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robertoferrucci.com

Impassibili e maledette, oggi alla Libreria Marco Polo

Mercoledì 14 luglio 2010,
dalle 18:00 alle 20:00,
Libreria Marco Polo,
Salizada San Lio ,
Venezia

Mercoledì 14 luglio, dalle 18 alle 20, presso la libreria Marco Polo, in Salizada San Lio a Venezia, Roberto Ferrucci incontrerà i suoi lettori, gli amici, e firmerà le copie di “Impassibili e maledette” (Limina Edizioni), il suo ultimo libro.
Un libro che parte dalla figura di un calciatore, Andrea Pirlo, e che poi vaga nei meandri dell’immaginario. Non solo un libro sul calcio, dunque, ma uno sguardo sull’oggi. Su un’epoca dalle passioni effimere e appariscenti.

Ai partecipanti, verrà regalata, una riproduzione autografa della copertina, disegnata dall’autore. Al termine, brindisi offerto dalla Libreria Marco Polo.

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Impassibili e maledette, in libreria

Dal comunicato stampa della casa editrice Limina.

È in arrivo in tutte le librerie Impassibili e maledette. Le invenzioni di Andrea Pirlo. Il libro nato dalla brillantissima penna di Roberto Ferrucci, ed edito da Limina.
Più che una biografia sul fuoriclasse del Milan e della Nazionale campione del mondo, si tratta di un atto d’amore verso l’estetica del calcio e uno dei suoi interpreti più puri.
Silenzioso, discreto, fedele. Genio e regolatezza. Mai sopra le righe, Andrea Pirlo è un campione atipico, lontano dagli eccessi e dalla mondanità che caratterizzano la vita di gran parte dei suoi colleghi. Di lui Marcello Lippi ha detto: «Pirlo è un leader silenzioso: parla coi piedi». Perché Andrea Pirlo è un leader vero, ha il carisma e la sicurezza del campione e classe da vendere. E da vero leader non ha bisogno di ostentarle. Andrea Pirlo è un architetto, più che un artista. Uno di quegli architetti precisi ed essenziali, le cui opere sono talmente perfette, talmente coerenti al paesaggio, da passare quasi inosservate. Di uno come Pirlo ci si accorge soprattutto quando non c’è, quando non gioca. Perché lui è fondamentale anche quando è fuori forma. Una sfortunata realtà, di cui si è dovuto accorgere anche Marcello Lippi, nell’infausto giorno dell’eliminazione degli azzurri contro la Slovacchia al mondiale sudafricano. Quando Andrea, seppur reduce da un infortunio, in mezz’ora di calcio vibrante, ha saputo rianimare il gioco di una Nazionale morente. Riaccendendo le speranze di un intero Paese, con quel suo calcio degno di un “Brunelleschi”, fatto più di geometrie che di pura fantasia.
Così, tra le righe, Roberto Ferrucci ripercorre le tappe del proprio immaginario, alla ricerca della bellezza del calcio, quella nascosta dietro ad un mondo impazzito. Un viaggio messo assieme strato per strato, senza un ordine, in modo incongruo, incoerente.
Perché l’immaginario è anarchico, come la passione.

L’autore
Roberto Ferrucci è nato a Venezia nel 1960. Ha pubblicato i romanzi Terra rossa (Transeuropa, 1993) e Cosa cambia (Marsilio, 2007) e le raccolte di reportages Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio, 1999) e Andate e ritorni (Amos edizioni, 2003). Vive a due passi dallo stadio più antico (e bello, insiste lui) d’Italia: il «Pierluigi Penzo» di Sant’Elena. Insegna scrittura creativa all’Università di Padova.

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Corso Salani, regista

Lo avrete notato. Faccio fatica a inserire qualunque altra cosa, su queste pagine, dopo avere scritto di Corso Salani. Vorrei davvero che tutti quelli che non hanno mai visto i suoi film, lo facessero. Non quelli dove lui faceva l’attore, ma i suoi da regista. Vi consiglio il suo da me più amato, Gli occhi stanchi. Lo trovate allegato al libro Conversazioni. Il cinema nelle parole dei suoi autori, di Giuseppe Gariazzo e pubblicato da Lineadaria (nella foto). Ordinatelo, guardate il film, e leggete le due interviste a Corso Salani. Vi accorgerete di trovarvi di fronte a un regista unico, per nulla italiano, inteso nel senso più scontato del termine. Continuerò a raccontare di Corso, in vari modi, perché è stato un maestro di un modo diverso di fare cinema. Un modo, credo, del tutto suo, irripetibile e perciò, appunto, unico e prezioso. Un cinema, quello di Corso Salani, che non si deve disperdere.

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Ciao Corso, amico mio

Corso Salani, bravissimo regista prima che attore, è morto all’improvviso. Le agenzie lo ricordano soprattutto come protagonista di Il muro di gomma di Marco Risi, ma i pochi che hanno potuto vedere i suoi film, come Gli occhi stanchi o Occidente, sanno che ad averci lasciato è un regista raro e originale. Per quel che mi riguarda, se n’è andato un caro amico, che incontravo puntualmente, ogni anno, al Trieste Film Festival. Ci sentivamo spesso, come qualche giorno fa, quando mi chiese consigli per un libro che aveva pronto, un diario di lavoro e di viaggio di uno dei suoi ultimi film. Voglio ricordarlo con questa foto, scattata sul tram che da Opicina, nel gennaio scorso, ci riportava a Trieste. Stava per iniziare a girare un film, a Opicina, terra di confine, come di confine e sui confini erano i suoi film. Ciao Corso, amico mio.

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Jesolo e la promozione turistica

Questo mio articolo è uscito mercoledì 8 giugno sul Corriere del Veneto.

Un’operazione pubblicitaria formidabile. Un record mondiale. Qual è la località balneare al mondo che non vorrebbe finire – e gratis – sulle pagine dei giornali di mezzo mondo? Ce ne sarebbero certo tante disposte a pagare fior di quattrini pur di ottenere un trafiletto a fondo pagina – che so – di qualche giornale austriaco, per esempio. Roba complicata, difficile. Ma in questo settore, il talento assoluto, la capacità da fuoriclasse spetta alla nostra spiaggia per eccellenza: Jesolo. Riesce ad arrivarci spesso, sui giornali, in un modo o nell’altro. Chissà se alle spalle di questi colpi di visibilità inaudita c’è un’équipe specializzata, se si tratta dell’esito del lavoro sopraffino di un sofisticatissimo comitato scientifico, oppure se è l’ennesimo colpo di genio del sindaco. Come promuovere al meglio l’afflusso turistico alla propria località, come incentivare le prenotazioni in un periodo di crisi che sta mettendo in ginocchio il turismo in tutta Europa? Semplicissimo: multando i turisti che comprino un oggetto contraffatto da un ambulante. Come la sanzione di mille euro (sì, 1000 euro!) che i solerti vigili urbani jesolani hanno inflitto a una pensionata austriaca. Non c’è dubbio. Mai modo migliore è stato inventato per pubblicizzare la propria località. Cosa può esserci di più efficace dell’immagine di una località che privilegi la legalità, il decoro, l’ordine e la disciplina? Certo, la sventurata – una pensionata che farà una fatica boia a racimolarli, i mille euro d’ammenda – tornata in Austria intesserà le lodi di una località così attenta alla tutela dei propri clienti. Le agenzie di viaggi di tutta Europa avranno liste d’attesa chilometriche di gente che non vedrà l’ora di poter dire di esserci stata pure lei, nella spiaggia dei vigili più integerrimi del mondo. Saranno organizzati tour speciali per poter assistere da vicino a queste “operazioni sicurezza” in spiaggia e per molti sarà come vivere un’esperienza dentro al set di un film d’azione. Il fatto poi che gli stessi albergatori jesolani contestino questo tipo di approccio alla legalità, consapevoli delle disastrose conseguenze a cui può portare, cosa volete che sia. Fra l’altro, si stanno adoperando per pagarla loro, la multa alla villeggiante. Ma c’è una coerenza, da parte della giunta jesolana. Le amministrazioni che soprattutto nel Veneto sono riuscite a farsi eleggere solo ed esclusivamente attraverso la demagogia della sicurezza, devono mantenere l’impegno, costi quel che costi. Anche se il costo, appunto, è quello di mettere a repentaglio l’afflusso turistico in una località. Anche se mille euro, e non soltanto per una pensionata, sono una cifra folle. Risultato? Vale la pena mettere a repentaglio la propria immagine nel mondo e il conseguente afflusso turistico per combattere (in un modo del tutto discutibile, per altro) la vendita di merci contraffatte? Evidentemente a Jesolo sono convinti di sì.

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Quella pagina bianca, muta

Venerdì 11 giugno 2010 ho presentato a Parigi il romanzo Ça change quoi. L’incontro, una conversazione insieme alla scrittrice Dominique Manotti e la critica letteraria di Telerama, Martine Laval, si è svolto nel pomeriggio, alle 17, inserito nel programma del Festival letterario Paris en toutes lettres. Il giorno prima, il Senato della Repubblica del nostro paese ha votato la fiducia a une delle leggi più schifose che un governo dalle ormai sempre più poche parvenze democratiche potesse varare. In apertura dell’incontro, ho letto questo testo, scritto di getto, la mattina. Lo lascio in francese, intanto perché comunque credo si capisca, e poi perché ormai è davvero meglio rivolgersi agli altri paesi europei. Solo loro, ormai, possono salvarci dal collasso democratico.

MESSAGE POUR PARIS EN TOUTES LETTRES
Ce matin, quand j’ai vu la Une du quotidien La Repubblica, j’ai pleuré. Jamais dans ma vie, je n’avais imaginé de me trouver un jour face à ça. Jamais dans ma vie… et nous y sommes pourtant : la restriction des libertés en Italie est désormais pareille à celle d’un Etat totalitaire. La loi qui règlemente les écoutes téléphoniques est passée au Sénat. Ce qui reste de l’opposition – comme vous le savez sans doute, la véritable gauche n’est plus représentée au Parlement depuis 2008 – a quitté l’Hémicycle au moment du vote. La loi adoptée hier soir limite drastiquement le recours par la justice aux écoutes téléphoniques et interdit à la presse d’évoquer les enquêtes en cours. Le régime tourne une page avec violence et installe définitivement le contrôle autoritaire de nos libertés fondamentales. Je demande, et pas seulement en mon nom, aux amis écrivains français, aux éditeurs, aux lecteurs et à tous les Français qui ont à coeur de défendre la liberté de pensée et d’expression, de nous aider. La société civile italienne est aujourd’hui intoxiquée par le message que, depuis trente ans ou presque, les télévisions berlusconiennes (y compris celles du service public) instillent dans nos cerveaux. Et nous aussi, les intellectuels, nous avons toujours moins de force, comme désarmés. Nous sommes pointés du doigt comme des ennemis de l’Italie, et nous sommes toujours plus impuissants et résignés. Nous vous appelons à l’aide et, dans le même mouvement, nous vous invitons à la vigilance. L’Italie, c’est la porte à côté. Comme le soutient mon ami Antonio Tabucchi, ce qui se passe chez nous – le racisme, la mafia au pouvoir, la destruction lente et inexorable de droits, hier, sacro-saints –, pourrait très bien servir d’exemple ailleurs.
Merci.

(trad. Thomas Lemahieu)

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Senza parole, imbavagliati

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Terra rossa

Per Francesca Schiavone, nel giorno del compleanno di Björn Borg.

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Accarezzare parole sull’iPad

Questo mio articolo è uscito il 27 maggio 2010 sul Corriere del Veneto.

Venezia ha da qualche tempo, fra le tante, una nuova particolarità, quella di essere la prima città digitale. Wifi diffuso, connessione ovunque, che da venerdì prossimo si sposerà perfettamente con quell’oggetto definito rivoluzionario. Uno dei regali più desiderati, per generazioni intere di bambini, è stata una piccola lavagna coi gessetti colorati e una spugna grigio scuro come cancellino. Era un modo per sentirsi un po’ più grandi, dato che a scriverci, sulla lavagna grande, a scuola, era soltanto la maestra. Su quella piccola superficie nera dai bordi di legno, hanno preso forma le invenzioni più effimere della tua vita, disegni e testi della durata di un attimo, il tempo di crearne una, guardarla e cancellarla. E via così. Guai poi a metterti in testa di scriverci una storia, là sopra. Nessuna pagina da girare. Solo un’infinita variante dello stesso incipit. Un regalo tanto desiderato quanto, alla fine, frustrante. A quell’oggetto, e a quella frustrazione infantile, deve aver pensato Steve Jobs, il giorno in cui ha deciso di mettersi a lavorare all’iPad. Certo, probabilmente Marco Travaglio continuerà a scrivere i propri articoli a penna, sul moleskine formato quaderno, quello da cui lo vediamo leggere a Anno Zero. La sua calligrafia – che intuisci fare una certa pressione con la penna a sfera sul foglio, le pagine leggermente imbarcate – continuerà a scorrere, nonostante tutto, su quei fogli. E anche Antonio Tabucchi, di sicuro, farà lo stesso, carta e penna, per i suoi libri, i suoi racconti. Saranno in molti, ancora, a resistere alla scrittura virtuale, a tutte quelle nuove tecnologie che cambiano l’approccio, mutano l’atto dello scrivere. Il vero grande mutamento è dunque imminente: l’iPad arriverà in Italia il 28 maggio. Anche se alcuni, dentro al mutamento, ci sono già da un po’. Infatti, sto scrivendo questo articolo picchiettando le mie dita sulla lavagnetta della Apple, sulla superficie lucida del suo luminoso display: in un bar, prima. In un treno, poi. Rilettura dell’articolo e invio al giornale da un vaporetto. La scrittura in movimento, che cammina con te, che si sposta con te, ed è sempre pronta per la sua destinazione, intesa come pubblicazione in rete oppure su un giornale. Scrivo glissando le dita su tasti invisibili e qualcuno mi guarda strano, o incuriosito. Vedere uno picchiettare sul display di una tavoletta illuminata è una vera novità, ancora per poco. In realtà, dopo qualche giorno, più che a picchiettare, ho imparato a sfiorarli, i videotasti dell’iPad. All’inizio sembrava fosse necessaria una tastiera esterna. Nessuno credeva fosse possibile digitare con precisione, velocità e disinvoltura sulla keyboard che si srotola dal basso, come un mezzo sipario alla rovescia, sul display del nuovo aggeggio inventato da Steve Jobs. E invece, far scorrere le proprie parole qua sopra è un vero piacere. Del resto, la scrittura è un atto fisico, una disciplina che necessita un suo allenamento, e forse anche a Proust, o a Calvino, o a Beckett, sarebbe piaciuto, un giorno, sfiorare con le dita le lettere dell’alfabeto. Accarezzarle, insomma, le parole. In questi ultimi anni l’atto della scrittura, dopo decenni di stasi, di tastiere di macchine per scrivere, prima, e di computer, poi, è mutato più volte. Prima quando Apple inventò il Newton, era il 1993, il vero antenato dell’iPad, una tavoletta un po’ più piccola che – quasi – riconosceva quel che scrivevi sul display con una penna in plastica e lo trasformava in testi con font a tua scelta (ce n’erano quattro, se non ricordo male). Arrivò troppo in anticipo, era troppo avanti, e gli utenti non capirono. Poi fu il tempo dei palmari, antenati dell’iPhone, per certi aspetti. E lì ci scrivevi sopra col pennino di plastica, picchiettavi una piccola tastiera virtuale, e ancora oggi si vede in giro qualcuno fare tic tic tic con una rapidità sorprendente. Quindi fu la volta del sistema T9, dei cellulari, quello che ti completa la parola, poi ancora la tastiera del Blackberry, divisa in due aree, da digitarci sopra con entrambi i pollici. Infine l’iPhone. Una mattonella sul cui display, col pollice, ti può capitare di scrivere mentre cammini. E mica solo un sms, o una breve email, no. Cammini, e le parole seguono il tuo passo, escono scandite da un’andatura che mette definitivamente in pratica quella visione apparentemente poetica che dice che lo scrittore scrive anche quando cammina. Mi è capitato spesso. Di essere in ritardo a un appuntamento e, contemporaneamente, in ritardo per l’invio di un articolo, digitato dunque per strada, le lettere che assecondano il passo veloce, su un programmino inventato da un matto che, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, ti mostra dove metti i piedi e lo sfondo non è la pagina bianca, ma il tuo percorso. Scrivere sul tuo stesso cammino, dunque. Passi di parole. L’iPad sta per arrivare. Io ci sto già scrivendo, accarezzando le lettere della videotastiera. Il grande artista David Hockney ne ha uno su cui, ogni giorno, fa un disegno che spedisce poi agli amici. Accarezza i colori, lui. Peccato non essere suo amico. Scrivo queste cose sulla videotastiera dell’iPad e penso che sì, questa potrebbe essere davvero una rivoluzione, sia per la scrittura che per la lettura che per il disegno. Chissà se gli italiani lo compreranno solo per giocarci, come al solito, oppure, sorprendendoci, soprattutto per scrivere. E tornare a leggere, magari. Per accarezzare le parole, con le dita e con gli occhi. Riconquistare, grazie alla lavagnetta luminosa, l’abbecedario che abbiamo perduto. Intanto, Venezia potrebbe seriamente candidarsi come capitale di questa rivoluzione culturale e di comunicazione. Venezia e l’iPad, perché se, come diceva Calvino, Venezia è prima di tutto un’idea, l’iPad può essere l’idea messa in pratica.

 

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Ça change quoi, presentazione a Parigi

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Reati a vanvera

Questo sms è uscito giovedì 13 maggio 2010 sul Corriere del Veneto, in replica a una stravagante proposta della presidente della provincia di Venezia, Zaccariotto.

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Indignazione sfiancata

La rubrica Cosa cambia pubblicata su il Venezia Epolis del 12 maggio 2010.

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(dis)Unità d’Italia

Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis il 5 maggio 2010.

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“Dialogando” con Luca Zaia, che mi dà del Vietcong

Il 25 aprile 2010, l’ineffabile presidente della regione Veneto, Luca Zaia, l’esponente di spicco del partito populista e xenobo (così lo definisce puntualmente ogni organo di stampa europeo) della Lega, aveva bollato con il termine Vietcong l’Anpi e i partigiani. Liquidati con un accostamento improprio, assurdo e ridicolo. Tipico di chi vuole stravolgere i fatti, cambiare la Storia. Un accostamento inaccettabile che mi ha spinto a scrivere il seguente articolo per il Corriere del Veneto, uscito venerdì 30 aprile 2010.

L’ involuzione linguistica e storica, oggi, nel mio paese, l’Italia, corre a una velocità che pare definitivamente inarrestabile. Invincibile. Sarebbe necessaria, oggi, una lotta partigiana a difesa delle parole e della Storia – una lotta lessicale, non armata, ovvio. Una lotta partigiana incalzante, che a ogni eresia, a ogni bugia, a ogni idiozia fosse pronta a rispondere con ciò che di più puro la parola esatta, precisa può fare: rimettere al suo posto la verità. È in atto ormai una sistematica distruzione dei fatti, in Italia. Uno smantellamento sistematico e a trecentosessanta gradi. Che non risparmia niente e nessuno. Una sorta di “Operazione tabula rasa” che parte da lontano. Prima si è preparato meticolosamente il campo, il luogo dove mettere in atto lo sfacelo: il nostro immaginario. Immaginario inteso come contenitore del sapere, della memoria, della fantasia. Lo si è fatto riempire a dismisura di elementi altri. Contenuti facili, pensieri semplificati. Si è sovvertito il “ciò che conta”. In anni e anni di scrupoloso lavoro mediatico, l’immaginario intimo e collettivo è diventato un “palinsesto dell’immaginario”, disegnato come la pagina dei programmi televisivi di un giornale. I riferimenti quotidiani della stragrande maggioranza di noi sono mediati da parole televisive, da personaggi televisivi, da storie televisive, da informazioni televisive. L’operazione tabula rasa di tutto ciò che conta, vive oggi la sua apoteosi. L’analfabetismo di ritorno, racchiuso in quel proclama di un ministro della Repubblica che declama con orgoglio a un comizio di leghisti: “Noi non leggiamo libri!”, è ormai diffuso, spalmato sul territorio. Per questo, oggi, il governatore del Veneto, Luca Zaia, della Lega Nord, può tranquillamente dare dei “Vietcong” agli iscritti all’Anpi, ai partigiani che rivendicano giustamente il ruolo di protagonisti nella costruzione di questa Repubblica. Vietcong è – per il governatore del Veneto – chiunque non la pensi come lui. E oggi può tranquillamente farlo senza che la società civile si indigni. Può farlo perché è consapevole di poterlo fare. Perché sa che la società civile è diventata audience. Sa che la gente penserà che ha ragione e punto. Lo slittamento semantico è dunque puntuale e, appunto, inesorabile. Prima eravamo solo dei comunisti, parola pronunciata con spregio e disgusto (e nessuno, all’epoca, capace di replicare, per esempio, che essere fascisti, invece…), poi siamo diventati inutili radical chic da salotto, parassiti del “fare”. Nemici dell’Italia: accusa rivolta a suo tempo a Claudio Magris e a Antonio Tabucchi. Intellettuali, insomma, parola pronunciata anch’essa con altrettanto spregio e disgusto. Ora, siamo diventati dei Vietcong. Definizione scandita dal governatore senza nemmeno conoscerne il significato, visto che il riferimento era a quei soldati giapponesi che, per decenni, hanno vissuto nei boschi, con il colpo in canna, convinti che la guerra non fosse finita. Il governatore di certo possiede un utile smart phone: farsi un giretto su Google, prima di spararla grossa, potrebbe essere utile, a volte. Ed è strana, questa sua scissione: traballante, sia nei contenuti che nella lingua, quando parla, e dotto e sapiente, ricco di citazioni, quando scrive ai giornali. Mistero. Con questo, oggi, deve fare i conti il mio paese. O, meglio, dovrebbe, ne avesse ancora gli strumenti. Che abbiamo però smarrito, in parte, che ci sono stati sottratti, in altra parte. Resta lo slittamento semantico. La mistificazione della Storia. Perché noi non leggiamo libri! Standing ovation, please.

Come da consolidato copione – non avevo dubbi – Luca Zaia ha risposto. Da quasi vent’anni intervengo sui giornali a proposito dell’involuzione del panorama politico del nostro paese. Chi segue questo sito sa che mi interessa il rapporto fra politica e linguaggio, politica e degrado etico e morale, politica e Storia. In tutti questi anni, solo tre politici di spicco (in senso quantitativo, il loro spiccare) mi hanno risposto: l’allora sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, il deputato e sindaco di Musile di Piave Gianluca Forcolin, e, ora, il governatore del Veneto Luca Zaia. Tutti e tre leghisti. I politici navigati sanno bene che non è sempre il caso di misurarsi con la parola scritta, il loro ruolo è un altro, e a eventuali critiche, meglio replicare con il proprio operato. Il fatto che i leghisti abbocchino sempre, la dice lunga sulla loro coda di paglia. Sulla consapevolezza di spararla sempre grossa e perciò con la necessità di rilanciare, aumentando la portata delle loro sciochezze. Perciò ecco la replica del governatore Zaia, uscita sul Corriere del Veneto il 1º maggio 2010.

Lo scritto del professor Ferrucci che mi dà dell’analfabeta di ritorno, dell’ignorante e del fanfarone è sorprendente. Anche perché, come l’ultimo dei Vietcong, egli manifesta, senza neanche un po’ di pudore, la sua appartenenza ideologica. Chapeau. Ci vuole coraggio per usare l’espressione “noi comunisti” nel 2010. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto le bugie.
Mi sono permesso, con il rispetto e gli onori dovuti a chi la Resistenza l’ha fatta davvero, di polemizzare invece con l’Anpi, che non ha mai nascosto il suo schierarsi da una parte. Ho paragonato i suoi componenti ai Vietcong. Infatti, come qualsiasi intellettuale dovrebbe sapere, anche dopo gli accordi di Parigi del ’75 e difesi finché fu quasi indecente dagli intellettuali cari al professor Ferrucci, i Viet continuarono a combattere, a mettere la gente nei lager, a sparare sulla popolazione, a lavorare per un regime totalitario e sanguinario. Mi piacerebbe essere smentito.
Torniamo alla Resistenza. Lo dice anche il presidente Napolitano: da Cefalonia e fino a tutta la primavera del ’45, la Resistenza fu fatta soprattutto dai militari. Non sfuggirà a nessuno che la mitologia della Resistenza fu scritta e imposta a questo Paese soprattutto da quelle centrali ideologiche legate al Partito Comunista che, a proposito di manipolazione dell’opinione pubblica, se ne intendevano assai. Tanto è vero che difficilmente nei libri di testo scolastici si legge qualcosa di diverso rispetto alla vulgata proposta dagli intellettuali engagés di quegli anni.
A proposito di manipolazione, chi oggi si dichiara comunista dovrebbe fare i conti con una serie di brucianti interrogativi. Fatti e fotografie dall’ottobre del ‘17 compreso fino al 1989, e poi opinioni, compromessi, stermini di massa, antisemitismo e buggerature propinate al popolo, sono ormai fatti incontrovertibili della storia dell’umanità. Basta, appunto, farsi un giro su Google. Ma noi leggiamo anche i libri, e stiamo ancora aspettando che ci si spieghi perché bisognerebbe accettare acriticamente una serie di passaggi che, mai avvenuti nella storia, oggi servono soltanto alla sopravvivenza di élite autoreferenziali e saputelli di ritorno. Quella che Ferrucci definisce involuzione linguistica e storica, è, più semplicemente, la diversificazione e la maggiore accessibilità delle fonti. Così, ad esempio, quando si parla di Resistenza (e il professore dovrebbe sapere che ho titolo a parlarne perché vengo da famiglia resistente e antifascista) non è revisionismo l’affermare che la parte militare di essa venne letteralmente espulsa dai libri di storia perché era più comodo per l’altra parte attribuirsene paternità e gestione. Salvo poi scandalizzarsi e tirare i pomodori a Giampaolo Pansa che ha raccontato le ombre di quella parte nella vicenda.
Per quanto giovane, e quasi certamente non ancora barone, il professor Ferrucci dovrebbe sapere che l’università non è passata indenne dalle manipolazioni di molti cattedratici, che dietro la cosiddetta ‘neutralità del sapere’, con precise motivazioni di bottega, hanno usato le aule come cinghia di trasmissione della peggiore conservazione intellettuale. Ivi compresa la storia della Lega. Ora Ferrucci mi pare irritato perché deve fare i conti con la Storia, che tanto ha a che fare con il popolo e molto meno con chi l’ha manipolata. Non se la prenda se chiudiamo con una grande scrittrice italiana, accuratamente censurata da lor signori, radical chic, comunisti, per decenni nemici della Patria e della Nazione: “se voi sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia”. Santa Caterina, non pizza e fichi, caro professore.
Luca Zaia
Presidente della Regione Veneto

Un assist. Una conferma assoluta e indiscutibile di tutto quello che avevo scritto nel mio articolo. Una replica che si commenta da sola. Potevo perciò pure lasciar correre, lasciar svanire nel vuoto delle sue stesse parole l’intervento del governatore. E fare come dice un mio amico scrittore. Mai rispondere agli attacchi. Ma l’assist era troppo invitante. Uno di quei palloni che ti arrivano precisi, perfetti, da spingere in gol con un tocco. Eccola, allora, la mia contro replica, pubblicata sul Corriere del Veneto di martedì 4 maggio 2010

La replica che il governatore del Veneto Luca Zaia mi ha dedicato è una involontaria conferma delle mie tesi. Ed è anche un privilegio: il più votato, il più idolatrato, il più trendy di tutti i leghisti, il governatore della mia regione, trova il tempo di replicare all’umile intervento di uno scrittorucolo di provincia che fa una cosa del tutto invisibile e inutile, oggi, in questo paese. Riflette sul senso delle parole e della Storia. E lo rifaccio. Prendiamo ad esempio l’incipit del governatore, laddove sostiene che io gli abbia dato dell’analfabeta di ritorno, dell’ignorante, del fanfarone. La sua reazione è stata la stessa di colui al quale dici: “Hai detto una cosa sciocca” e ti risponde “Come ti permetti! Io non sono sciocco!”. Le parole sono importanti. L’analfabetismo di ritorno era riferito all’intero paese, a un noi che comprende tutti e nessuno in particolare. Altro esempio, il governatore scrive: “Ci vuole coraggio per usare l’espressione ‘noi comunisti’ nel 2010″, riferito a una mia ammissione – lui sostiene – di appartenenza ideologica. Ora, non avrei nessun problema a definirmi comunista, se lo fossi. Sarebbe un orgoglio visto che il Pci è stato uno dei protagonisti della nascita della democrazia in questo paese. Ma, ahimè, non lo sono. E quanto vorrei esserlo, invece, oggi, per difendere l’oltraggio alla Storia di cui il governatore stesso è uno degli artefici. Invece, riferendomi a come lui e i suoi colleghi definiscono gli scrittori e gli intellettuali, ho scritto: “Prima eravamo solo dei comunisti, parola pronunciata con spregio e disgusto, poi dei radical chic da salotto, ora dei Vietcong”. Vedete? Il governatore, come sempre, rovescia il senso, sposta l’attenzione, mistifica il significato. Ma la scrittura, le parole, non sono una partita a poker. Inoltre, ribadendo il suo assurdo paragone – partigiani e Anpi come i Vietcong – il governatore non fa che offendere la memoria di migliaia di donne e uomini – cattolici, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani – che hanno dato la vita affinché egli stesso, oggi, potesse essere democraticamente eletto a presidente della regione Veneto. Non essere in grado di riconoscere questo significa voler piegare la Storia a proprio uso e consumo.
Quello del rovesciamento dei significati è dunque uno stile. Uno stile che se io adottassi pari pari come fa il governatore, allora mi vedrei costretto a dargli – a sproposito – del nazista e la querelle, oltre a diventare stucchevole, non finirebbe più. Per questo, lo ringrazio ancora e gli auguro un buon lavoro. Ne ha bisogno. Conserverò con cura la sua lettera e quando lui diventerà Presidente della Padania Libera e io sarò uno scrittore poveraccio ridotto alla fame, potrò magari metterla in vendita su eBay. Perché il governatore non deve preoccuparsi, non diventerò mai un barone dell’università. La mia opera al suo interno è di puro tecnico esterno. Precarissimo. Laboratorio di scrittura creativa, nulla di più. Anche se, ci tengo a sottolinearlo, fra quei “baroni” sui quali ironizza, ci sono stati e ci sono ancora dei Maestri di questo paese, davanti ai quali inchinarsi.
Infine un invito, a noi tutti, cittadini di questo paese e di questa regione. Un invito a stare all’erta, perché quando il potere mistifica le parole e la Storia per cancellare la critica, è allora legittimo sospettare che ogni atto di tale potere sia basato su quella metodologia. Teniamone conto.

Infine, pensavo ingenuamente che a questo punto il governatore e lo staff che gli confeziona le risposte ai giornali, lasciassero perdere, prendessero alla lettera il mio invito a piantarla lì o, almeno, si rifacessero al detto “un bel tacer non fu mai scritto”. Invece no. L’ultima parola deve per forza spettare al capo, al potere, a chi gode nel comandare. Ecco dunque la patetica ultima parola del governatore, che, ovviamente, continua a darmi del Vietcong. Dal Corriere del 5 maggio 2010.

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Il vulcano e la lentezza

Questo mio articolo è uscito venerdì 23 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Quando il volo AF1726 dell’Air France tocca terra all’aeroporto Marco Polo di Venezia, due giorni dopo l’orario previsto, il senso di sollievo, di missione compiuta, prende corpo e scioglie un nodo che da giorni si era aggrovigliato dentro. Un nodo ambiguo, una presa d’atto che alla fine, la modernità non è poi quella certezza di precisione e di potenza e di infallibilità che credevamo. È bastato un vulcano col nome di uno scioglilingua, ubicato lassù, nella lontanissima Islanda, e il mondo si è fermato. Di colpo. Stop. All’inizio l’abbiamo presa con sufficienza, poi, con il passare dei giorni, col moltiplicarsi dei disagi, è iniziato lo smarrimento. Ambiguo, anche questo, poiché quel blocco, quel dover stare dov’eri, tuo malgrado, ti faceva scoprire un inedito significato del tempo. Un tempo lento, da vivere nel modo più diverso possibile dal solito. L’agenda non serviva più, il telefonino nemmeno, preso atto che per molti di noi, non c’era modo alcuno di lasciare il luogo in cui il vulcano aveva deciso di farci restare. Lunghe passeggiate, allora, per una Parigi diventata temporaneamente “casa”, guardata con occhi diversi, unico luogo in cui poter e dover stare, affidando al fatalismo l’immediato futuro, agli sfoghi di un vulcano, o alla sventatezza di chi ne ha sancito una pericolosità assoluta e universale. E lungo quei percorsi, mentre cammini, domandarti quanto senso abbia, alla fine, aver ingaggiato questa lotta impari fra uomo e tempo. Un tempo da abbreviare sempre di più, al punto da avere quasi abbandonato i mezzi più lenti, ormai inadeguati e insufficienti a coprire un’emergenza, considerati – troppo in fretta? – obsoleti e inutili. E allora anche la coda di due ore, dopo giorni di stasi obbligatoria, una coda che fino a qualche giorno prima avresti trovato inaccettabile, anche la coda fuori dall’ufficio dell’Air France, è diventata normale, quasi doverosa. Momento di osservazione e di ascolto (la giovane madre che spiega al bambino incuriosito il motivo di tutta quella gente in fila indiana, gli impiegati dell’Air France che escono di continuo a dare notizie sui voli, a offrire da bere, o l’altra madre che deve andare in Brasile per il matrimonio del figlio e quando l’impiegata esce e gli dice che sì, il suo volo partirà stasera, si mette a piangere), osservazione e ascolto di un mondo che, rallentato, sembra essere forse migliore, di sicuro diverso. Per qualche giorno, grazie a un vulcano dal nome di uno scioglilingua, abbiamo riscoperto la lentezza. E se l’ansia da rientro non ha avuto il sopravvento, è forse perché oggi sappiamo che a quella lentezza, prima o poi, sarà necessario ritornare.

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Vivere in un vaporetto

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 16 aprile 2010.

I veneziani hanno un rapporto strano con l’acqua. Chiunque non viva a Venezia e non conosca bene la città, dà per scontato che vi sia qualcuno che ha fatto della propria barca anche la propria dimora. È un pensiero logico, ovvio. In qualunque città d’acqua, e per acqua intendo anche i fiumi, vi è qualcuno che ha deciso di vivere in barca. David Gilmour, per esempio, il chitarrista dei Pink Floyd, abita in un’imbarcazione a Londra, sul Tamigi. Ma non occorre essere una star, per fare quella che è una vera e propria scelta di vita. Quando Silvio Soldini venne a Venezia per i sopralluoghi del bellissimo Pane e tulipani, era convinto che da qualche parte, in uno dei mille canali, ci fosse qualcuno che avesse fatto della propria barca una locanda o un bed & breakfast. Rimase stupito quando gli venne detto che mai e poi mai avrebbe trovato qualcosa del genere, e così quella che si vede nel film, è pura invenzione. I veneziani la barca la usano per andare a pescare o per andare a prendere il sole. Stop. È un mezzo e non un luogo. Gli unici ad aver rotto questo cliché alla rovescia, sono stati i Kiersgaard, danesi. Hanno comprato all’asta un vaporetto destinato alla rottamazione, vi hanno lavorato per un po’ e lo hanno trasformato nella casa più bella di Venezia. Pensate che roba, abitare dentro la linea 1. Anni fa mi ci invitarono, un pomeriggio, a prendere un tè e assistetti a una lezione di vita. Alla capacità di adattamento, all’inventiva, alla genialità. Uscii da quella splendida casa con l’idea che i veneziani non hanno mai capito un bel niente del posto in cui vivono. Una famigliola danese era scesa dal nord e, innamorata di Venezia, le ha reso omaggio come si fa con la persona che ami: regalandole bellezza, sentimento. Loro, danesi, si sono dimostrati più veneziani dei veneziani. Quel vaporetto, ancorato da anni e anni alla Giudecca, tanto da avere un numero civico, il 399/a, è il segno d’amore più profondo che si possa dare a una città d’acqua. E una lezione di rapporto con l’ambiente, con la natura, assecondando il luogo in cui stai, anziché violentarlo, come noi italiani siamo specialisti nel fare. Ora, è arrivata l’ingiunzione alla demolizione. Poco mi importa il motivo. È una atto tale di inciviltà, di ottusità, di stoltezza che fa anche di Venezia un esempio dell’Italia di oggi. Un atto che va fermato senza discussioni. Uno dei primi impegni, e nemmeno dei più gravosi, ma tra i più simbolici ed educativi, da demandare alla nuova giunta comunale. Perché la casa della famiglia Kiersgaard è la più veneziana fra tutte le case di Venezia.

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Con l’iPad

Sto scrivendo questo post dall’iPad. Ieri, è uscito sul Corriere del Veneto il mio primo articolo con la tastiera virtuale. Per ora, è perfetto, appoggiato sulle ginocchia, o sopra a un cuscino. Ci si scrive benissimo e credo di possa tranquillamente fare a meno di tastiere esterne o consolle varie. Credo, ma si tratta delle prime impressioni. Del resto, come ha detto ieri un mio amico, io, che scrivo spesso i miei articoli o interi brani dei miei libri sull’iPhone (e in passato sul Newton, sul Palm, sull’iPaq e addirittura sul Nokia N73), non faccio testo.

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Venezia dall’alto. Molto alto.

Questo mio articolo è uscito il 9 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Chi nell’estate del ’69 aveva l’età per capire cosa stava succedendo sulla luna, se la ricorda bene, la notte in cui l’uomo fece il prima passo fra i crateri. Per quella generazione di bambini, guardare la luna non avrebbe più avuto lo stesso significato. Non si trattò più soltanto di una palla luminosa, elemento evocativo di poesie e canzoni, né soltanto l’alibi di crisi nervose (“oggi ha la luna”). Ora era un pianeta a tutti gli effetti. Un luogo dove, di lì a poco, saremmo andati ad abitare, lo avessimo voluto. Che poi le cose non siano andate esattamente così, è un altro discorso. Erano gli anni della conquista dello spazio, quelli. Iniziati con la cagnetta Laika e con Yuri Gagarin. Poco dopo arrivarono gli americani e, con loro, i decolli in diretta tv. E per noi bambini – ma non solo, anche i più grandi ne erano coinvolti e affascinati – ogni missile che partiva, ogni missione spaziale, era un evento. Erano l’unica concessione a veglie notturne davanti alla tv da parte dei nostri genitori, anche perché i lanci da Cape Kennedy sarebbero stati, nei giorni seguenti, l’argomento inevitabile del tema in classe. Così, ci lasciavamo coccolare dalla voce rugosa di Ruggero Orlando (ricordate? “qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”, anche se in quei casi diceva “qui Houston”), e da quella, in studio, più rotonda, di Tito Stagno. Erano i narratori di quelle avventure. Indimenticabili, avventure e voci. A un certo punto, non saprei dire con esattezza quando, la conquista dello spazio ha smesso di essere epica. Forse dopo i primi lanci dello Shuttle. Oggi si parla di loro solo se accadono degli incidenti, oppure se si tratta di qualcosa di veramente inedito, come i tredici astronauti in orbita in questi giorni. Così, oggi, puoi scoprire che è in atto una missione spaziale, con un cinguettio di Twitter. Giorni fa, un “tweet” (il nostro “cip cip”) ha fatto apparire sui computer e i cellulari di tutto il mondo o, meglio, di chi ogni tanto va a vedere cosa succede nel mondo di Twitter, la più bella foto che io abbia mai visto di Venezia. Nel senso che sì, di foto dai satelliti ne avevamo già viste. Questa però, è stata scattata dalla macchina fotografica di Soichi Noguchi, “Astro_Soichi”, il suo nick su Twitter. E così un social network mi ha fatto scoprire che esistono anche astronauti giapponesi, cosa che per l’immaginario di chi è cresciuto nel pieno della conquista spaziale – una sfida esclusiva fra Usa e Urss – è del tutto sorprendente, difficilmente collocabile. Anche se, non poteva che essere un giapponese a fare la foto più bella di Venezia. Una Venezia che è davvero un pesce, a confermare il bellissimo libro di Tiziano Scarpa, un pesce color rosso veneziano, circondato dal verde smeraldo della laguna, degradante al blu. Astro_Soichi mette in rete tutte le foto che scatta. Ci sta facendo scoprire il mondo da lassù, a 400 chilometri d’altezza, e lo condivide con noi in tempo reale. Chi l’avrebbe mai detto, quella notte del 1969, quando eravamo convinti che ci saremmo stati noi, lassù, in un fantascientifico ma realissimo 2010?

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Venezia, qualche giorno dopo

Questo mio articolo è uscito mercoledì 7 aprile 2010 su Il Fatto Quotidiano.

Cammini per Venezia, disimpegnandoti fra trolley multicolori, dribblando turisti impalati a cercare di sbrogliare sulla mappa il labirinto urbanistico più riuscito del mondo, e respiri un’aria che nel resto del paese manca da troppi anni. Da qualche giorno la maggioranza dei veneziani si muove fra le calli con passo più disinvolto, leggero. Sorridono, addirittura. Per mesi, non solo avevamo temuto, ma eravamo convinti che anche quest’isola e la sua terraferma fossero destinate a uniformarsi al resto della regione, all’andazzo della penisola intera, soggiogata dal capo e dai suoi slogan. E Venezia, finora, si era sempre tenuta lontana da tutto ciò. La convinzione si manifestò una sera di fine gennaio quando, improvvisi come la nebbia, degli enormi ritratti su sfondo azzurro apparvero a ogni imbarcadero della città (e a ogni fermata d’autobus a Mestre, anche se più piccoli). Laddove oggi aspetti il vaporetto osservando un bimbo biondissimo che imbracato a zaino sulle spalle di un padre biondissimo indica la gondola pronunciando un inevitabile “oohh”, qui, da quella sera di fine gennaio, i veneziani furono costretti a condividere le loro abituali attese all’imbarcadero assieme al faccione enorme di Renato Brunetta. Un manifesto che pullulava amore: musana (come si dice da queste parti) color dell’argento dei Baci, e sfondo azzurro con autografo in bianco come la scatola dei Baci. Eravamo del resto prossimi a San Valentino e non lontani né dal “vile attentato” con statuina, né dalla manifestazione dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia. E noi, invidiosi, li abbiamo odiati subito, quei manifesti. Furono sufficienti però un paio di giorni, a trasformare quell’invasione in una performance creativa. Mani anonime li camuffarono nei modi più svariati fino al punto che – più mani, tante mani – a Ca’ Rezzonico, capovolsero il ministro, lo misero sottosopra. E quando i manifesti ritoccati venivano sostituiti, le anonime mani tornavano a intervenire all’istante. Quell’inizio di rivolta alla più opulenta, ostentata e invadente campagna elettorale (di una sola parte) mai vista a Venezia, forse poteva essere indicativa. Ma è possibile, a vostro avviso, oggi, in Italia, essere convinti che ciò che è logico si affermi? No. Nonostante i manifesti trasformati in installazioni artistiche, la maggior parte di noi veneziani era terrorizzata da Brunetta. Poi però, il centro sinistra veneziano (che oggi tutti chiamano laboratorio e tutti si augurano lo diventi davvero) ha deciso, un po’ per forza, un po’ per scelta, di rispondere con l’atteggiamento opposto. Una campagna elettorale essenziale, niente proclami, niente promesse impossibili, pochi manifesti, rarissimi volantini, a volte autoprodotti in casa. Giorgio Orsoni, il nuovo sindaco, è l’esatto opposto del ministro più amato dagli italiani. Mentre l’altro riceveva gli elettori nelle sfarzose sale dei migliori hotel veneziani, Orsoni girava per la città, tornava cioè a fare ciò che la sinistra si è fatta scippare dalla Lega. E ha vinto.

C’è una foto di Venezia che gira in rete. Venezia tutta intera, vista da quattrocento chilometri d’altezza, posta al centro della sua laguna, tutto un degradare di verdi e di azzurri e, in mezzo, Venezia che è un pesce color rosso veneziano. L’ha scattata l’astronauta Soichi Noguchi, il giorno dopo il risultato delle elezioni amministrative. Chissà se è per quello, allora – per lo scampato pericolo di una Venezia uniformata al resto del Veneto, la regione più a destra d’Italia – che il cielo sopra Venezia, quel 31 marzo, era così limpido, con dei colori così netti, inequivocabili. Un’immagine bellissima, ma che è anche un simbolo: Venezia la rossa (rosso veneziano, però, che non è proprio rosso rosso) circondata di verde e di azzurro. Più verde che azzurro. Quel verde color leghista, che vedi spuntare dal taschino di Luca Zaia o pendere giù dal collo di Flavio Tosi o schiumare dagli occhi e dalla bava di Giancarlo Gentilini. Un verde che ogni seconda domenica di settembre invade la città e chi abita dalle parti di Castello – il quartiere più popolare di Venezia – si è abituato a vedere e, soprattutto, ad ascoltare. Proclami da galera lanciati dal palco padano, slogan satolli di puro razzismo, urlati in Riva dei Sette Martiri. Ciò accade, paradosso, nella città forse meno leghista di tutto il nord Italia. Una città che il giorno prima della foto scattata dallo spazio, aveva respinto l’assalto del sedicente più amato ministro della Repubblica (e pure sedicente candidato al Nobel per l’economia) Renato Brunetta. Camminarci oggi, in Riva dei Sette Martiri, fermarsi davanti alla targa che ricorda l’eccidio nazista del 3 agosto 1944, e poi sedersi al bar a leggere o a scrivere (come fanno solo i turisti stranieri, ormai), è un sollievo. Di fronte, il panorama più bello del mondo e c’era già chi dava per certo il cambio di toponomastica di questo posto: Riva dei popoli padani. E chissà cosa avrebbero scelto per l’attigua via Garibaldi, cuore di Castello.

Passeggiamo leggeri, noi veneziani, sì. E passando accanto al “Bambino con la rana”, la statua di Charles Ray in Punta della Dogana, attorniata di visitatori che la fotografano prima di cambiare inquadratura e fare clic sul colpo d’occhio mozzafiato che hanno di fronte, al confine fra Bacino San Marco e Canale della Giudecca, guardi la statua con sollievo. Il bambino di marmo si è salvato dal proclama dell’aspirante imperatore-ministro, che in campagna elettorale aveva giurato l’avrebbe rimossa. Mentre non avrebbe affatto rimosso le grandi navi che solcano queste acque quotidianamente da marzo a novembre. “I passeggeri vogliono fotografare il Campanile e Palazzo Ducale? Portano denaro, lasciamoglielo fare”, ha detto cinico in campagna elettorale, esaltando le navi da crociera. Tipo quella che sta passando adesso, una MSC, che oscura il cielo, cancella l’isola della Giudecca, sovrasta Piazza San Marco, smuove là sotto, tonnellate d’acqua, devasta i fondali e le fondamenta della città. Il livello di inquinamento dei suoi fumi e la quantità di polveri sottili che sparge nell’aria sono paragonabili a quelle registrate vicino alla tangenziale di Mestre. Spesso ne passano anche sette al giorno. Orsoni ha promesso che non passeranno più di là.

La passeggiata sta finendo e te la godi fino in fondo perché, lo sai bene, questo sollievo non durerà a lungo. Svanito l’entusiasmo di questi giorni, sfumato il senso di leggerezza dopo il durissimo lavoro di questi mesi per far fronte al pericolo, sarà un senso di accerchiamento a prendere il sopravvento. Guarderai al di là dei confini comunali e ti verrà voglia di proporre una secessione al contrario. No, non che l’inesistente padania (con la p minuscola, ché, appunto, la padania non esiste) si sganci dal resto del paese, ma che la realissima Venezia si stacchi dal Veneto, nel quale rappresenta una evidente anomalia. O forse no, forse è il Veneto, leghista e perciò xenofobo, a essere anomalo. Forse.

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Ossessione in vaporetto

Questo mio articolo è uscito il 2 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Da qualche tempo, in rete nascono siti di foto Lofi. Lofi sta per low fidelity, bassa qualità, dove bassa non significa affatto scarsa. Sono fotografie scattate soprattutto coi telefonini, in particolare con l’iPhone. Anche grandi fotografi si stanno convertendo alle foto Lofi. Nell’epoca del patinato, del riproducibile, del perfetto perfezionabile, le foto Lofi recuperano una fragranza perduta. Una fragranza legata all’atto, al gesto, all’istante. È il momento, oggi, che va recuperato, il gesto apparentemente minimale. La campagna elettorale di Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia, è stata come le foto scattate con l’iPhone. Piccoli gesti da mandare in rete subito, per sottolineare l’attimo, per evidenziare attraverso il gesto l’importanza del momento. Alla sovrabbondanza mediatica, patinata, opulenta, invadente dell’avversario, Orsoni ha replicato con la purezza della semplicità, elemento fondante, oggi, per ritornare a essere un paese degno di chiamarsi Italia. Uno dei punti centrali nella campagna elettorale di Giorgio Orsoni è stata la discontinuità con la giunta precedente (va ricordato infatti che, tutti sembrano averlo dimenticato, nel 2005, a Venezia, non vinse il centrosinistra, ma la Margherita di Massimo Cacciari, sostenuto al ballottaggio dai voti determinanti del centrodestra). Così, l’altro giorno, nel pieno dell’euforia di una vittoria insperata, ci si domandava quali potevano essere i primi segnali di discontinuità della nuova giunta Orsoni. E nella linea Lofi, basso profilo, la prima e unanime proposta è stata quella di porre immediatamente fine alla tortura acustica che ti aggredisce da anni appena ti imbarchi in un vaporetto. Per carità, grazie a quella piccola tortura, oggi, siamo tutti diventati dei vaghi e improbabili poliglotta dell’educazione. Mantener linda la ciudad es un deber de todos (si scriverà così?): è un dovere di tutti tenere pulita la città, tout le monde a le devoir de veiller que la ville reste propre. Una cantilena insopportabile. Prendi il vaporetto il mattino presto, per andare al lavoro o a scuola, e quella voce metallica ti assale. Pensateci: non è affatto piacevole iniziare le giornate in questo modo. Una scelta sventata dell’ex assessore Salvadori che ci ha sempre tenuto a fare il maestrino. Ma ora basta. Ci pensi subito, in nome della discontinuità, il nuovo sindaco Orsoni, perché “è un diritto di tutti mantenere integro il proprio udito”, quando viaggia in quell’irripetibile imbarcazione che è il nostro vaporetto. E che la città va tenuta pulita, così come la nostra cameretta, ce lo aveva già insegnato la mamma, da piccoli.

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