Il nuovo governo francese

Diciassette ministre nel governo socialista.

Il giorno delle elezioni

Questo mio articolo è uscito giovedì 3 maggio 2012 sul Corriere del Veneto.


Ogni italiano che abbia avuto modo di seguire da vicino la campagna elettorale francese, deve aver provato, come me, un certo sollievo. Ha potuto rendersi conto che altrove, la politica è ancora una cosa normale. Che i partiti di sinistra sono di sinistra e hanno nomi di sinistra, e lo stesso accade per quelli di destra. E non riguarda soltanto i nomi. Ma anche le cose che dicono, gli slogan, i manifesti, i colori. Per non parlare delle alleanze. Il Front de gauche, ad esempio, il fronte della sinistra, raggruppa al suo interno partiti dichiaratamente di sinistra e il Ps, il Partito Socialista di François Hollande non ha mai avuto segretari corrotti e fuggiti all’estero. Per carità, nessuno è perfetto, e pure da quelle parti ogni tanto succede qualcosa, ma pare non si sia mai sentito parlare di diamanti sequestrati a tesorieri di partito e a vicepresidenti del Senato, né di leader di tal o talaltro partito processati per concussione (Dominique Strauss Kahn, tanto per intenderci è da tempo ormai nulla più che un privato cittadino, impegnato a difendersi da accuse legate ai suoi vizi privati. E non si è mai sognato di parlare di burlesque, tanto per dire, ma ha chiesto scusa e si è vergognato). Prendo come esempio la Francia, ma stesso discorso si potrebbe fare praticamente per tutti i Paesi europei. Poi, ritorni in Italia, ed è come sbarcare su Giove o (e forse ha proprio ragione lui) dentro a un puro spettacolo di burlesque. Tecnici al governo – e già questa è una pura anomalia – tirati quotidianamente una volta e destra, una volta a sinistra e, sempre, al centro, in quell’eterno tentativo di ricreare un centro a tutti i costi. Ritorni in Italia e scopri che il partito che urlava Roma ladrona ruba più di Arsenio Lupin. Assisti a questo teatrino dove Caio finge di non aver mai saputo che Tizio, suo compagno di partito e (addirittura) braccio destro, rubasse. Anime candide – governatori di regioni – che fanno finta di nulla. O che avevano le vacanze pagate dal corruttore di turno. Rientri in Italia (su Giove) e ti accorgi che il tizio del burlesque che chiama amore ragazzine appena maggiorenni, pensa di cambiare ancora una volta nome al suo partito, unico Paese, il nostro, dove è stata devastata la mappa politica, dove tutto si mescola con tutto, ché tanto arriva sempre il politologo di turno a dirti che destra e sinistra non hanno più senso, poi ti guardi intorno e scopri che queste scemenze si dicono soltanto da noi. Intanto, nel frattempo in certi comuni, dove si voterà per il rinnovo delle amministrazioni, il Pd fa lista comune con il Pdl (a Jesolo, per esempio), chiamando la lista con nomi stravaganti, e nonostante tutte le giustificazioni e i distinguo che ti fanno quando tu strabuzzi gli occhi, l’esito che ne deriva è: il potere per il potere. Non riesco a governare sottolineando le differenze, e allora divento come gli altri e chissenefrega dei valori, della politica e dei cittadini. Che squallore. Per non parlare di quel dirigente regionale del Pd che di fronte al nome di Mélenchon, la sorpresa delle elezioni francesi, aggrotta le ciglia ed esclama: e chi è? Ritorni in Italia, e scopri che ci sono grillini che saltano da tutte le parti, e che sì, in fondo è il colpo finale che ci meritiamo: la politica in mano a un comico. Ché tanto, peggio di così. Riusciremo mai a essere un Paese normale?
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Il giorno che incontrai Antonio Tabucchi

Questo mio ricordo di Antonio Tabucchi, è uscito sul Corriere della Sera del 26 marzo 2012. Ci conoscemmo più o meno in questo periodo, inizio primavera del 1990. Non c’era modo migliore di salutarlo così, Antonio Tabucchi, raccontando quel pomeriggio, l’inizio di una lunga e profonda amicizia, basata su incontri spesso casuali, scandita da dinamiche che non posso che definire romanzesche e che un giorno, forse, varrà la pena raccontare.


Era un pomeriggio di inizio primavera, proprio come oggi. Un appuntamento con Daniele Del Giudice alle Zattere, a Venezia, per parlare della mia tesi, che stavo scrivendo su di lui e Antonio Tabucchi. Arrivai e vidi che non era solo. Seduto accanto c’era proprio Antonio Tabucchi. Lo avevo visto solo in foto, ma non potevo sbagliarmi. Gli occhiali tondi, i baffetti. Avrei balbettato, lo sapevo. Daniele agitò la mano, mi avvicinai. I saluti, la sedia, Tabucchi sorrise e ripresero a parlare. L’accento toscano confermava l’identità del suo ospite. Li guardavo, aspettavo, ma non accadeva nulla. Il disagio durò a lungo. Dopo secoli, Daniele si girò: “come va la tesi?” Continuava a non presentarmi a Tabucchi, che intanto mi guardava, perciò risposi e aggiunsi d’un fiato “e sono contento che ci sia qui anche il signor Tabucchi”. Fecero una faccia. Poi, con un sorriso Daniele disse “Ma quale Tabucchi, questo è Michele, lavora qui, alle Poste, viene da Grosseto”. E aggiunse, guardandolo, che avevo ragione, un po’ a Tabucchi ci assomiglia. “Me lo hanno già detto”, gli diede manforte il suo amico. Mormorai delle scuse. E i due, dopo avermi detto figurati – si figuri, mi disse il sosia di Tabucchi – ripresero a parlare fra loro. Non durò a lungo: scoppiarono a ridere, a scompisciarsi quasi, e Michele allungò la mano e disse “piacere Roberto, sono Antonio Tabucchi”.
Fu questo il mio primo incontro con Tabucchi. Lo resero letterario, tabucchiano, giocandoci, quei due. Ce ne sono stati altri, di incontri, e sempre pieni di coincidenze e casualità. Ha voluto scrivere la prefazione alla versione francese del mio romanzo, Cosa cambia. Da lui ho imparato tanto. Soprattutto, che uno scrittore deve avere il coraggio di essere libero.

Antonio Tabucchi

Ciao Antonio, amico mio. Grazie per tutto quello che mi hai insegnato.


© Armand Borlant

Ebook sul Festival di Sanremo

È appena finito il Festival del 2012. Non ne so nulla. Ho soltanto guardato su Youtube Patti Smith insieme ai Marlene Kuntz, che mio fratello Mauro (vincitore del Festival nel 2004 come miglior produttore), mi ha suggerito di non perdere. Ascoltando Patti Smith (che ho già visto dal vivo un paio di volte) mi sono ricordato dei miei due Sanremo da inviato speciale del Gazzettino – seguiti accanto a uno dei migliori critici musicali italiani – Giò Alajmo, nel 2000 e 2001. Uno scrittore al Festival, libero di raccontare quel che gli pare. Ho recuperato i file (temo non tutti, manca di sicuro la mappa della sala stampa, che avevo provato a raccontare attraverso le figure storiche del giornalismo musicale sedute lì vicino a me. Manca anche il racconto della mia gita a Montecarlo, la domenica successiva al Festival del 2000. Peccato) ho recuperato, dicevo, i testi che non avevo mai più riletto e mi sono accorto che il Festival è sempre lo stesso, raccontato sempre allo stesso modo. E uno sguardo diverso, quella volta, avevo provato a darlo. Del resto, è sempre stato raro – e oggi lo è ancora di più – che un giornale chieda a uno scrittore di raccontare l’invisibile del Festival. In quelle due edizioni ho provato a farlo. Non so che cosa ne sia venuto fuori. Un racconto, di sicuro. Che avrebbe potuto essere ancora più dettagliato, avessi avuto più spazio, a quel tempo, e avessi voglia di rimetterci le mani, oggi. Ma mi piace mantenere la fragranza del momento. Di quei momenti al Festival di Sanremo.

Buona lettura, robfer

Libr@ #3 (on line il 19 febbraio 2012)

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Gli altri Libr@ li trovate qui: i Libr@

Laguna ghiacciata

Questo è l’articolo uscito il 7 febbraio 2012 sul Corriere della Sera.


Non le avessimo viste fin da piccoli, quelle foto, quando non solo Photoshop, ma anche i computer erano pura fantascienza, avremmo pensato a qualche filtro, a una manipolazione. Perché la laguna ghiacciata, su dài, solo un abuso di spritz, o di «ombre» può spingerti a immaginarla. E poi c’è pure il surriscaldamento del pianeta, l’effetto serra, il buco dell’ozono. Eppure. Eppure in quel lontano 1929 successe, e non solo da bambini ci siamo incantati davanti a quelle immagini di veneziani che se ne andavano a piedi dalle Fondamente Nuove all’Isola di San Michele, il cimitero, e poi a Murano. Camminando sull’acqua. Un miraggio. Le abbiamo guardate per ore, quelle foto, pensando a quale strepitoso e inedito punto di vista fosse, quello di scorrazzare a piedi lungo i canali diventati sentieri ghiacciati. Trovarsi a piedi nel bel mezzo della laguna. Guardavamo, incantati, e i più grandi ci dicevano che non sarebbe mai più accaduto. Per fortuna esistono queste foto, aggiungevano. E invece. Invece sta succedendo di nuovo. Giorni e giorni sotto zero e la laguna ritorna a ghiacciarsi. Certo, dal ’29 a oggi era già capitato, ma giusto degli accenni, non i quattro centimetri di spessore che domenica mattina un rimorchiatore attrezzato ha fatto a pezzi, nel canale che costeggia il Ponte della Libertà, per liberare la principale via d’acqua per il trasporto delle merci fra la terraferma e Venezia. Uno spettacolo che ha fatto il giro del mondo, l’unico, forse, capace di trasformare i veneziani in turisti, usciti di casa muniti di macchinetta digitale, a caccia di foto memorabili, perché chissà quando succederà di nuovo. Clic e via la foto memorabile, subito su Facebook, su Twitter, perché anche nell’epoca della riproducibilità assoluta, con le foto simili a quelle che hai appena fatto già on line e scattate da professionisti, resiste comunque il desiderio di esserci stati, di essere testimoni del momento. E che sorpresa poi, che spettacolo, mentre ritorni a casa, in vaporetto, passare in mezzo a quel quel ghiaccio, rotto qualche ora prima dal rimorchiatore, e arrivato fin davanti a Piazza San Marco, trasportato dalla corrente. Il 2012 come il 1929, a Venezia. E adesso, vederle così chiare, scritte l’una accanto all’altra, queste date, viene quasi un brivido. E la temperatura non c’entra. No. Com’è che la laguna gela proprio quando c’è una grande crisi economica? Ci sarà mica un nesso, no? Sarà mica ancora qualcosa che ha a che fare coi Maya? Oppure si tratta di coincidenze? Ma sì dài, pura coincidenza. E il gelo non è ancora finito. Dicono durerà ancora una settimana, più o meno. E il rischio – la speranza, per tanti – che si arrivi davvero a quella lastra calpestabile come nel ’29 è concreto. Con una consapevolezza, ahimè. Che quel dannato rimorchiatore attrezzato a rompere il ghiaccio, entrerà subito in azione, a impedirci di provare l’emozione che provarono i nostri avi, di andare a piedi fino a Murano. Maledetta modernità, verrebbe da dire. Esagerando un po’.

Prima pagina

In prima pagina sul Corriere della Sera di oggi, 7 febbraio 2012.

L’identità veneta a tutti i costi

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 5 gennaio 2012.


«Prima il Veneto», era lo slogan elettorale con cui Luca Zaia è diventato presidente della regione. Uno slogan a escludere, ché se privilegi qualcuno, lasci fuori molti altri. Uno slogan che racchiudeva in sé anche quella che oggi sembra quasi diventata un’ossessione, l’identità veneta. Basta guardare dentro al «deliberone» che, fra l’altro, chiamato così, non lascia presagire nulla di buono. Queste trecento delibere approvate a fine 2011 dalla giunta regionale del Veneto, riguardano in parte proprio l’identità veneta. Uno sforzo titanico, quello di dimostrare radici difficile da trovare, da collocare, e perciò spesso fantasiose. Perché, va da sé, un’identità non può prescinderek, innanzitutto, da una lingua. La Lega, quando vuole semplificare, paragona la padania – che non esiste – con la Catalogna e le Fiandre. Basterebbe un giretto su wikipedia per rendersi conto dell’inadeguatezza storica, culturale, politica e sociale del paragone. Ma basta uno sola cosa: Catalogna e Fiandre hanno una loro lingua. Così come la Bretagna e i Paesi Baschi, altri esempi che i leghisti, semplificando a più non posso, non esitano a sbandierare. E poi, quale lingua avrebbe la padania? E allora ecco che nel «deliberone» ci sono elementi che dovrebbero essere il collante della nostra identità veneta e che invece, posti l’uno accanto all’altro, mettono a nudo le contraddizioni e le difficoltà di rendere indiscutibile la retorica propagandistica e demagogica. Innanzitutto, il fiore all’occhiello – soprattutto per il prezzo di copertina – è l’acquisto di svariate copie del dizionario della lingua veneta (costo totale dell’operazione, oltre quindicimila euro…) che, è presumibile, altro non dovrebbe essere che l’insieme di migliaia di voci dei diversi dialetti che compongono il mosaico linguistico del Veneto. Che invece è sfuggente, vario, aperto, variegato. Sarebbe stato meglio limitarsi al dizionario, da parte della giunta: un bel volumone di più di duemila pagine, discutibile, certo, ma bello evidente. Un malloppo da ostentare nel tentativo di afferarla, alla fine, questa agognata identità. Invece, ecco un altro libro, le commedie trevigiane di Dante Callegari. Mi scuso per non averlo mai sentito nominare – disinformazione mia – ma, navigando sul suo sito, si legge da una parte che le sue opere sono scritte in «antico dialetto trevisano» e, poco più in là, in «lingua veneta popolana». Mah. Il terzo acquisto da parte della giunta poi sottolinea definitivamente le contraddizioni della ricerca ossessiva di identità: le canzoni di Natale riarrangiate dagli Ska-J in dialetto veneziano. Il gruppo la cui voce è quella di Marco «Furio» Forieri, ex Pitura Freska, fa del dialetto un elemento di totale apertura, mescolato a sound etnici di ogni genere e provenienza. Marco, tanto per dire, è uno degli autori della hit sanremese dei Pitura, intitolata “Papa Nero”. L’esatto opposto di «Prima il Veneto», dunque. Perché non è a furia di slogan, che si costruisce l’identità che si vorrebbe. Perché il Veneto, per fortuna, ha tutta un’altra identità. Che guarda verso innumerevoli altrove. Vero è, però, che al di là del costo di queste operazioni, che in un periodo come questo potevano essere evitate, viene quasi da ringraziare per le conferme involontarie che tali scelte dimostrano: l’identità veneta (come la lingua), non esiste. E se esiste, è piena di di provenienze altre, di ricchezze esterne. Foreste, viene da dire. E meno male.
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Inchini a Venezia

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 17 gennaio 2012.


La foto della Costa Concordia, inclinata sul fianco a pochi metri dalla riva dell’Isola del Giglio, tocca il cuore. Fa traballare l’anima. Soprattutto a noi veneziani. Perché, al di là della tragedia che essa evoca, quell’immagine ha ben poche differenze con quelle altrettanto agghiaccianti che vediamo ogni giorno dal vivo nella nostra laguna. Nei nostri canali. Quei mostri marini che sfiorano i palazzi veneziani, quei mastodonti di acciaio che sovrastano la fragile skyline veneziana, quelle migliaia di tonnellate che sconquassano i delicati fondali della laguna, che devastano le friabili rive dei canali. Che ti impauriscono quando, con il vaporetto, ci passi accanto e pensi che potrebbe bastare un attimo, una disattenzione. E provoca una rabbia atroce, oggi, l’idea che, a causa di una tragedia, i veneziani verranno – forse – finalmente ascoltati. Quel tweet improvviso del ministro dell’ambiente Clini, domenica sera, alle 21.24: «Stiamo ragionando sul passaggio delle navi da crociera anche a Venezia davanti a San Marco. Pensiamo a percorsi alternativi in laguna». Parole sagge, anche se in ritardo di anni. Perché era il 12 maggio 2004, in Bacino San Marco, quando si sfiorò il disastro. La nave passeggeri Mona Lisa (29 mila tonnellate, 200 metri di lunghezza) si arenò a causa della fitta nebbia e nelle operazioni di soccorso, l’onda di scia di un rimorchiatore provocò la collisione fra due vaporetti. L’allora sindaco Paolo Costa dichiarò al Corriere della Sera: «È la goccia che fa traboccare il vaso. Va impedito il passaggio di queste gigantesche navi da crociera nel tratto d’acqua tra piazza San Marco e l’isola di San Giorgio Maggiore». L’articolo, poi, chiudeva così: «Sulla necessità di individuare percorsi alternativi si sono espressi anche il sovrintendente per i beni ambientali ed architettonici di Venezia Giorgio Rossini, l’onorevole Cesare De Piccoli e Vittorio Sgarbi». Che cosa è successo da quel giorno? Nulla. Anzi no. Che Paolo Costa, da sindaco è diventato presidente del porto di Venezia. E – è cosa nota – la nostra classe politica non ragiona per convinzioni, ma per opportunità di poltrone. Perciò lo stesso Paolo Costa che allora si indignava, oggi, davanti a una tragedia provocata dall’errore e dalla superficialità di un essere umano, dice: «Non si può sbagliare rotta nei canali. E poi per legge, tutte le navi che entrano nel porto di Venezia sono portate da piloti e rimorchiatori e non, come nel caso dell’incidente avvenuto in mare aperto, dal comandante». Una dichiarazione talmente superficiale che si commenta da sola, e che mette in evidenza, invece, lo spessore etico di certi politici, a cui basta cambiare d’abito per sostenere l’opposto di quanto detto qualche anno prima.
Per far fare ai passeggeri della Concordia «ciao, ciao» davanti all’Isola del Giglio, è stata provocata una tragedia. Per far scattare qualche foto ai passeggeri di decine di grandi navi, si violenta la città più fragile del mondo, le si devastano fondali e rive, le si fanno respirare polveri sottili come fosse un’autostrada. Ora basta. I veneziani alzino ancor più la voce, fino a urlare e anche oltre, se necessario. Perché quella che è solo una volontà sciocca, venga fermata e, soprattutto, perché, così come noi, anche i comandanti, possono essere inaffidabili, sia professionalmente, che caratterialmente. E se c’è una città al mondo, dove ogni minimo errore può essere catastrofico, questa città è Venezia. Per questo le grandi navi devono sparire dalla laguna. E immediatamente.

Sto leggendo…


Barbès Editore

Che bella prima

Vale più di mille editoriali, commenti, opinioni.

La Lettura di oggi, 8 gennaio 2012

La bellissima copertina de La Lettura di oggi. in particolare, pagina 12, tutta, ma anche in basso a destra (per i soliti distratti).

Grandi navi a Venezia

Questo articolo è uscito il 28 dicembre 2011 sul Corriere del Veneto.


Le signore al tavolo qui accanto, nella pasticceria della Giudecca, hanno ordinato cioccolate calde, e fra un sorso e l’altro discutono delle grandi navi che passano qua davanti in continuazione, soprattutto durante la bella stagione. Dicono che dovranno pur trovarla una soluzione, prima o poi. Una di loro elenca le alternative, con sicurezza. Sono tutte d’accordo. Se l’obbiettivo della prima vera manifestazione contro il passaggio delle grandi navi era quello di sensibilizzare la città, le signore della Giudecca sono la dimostrazione che il risultato è stato ottenuto. Del resto, quando la Msc Magnifica è passata davanti al Ponte Lungo della Giudecca, tutti si sono accorti del centinaio di manifestanti che fino a quel momento avevano sbattuto i piedi per terra per cercare di vincere il gelo che stava calando. E se ne sono accorti anche l’equipaggio e i passeggeri della nave, accolti da striscioni inequivocabili (Fuori le grandi navi dalla laguna), da trombe da stadio, da fumogeni, da fuochi d’artificio e da una voce al megafono che ripete «You are destroying Venice!». Certo, inutile dire che tutti speravano ci fosse una partecipazione più numerosa. Ma i veneziani, si sa, sono pigri. Difficile coinvolgerli, anche se si tratta della loro città, della salute di tutti. È stato così anche col Mose. Ma i danni che stanno facendo queste navi sono ben più visibili, evidenti. E nell’epoca delle apparenze, dovrebbe contare. Bastava guardarla da lì, la brande nave, dal Ponte Lungo, prima che salpasse. Il sole tramontava, il cielo sopra Santa Marta stava già virando al giallo-arancione, ma davanti, inquietante, c’era quel profilo scuro, mastodontico, che, se non lo sai che di una nave si tratta, faticheresti a identificare. Un profilo talmente enorme, talmente scuro, che la Marittima, là sotto, sembrava un giochetto messo su coi Lego, o col Meccano. Fragile e a rischio, sotto a quel coso mostruoso. Sopra, incessante da almeno un’ora, uno sbuffo di fumo nero, una nuvola di zolfo e polveri sottili che equivale, nel suo insieme, alla circolazione di 14.000 auto per un giorno intero. Il Comune ci ha provato, ad alzare la voce con il porto. Ma è durato poco. Del resto è questione di punti di vista. Due milioni e centomila passeggeri l’anno che si sparpagliano per la città, il porto li vede come un successo. Il buon senso, invece, farebbe dire che sono una sciagura, in una città di sessantamila abitanti. Ma se questa è l’epoca dell’apparenza, lo è anche della quantità, non certo della qualità. La Msc Magnifica ci mette un bel po’ a staccarsi dalla banchina. Qualcuno dice che anche quelli del porto leggono il giornale, e sono a conoscenza della protesta, lo stanno facendo apposta, dice, a ritardare, così la nave passerà di qua con il buio e il risultato non sarà lo stesso. Ma quelli del comitato sanno il fatto loro. Hanno appeso gli striscioni anche sotto ai lampioni, e fumogeni e fuochi d’artificio, va da sé, danno il loro miglior risultato allo scuro. La Magnifica, alla fine, passa davanti al Ponte Lungo con mezz’ora di ritardo e il momento è quello perfetto, non più giorno, non ancora sera. I passeggeri, tutti affacciati dall’altra parte, lato Salute e San Marco, ci mettono poco a passare di qua, richiamati da trombe, fischietti e fuochi d’artificio. Pensavano a una festa, forse. Tempo qualche minuto, poi la nave lascia il Canale della Giudecca e vira verso il Bacino San Marco. La voce dal megafono, intanto, ringrazia, e dà appuntamento a tutti venerdì, in Campo Santa Margherita. Perché questo, aggiunge, è soltanto l’inizio.
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Romanzo in cento parole

Fin dal suo primo numero, il supplemento domenicale del Corriere della sera, La Lettura, chiede a un autore di scrivere un romanzo in cento parole. Sul numero 7 del 24 dicembre 2011, è uscito il mio Senza ricordi.

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I regali e la crisi

Un paio di giorni prima di Natale sono andato a farmi un giro in un centro commerciale. Lo avevo già fatto qualche anno fa e ne scrissi un reportage. Questa volta, volevo rendermi conto quanto evidenti fossero i segni della crisi. L’articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 24 dicembre 2011.

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Per il Natale di quest’anno, prepariamoci a farci bastare i pensieri, e saranno tanti. Perché quando c’è la crisi, basta il pensiero, non fosse che poi, di pensieri, quelli veri, quelli che non ti fanno dormire la notte, ne abbiamo fin troppi. Il centro commerciale, a due giorni dal Natale, è quasi privo di addobbi. Ed è il primo segno. Il parcheggio lo si trova in fretta, ed è il secondo segno. Il terzo, che scandirà tutta la visita all’interno, è che di borse, anzi, di sporte belle piene, quelle che a due giorni dal Natale eravamo abituati a vedere in mano a chiunque, non ce n’è. Dentro, non è certo tempo di saldi, eppure quasi ogni negozio ha in bella vista dei cartelli con ribassi del dieci, del venti, e anche del trenta per cento, anche se solo su alcune delle merci esposte. Qualche sacchettino lo si vede, in giro, ma sembra la conferma dell’essenzialità necessaria per questo Natale, regali (regalini, meglio) solo a parenti stretti e ai morosi. Le mani, stanno più che altro in tasca, e si esercita più lo sguardo, che la scelta, come se ci si aggirasse qua in giro in cerca di idee da farsi venire per poi però subito togliersele dalla testa non appena prese in considerazione. E quando ti metti a guardare qualcosa con un po’ più di attenzione, qualunque cosa, un orologio, una scatola di cioccolatini, una cravatta, i biglietti del gratta e vinci, c’è sempre una gentile commessa pronta a domandarti se ti serve aiuto, quando invece, due o tre natali fa, trovarne una libera che potesse dirti un prezzo o la durata di una garanzia, era un’impresa. A dirla tutta, potrebbe essere un qualunque pomeriggio di ottobre o di marzo, qua dentro, oggi. Altro che Natale. E lo si deve forse anche al fatto degli scarni addobbi festivi, che – visti con occhio mercantile – forse sono una scelta sbagliata: anziché dirti che c’è la crisi, e che è meglio risparmiare sul superfluo – gli addobbi – sembrano dirti invece che c’è la crisi, e che è meglio risparmiare sul superfluo – i regali. Entro in libreria, e fa piacere che la maggior concentrazione di potenziali clienti sia qua dentro, non fosse che poi, alla cassa, la gente in coda abbia fra le mani dvd, giochi per la playstation e gadgets di altro genere. Pochi, pochissimi libri. Fuori, un papà richiama a sé la figlia, una bambina di nome Ginevra che all’improvviso, convinta, domanda: «Papà mi compri una fisarmonica?». Il padre sbalordito: «Una fisarmonica?». Lei, soave: «Sì, mica ce l’abbiamo, a casa, una fisarmonica». Si allontanano, e non saprò mai come sia riuscito il padre a smarcarsi da quella lapalissiana replica di sua figlia Ginevra. Continuo a vagare insieme ai non molti qua dentro. Guardo vetrine, considero oggetti, li accosto a amici e parenti, poi valuto i prezzi e mi avvio sconsolato. Così sembrano fare tutti. Salvo quelli che non sono qui per dei regali, visto che sembra un giorno qualunque, sì, e la spesa la supermercato, quella, tocca farla a prescindere. I negozi di telefonini, vanto della società italiana, quelli che a detta dell’ex capo del governo erano il termometro del nostro benessere diffuso, sono desolatamente vuoti. Tutti. Sto per andarmene scoraggiato, perché poi vallo a spiegare, a chi comunque un regalino te lo farà, che tu no, non gliel’hai fatto perché c’è la crisi. Pensiero condiviso, qua dentro, mi sa. È l’altoparlante a venirci in aiuto. Una dolce voce femminile, oltre ad annunciare che il centro commerciale sarà aperto tutti i giorni fino al 31 dicembre, aggiunge anche una formuletta fatale. I saldi incominceranno il 5 gennaio. Occhi che brillano e non occorre essere una assiduo lettore di noir o di polizieschi per mettere insieme i tasselli e costruire il piano delle feste natalizie 2011-2012. Si rimandano i regali all’Epifania e il 5 si corre tutti qui, a far finta che sia un Natale qualunque, e non, invece, il primo di una lunga crisi. Buona Epifania a tutti, allora.

Un saluto caro al Partigiano G…

Un saluto caro al Partigiano Giorgio Bocca.

Memorandum: il Corriere della …

Memorandum: il Corriere della Sera di oggi. Pag 13 de #LaLettura Per chi è in zona, pag 9 del Corriere del Veneto. Buone letture natalizie.

La Lega e la nebbia http://t.c…

La Lega e la nebbia http://t.co/qIyc2u8S

La Lega e la nebbia

Questo mio articolo è uscito il 29 novembre 2011 sul Corriere del Veneto.

“Nebbia in Val Padana”. Per quanti anni, la sera, alla radio, o in televisione (il colonnello Bernacca a Che tempo fa), hanno pronunciato quella frase? Era la frase di chiusura, l’ultima informazione prima dei saluti. Non ho mai capito se perché meno importante di altre o perché se così, pronunciata alla fine, restasse più impressa a chi avrebbe dovuto guardarsene, il giorno dopo, dalla nebbia. Fatto sta che la nebbia in Val Padana è come la pioggia a Bruxelles, o il vento a Calais. Oggi le previsioni si danno in maniera diversa e la nebbia in Val Padana ha perso la solennità di quando chiudeva il bollettino meteorologico. La settimana scorsa Venezia è stata isolata per due giorni interi, a causa della nebbia. Addirittura le grandi navi, quelle che violentano la laguna e il bacino San Marco, sono state costrette a proseguire per Trieste, e i vaporetti sono finiti nel caos (pur essendo muniti di sofisticati radar). La nebbia e l’identità veneta. O padana, come direbbe qualcuno. Qualcuno che, in questi giorni, non fa che sbandierare l’identità da proteggere. Non possono concepire che dei bambini nati in Italia da genitori stranieri che lavorano, che pagano le tasse, bambini che vanno a scuola, che parlano la nostra lingua meglio di noi, possano diventare cittadini italiani. È intollerabile, questo, per i leghisti. Inconcepibile. Ecco. La nebbia in Val Padana è la nostra vera identità. Per la Lega, del resto, l’identità non va oltre al mantenere e ostentare, quando non parlano in dialetto, la cadenza esasperata e un po’ ridicola dei luoghi d’origine, sia essa veneta, lombarda o piemontese. Oltre a questo non vanno, perché non c’è nessun oltre dove andare, riguardo all’identità che loro hanno in mente. Ci si barrica dentro a un altrove linguistico che esclude prima di tutto noi stessi. Un’identità che assomiglia a Fort Apache, chiusa, arroccata, arricciata su se stessa, laddove, al contrario, la nostra identità spicca proprio quando viene messa a confronto con altre, in un dare e avere che, va da sé, è ricchezza. Ecco. Per questo la nostra unica e vera identità è la nebbia in Val Padana. La nebbia è un contenitore, che attutisce e tiene lontano. È un mantello che protegge, e ci identifica (“Solo la nebbia, avete solo la nebbia”, cantano spesso al San Paolo di Napoli, quando affrontano una squadra del nord). Ma è anche miopia, impossibilità di guardare avanti, tocca tenere d’occhio soltanto i propri piedi, l’orizzonte è escluso. Siamo nati e cresciuti dentro la nebbia, dunque. Una nebbia che sa tanto di romantico, certo, che è il trionfo di acquerellisti e di fotografi e di sospiri, anche. Ma che poi offusca, ottunde, obnubila. Non voler vedere che il mondo è cambiato e che l’Italia per quel che riguarda i diritti civili è indietro di decenni, significa avere la nebbia dentro di sé. E non c’è niente di peggio di una mente annebbiata, che non sa guardare il presente, e non vuol saperne del futuro. La nebbia, in Val Padana, è permanente, anche col sole.

“@niente: #controtitoli @rob…

“@niente: #controtitoli @robfer Sovvertimenti sensitivi” Grazie coinquilino…