letteraria, la Walkabout, ha messo in agitazione i miei venticinque lettori. Forse agitazione è una parola esagerata. Però, abituati alle mie lentezze, alla mia reticenza riguardo a quel che sto scrivendo, pare averli spiazzati. Il fatto è che, guardando questa foto, spiazzato lo sono anch’io. Fino a un paio di settimane fa nemmeno io avrei mai pensato che pochi giorni dopo mi sarei ritrovato a firmare un contratto per un nuovo libro. Soprattutto per un libro che a tutt’oggi, quasi non esiste. Benoît Verhille mi ha telefonato poco più di quindici giorni fa, ero in vaporetto e mi ha detto se mi interessava partecipare a Fictions d’Europe. Lì per lì ho pensato a un convegno o a qualcosa del genere, e quando si tratta di un invito in Francia, dico subito di sì. Poche parole e ho capito che non si trattava di un convegno, né di un festival letterario. Poche altre et voilà, Fictions d’Europe è in effetti una collana de La Contre Allée che conosco bene ma che lì per lì, in vaporetto, non mi è venuta in mente. Pubblica testi in un preciso formato e con un numero sempre uguale di pagine, testi che abbiano presente in maniera del tutto libera il tema Europa. Finora ha pubblicato una manciata di titoli, fra cui quelli molto belli del francese Arno Bertina, del greco Christos Chryssopoulos e del portorghese Gonçalo M. Tavares. Tu potresti essere il primo italiano, mi ha detto Benoît. E io ormai avevo detto subito sì, a quell’ipotetico convegno. Non sarei comunque tornato inidetro sulla mia risposta perché a volte fanno davvero bene le consignes, come le chiamano qui. Avere un tema, una quantità di spazio precisa, una data di consegna. E per il mio, tempi strettissimi, uscita prevista: ottobre 2017. Una sfida bellissima, per uno degli scrittori italiani più lenti di sempre. Quel giorno ho riattaccato e ho incominciato subito a cercare un’idea. A Benoît non interessava sapere a cosa stavo pensando. Lui quando sceglie un autore lo fa perché ne ha piena fiducia, e questo suo atteggiamento responsabilizza ancor più l’autore. Me, almeno. Comunque il giorno dopo gli ho mandato un sms con tre ipotesi. Lui naturalmente non ha espresso preferenze e il giorno dopo l’ho chiamato, gli ho detto che avevo deciso. Per quale delle tre? mi ha chiesto. Per la quarta, ho risposto, e si è messo a ridere. Ho incominciato subito a scrivere, anche se di questa storia avevo già molti appunti, una di quelle storie possibili da raccontare, un giorno, di quelle che metti in archivio e poi un giorno chissà. Così, ho interrotto il romanzo in cantiere da anni, e non ho più smesso di scrivere. Presto, è arrivato anche il titolo. Ciò detto, accanto al titolo, qua sopra, ho aggiunto un forse, perché il finché non vedrò la fine, il forse è doveroso, necessario.Il fallimento è sempre in agguato. Ecco, cari venticinque lettori. Questa è la lunga didiascalia alla foto che se non vi ha messo in agitazione, vi ha comunques sorpreso e incuriosito. Molti mi chiedono se il libro uscirà anche in Italia. Non lo so, tocca aggiungere un altro forse. E non solo uno, forse.

Venezia, oggi, a Parigi

Sono a Parigi, come al solito ormai, da anni, in questa veste di fuori sede a metà. In metropolitana, sulla linea 10 (ve li ricordate i buontemponi che anni fa volevano la sublagunare? Perché a certi lobbisti mica basta solo il Mose…) sto andando al Cinema Panthéon dove verrà proiettato il film di Andrea Segre, Io sono Li, che i francesi – furbescamente – hanno trasformato in La petite Venise. Parlare di Venezia, insieme allo scrittore svizzero Matthias Zschokke, partendo dai nostri libri, il suo Trois saisons à Venise (ma il titolo originale in tedesco è Die strengen Frauen von Rosa Salva) e il mio a, che però ha lo stesso titolo anche in italiano. Parlare della Venezia di oggi davanti a chi, giustamente, non ne vede che la bellezza, è un po’ doloroso. Partirò dal titolo furbetto scelto dai francesi per traslarlo alla vera Venezia (e non alla Chioggia del film) e invertirlo. Dirò quanto Venezia stia diventando piccola, piccola fisicamente, la sua fragilità, incapace di contenere i milioni di persone che la vogliono vedere. Sempre più piccola, minuscola davanti all’invasione delle grandi navi, insulsi mastodonti ritratto di un’epoca bislacca. E piccola, piccolissima moralmente, vittima della stolta visione di chi oggi la amministra con arroganza, ignoranza, incapacità e malafede. Difficile – e, ripeto, doloroso – parlare di questa Venezia davanti a sguardi che appena la nomini vanno in brodo di giuggiole, ammantati – e come non capirli – dalla bellezza, dal continuo stupore, dalla storia. Ma bisogna farlo. E per scrivere queste righe sono pure sceso alla fermata successiva. Olé, on y va

Ciao Pirata, tredici anni fa

Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani. Scrissi questo testo, che credo uscì sui quotidiani del Gruppo Espresso o sul Manifesto, non ricordo. L’ho ritrovato oggi, e lo ripubblico qui. Col senno di poi ci sarebbero tante cose da aggiungere. Ma vorrei rimanesse la fragranza dell’immediato, di queste righe che scrissi non appena giunse la notizia di un suicidio che oggi tanti rimettono in discussione. 

CIAO PIRATA

E adesso non toccatelo. Non scalfitene l’immensità con il solito moralismo da quattro soldi. Sì, perché Marco Pantani se n’è andato da Pirata. Da eroe delle salite. Da vincitore. Perché il percorso verso l’annientamento non necessariamente è una discesa. Per uno come Marco Pantani è il contrario. Per arrivare al gesto finale, quello definitivo, estremo, tocca affrontare mille Mont Ventoux, mille Passi Pordoi. Tocca avere un coraggio immenso.

Smettetela perciò con quei discorsi sulla fragilità, sulla depressione, sulle cattive compagnie. Ma cosa volete saperne, voi, noi, seduti panciolle davanti alla tv a guardare immagini di repertorio, commossi e sconvolti, certo, ma subito pronti a puntare il dito, a sottolineare i “l’avevo detto io”. Il Pirata è lui, non noi.

Marco Pantani è sempre stato solo. È la meravigliosa maledizione dei grandi campioni, la solitudine. In uno sport pur di squadra come il ciclismo, il suo ineluttabile destino era quello di prendere e andarsene via. Da solo. La strada saliva e lui la spianava a colpi di pedale. Lo sguardo puntato dritto avanti a scandagliare un traguardo lontano, i denti stretti a digrignare polvere e fatica. Bastava un avvallamento, a Marco Pantani, per allungare su tutti gli altri. “Lo faccio per abbreviare la fatica”, disse un giorno, in una delle definizioni più belle e autentiche che siano mai state fatte sul ciclismo. E la conosceva bene lui, la fatica. Non solo quella delle salite, no. Anche quella degli incidenti, dei mesi d’ospedale, delle lunghe convalescenze. La conosceva, lui, la sofferenza. Era la sua aria. L’essenza.

Ha pagato più di tutti, questo sì. E forse l’unica cosa da rimproverargli è stata quella di non aver parlato, non aver confessato e denunciato nulla dopo la squalifica a un Giro d’Italia che stava dominando, quel 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, di non aver contribuito a fare chiarezza sul doping. Dicono che da quel giorno non sia stato più lui. Macché. Dicono che da mesi fosse irriconoscibile. Solo perché voleva starsene per i fatti suoi, lontano dalla bicicletta e da un ambiente che forse non lo voleva più.

La retorica vuole che il campione debba essere sempre bello e pulito. Ed è così. Marco Pantani è stato un campione bello e pulito. Non dal punto di vista della retorica, ma della vita, che ciascuno di noi bene o male sceglie di vivere fin da quando viene al mondo. Marco Pantani ha scelto di viverla da Pirata. Fino alla fine.

Librerie veneziane (che chiudono)

Un mio editoriale pubblicato il 19 gennaio 2017 sul Corriere del Veneto, dove si parla di vere librerie veneziane che chiudono e di una finta libreria veneziana definita la più bella del mondo.


L’immagine è desolante, arrivi poco prima di Campo San Giovanni e Paolo e là dove l’occhio coglieva puntuale i colori delle copertine e dei titoli della Librairie Française, ora c’è solo del grigio, a oscurare la vetrina. Niente più colori dei libri, niente più storie, niente più quella sensazione, guardando la vetrina, di essere a Parigi, e poi entrare e comprarne qualcuno, per affinare il tuo francese, o anche solo provare a capirne qualcosa.È l’ennesima libreria a chiudere a Venezia, fra l’indifferenza generale, soprattutto delle istituzioni cittadine. Questa strage culturale non riguarda soltanto Venezia, ma Venezia è la città dove è nato il libro e un minimo di riguardo in più non guasterebbe. Sono tanti i motivi che costringono i librai a chiudere, ma c’è una questione di fondo, al contempo assurda e sciocca: considerare la libreria come un puro esercizio commerciale. Il libraio è da sempre un vero e proprio operatore culturale che offre ai cittadini del territorio ciò che le istituzioni non offrono più da anni e anni: promozione (e produzione) culturale. La sua è una funzione educativa. Per le istituzioni cultura è sinonimo di museo, di patrimonio artistico, qualcosa insomma di facilmente monetizzabile. Per quale motivo le librerie non possono usufruire, almeno a Venezia, delle stesse tutele di musei e chiese? Forse perché continuiamo ad avere un “ministero dei beni culturali”, che con questo nome si occupa soprattutto del patrimonio artistico e storico, e non invece – come altrove – un “ministero della cultura”, che dovrebbe dedicarsi anche della produzione culturale e della sua diffusione.

Il paradosso è che, mentre le vere librerie chiudono, i media italiani e internazionali, stanno esaltando un vero e proprio magazzino che, non lontano da dove stava la bellissima libreria francese, ha montagne di libri accatastati alla rinfusa, trattati come si trattano le cose smesse che butti in soffitta, ma siccome si affaccia su un canale, e dentro c’è una gondola piena di libri, e libri sono usati come oggetti qualunque, e il “libraio” sembra un pirata, viene definita la più bella libreria del mondo. E purtroppo pure da addetti ai lavori: scrittori, editori, lettori di professione. No, alt. Il mestiere di libraio è una cosa seria, così come le librerie. La “libreria” in questione ha il nome suggestivo di “Acqua alta”, e non può nemmeno considerarsi un bouquiniste (quelli che vendono i libri usati sulle rive della Senna, per esempio), che hanno l’amore per i libri e con passione li mettono in ordine, li proteggono. Li leggono. Ecco, la mitizzazione di “Acqua alta” conferma la visione sempre più frequente della cultura come folclore, oltre a ribadire l’immagine-cartolina di Venezia. Potrebbe benissimo essere la “libreria” veneziana della finta Venezia di Las Vegas. Intanto, la vera Venezia si spopola e al posto delle vere librerie aprono ristoranti.

Certo, se dobbiamo considerare autentico quello studio che dice che il 70% degli italiani sono analfabeti funzionali, cioè non in grado di riassumere, interpretare, criticare, e quindi di capire ciò che hanno letto sul giornale o sentito alla tv, allora ai librai non resta che cambiare mestiere: la gente non legge, non si informa, non approfondisce e vota sistematicamente (ovunque, ormai), per i candidati più improbabili. Avvilente. E allora, che si fa? Ci si rassegna?

Il ragazzo con la rana

Ieri, un post della consigliera comunale Monica Sambo, che pubblicava questa foto di Punta della Dogana quando ancora c’era l’opera Il ragazzo con la rana, di Charles Ray, ha riaperto un annoso dibattito: quello sul recupero di quel luogo da parte dell’imprenditore francese François Pinault e sulla tanto odiata scultura, rimossa a un certo punto e sostituita con un lampione, copia di quello che stava lì in origine. Al di là del fatto che il restauro di Tadao Ando è a mio avviso meraviglioso, e che, sempre a mio avviso, Venezia città d’arte poteva anche permettersi di lasciarlo lì, il ragazzo con la rana, al di là di questo credo che il vero tema, ogni volta che si parla di Punta della Dogana, è e deve essere il mecenatismo. L’imprenditore François Pinault investe il suo denaro per offrire al mondo intero spazi di cultura e di creatività. E non fa politica. Vorrei fossero tutti come lui, io, gli imprenditori, e non beceri personaggetti che a un certo punto si sentono talmente onnipotenti da credere di poter fare politica. Ci riescono, ovvio, sono ricchi, e quando decidono di “scendere in campo” dall’alto delle loro fortune, fanno campagne elettorali faraoniche, solleticano gli intestini dei loro elettori con discorsetti insulsi e demagogici e xenofobi, li fanno sentire ignoranti come loro in modo da potersi riconoscere, parlano lo stesso povero linguaggio, si identificano gli uni agli altri. È un meccanismo perverso e indegno che però funziona da decenni. Ne sappiamo qualcosa noi italiani e, da un paio d’anni, in particolare noi veneziani. Per questo non finirò mai di ringraziare François Pinault. 


Aggiungo l’editoriale sull’argomento che scrissi per il Corriere del  Veneto del 4 giugno 2009.

Dovremo abituarci, al ragazzo con la rana, l’opera di Charles Ray che da ieri trionfa sulla Punta della Dogana di Venezia. E ci abitueremo, così come ci siamo abituati al Ponte della Costituzione, il ponte di Calatrava. Il quotidiano Le Monde di oggi dedica una pagina intera al nuovo museo di François Pinault. E così come il giornale francese ha sempre criticato le scelte fatte dal magnate riguardo Palazzo Grassi, ora esalta l’insieme della struttura progettata dall’architetto Tadao Ando e la scelta delle opere al suo interno. Non passerà molto, invece, all’arrivo delle polemiche tipicamente veneziane. Forse sono già incominciate ma, per fortuna, quassù, in Francia, non si sentono. Accadrà quanto successo per il Ponte di Calatrava, anche se in questo caso non sono stati spesi soldi pubblici. Ci sarà chi griderà allo scandalo, chi parlerà di lesa bellezza della Serenessima e chissà cos’altro. È sempre il solito dibattito su cosa si può fare e cosa no, a Venezia. Dibattito infinito. Quando ci vivi, dopo qualche anno una cosa diventa ben chiara: siamo noi veneziani – gran parte di noi – a volerne l’immutabilità. Per un semplice motivo: abbiamo capito che così com’è, senza pensarci troppo e senza troppi sforzi, la città è vendibile a peso d’oro. Guai perciò mutarla di un solo millimetro. Chi la ama sul serio, ormai, sono gli stranieri. Non i turisti, no. Quelli che scelgono di viverci. Quelli che prendono casa a Castello o a Cannareggio, non certo sul Canal Grande. Si incaricano, nel loro piccolo, di recuperi formidabili di luoghi che i veneziani avevano abbandonato al loro destino. Così, mentre la gran parte dei veneziani vende Venezia al chilo, o al trancio, c’è chi questa città la ama, la coccola. la recupera. Un po’ come François Pinault, insomma, che ha ristrutturato e rivitalizzato un luogo che da decenni ormai era solo un rifugio per le pantegane. E ben vengano allora gli imprenditori che investono nella cultura anziché – che so – nel calcio prima e nella politica poi. Imprenditori che investono nel futuro anziché spremere fino al midollo il presente. Così, questa giunta Cacciari non passerà alla storia – per fortuna – solo per le trovate del suo vicesindaco sceriffo, o per i mesi del decoro della città. Resterà anche per queste nuove opere che hanno visto la luce in questi ultimi tempi. Opere che hanno cambiato il volto di punti cruciali della città. In meglio? In peggio? Li hanno cambiati, questo è l’importante. Perciò ci abitueremo presto al ragazzo con la rana, e impareremo ad apprezzare la nuova Punta della Dogana. Così come ci siamo già tutti abituati al Ponte della Costituzione. Perché Venezia, per fortuna, non è immutabile.

Centre Pompidou, 40 anni

Oggi 31 gennaio 2017, il Beaubourg, Centre Pompidou, il museo creato da Renzo Piano, compie quarant’anni. La prima volta che ci sono stato, era il gennaio 1982 e io, della generazione del Meccano, ne rimasi incantato. Ci passai dentro una giornata intera, e presi subito un bel po’ di appunti che per anni restarono solo delle paginette colme di ricordi di quel mio primo viaggio a Parigi. Qualche anno dopo, non tanti, cinque o sei, iniziai a scrivere dei racconti. Fra questi, cercai di scriverne uno anche sul Beaubourg che, alla fine, come altri racconti di quel periodo, diventò un capitolo del mio primo romanzo, Terra rossa, che uscì nel 1993 pubblicato dalla casa editrice Transeuropa. Il romanzo, ripubblicato nel 1998 da Fernandel e nel 2005 da Amos, è oggi introvabile (pare ne circoli qualche copia usata su Ebay) e non esiste nemmeno in ebook. Ripubblico qui quel capitolo. Buona lettura.



6. Beaubourg
Anche se sono passate da poco le due del pomeriggio, il piazzale di fronte al Beaubourg – o, se si preferisce, Centre Georges Pompidou – è pieno di gente, come al solito. Mi sono fermato all’edicola all’angolo fra rue Rambuteau e rue St. Martin a comperare l’ultima edizione dell’Equipe e il numero speciale di Tennis de France dedicato al Roland Garros. Davanti all’atelier Brancusi ci sono dei ragazzi che recitano e mi fermo a guardarli. C’è molta gente attorno e non riesco a sentire cosa sta dicendo la ragazza seduta sul cubo bianco che con la mano destra accarezza i capelli del giovane biondo seduto per terra di fronte a lei. L’ipotetico palco è occupato soltanto dai due attori e dal cubo. Mi piacerebbe restare ancora un po’ per vedere se qualcun altro entra in scena, magari un altro cubo di diverso colore per il giovane attore in posizione scomoda, ma sono scomodo anch’io e, dispiaciuto, me ne vado.
Quando arrivo quasi al centro del piazzale indietreggio di qualche passo e alzo la testa. Ogni volta che ci ritorno dopo tanto tempo ho bisogno di guardarlo nella sua interezza e ogni volta resto sorpreso da questo enorme parallelepipedo di vetro e acciaio lungo 166 metri, largo 60, alto 42. E ancor più sorprendente è pensare che in questo preciso momento lì dentro possano esserci 5 o 6 mila persone di tutte le età e di ogni razza. Con un po’ più di pazienza, credo, avrei potuto immaginare di ripartirli lungo tutti i sei piani, compreso quello sotterraneo e contare con esattezza, poi, quanti stanno salendo in questo momento sulle rampe del serpentone delle scale mobili esterne.

Entro.

Prima di dare atto al mio progetto (sedermi nella sala di musica, scegliere non so quale disco, infilare le cuffie e leggermi cosa sta accadendo nel torneo), decido di fare un giro per i piani. Comincio dalla libreria a pianterreno, ricavata da una specie di breve corridoio sempre intasato di gente e divisa in due corsie dal banco dei cataloghi di tutte le mostre organizzate al Centre dalla sua inaugurazione a oggi. Gli volto le spalle mentre sfoglio un romanzo che si intitola Longue vue, cannocchiale. A una trentina di centimetri dalla mia spalla destra fa bella mostra il catalogo di un’esposizione tenutasi al quinto piano dal 5 novembre 1983 al 23 gennaio 1984. Era lì anche l’anno scorso, quando avevo pensato di spedirlo in Brasile a Maria. Ci penso per un attimo anche adesso, potrei comperarlo e darglielo fra poco: alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto sulla lettera.

Al banco delle informazioni prendo il programma della settimana e leggo le notizie riguardanti le attività permanenti del Centre. Deve esserci una fantasiosa équipe addetta esclusivamente alla stesura degli slogan che cambiano ogni volta. Quello oggi più divertente riguarda la Bibliothèque publique d’information. Dice: “Per tutti e gratuitamente, una enciclopedia del tempo presente attraverso il libro, l’immagine e i mezzi più moderni della comunicazione”. Me lo leggo con il tono di un venditore di libri a domicilio e sorrido.

Salto la sezione dibattiti e cinema, oggi scadenti, e mi soffermo sui concerti e gli spettacoli. Concerti, niente. Alla Petite salle, invece, primo piano sotterraneo, alle 17 Les Comèdiens de l’Orangeries mettono in scena Un amour tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Scelgo di salire al quarto piano dove il Musée d’art moderne offre: “una prestigiosa collezione, delle grandi esposizioni temporanee. L’arte contemporanea in tutti i suoi stadi, conferenze, incontri fra i creatori e il pubblico. Animazione, formazione pedagogica”.

Intanto, sulla prima rampa delle scale mobili mi chiedo se è stato giusto tradurre états con stadi.

Il museo occupa uno spazio di 17.200 metri quadrati. Tutte le volte che ci sono stato, non sono mai riuscito a compiere il percorso netto, a visitarlo tutto. E oggi non ho proprio voglia di riprovarci: faccio un giro, mi fermo un po’ più a lungo solo davanti a un Mondrian, scendo giù.

Fu quando Alice stava cantando Spleen di Eric Satie e io stavo leggendo Tennis de France, che mi sentii battere sul braccio. (Avevo scelto Mélodie passagère cantato da una italiana forse per riequilibrare in qualche modo il fatto di trovarmi a Parigi). Tolsi la cuffia e in un francese americanizzato una giovane donna, che adesso so chiamarsi Kim, mi chiese se poteva dare un’occhiata a L’Equipe che tenevo appoggiata sulle ginocchia. La guardai trascrivere i risultati del torneo di tennis su quello che doveva essere il programma ufficiale e, alla vista di quel documento, non riuscii a trattenermi dal domandarle come mai ne fosse in possesso.

Così, ora, mentre al bar del quinto piano mi sta parlando dei tornei che ha seguito quest’anno, so che è americana, che è laureata in francese, che lavora per una ditta di abbigliamento sportivo e che non ne può più di sentirsi chiamare Basinger da amici, conoscenti, colleghi – e per un pelo anche da me se avesse ritardato di un attimo questo avvertimento. Intanto spero continui a parlare, che non mi chieda nulla. Non ho voglia di dirle perché sono qui, di raccontarle di Ilana rimasta in albergo a fare finta di dormire. Ma non ho nemmeno voglia di mentire.

«Oggi mi sono presa una giornata di libertà», mi dice, «anche se non avrei potuto».

Dalla rampa più alta delle scale mobili guardo Parigi. Lei mi sta accanto, un gradino più giù.

Assurdo che la chiamino Basinger: ha dei lunghi e mossi capelli neri, gli occhi scuri e – devo proprio dirlo – un seno che anche la Basinger nemmeno si sogna.

La scala scende lentamente quando lei a un certo punto dice: «Il mio albergo è laggiù», e a me sembra stia indicando la Tour Eiffel ma non le chiedo precisazioni e poco dopo – dopo un arrivederci poco probabile e un: «Se decide di venire al Roland Garros, passi al nostro stand. Io sono sempre lì» – la guardo sparire fuori.

Pensando ai giornali rimasti sul tavolo del bar, mi appoggio a una balaustra metallica e mi abbandono a controllare i movimenti lenti degli occupanti in questo momento la zona che riesco a vedere. Il ritmo frenetico della capitale rallenta vistosamente dentro a questa enorme scatola di vetro. Ognuno qui dentro è disposto a calcolare con calma la perdita – se di perdita si tratta – del proprio tempo. A questo proposito un mio amico parigino, Jean, anni fa, ha inventato con il suo stentato italiano una personale teoria scherzando sul nome dell’architetto autore del progetto del Centre. Una sera egli mi si avvicinò con l’atteggiamento di chi vuole confessare una straordinaria scoperta. Sottovoce – pur essendo soli – mi disse: «J’ai compris: la gente si aggira piano piano a ogni piano progettato da Renzo Piano». A queste parole avrei voluto far seguire “e qualcuno suona il piano al primo piano”, ma ebbi il buonsenso di tacere. Eppure è vero che quando si entra qui dentro è come se si entrasse in una dimensione diversa, tutto rallenta e non so proprio se per perdere del tempo o per perdersi, come sto cercando di fare io oggi. Anche se tra un po’ ritroverò qualcuno.

Abbandono tali riflessioni e mi giro intorno alla ricerca di un telefono. Ne trovo uno libero vicino alla libreria e in albergo mi dicono che Ilana è uscita nel primo pomeriggio e ancora non è rientrata. «Sola?», chiedo stupidamente. «Sola», mi risponde il portiere.

Torno su al quarto piano, al museo d’arte moderna e ho un obiettivo preciso: il quadro che Ilana più desiderava vedere. Non ci vado subito, seguo il percorso delle sale con un passo molto lento ma che non si sofferma davanti a nessun dipinto. Quello che ho scelto di guardare è uno di quelli da far scendere dall’alto premendo un bottone: schedario metallico semovente, l’hanno chiamato. Mi piace vedere il pannello venire giù piano dall’alto con il quadro in mezzo. Inclino la testa per non perdere neanche un centimetro del percorso, premo il tasto che mette in moto il pannello e invece di Le rêve di Matisse vedo al centro un cartello con scritto che il quadro è momentaneamente esposto in un’altra città francese.

A pianterreno entro in libreria e nell’espositore delle cartoline trovo la riproduzione del manifesto ufficiale del torneo degli Open di Francia del 1981, quello dipinto da Arroyo: la capigliatura bionda di Borg vista da dietro. Scrivo: “Kim (pas Basinger)”, poi: “autour de la Tour Eiffel”, il nome della ditta per cui lavora e, infine, l’indirizzo del Roland Garros, in Avenue Gordon Bennet. Accanto, sullo spazio riservato al messaggio, scrivo solo il mio nome e nient’altro, prendo un francobollo dal portafoglio, pago, vado fuori, ma dopo pochi secondi la cassiera mi vede rientrare come una scheggia, dirigermi sicuro verso le cartoline, prendere il Matisse in tournée che spedisco a Ilana, a casa nostra, scrivendo: “Eccolo qui, l’originale è a Lione. Che si fa?”. Altro francobollo, la commessa, forse preoccupata, mi chiede se serve altro, no, saluto e nell’atrio, mi viene voglia di cercare subito una buca delle lettere.

Esco.

Ne trovo una poco lontano, in rue St. Martin, dove al numero 61, una legatoria, compero della carta da lettera e un taccuino forse per Ilana.

Poco più in là passo accanto alla fontana, mi fermo davanti alla scultura rossonera di Calder e, sincerandomi che nessuno mi stia guardando, alzo il pugno come fa Van Basten dopo ogni suo gol. Quando arrivo di fronte all’atelier Brancusi i due giovani attori stanno recitando più o meno la stessa scena di qualche ora prima. La ragazza è seduta sul cubo bianco – che poteva voler essere una pietra – e, chinata leggermente in avanti, parla a bassa voce. Il giovane attore seduto per terra accanto a lei la sta ascoltando con un’espressione tesa, la sua mano destra stringe la sinistra di lei. Da qui ho una visione più chiara di quella di prima anche se ancora non mi riesce di distinguere bene il dialogo. Quello che mi era sembrato un palco altro non è che un telone marrone non molto grande, quadrato, che contiene i due attori, la falsa pietra bianca e, prima non c’era o non l’avevo vista, una scatola viola dalla quale esce un foglio completamente bianco. Non sembra essere lì per raccogliere denaro, ma proprio come parte dell’arredamento scenografico. Non sento niente e mi giro verso il Centre.

Entro.

Appena varcata la soglia, mi giro di scatto, come avevo fatto prima, verso l’indicatore luminoso che, posto a mezza via fra entrata e uscita, registra – addizionando e sottraendo – il numero esatto dei visitatori all’interno della costruzione; se il numero dovesse superare una certa cifra, per motivi di sicurezza sarebbero bloccate temporaneamente le entrate. Fin dalla prima volta che sono stato qui, quel tabellone luminoso mi ha subito sedotto. Ho passato intere mezze ore a guardare l’ininterrotto va e vieni di gente, registrato da quel su e giù di numeri. Ma ciò che più mi piaceva fare era riuscire a isolare il visitatore numero X, vedere cioè entrare qualcuno e poter pensare “quello è il visitatore numero – che ne so – 4631”. Quando mi riuscì, un pomeriggio di qualche anno fa – si trattava di un signore sulla quarantina sicuramente parigino: soltanto loro, in pieno inverno, se ne vanno in giro in giacca e tutt’al più una sciarpa – quando mi riuscì, dicevo, provai subito il desiderio di vedere me stesso come unità precisa sommata a un gruppo.

Mi resi conto che avevo a disposizione due possibilità: la prima, quella che definii “d’impatto”, mi avrebbe costretto a una lunga serie di tentativi dalle diverse modalità e da ripetere in successione: entrata controllata aspettando il momento giusto, entrata di corsa, entrata di schiena per avere subito la vista dell’indicatore; la seconda, che definii “soft”, fu quella per cui optai, lasciava più spazio al caso e avrebbe certamente dato meno nell’occhio: bisognava, a ogni entrata, voltarsi subito. Un’unica possibilità per ogni visita.

Così durante tutti i miei brevi soggiorni parigini tentai di portare al successo il mio esperimento senza, però, riuscirci mai. Fino a oggi. Fino a quando, un momento fa, ho deciso di passare alla possibilità numero uno.

Infilo nella tasca dell’impermeabile il pacchetto con la carta da lettera e il taccuino forse per Ilana e mi avvio.

Esco.

A pochi metri dall’entrata mi fermo. Aspetto un momento di vuoto sia da questa parte, sia, per quanto posso vedere da qui, dalla parte dell’uscita. Ecco, quando il momento mi sembra arrivato mi metto in moto con un passo deciso.

Entro.

Subito giro la testa verso l’indicatore, che proprio in quel momento diminuisce di qualche unità: un gruppo di studenti è uscito più o meno contemporaneamente alla mia entrata.

Esco.

Cambio posizione di partenza. Mi fermo questa volta a una trentina di metri dal parallelepipedo trasparente: probabilmente l’entrare di scatto senza poter tenere sotto diretto controllo visivo l’uscita mi impedisce di prevenire sorprese come quella di poco fa. Da questa distanza riesco a vedere abbastanza bene anche chi sta per andarsene dal Centre, così adesso parto con una specie di rincorsa controllata tenendo d’occhio il flusso d’entrata e, molto meglio di prima, quello in uscita. Cerco di cadenzare il mio passo al ritmo di quei due flussi e negli ultimi metri accelero fin quasi a correre.

Entro.

E lo faccio proprio quando, secondo i miei calcoli, dovrei essere il solo a passare fra le cellule fotoelettriche dell’indicatore. Mi giro e questa volta i numeri stanno aumentando di tre unità, quei tre qui dietro di me che devono essere entrati arrivando lateralmente rispetto al mio percorso, invisibili al mio sguardo tenuto fisso sulle due porte. Certo, mi basterebbe sottrarre un 3 al numero attuale, ma non sarebbe lo stesso. Io il mio numero voglio vederlo.

L’occhiata torva di un sorvegliante mi consiglia un breve intervallo, forse non ha gradito il fatto di avermi visto uscire dall’entrata. (A proposito, cosa segna l’indicatore nel momento in cui esco dall’entrata?). Mi avvio senza indugi verso la libreria dove passo veloce davanti alla cassiera. È lei adesso a guardarmi in modo strano. In effetti è già la quarta volta, nel giro di qualche ora, che mi vede entrare qui dentro. Prendo un libro qualsiasi da uno scaffale, un romanzo di spie scritto da due giovani autori italiani, e in perfetta linea con la storia che ho in mano, la guardo da sopra le pagine. Mi sta proprio lanciando una di quelle occhiate che non ti scordi: che mi abbia preso per uno che sta cercando il modo di portarsi via qualche libro nonostante il sofisticato sistema di allarme? Nella speranza non mi consideri così sciocco, opto per un suo più probabile e per me lusinghiero sospetto di corteggiamento da parte di uno dei tanti clienti. Convinto di ciò continuo a guardarla da sopra le pagine, questa volta senza cercare di nascondermi, ma addirittura pensando di giocare di sopracciglio. Per fortuna uno deve pagare, lei si distrae, e io, fuori dalla libreria, lascio l’impermeabile appoggiato a una balaustra.

Esco.

C’è un piccolo gruppo di studenti qui sul piazzale che sta per entrare. Procedono quasi in fila indiana e io decido di mettermi in mezzo a loro. A pochi metri dall’entrata mi giro di schiena e dispongo gli occhi già in direzione dell’indicatore.

Entriamo.

Non faccio caso allo stupore dei ragazzi e guardo subito le cifre che – non ne posso davvero più – stanno girando come nel display di un distributore di benzina. Faccio dietrofront e mi dirigo verso la stessa porta. Ricapitolando per intero il mio progetto mi accorgo che rimane soltanto un’ultima possibilità. Sono tutto sudato, stanco e mi chiedo se non sia il caso di richiamare in albergo per sentire di Ilana.

Esco.

Ormai è buio, controllo con attenzione entrata e uscita. Sarà per via dell’ora quasi prossima alla cena, ma mi sembra che adesso sia meno la gente che va su e giù da queste parti. Mi guardo intorno: non c’ è dubbio, finalmente è arrivato il momento giusto, allora comincio a correre all’indietro in direzione della porta, ma più che una corsa viene fuori una serie di buffi saltelli.

Entro.

Sbatto contro qualcosa e l’indicatore, eh sì, mi sembra proprio si sia fermato a un numero preciso che vedo male o mi illudo di vedere. Le due braccia che mi bloccano sembrano avere anche una voce che mi sta chiedendo se c’è qualcosa che non va. «Funziona davvero perfettamente quel coso», rispondo io. Mi giro e vedo il sorvegliante di prima con una espressione un po’ preoccupata. Ha tutta l’aria di uno con l’intenzione di farmi passare dei guai. Allora cerco di mettermi in ordine e gli parlo di cellule fotoelettriche, di cronometri, di sensori e, sperando di essere credibile, di mio cugino Alberto Tomba. «Ah, Tombà, le champion du ski», dice l’uomo. Già, proprio lui: «Mon cusin», sottolineo. E con un sorriso, non so se di compatimento o di compiacimento, mi lascia andare a prendere l’impermeabile.

Sono sfinito, lo infilo e mi siedo per terra. Alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto Maria sulla lettera. Manca davvero poco e allora me ne sto lì, a guardare la porta, ad aspettare di vederla entrare. A fissarmi nella mente, adesso che sta varcando la soglia, il suo numero sull’indicatore: 4162.

La memoria dei grillini

Ora davvero basta. Sono anni che cerchiamo di trovare qualcosa di buono tra i grillini, impresa peraltro faticosissima, e poi, quando succede di trovarne uno, di motivo per cui dire Sì, dài, insomma, questa non è male, ecco arrivare la sciocchezza enorme. Di sciocchezze enormi ne dicono e ne fanno ogni giorno, e tutte – o quasi tutte – conseguenza di un’ignoranza abissale, e in questo i congiuntivi di Di Maio e Di Battista o la loro traballante conoscenza della geografia e della storia, sono niente.
Il comunicato stampa allegato qua sotto è davvero agghiacciante. Racchiude in sé tutto il peggio che una mente a dir poco naïve possa tirar fuori. Al di là del fatto di quanti siano i sopravvissuti ai campi di sterminio residenti a Roma (due, tre, quattro? E quindi sai che roba l’operazione di co-marketing?), come “segnale di vicinanza” gli offrite l’abbonamento annuale gratuito? I trasporti di Roma, poi, che sono notoriamente del tutto aleatori, con orari stravaganti e al centro negli ultimi anni di scandali imbarazzanti? Ma anche questo è il meno.

Cari grillini, lo avete mai letto voi – voi che siete i nuovi, voi che siete impeccabili perché siete gggiovani e non coinvolti nella casta, voi che sapete solo dire vaffa – lo avete mai letto, voi, Primo Levi? O almeno Anna Frank? Avete visto il film Schindler’s list o Rosenstrasse? Siete mai stati ad Auschwitz o alla Risiera di San Sabba a Trieste (e se si che c’avete fatto? I selfie?)? No, perché se voi aveste davvero non dico capito, e nemmeno sentito (e intendo il sentimento, non l’ascolto, capite?), e tantomeno studiato (è evidente, ahimè), ma aveste almeno intuito che cosa siano stati i campi di stermino, sapreste bene che mettere accanto all’Olocausto la parola markenting è roba da scellerati. Sapreste che nulla, nulla, ma proprio nulla potrà mai risarcire (e mi vergogno di essere da voi costretto a dire questo) l’immane dolore non solo di chi è sopravvissuto, ma nemmeno quel dolore, quell’imbarazzo, quella vergogna che ciascuno di noi dovrebbe portarsi dentro, un dolore che dovrebbe rimanere inalterato in eterno, oggi e sempre. E voi che fate? Vi inorgoglite perché avete trovato lo sponsor che compenserà il costo degli abbonamenti. Ma vi rendete conto? Ma da dove venite? Ma cosa avete dentro a quelle teste? Ah già, dimenticavo – già, la memoria – dimenticavo che voi non siete né di destra, né di sinistra, cioè – e fate di tutto per dimostrarlo – non siete niente. Per questo siete peggio della destra e della sinistra: perché non avete memoria, perché non avete cultura, perché – voi sì – siete saliti sull’autobus della politica senza pagare il biglietto, senza averne i titoli, perché la politica non è da tutti e solo chi è vuoto, chi non ha nulla da dire, sa dire a tutti gli altri che sono soltanto degli imbecilli e noi (voi) no. Ebbene, voi, grazie alla vostra lungimirante giunta capitolina, nel giorno solenne della Memoria, laddove ciascuno di noi dovrebbe trovare dentro di sé il meglio possibile, siete voi, oggi, gli stolti. E lo siete proprio perché attraverso questa ignobile operazione, siete convinti di avere fatto qualcosa di grande, di encomiabile, dal basso della vostra naïveté, della vostra misera ignoranza. Provate a immaginare (ne siete in grado?)  quante altre cose avreste potuto promuovere, con la vostra strepitosa operazione di co-marketing. Qualcosa di importante e indiscutibile, per non dimenticare, qualcosa nelle scuole, nei quartieri, macché, avete scelto questa: un gesto di carità sciocca e offensiva. Un altro tassello che la dice lunga sulla pochezza del Movimento Cinque Stelle. Che poi magari vincerà le prossime elezioni, ma questo, ahimè, è un altro discorso.

Mi scuso per l’impeto (no, non con voi, grillini, ma con chi avrà avuto la pazienza di leggere queste righe): queste parole sono sgorgate di prima mattina, subito dopo aver letto questa notizia assurda e vergognosa.

Dal sito dell’Atac, azienda di trasporti comunale di Roma. 

D’ora in poi l’abbonamento annuale del trasporto pubblico, per i perseguitati razziali sopravvissuti ai campi di sterminio e residenti a Roma, è gratuito. Lo annuncia in una nota il Campidoglio. L’agevolazione è resa possibile da un’operazione di co-marketing di Atac: in pratica una sponsorizzazione compenserà il costo degli abbonamenti. “Questo è un segnale di vicinanza che l’Amministrazione capitolina vuole dare alla Comunità ebraica di Roma”, commente l’assessora Linda Meleo (Città in Movimento). “E vuole lanciarlo oggi, nel Giorno della Memoria, proprio per ribadire l’importanza di questa giornata. È fondamentale non dimenticare la tragedia della Shoah”.

Ciao Barack

È iniziato il buio, come nel disegno qui accanto, dell’artista argentino Gustavo Viselner, che rappresenta come meglio non si può questo momento di passaggio. Donald Trump ha giurato sulla Bibbia di Lincoln (!) ed è diventato ufficialmente Presidente degli Stati Uniti. Il passaggio da Barack Obama a Donald Trump temo occuperà molte pagine nei futuri libri di storia. Gli studiosi faticheranno non poco a spiegare alle future generazioni cosa è successo e perché. Ne ho lette finora centinaia di interpretazioni, di analisi, ma non ce n’è una che dia senso a quanto accaduto. Nessuna. Per quel che mi riguarda, passare da Obama a Trump è un segno di non ritorno, un ‘involuzione che sembra non lasciare scampo, la fine di ogni speranza. E così ora gli USA hanno per la prima volta come presidente un tizio xenofobo, omofobo, misogino, uno visibilmente non in sé, dall’ignoranza sterminata, uno da cui ogni essere umano sensato si terrebbe ben bene alla larga. Ma questa è un’epoca in cui la sensatezza è uno dei pregi meno ambiti, dove i valori sono solo quelli che aumentano il tuo conto in banca e non certo il tuo spirito. Noi qui a Venezia lo sappiamo bene, dato che, esagerando un po’, siamo stati addirittura un esempio per gli USA. Noi il nostro Donald Trump ce lo siamo scelti come sindaco un anno e mezzo prima, uno magari un po’ meno omofobo (ma solo un po’), un po’ meno misogino, ma imprenditore anch’egli, dall’ignoranza sterminata anch’egli e che a Trump si paragona con orgoglio. Fossero gli Stati Uniti un paese qualunque, tipo l’Italia per intenderci, un paese di scarso peso internazionale, ci sarebbe da mettersi seduti comodi e assistere a uno spettacolino di bassa lega per i prossimi quattro anni, vale a dire quel che hanno fatto all’estero guardando l’Italia di Berlusconi: ridere di noi. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia, e oggi quel tizio dai capelli arancioni, che l’altro giorno, nella solennità dell’investitura alzava il pollice come un bulletto di periferia, oggi quel tizio ha in mano i destini dell’intero pianeta (e mentre scrivo queste parole, un brivido mi attraversa la schiena, sul serio). Non ho alcuna idea di cosa potremmo fare noi, ciascuno di noi, cittadini del mondo, per invertire questa deriva. Intanto però, forse, cominciare a guardare questo tipo di persone come si deve, vale a dire con disgusto e sconcerto, e farlo prima di tutto qui da noi, dove uno come Salvini va a fare lo sciacallo in Abruzzo, si fionda a far risuonare i suoi squallidi passi sulla neve che copre ancora degli esseri umani. Trump, Salvini, Le Pen, e anche Grillo: i populisti da quattro soldi che parlano agli intestini della gente, non certo ai cuori o ai cervelli. Gente che merita solo disgusto e che invece riscuote consensi. Cosa c’è che non va nelle nostre anime, nelle nostre menti? Perché sia chiaro, non c’è nessun motivo al mondo, nessuna discutibile Clinton, nessun incapace Hollande, nessun inguardabile Partito Democratico (italiano), che possa giustificare di rivolgersi a questi quattro (non includo il quinto, Putin, per il semplice motivo che lui non ha bisogno del consenso popolare, lì si sa come, o meglio, non si sa come vanno davvero le elezioni). Ammesso e non concesso che questi disgustosi populisti consentano la sopravvivenza del pianeta, sarà opportuno che coloro ancora in grado di una dignitosa dose di sensatezza, si diano da fare. Facciano tutto il possibile per invertire una deriva che sembra ineluttabile e definitiva. Questa sorta di suicidio collettivo dei valori, delle idee, dei pensieri. Su, forza, diamoci da fare. Ma sul serio.

iPhone, dieci anni dopo

In questi giorni lo stanno celebrando tutti. Io l’ho fatto nel corso degli anni, più volte. Nei miei libri, sui giornali, e poi ogni giorno, fra le mie mani. Come adesso, mentre digito sul display dell’iPhone, a bordo di un vaporetto che sta per attraccare all’imbarcadero delle Zitelle, alla Giudecca, queste righe. E come stanno facendo almeno una dozzina di persone attorno a me, anche se non tutti lo fanno sul display di un iPhone. Ma è comunque Steve Jobs, che dovrebbero ringraziare, che stiano giocando alle caramelle o leggendo Guerra e pace, poco importa. Ma credo che pochi di loro ne siano consapevoli. (“Mamma mi presti il telefonino che devo guardare una cosa su Youtube?”, ha appena chiesto una bambina due file più avanti). Così, ieri sera sono andato a tirar fuori da un cassetto il primo modello, proprio quello del 2007, che si chiamava soltanto iPhone, diventato poi per comodità 2g, e che mio fratello aveva comprato negli Stati Uniti (il primo modello uscì soltanto lì, e aveva un sistema bloccato, inutilizzabile altrove). Per i primi mesi lo guardammo, inutile ma bellissimo. Poi quando Geohot, l’hacker che per primo trovò il modo di sbloccare l’aggeggio, rese pubblica la procedura (bisognava aprirlo e saldare con la perizia di un gioielliere alcune parti), un amico di mio fratello seguì passo passo le istruzioni, e per il mio compleanno ricevetti in regalo il primo smartphone della storia. E non ne feci più a meno. Alcuni amici dissero (parole testuali): è una puttanata. Io replicai con un sorriso e, in dieci anni, sul display dell’iPhone ho scritto post per questo blog, articoli per vari giornali, lunghi passaggi dei miei romanzi, letto libri, scattato migliaia di foto, disegnato, visto film. Mi verrebbe da dire: vissuto. Vissuto una dimensione nuova, e ancora per molti poco chiara, della mia vita. Può sembrare esagerato, ma è così. E chi mi conosce sa benissimo quanto io ami scrivere con le penne stilografiche, su quaderni e taccuini, quanto ami il gesto della scrittura, della calligrafia. Ma sono sempre stato convinto che tutto quel che la tecnologia può fare per agevolare il mio mestiere, è il benvenuto (e allora queste mie parole devono valere altrettanto per l’iPad, sul quale dal 2010 lavoro quotidianamente, scrivo, leggo i giornali, eccetera).

Concludo incollando qua sotto un articolo che scrissi per il Corriere della Sera nel settembre 2013, in occasione dell’uscita dell’iPhone 5s. 

Dei pazzi. Come altro considerare uno (ben più d’uno) che si mette in viaggio, verso la Francia in questo caso, e fa la coda fuori da un negozio addirittura qualche giorno prima del momento fatale? È quel che capita puntualmente dal 2007 a tanti possessori di iPhone. Fu un’intuizione di Steve Jobs, una delle tante, la meno tecnologica, la più geniale dal punto di vista del marketing. Già: come far parlare per giorni dell’evento un po’ ovvio dell’uscita di uno smartphone, per quanto bello, rivoluzionario o, meglio, visionario? E farne parlare senza sborsare un centesimo? Reinventando uno degli aspetti più frequenti e noiosi della nostra quotidianità: l’attesa. Ieri è uscito il nuovo iPhone, anzi due, il 5C e il 5S. L’Italia anche questa volta è stata inserita nella seconda fascia, perché centellinare i luoghi di uscita del nuovo modello fa parte della strategia. Chissà quanti sono, in questi giorni, gli italiani in coda per l’ambìto aggeggio tecnologico. E per cosa poi? Per un modello di passaggio, che presenta poche novità rispetto al precedente, uscito fra l’altro meno di un anno fa. Già vecchio e addirittura ancora in garanzia. E non c’è crisi che tenga, pare. Se ascoltate le interviste a chi sta in coda fuori dagli Apple Store in questi giorni vi rendete conto che ci sono studenti, impiegati, gente qualunque. Che sa già tutto di quel che sta per acquistare, e allora potete sentirli discutere di come funziona il riconoscimento attraverso l’impronta digitale e del numero di pixel della nuova macchina fotografica. Nemmeno la sorpresa, dunque. E allora? Dei pazzi? Be’, per chi si disinteressa a queste cose, per chi non molla il suo telefonino che si apre a conchiglia, con quel display minuscolo, e che controlla le email solo in ufficio, sì, per uno così quelli in coda a Parigi per il nuovo iPhone sono dei matti da legare. Forse, però, sono invece i battistrada di una nuova grammatica – già presente – un modo diverso di stare al mondo, di informarsi, di leggere, di comunicare. Migliore? Diverso, per ora. Poi, però, dopo la coda e il nuovo iPhone in mano, meglio fare finta di non guardarlo, lo scontrino.

Aslı Erdoğan è libera!

Aslı Erdoğan appena liberata (foto da Instagram)
La notizia mi è arrivata poco fa, mentre ero in vaporetto, e stavo leggendo il suo romanzo, Il mandarino meraviglioso. Un messaggio chiaro, da parte di un amico scrittore francese: Aslı Erdoğan è libera!  È una di quelle coincidenze che ti fanno assaporare la stranezza della vita: avevo deciso che l’ultimo libro di quest’anno sarebbe stato il suo, pubblicato qualche anno fa dall’editore Keller. Suo sarà anche il primo del prossimo anno, Je t’interpelle dans la nuit, pubblicato dalla Meet di Patrick Deville, nella collana bilingue, che leggerò subito dopo questo, pensando all’appartamento degli scrittori di Saint-Nazaire, dove entrambi siamo stati in residenza. Ora il resto della lettura de Il mandarino meraviglioso avrà un tono del tutto diverso, meno cupo, più piacevole. Non conosco i dettagli della liberazione, oggi è iniziato il processo, che la vede accusata di terrorismo insieme ad altri intellettuali e giornalisti, ma dubito che sia tutto a posto, tutto finito. Però adesso è un sollievo andare a letto con la consapevolezza che anche la mia cara collega Aslı Erdoğan stanotte potrà finalmente addormentarsi nel suo, dopo cinque mesi di assurda e ingusta incarcerazione.