iPhone, dieci anni dopo

In questi giorni lo stanno celebrando tutti. Io l’ho fatto nel corso degli anni, più volte. Nei miei libri, sui giornali, e poi ogni giorno, fra le mie mani. Come adesso, mentre digito sul display dell’iPhone, a bordo di un vaporetto che sta per attraccare all’imbarcadero delle Zitelle, alla Giudecca, queste righe. E come stanno facendo almeno una dozzina di persone attorno a me, anche se non tutti lo fanno sul display di un iPhone. Ma è comunque Steve Jobs, che dovrebbero ringraziare, che stiano giocando alle caramelle o leggendo Guerra e pace, poco importa. Ma credo che pochi di loro ne siano consapevoli. (“Mamma mi presti il telefonino che devo guardare una cosa su Youtube?”, ha appena chiesto una bambina due file più avanti). Così, ieri sera sono andato a tirar fuori da un cassetto il primo modello, proprio quello del 2007, che si chiamava soltanto iPhone, diventato poi per comodità 2g, e che mio fratello aveva comprato negli Stati Uniti (il primo modello uscì soltanto lì, e aveva un sistema bloccato, inutilizzabile altrove). Per i primi mesi lo guardammo, inutile ma bellissimo. Poi quando Geohot, l’hacker che per primo trovò il modo di sbloccare l’aggeggio, rese pubblica la procedura (bisognava aprirlo e saldare con la perizia di un gioielliere alcune parti), un amico di mio fratello seguì passo passo le istruzioni, e per il mio compleanno ricevetti in regalo il primo smartphone della storia. E non ne feci più a meno. Alcuni amici dissero (parole testuali): è una puttanata. Io replicai con un sorriso e, in dieci anni, sul display dell’iPhone ho scritto post per questo blog, articoli per vari giornali, lunghi passaggi dei miei romanzi, letto libri, scattato migliaia di foto, disegnato, visto film. Mi verrebbe da dire: vissuto. Vissuto una dimensione nuova, e ancora per molti poco chiara, della mia vita. Può sembrare esagerato, ma è così. E chi mi conosce sa benissimo quanto io ami scrivere con le penne stilografiche, su quaderni e taccuini, quanto ami il gesto della scrittura, della calligrafia. Ma sono sempre stato convinto che tutto quel che la tecnologia può fare per agevolare il mio mestiere, è il benvenuto (e allora queste mie parole devono valere altrettanto per l’iPad, sul quale dal 2010 lavoro quotidianamente, scrivo, leggo i giornali, eccetera).

Concludo incollando qua sotto un articolo che scrissi per il Corriere della Sera nel settembre 2013, in occasione dell’uscita dell’iPhone 5s. 

Dei pazzi. Come altro considerare uno (ben più d’uno) che si mette in viaggio, verso la Francia in questo caso, e fa la coda fuori da un negozio addirittura qualche giorno prima del momento fatale? È quel che capita puntualmente dal 2007 a tanti possessori di iPhone. Fu un’intuizione di Steve Jobs, una delle tante, la meno tecnologica, la più geniale dal punto di vista del marketing. Già: come far parlare per giorni dell’evento un po’ ovvio dell’uscita di uno smartphone, per quanto bello, rivoluzionario o, meglio, visionario? E farne parlare senza sborsare un centesimo? Reinventando uno degli aspetti più frequenti e noiosi della nostra quotidianità: l’attesa. Ieri è uscito il nuovo iPhone, anzi due, il 5C e il 5S. L’Italia anche questa volta è stata inserita nella seconda fascia, perché centellinare i luoghi di uscita del nuovo modello fa parte della strategia. Chissà quanti sono, in questi giorni, gli italiani in coda per l’ambìto aggeggio tecnologico. E per cosa poi? Per un modello di passaggio, che presenta poche novità rispetto al precedente, uscito fra l’altro meno di un anno fa. Già vecchio e addirittura ancora in garanzia. E non c’è crisi che tenga, pare. Se ascoltate le interviste a chi sta in coda fuori dagli Apple Store in questi giorni vi rendete conto che ci sono studenti, impiegati, gente qualunque. Che sa già tutto di quel che sta per acquistare, e allora potete sentirli discutere di come funziona il riconoscimento attraverso l’impronta digitale e del numero di pixel della nuova macchina fotografica. Nemmeno la sorpresa, dunque. E allora? Dei pazzi? Be’, per chi si disinteressa a queste cose, per chi non molla il suo telefonino che si apre a conchiglia, con quel display minuscolo, e che controlla le email solo in ufficio, sì, per uno così quelli in coda a Parigi per il nuovo iPhone sono dei matti da legare. Forse, però, sono invece i battistrada di una nuova grammatica – già presente – un modo diverso di stare al mondo, di informarsi, di leggere, di comunicare. Migliore? Diverso, per ora. Poi, però, dopo la coda e il nuovo iPhone in mano, meglio fare finta di non guardarlo, lo scontrino.

Aslı Erdoğan è libera!

Aslı Erdoğan appena liberata (foto da Instagram)
La notizia mi è arrivata poco fa, mentre ero in vaporetto, e stavo leggendo il suo romanzo, Il mandarino meraviglioso. Un messaggio chiaro, da parte di un amico scrittore francese: Aslı Erdoğan è libera!  È una di quelle coincidenze che ti fanno assaporare la stranezza della vita: avevo deciso che l’ultimo libro di quest’anno sarebbe stato il suo, pubblicato qualche anno fa dall’editore Keller. Suo sarà anche il primo del prossimo anno, Je t’interpelle dans la nuit, pubblicato dalla Meet di Patrick Deville, nella collana bilingue, che leggerò subito dopo questo, pensando all’appartamento degli scrittori di Saint-Nazaire, dove entrambi siamo stati in residenza. Ora il resto della lettura de Il mandarino meraviglioso avrà un tono del tutto diverso, meno cupo, più piacevole. Non conosco i dettagli della liberazione, oggi è iniziato il processo, che la vede accusata di terrorismo insieme ad altri intellettuali e giornalisti, ma dubito che sia tutto a posto, tutto finito. Però adesso è un sollievo andare a letto con la consapevolezza che anche la mia cara collega Aslı Erdoğan stanotte potrà finalmente addormentarsi nel suo, dopo cinque mesi di assurda e ingusta incarcerazione.

Lettera dal carcere di Aslı Erdoğan

Lunedì 5 dicembre 2016, mentre qua in Italia bisticciavamo per un sì o un no a una riforma costituzionale traballante – e lo facevamo con quell’immancabile atteggiamento di superiorità e autoreferenzialità, che ci fa sembrare e sentire sempre protagonisti assoluti, sempre al centro del mondo –, mentre da noi sembrava fosse accaduto qualcosa di epocale e decisivo, da un carcere alla periferia di Istanbul, la scrittrice Aslı Erdoğan scriveva questa lettera. Davanti a ciò che sta accadendo in Turchia, le nostre magagne politiche fanno ridere. Solo che poi, proprio per via di quell’autoreferenzialità di cui parlavo, della Turchia da noi si parla pochissimo, e di Aslı Erdoğan sappiamo poco o nulla, al di là dell’omonimia quasi inquietante con colui che ne ha voluto l’arresto. I nostri giornali e telegiornali non si occupano di lei e delle centinaia di giornalisti, scrittori, docenti universitari, incarcerati dopo il tentato golpe dello scorso luglio. È in carcere in attesa del processo, rinviata a giudizio con l’accusa di essere complice dei terroristi, con la richiesta, già formulata dall’accusa, della detenzione a vita. Il mondo della letteratura – altrove, non qui da noi – si sta dando da fare per tenere alta l’attenzione sulla sua vicenda. Soprattutto in Germania e in Francia. Già lo scorso agosto ci fu una petizione lanciata dallo scrittore Patrick Deville e firmata da scrittori di tutto il mondo. La lettera che Aslı Erdoğan ha scritto lunedì 5 dicembre, è stata pubblicata sul sito letterario Diacritik.com in inglese (lingua in cui è stata scritta, come potete vedere dalle foto) e in francese. Io l’ho tradotta in italiano. 

5.12.2016
Cari amici, colleghi

questa lettera è scritta dal carcere femminile di Barkirköy, situata fra un manicomio e un vecchio lebbrosario. In questo momento, un numero stimato fra i 150 e i 200 “giornalisti” – un record mondiale – sono imprigionati in Turchia e io sono una di loro.

Io sono una scrittrice, solo una scrittrice, autrice di otto libri tradotti in varie lingue inclusa quella francese (pubblicati da Actes Sud)*. Dal 1998 ho lavorato come commentatrice cercando di combinare letteratura e giornalismo. Gli ultimi due Premi Nobel mettono in evidenza quanto siano giustamente rimessi in discussione i limiti rigidi della letteratura.

Sono stata arrestata con il motivo, o con il pretesto, di essere uno dei “collaboratori” di Özgür Gündem, considerato “giornale curdo”. Nonostante la legge che regola il giornalismo non dia alcuna responsabilità legale ai collaboratori, e che nessuno fra le centinaia di processi intentati ai giornali abbia mai incluso nessuno di questi simbolici collaboratori, per la prima volta dopo vent’anni, sei di loro sono accusati di “terrorismo”: Necmiye Alpay, linguista e attivista pacifista, Bilge Cantepe, fondatore del Partito Verde, Ragıp Zarakolu, editore e candidato al Premio Nobel per la Pace, Ayhan Bilgen, parlamentare, Filiz Koçali, giornalista femminista. Infatti, fra questi 150 “giornalisti”, ci sono molti scrittori, accademici, critici letterari, ma si trovano tutti imprigionati per il loro lavoro giornalistico.

La situazione della stampa è allarmante. Circa 200 giornali, agenzie d’informazione, radio e televisioni sono state chiuse su ordine del governo negli ultimi quattro mesi. Una “punizione collettiva” è stata inflitta anche a Cumhuriyet, il più vecchio giornale turco, baluardo della social democrazia. Come per Özgür Gündem, tutti i collaboratori e gli editorialisti, compresi un editorialista culturale e un vignettista!, sono stati arrestati con l’accusa di essere fiancheggiatori di due differenti organizzazioni terroristiche. Cumhuriyet ha recentemente pubblicato un coraggioso reportage sui rapporti fra la Turchia e l’Isis e ha duramente contestato il tremendo attacco a Charlie Hebdo. Molti giornalisti, me stessa inclusa, sono stati perseguitati per aver espresso solidarietà a Charlie Hebdo, alcuni sono stati condannati per questo.

Abbiamo bisogno del vostro sostegno, della vostra sensibilità e solidarietà. PEN, che alla base è un’organizzazione per la difesa degli scrittori, si batte attivamente per la libertà dei giornalisti. Quando la libertà di pensiero e di espressione sono in pericolo, non può esserci nessuna discriminazione.

“Liberté, Egalité, Fraternité”: sono concetti che dobbiamo alla Rivoluzione Francese! Più di due secoli sono passati, a dare significato, e realtà, a tali concetti, cresciuti attraverso la riflessione, il pensiero e lo sviluppo letterario, scaturiti da secoli di fatica, di lotte e di sangue… Concetti che devono essere universali, nella teoria e nella realtà, per chiunque, senza eccezioni.

Il mio sentimento è che la recente crisi in Europa, conseguente al problema dei rifugiati e degli attacchi terroristici, non è soltanto una questione politica ed economica. È una crisi esistenziale, che l’Europa potrà risolvere soltanto reinvestendo nelle nazioni che la compongono. Troppi segnali ci indicano che le democrazie liberali europee non possono più sentirsi sicure mentre l’incendio si propaga negli immediati dintorni. La “crisi democratica” in Turchia, a lungo sottostimata o ignorata per ragioni pragmatiche, il crescente rischio di una dittatura islamica e militare, avrà delle conseguenze serie. Nessuno può offrirsi il lusso di ignorare questa situazione, e soprattutto non noi giornalisti, scrittori, accademici, noi che dobbiamo le nostre esistenze alla libertà di pensiero e di espressione.
Vi ringrazio molto.

Cordiali saluti,

Aslı Erdoğan

Prigione di Bakırköy C-9

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* in Italia è pubblicato solo un romanzo: Il mandarino meraviglioso, edito da Keller (ndt)

Ho votato all’estero 

Questo articolo è stato pubblicato ieri, 3 dicembre 2016, sul Corriere  del Veneto. Sia chiaro, non si tratta di una dichiarazione di voto.



Il referendum è fissato fra pochi giorni, ma io, come tantissimi altri veneti all’estero, ho già votato. È stata la prima volta. Sono in Francia per un periodo di lavoro ed è stato facile segnalare al comune dove risiedo, Venezia, la mia assenza dal territorio italiano il 4 dicembre. È bastata un’autocertificazione e l’indirizzo del domicilio dove mi trovo a Parigi e in pochi giorni il plico elettorale è arrivato. Non nascondo di avere provato una certa emozione, che però non saprei definire. So che quel plico – chiuso – me lo sono portato in giro per un paio di giorni, dentro lo zaino. C’era qualcosa di solenne che aleggiava. Mi sentivo vagamente istituzionale, ecco. Per me – per molti, credo – il momento del voto ha una forza rituale enorme. Sarà perché appartengo a quella generazione formatasi anche con le ore di educazione civica a scuola, una generazione che sa quanto sangue è stato versato per conquistare la democrazia e il diritto dei cittadini a esprimersi attraverso il voto. Insomma, questa cosa di non votare al seggio, col presidente che alla fine dice “il signor Roberto Ferrucci ha votato”, mi sarebbe mancato e volevo in qualche maniera ricrearlo.Così ho votato al bistrot, uno dei miei preferiti, dove mi piace andare a scrivere. Ho sostituito la solennità con l’intimità Ho scelto un orario poco frequentato e un tavolino appartato dove nessuno potesse vedermi. Ho aperto il plico con su scritto Consolato Generale d’Italia e, di sbieco, Référendum, alla francese. L’ho fatto con molta attenzione. Dentro: il certificato elettorale, il foglio con le istruzioni per gli elettori, chiarissime e con dei disegni a colori, due buste, una preaffrancata e con l’indirizzo del Consolato, una più piccola, bianca, di quelle che trovi in ogni tabaccheria, e la scheda elettorale rosa. Ecco, la scheda. Avevo letto delle polemiche sulle dinamiche del voto all’estero, i dubbi in proposito, le perplessità. Sapevo dell’appetibilità di chi vota fuori, della caccia all’elettore _foresto_. Anche solo tutti i veneti sparsi per il mondo possono essere decisivi. Ora quelle perplessità le avevo davanti ai miei occhi. Chi ha fatto lo scrutatore sa che ogni scheda – una per ogni avente diritto al voto in ciascun seggio – viene timbrata e siglata dagli scrutatori. Questa, immacolata. Si raccomanda di votare con penna blu o nera, scelgo la blu, faccio la x e infilo la scheda nella busta bianca del tabaccaio che infilo a sua volta nella busta preaffrancata del Consolato. Altra raccomandazione: non scrivere il mittente. Urna temporanea: il mio zaino. Ho fatto tutto alla svelta. Non volevo passasse il cameriere e poi anche in cabina mica puoi dilungarti. Mi sono dilungato invece sui quesiti. Non quelli referendari, bensì quelli che il gesto che avevo appena compiuto mi suggeriva. Quella busta bianca con una scheda priva di ogni riscontro istituzionale potrebbe essere sostituita in ogni momento, oppure, più semplicemente, smarrita. Tocca fidarsi delle poste (francesi in questo caso) e la loro rapidità: deve arrivare in Consolato entro l’1 dicembre. Non dovesse, mai mi sarà dato sapere. Insomma, a voler pensar male, il voto all’estero presenta falle a ogni passaggio. La trafila ricalca il classico pressappochismo italiano. E mi limito al pressappochismo. A quando il voto on line? Lo si fa quasi ovunque ormai. Così, pieno di titubanze, esco, individuo poco lontano una buca delle lettere, gialla, prendo la busta, la infilo nella fessura e comunque con un po’ di emozione sussurro: “Il signor Roberto Ferrucci ha votato”.

Il presidente assente

È una strana giornata oggi a Parigi. Per certi versi storica. Per la prima volta un presidente in carica rinuncia a presentarsi per un secondo mandato. Non posso dire scioccati, Hollande non suscita simpatie nemmeno a sinistra, ma i francesi oggi sono sorpresi e qui non si parla d’altro. Si parla, soprattutto, di un gesto pieno di dignità e spessore. Come se questo presidente fragile, insicuro, avesse trovato solo alla fine, con un colpo di reni inatteso, la statura dell’uomo di Stato. E, diciamocelo con franchezza, un gesto che in Italia nemmeno ci sogniamo da parte di un uomo di potere. Quanta fatica fanno, i politici, ad ammettere i propri limiti, i propri fallimenti. E farlo poi come ha fatto lui, mettendo la sua faccia in diretta, davanti al Paese intero, con parole ferme, umili, enormi. Nessuno, davvero nessuno, se lo aspettava, e più di qualcuno, questa mattina, mi ha confidato di essersi commosso. Di avere all’improvviso provato tenerezza e rispetto per quello che per cinque anni è stato il Presidente della Francia. Deludente, a volte inadempiente (anche se sono d’accordo con chi dice che la Storia un giorno gli riconoscerà alcuni atti del suo quinquennio) ha ammesso gli errori, soprattutto quello – ben poco di sinistra – di aver proposto la revoca della cittadinanza ai condannati di terrorismo. Ha ammesso di essere un peso per la sinistra, che, per colpa sua rischia di implodere. 

Per questo, oggi, varrebbe la pena di leggere Lui, presidente, il reportage che lo scrittore Patrick Deville scrisse durante la campagna elettorale del 2012 e che traccia un profilo lungimirante di quello che sarebbe diventato Presidente di lì a poco. L’ho tradotto e pubblicato nella collana Collirio della casa editrice Terra Ferma (formato ebook, € 0,99). Con la precisione e l’ironia tipica della sua scrittura, Deville ha scritto un ritratto indelebile di un uomo che alla fine, almeno alla fine, ha dimostrato di esserlo stato, tutto sommato, il Presidente di Francia. Sta a vedere che, fra nemmeno un anno, i francesi lo rimpiangeranno.

L’aventure géographique 

Oggi incomincia la seconda parte del tour Venise est lagune. Della prima, che si è svolta in ottobre, non ho ancora scritto, ma lo farò presto. Di questa parte cercherò di scrivere passo passo, cosa per me difficile, come sa bene chi frequenta queste pagine. 

Sto per prendere un aereo diretto a Nantes, dove, oltre a me, atterreranno nel giro di mezz’ora anche lo scrittore spagnolo J.A. González Sainz e Tiziano Scarpa. Non li vedo da un bel po’ e sarà bello vederli in un campo neutro a me carissimo: Saint-Nazaire, dove da oggi a domenica 20 novembre si svolgerà il Meeting, incontro annuale di letteratura internazionale giunto alla quattordicesima edizione. Poi, dal 21 al 24 novembre ci sposteremo a Parigi. Ecco il calendario che mi riguarda:
Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016,  Lycée Expérimental, 11h00, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016, Life, 19H30 Littérature italienne contemporaine, raconter Venise et la Venetie. Avec: Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, José Angel Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa

Saint-Nazaire, sabato 19 novembre 2016, Life, 17H30, Écrire à Saint-Nazaire (Venise est lagune). Avec: Wang Yin, Chantal Chen-Andro, Roberto Ferrucci, Edwin Madrid

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 17h00, Science Po, insieme a Paolo Modugno, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 19H00, Istituto Italiano di Cultura, Raccontare Venezia. Gli ospiti della serata saranno: il curatore della sezione veneziana, lo scrittore Roberto Ferrucci, insieme a Mauro Covacich, J.A. Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa e Patrick Deville.

Parigi, mercoledì 23 novembre 2016, 19H30, Libreria Tour de Babel
. L’aventure géographique, con  Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, Simonetta Greggio, J.A. Gonzalez Sainz, Tiziano Scarpa.

Barack Obama, il Presidente

Oggi, 10 novembre 2016, secondo giorno dell’incubo mondiale, Barack Obama riceve allo studio ovale della Casa Bianca il signor Donald Trump. Al di là dello stridio dell’immagine, al di là del significato politico e etico di questo incontro, desidero invece sottolineare e ricordare, otto anni dopo, la vera notte storica, il vero momento epocale, che non è quello di un imprenditore buzzurro che diventa presidente, bensì quel che è stato, è, e sarà per sempre la notte del 5 novembre 2008. La portata storica e sentimentale e civile di quella notte – che molti sembrano avere dimenticato, addirittura cancellato – è stata talmente enorme e intensa e emozionante, che ne scrissi immediatamente un testo per il Corriere del Veneto. Quel testo, divenne lo spunto, tre anni dopo, del terzo capitolo di Sentimenti sovversivi, pubblicato nel 2011 da Isbn edizioni. Lo ripropongo qui, perché mi piacerebbe ribadire che la politica non è soltanto riduzione delle tasse, posti di lavoro, riforme, politica estera e tantomeno innalzamento di muri alle frontiere o minacce di lanciare bombe atomiche dopo un attentato (Trump). La politica dovrebbe essere prima di tutto valori, principi, ideali. Sì, sì, ideali: quella cosa che a tanti oggi mette i brividi, perché gli ideali ti fanno volare alto, perché mettono in moto pensieri e immaginario, perché quando ci sono tirano fuori il meglio che c’è in te, e gli ideali, i valori, i principi non hanno nulla a che vedere col tizio che in questo momento sta incontrando il Presidente Barack Obama. 

Sono passati otto anni da quella notte, e all’improvviso sembra sia un’eternità. Ma io non ho alcuna intenzione di dimenticarla, quella notte. Né di cancellarla. E la ripropongo qui per ribadirne la forza, con la consapevolezza che quella forza non è svanita. Con la consapevolezza e la certezza che lo rimpiangeremo eccome, Barack Obama.

Da Sentimenti sovversivi, Isbn edizioni 2011.
Era l’alba del 5 novembre 2008, a Venezia, e dopo giorni di acque alte e di pioggia, spuntava il sole. Anche in quell’accenno di mattino, prima di andare a letto, mi ero affacciato alla finestra. Nella calle sotto casa c’erano ancora i segni dell’acqua alta del giorno prima. In cielo, l’alba più nitida che un inverno, lì, a Venezia, possa darti. Barack Hussein Obama era stato eletto presidente degli Stati Uniti e quando l’incredulità si mescola alla gioia, crea un’emozione che si contraddice di continuo. Non ci credevo, mentre lo sentivo fare il suo discorso di vittoria al Grant Park di Chicago, mentre guardavo la gente piangere e io pensavo al giorno in cui i miei genitori mi dissero che avevano assassinato Martin Luther King, alla loro commozione, poco chiara per un bambino di seconda elementare e la mia, adesso, ancor più incredula, ché non potevo credere che, quarant’anni dopo, stavo ascoltando il discorso del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Le sue parole, così inconsuete. Da dove viene, mi domandavo davanti a quell’alba nuova, Barack Obama? Forse viene da tutti noi (quanti di noi?), Barack Obama, sbucato fuori dai nostri sentimenti e dal nostro immaginario. Noi, incollati tutta la notte alla tv, a scambiarci speranze e dubbi via sms, facebook, twitter, a tenerci virtualmente per mano perché questa notte è la notte cruciale di un’epoca, la nostra, e no, non ci potevamo credere che fosse vero. Una notte, poche ore, il tempo per inabissarci del tutto oppure svoltare. Poche ore e, increduli, eravamo già – forse – nella nuova epoca. Sembrava ci fossimo reimpossessati, in una notte, del vero significato delle parole. E adesso, che era forse l’alba di un’epoca nuova, potevo andare a dormire. E non c’era più bisogno di sognarlo, uno come Barack Obama.

E al telefono, Teresa, la notte del 5 novembre 2008, quasi all’alba, prima di andare a dormire, mi aveva domandato e adesso? Adesso che da lui pretenderanno il doppio che da chiunque altro, adesso che non gli perdoneranno nulla, cosa riuscirà a fare? Io, avevo ancora negli occhi le foto di quella mostra che avevamo visto insieme, qui in Francia, foto di neri impiccati, di neri bruciati vivi, di neri fatti a pezzi, di neri moribondi circondati da bianchi sorridenti e festosi, famigliole intere con padri che indicavano corpi di neri squartati e smembrati ai figli e quelle foto erano delle cartoline che i bianchi si spedivano con frasi tipo, visto il nostro barbecue di domenica scorsa? Cartoline degli anni trenta. In una di quelle immagini stavano bruciando vivo un uomo e, davanti a lui, si mettevano in posa per la foto, come se fossero davvero a un barbecue qualunque, vestiti con l’abito quello buono. Davanti a quella foto Teresa aveva avuto un sussulto. Una scossa di dolore che l’aveva attraversata fino a spegnersi nella mia mano, che teneva stretta la sua, che aveva accumulato quella scarica e aveva cercato, la mia mano, di tradurla, là davanti, nel gesto più tenero possibile, una carezza che non credo avrebbe potuto mai, però, rovesciare l’emozione di Teresa, sovvertirne l’intensità. Te le ricordi quelle foto? le avevo detto al telefono. Ecco, vedi, è talmente enorme ciò che sta accadendo, un afroamericano presidente degli Stati Uniti che, le avevo detto, per quel che mi riguardava, Barack Obama, nei prossimi quattro anni, poteva pure appendere un’amaca a due alberi del giardino della Casa Bianca e starsene lì per l’intero mandato presidenziale, avevo detto, pur consapevole di ciò che di altrettanto enorme, di quali scelte politiche impensabili, avrebbe fatto fin dal giorno dopo.

Guardavo il paesaggio, quella notte d’estate, durante il mio soggiorno di lavoro qui a Saint-Nazaire, lontano dal mio paese. Dove volevo soltanto scrivere e saperne il meno possibile dell’Italia, di quel che vi accadeva, degli immigrati definiti clandestini e perciò arrestati, perché la clandestinità è un reato, nel mio paese. Non volevo più saperne delle ronde padane razziste, scuola e cultura e ricerca smantellate, di ministre scelte in base al book fotografico e altre prestazioni. Ma il villaggio globale è ormai dentro di noi e nemmeno io so resistervi. È riuscito a devastare anche il mio ricordo di quella serata memorabile, il capo del governo del mio paese e, soprattutto, ha contaminato l’immaginario di tutti coloro che, una notte di novembre, hanno vissuto un sogno che diventava realtà.

C’era una frase, quella notte, che Obama aveva pronunciato a metà del suo discorso e che mi aveva fatto credere che il riverbero di quelle parole potesse arrivare fino a noi. Che anche nel mio paese, di lì a poco, ci potesse essere spazio per un impossibile, al momento, Yes, we can. «A coloro che ci guardano questa sera da lontano, da oltre i nostri litorali, dai parlamenti e dai palazzi, a coloro che in vari angoli dimenticati della Terra si sono ritrovati in ascolto accanto alle radio, dico: le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune e una nuova alba per la leadership americana è ormai a portata di mano.» In quel preciso momento, dentro a un palazzo di Roma, il capo del governo del mio paese scopava con delle puttane.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti

Credo non ci sia nulla da dire quando si passa da uno come Barack Obama a uno come Donald Trump.

Quello che c’è da dire è lo sconcerto nel sentire una buona ventina di giornalisti e opinionisti italiani, su Sky e La 7, durante la notte, fare finta di nulla e accodarsi immediatamente al carretto del vincitore. Potrei fare nomi e cognomi di chi, da un anno – e sensatamente – ha detto tutto il peggio possibile su Donald Trump (e cos’altro avrebbero potuto dire?) e, nel corso della nottata, hanno cambiato vestito, spogliandosi in diretta della propria deontologia. È stato prima stupefacente e poi, via via che arrivavano i risultati, sempre più squallido sentire il mutamento dei toni, la normalizzazione del candidato impresentabile, dell’uomo ignorante e gradasso (mi ricorda un’altra figura istituzionale a noi veneziani molto vicina…), del miliardario misogino e razzista. Piano piano, legittimato (e chissà perché poi) dal voto popolare, Donald Trump diventa uno statista, un gentiluomo, uno che poi, dài, tutto sommato, ma sì insomma, dài, rappresenta il nuovo (nuovo!). E poi: lui sì che ha capito davvero il cuore degli Stati Uniti (e infatti è proprio questo il cuore degli Stati Uniti: lo squallore). E poi il continuo ribadire che siamo davanti a una serata di portata storica. Ma tacete, per cortesia: la vera Storia fu scritta nel novembre del 2008, quando venne eletto per la prima volta un afroamericano alla Casa Bianca, e non una star dei reality show). Dei lacché, insomma. Critici e opinionisti, che dovrebbero  non solo essere coerenti alla propria onestà intellettuale, ma che dovrebbero domandarsi sul serio il perché di una sciagura che non sarà soltanto politica, ma soprattutto etica e morale. Uno schifo, insomma, che aumenta mano a mano che il distacco fra i due candidati si allarga, e i commenti si trasformano addirittura in indignazione perché poveretto, Trump, lo hanno preso in giro per un anno, gliene hanno dette di tutti i colori e adesso finalmente ha la sua rivincita. E allora, chiosano, vedrai che adesso cambia, adesso che è presidente diventerà ragionevole e saggio. Come se non bastasse la biografia di un settantenne razzista, evasore fiscale, bancarottiere, star della tv trash. E si arriva all’apoteosi finale, dove il colpevole di lesa maestà diventa allora Barack Obama, che ha (giustamente, sottolineo io) detto tutto il peggio possibile di un uomo come Donald Trump. Che tristezza. Ma forse hanno proprio ragione questi soloni dei media italiani. Sì, è davvero una giornata storica, perché il mondo oggi fa milioni di passi indietro, passi indietro politici, sociali, civili, etici, morali, e ci dà una conferma drammatica: l’appeal dell’imprenditore straricco e ignorante e arrogante sembra sedurre ovunque, sembra essere imbattibile ovunque. Auguri mondo.

I poeti maledetti in treno

Nel numero della Lettura (il supplemento culturale del Corriere della sera) in edicola da ieri, c’è anche un mio testo. Nella sezione Sguardi, ho scritto a proposito della mostra Fantin-Latour. A fleur de peau, in corso al Musée du Luxembourg di Parigi. No, non mi sono trasformato all’improvviso in critico d’arte. Nessuna improvvisazione. Il mio testo parte da due quadri ben precisi che, come tanti, avevo visto nel corso della mia prima visita a Parigi, quando ero ancora studente. È un testo evocativo, allora, una specie di racconto ripescato in fondo all’immaginario, laddove risiedono quei ricordi lontani ma fondamentali, quei tasselli di esistenza che messi uno in fila all’altro rappresentano il nostro intimo patrimonio intellettuale, culturale, estetico. Nel supplemento, poi, ci sono molte altre pagine da non perdere, soprattutto quella del mio amico Angelo Ferracuti, che insieme al disegnatore Fabio Delvò, racconta la miniera del Sulcis. Buona Lettura, allora.

Venezia, le perle fucsia sbiadiscono. 

Questo mio articolo è uscito martedì 11 ottobre 2016 sul Corriere del Veneto. Mi rendo conto, rileggendolo, che erano anni che non riuscivo a trovare un tono e dei motivi per essere ottimista riguardo la mia città, Venezia. Spero si tratti di dati di fatto evidenti e non di uno stato d’animo passeggero.



Sembra che qualcosa stia cambiando, finalmente, a Venezia. Che si intraveda una – pur piccola – inversione di rotta. Dopo un’estate di immagini sui media che facevano vergognare ogni residente sensato, che mostravano una città così decadente che la Venezia di Thomas Mann (quella del romanzo Morte a Venezia o del film omonimo di Visconti), a rileggerla, sembrava un posticino svizzero. In questa linea sottile, che un momento prima ci fa precipitare verso un abisso senza fine, e un momento dopo anche, pare si stiano insinuando delle oasi non di resistenza, no, ma di pura e semplice quotidianità. E sono tanti gli esempi: da chi ha deciso (ancora pochi, purtroppo) che le case si danno in affitto prima di tutto ai residenti, da chi (la municipalità di Venezia) sta invitando i cittadini di tutti i sestieri a riappropriarsi di calli e campielli, organizzando per strada incontri, ritrovi, cene collettive, da chi (la generazione dei novanta) ha proposto quella festosa marcia dei carretti della spesa, da chi (il gruppo 25 aprile), sta dando vita all’iniziativa chiamata “Venezia è il mio futuro”, che è giusto l’opposto della Venezia-museo che sembra sempre più ineluttabile, più reale. Ci sono insomma dei veneziani che hanno deciso di dimostrare al mondo intero che questa è una città ben viva, vivace, consapevole di sé.

Una città con sempre meno residenti, certo, ma fra loro ce n’è dunque un bel po’ con le idee chiare di come si voglia e si possa abitare Venezia come un qualunque altro luogo del mondo e non come se vivessimo di continuo dentro a una cartolina. Il più evidente di questi segnali c’è stato domenica 25 settembre, alle Zattere, quando almeno duemila persone si sono avvicendate nel corso di un intero pomeriggio e buona parte della serata per dire no alle grandi navi e sì a tanti altri punti cruciali per la Venezia di oggi e di domani. Non si era mai vista una partecipazione tanto numerosa e intensa e, soprattutto, convinta. Il giorno dopo ne ha parlato il mondo intero. Il culmine simbolico è stato toccato poco dopo il tramonto, mentre Eugenio Finardi cantava Extraterrestre, portale via, intese come grandi navi. E, come ogni sceneggiatura che si rispetti, è stato proprio in quel momento che, salpata dal porto di Venezia con oltre quattro ore di ritardo, è apparsa enorme, spropositata, alle spalle del palco, l’ennesima “Costa qualcosa”. Ne è scaturita un’immagine che non esito a definire epocale, con la voce di Finardi che gridava in forma rock “No, no, le grandi navi no”. Immagini che hanno fatto il giro del mondo.

Sì, a Venezia sembra che qualcosa stia cambiando, nonostante ci siano poi i soliti segnali contrari. Basta infatti essere costretti per un motivo o per l’altro a dover attraversare in un giorno qualsiasi la zona di San Marco, per essere smentiti. O individuare, giorno dopo giorno, un nuovo hotel, un nuovo ristorante, un nuovo negozio di borse gestito da cinesi, un nuovo bar ultra chic. Passi di là, vedi questi mutamenti (queste involuzioni), e sembra non esserci speranza. E invece no, e suona strano ribadirlo oggi, giorno dell’apertura del centro commerciale del lusso nell’ex palazzo delle poste, dove eravamo in tanti, veneziani, ad attraversare la città per andare lì a pagare le bollette: la bellezza di quel posto raddolciva l’esborso. 

Qualcosa sembra stia cambiando, a Venezia. Lentamente e in maniera quasi invisibile. Forse è inutile. Forse è troppo tardi. Oppure magari no. Magari potremmo farcela, alla fine, a rivendicare la nostra città, riuscendo a farla a vivere a tutti, residenti e visitatori, come dovrebbe essere: una città, non una cartolina.


Venezia 73, la Grande guerra di Ozon

Uno dei più bei romanzi di questi ultimi anni si intitola 14, il suo autore è Jean Echenoz e in Italia lo ha pubblicato Adelphi. Quel che racconta lo si desume dal titolo, e raccontarla, la Prima guerra mondiale, non è mai facile. Prima di tutto perché lo hanno già fatto in tanti e poi perché in queste date che ruotano attorno al centenario è evidente la corsa a volte sfrenata da parte di tanti artisti, di esserci, di – ahimè – approfittarne. Non è il caso di Jean Echenoz, che il suo romanzo lo ha pubblicato in Francia nel 2012, e non sembra nemmeno il caso di François Ozon, col suo film Frantz, visto ieri qui al Lido. Accosto queste due narrazioni perché hanno scelto di raccontarla più o meno allo stesso modo, la Grande guerra, e cioè nel modo più rischioso, quello che nasconde più trappole narrative, che ti fa percorrere i confini fragili della didascalia, del patetismo: raccontano entrambi la loro storia dal punto di vista di chi resta, di chi è sopravvissuto. Raccontare il dolore, la commozione, le lacrime, rischia spesso di trasformarsi in una maldestra – e a volte involontaria – furbizia. Per questo è difficile. E rischia anche di diventare un racconto prevedibile, ovvio. 

La struttura narrativa del film di Ozon è molto più semplice di quella del romanzo di Echenoz, ma al cinema, si sa, si tratta soprattutto di come la mostri, una storia, e Frantz è un film dal grande impatto visivo. È la storia di chi resta e del dolore che non se andrà più, di due genitori tedeschi che hanno perso il figlio, della sua promessa sposa che vive con loro, e di un militare francese che arriva al villaggio per portare dei fiori alla tomba (priva di spoglie) di Frantz, il soldato tedesco ucciso. È subito evidente il motivo per cui Adrien, l’ex soldato francese, è arrivato fin lì. Lo intuisci da delle piccole sfumature, piccole ambiguità che io credevo essere state messe lì volontariamente dal regista. Invece, nel press book del film è scritto con evidenza: Nota per i giornalisti. Vi chiediamo cortesemente di non svelare il segreto di Adrien. Boh, forse produttori e autori e regista pensavano di averlo nascosto dentro alla narrazione in modo impeccabile, o forse a me è stato chiaro perché quando ti occupi di narrazioni le noti sempre, le sfumature (e non sempre è piacevole, sia come lettore, sia come spettatore). Va bene, non lo svelo. Tanto lo avete capito, e non si può non farne cenno perché la struttra portante di questo film è la bugia. La bugia necessaria, quella che racconti per non aggiungere inutile dolore al dolore. Bugia e fragilità umana. Un bel film, a parte qualche lungaggine di troppo, e inutile, nell’ultima parte. Dettagli. Importanti però a volte. Un film utile, alla fine, perché della Prima guerra mondiale non ne sapremo mai abbastanza. (E leggetevi anche 14 di Jean Echenoz, se vi va).

Venezia 73: Kim Ki-duk, Wenders, Martins

Non è mia intenzione (ri)mettermi a fare il critico, ma ho voglia, quest’anno, di parlare, e soltanto qui, dei film che vedrò a questa Mostra del Cinema di Venezia. Un festival il cui tema principale, in questi giorni, è quello delle misure di sicurezza in vista di quell’attentato che media e istituzioni italiane sembrano agognare ormai da tempo. Mi rendo conto di sembrare esagerato, ma mi pare altrettanto esagerato blindare un’isoletta quale è il Lido di Venezia, dove sono stati piazzati addirittura dei blocchi di cemento per evitare attentati tipo Nizza, non fosse che poi, per arrivare qui, i camion, devono farlo col ferry boat, e allora, pur non essendo un esperto, direi che sarebbe più semplice controllare chi sale sul ferry, no? Poi, i grandi controlli sono comunque fatti a campione e in questi tre giorni nessuno ha mai guardato dentro al mio zaino né dentro a quelli della stragrande maggioranza delle persone che sono qui. E allora la tanto sbandierata sicurezza diventa una comica, col paradosso che c’erano più conttrolli negli anni scorsi, quando un aggeggio a infrarossi lo passavano comunque su borse e zaini. Ma ormai è evidente che questa storia della sicurezza è più una messa in scena che altro. Una messa in scena del tutto inutile e soldi pubblici buttati. Ma tant’è. 

Il primo film visto è The Net del regista coreano Kim Ki-duk, uno che non manca mai alla Mostra e che mai tradisce le aspettative. Sorprende sempre, con i suoi film, e anche questa volta. Solo che la vera sorpresa c’è stata prima della proiezione. Dico subito che la nuova Sala Giardino, meglio nota come il Cubo rosso, da fuori è bellissima così come il prato che la attornia e che copre il famigerato Buco che per cinque anni è stato un incubo (buco-incubo-cubo) per ogni cinefilo e per ogni residente del Lido. Solo che poi, dentro, appena gli spettatori hanno preso posto, patatrac, molte delle file di poltroncine si sono sradicate dalle proprie sedi. Subito, una squadra di pronto intervento si è messa all’opera munita di trapani e viti. Almeno una ventina le riparazioni fatte con dei piccoli, formidabili trapani, che hanno ritardato la proiezione di quasi mezz’ora. Non proprio una bella figura insomma (sorvolo sulle ironie dei giornalisti stranieri riguardo al pressapochismo italiano) per uno spazio che però è ritornato a essere risorsa della Biennale e del Lido, ma che non è – sia ben chiaro – un miracolo dell’inadeguato sindaco di Venezia, lo smargiasso Luigi Brugnaro. Lui se ne vanta, ma impropriamente e su questo tornerò con un altro post.

The Net, dunque, La rete, di Kim Ki-duk, racconta la lacerante divisione fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Non mi soffermo sulla trama, che vede un pescatore del Nord finire nelle acque territoriali del Sud a causa di un guasto alla sua barca, ma sull’importanza di un film che ci mostra gli aspetti più profondi di questa divisione, quelli che intaccano l’anima dei coreani e di cui noi non sappiamo niente. Quello che passa dai nostri media, le poche volte che l’argomento viene affrontato, è una visione superficiale, dove da una parte abbiamo solo l’immagine ridicola e al contempo sanguinaria del dittatore del Nord, e dall’altra l’avanzatissimo e ipertecnologico Sud. Non manca, sia dal punto di vista della narrazione che da quello estetico, il tocco inconfondibile del maestro del cinema coreano.


Altro Maestro per me indiscutibile è Wim Wenders, che dopo qualche decennio ritorna in concorso alla Mostra con un film tratto da una pièce teatrale di Peter Handke, Les Beaux Jours d’Aranjuez. Un film che può risultare difficile per chi sia digiuno della grammatica cinematografica di Wenders e della scrittura di Handke. La vicenda si svolge nel giardino di una casa di campagna dell’Île de France con, sullo sfondo – davanti ai due protagonisti che dialogheranno fra loro lungo tutto il film, argomento: l’amore e il sesso – una Parigi che Wenders ci mostra in alcuni quadri nei primi cinque minuti del film. Cinque minuti che valgono l’intera pellicola (compresi anche i due cammei di Peter Handke e Nick Cave). Per il resto, è come essere a teatro, in questo lungo dialogo che di sicuro non piacerà a tutti. 

São Jorge è il film del portoghese Marco Martins. L’ho scelto per via della trama, che inizia così: “Nel 2011 il Portogallo iniziò il cosidetto ‘anno della Troika’ (i tagli di bilancio e la ristrutturazione economica imposti da UE, FMI, BCE)”. Il protagonista è un disoccupato, pugile fallito, che accetta di lavorare per un’agenzia di recupero crediti. Io sono affamato di libri e di film che siano capaci di raccontare l’Europa di questi ultimi anni, quella della crisi lacerante, della disoccupazione, dei debiti, della povertà. Non è facile raccontarla, eppure ogni anno, in questi ultimi, alla Mostra ci sono stati film che hanno provato a farlo, a raccontare una crisi che è ancora in atto e proprio per questo così difficile da trasporre, sullo schermo o sulla carta. Il film di Martins mostra le periferie, i casermoni con quei piccoli appartamenti dove si vive in tanti, personaggi che fino a qualche anno fa avevano un lavoro, una vita dignitosa e diventati all’improvviso border-line. Martins usa la cinepresa con uno stile che ricorda quello dei fratelli Dardenne. Il film è molto forte, duro, girato benissimo. All’uscita, la solita domanda: quando il cinema italiano sarà in grado di mostrarci con tanta forza e semplicità, di mostrarci e raccontarci l’Italia della crisi? Perché noi non ci riusciamo mai? Meglio: perché noi non ci riusciamo più? 

Liberate Asli Erdogan!

Questa petizione lanciata dagli scrittori Patrick Deville e Jean Rolin, chiede la liberazione immediata della scrittrice turca Asli Erdogan, incarcerata giorni fa a Istanbul. È stata firmata da decine e decine di scrittori, traduttori e editori europei, indignati dalla totale mancanza di libertà di espressione nella Turchia di oggi. Colpisce l’omonimia dell’autrice de Il mandarino meraviglioso (Keller editore), con colui che è a capo del regime che sta uccidendo ogni libertà in Turchia.


Asli Erdogan è stata arrestata dalla polizia turca il 16 agosto scorso. È stata incarcerata nella prigione Barkirköy a Istanbul con l’accusa di «propaganda a favore di un’organizzazione terrorista», «appartenenza a un’organizzazione terrorista», e «incitazione al disordine». Giornalista di Ozgun Gundem, giornale che è stato chiuso, femminista, scienziata, romanziera, donna libera, Asli non ha mai smesso di scrivere saggi e articoli sulla libertà e la democrazia. Dopo studi di fisica e di ingegneria informatica, Asli ha lavorato al Cern di Ginevra, è diventata romanziera in Brasile. Uno dei suoi romanzi, Il mandarino meraviglioso, è stato pubblicato in Italia da Keller. In Francia è pubblicata da Actes sud e nella collana bilngue della Maison des écrivains étrangers et des Traducteurs de Saint-Nazaire (Meet).

Scrittori, giornalisti e militanti dei diritti organizzano un sit in davanti al carcere dove Asli Erdogan è imprigionata. Noi, scrittori, traduttori, editori, convinti assertori della libertà di espressione degli scrittori ovunque nel mondo, li sosteniamo e ci aspettiamo che il governo turco liberi immediatamente Asli Erdogan.

Patrick Deville (France), Jean Rolin (France), Timour Muhidine (France), José Manuel Fajardo (Espagne), Charif Majdalani (Liban), Philippe Ollé-Laprune (Mexique), Boualem Sansal (Algérie), Ersi Sotiropoulos (Grèce), Rosa Beltran (Mexique), Alberto Barrera (Venezuela), Carmen Boullosa (Mexique), Juan Villoro (Mexique), Mahmoud Tawfik (Egypte), Fabienne Bradu (Mexique), Alberto Ruy Sanchez (Mexique), Alberto Manguel (Argentine), Chantal Chen-Andro (France), Yahia Belaskri (Algérie), Julietta Garcia (Colombie),  Francisco Torres Oliver  (Espagne), Bernardo Carvalho (Brésil), Daniel Saldaña (Mexique), Jose Maria Espinasa (Mexique), Arno Bertina (France), Israel Centeno (Venezuela), Lídia Jorge (Portugal), José Ovejero (Espagne), Pedro Vieira (Portugal), Lina Meruane (Chili), Jorge Volpi (Mexique), Joäo Paulo Cuenca (Brésil), Dan Lungu (Roumanie), Daniel Maximin (France), Daniel Goldin (Etats-Unis), Mario Bellatin (Mexique), Roberto Ferrucci (Italie), Federico Andahazi (Argentine), Jacques Aubergy (France), Santiago Roncagliolo (Pérou), Louis-Philippe Dalembert (Haïti), Francisco Font Acevedo (Porto-Rico), Luiz Ruffato (Brésil), Margo Glantz (Mexique), Eloy Urroz (Mexique), Gonzalo Celorio (Mexique), David Miklos (Mexique), Magali García-Ramis (Porto-Rico), Leonardo Gala (Cuba), Jean Meyer (Mexique), Sophie Kepes (France), Jaime Moreno Villarreal (Mexique), John Lantigua (Etats-Unis), Elvira Lindo (Espagne), Carlos Wynter (Panama), Fernando Iwasaki (Pérou), Almeida Faria (Portugal), Javier Chiabrando (Argentine), José Ángel Mañas (Espagne), Joel Franz Rosell (Cuba), Jorge F. Hernandez (Mexique), Aurora Arias (République Dominicaine), Sandra Santana (Porto-Rico), Adolfo Garcia Ortega (Espagne), Caroline Lamarche (Belgique), Guadalupe Nettel (Mexique), Anne-Marie Carlier (France), Martin Solares (Mexique), Mario Mendoza (Colombie), Jaime Priede de la Huerta (Espagne), Miguel de Castro Henriques (Argentine), Raquel Otheguy Rivón (Porto-Rico), Elsa Osorio (Argentine), Claude Chambard (France), Ivonne Goderich (Porto-Rico), Jean-Marie Saint-Lu (France), Luis Felipe Fabre (Mexique), José Enrique Colón Santana (Porto-Rico), Peter Landelius (Suède), Ernesto Pérez Zúñiga (Espagne), Carmen Rita Centeno (Porto-Rico), Mercedes Roffé (Argentine), Rosa Montero (Espagne), Inaki Ezkerra (Espagne), Angeles Caso (Espagne), Luis Felipe Fabre (Mexique), Enrique Serna (Mexique), Wenceslao Serra Deliz (Porto-Rico), Anne Casterman (Belgique), Alvaro Enrigue (Mexique), Ángel M. Encarnación Rivera (Porto-Rico), Lola Beccaria (Espagne), Manuel Martinez Maldonado (Porto-Rico), Albert Bensoussan (France), Inés Garland (Argentine), Jose Maria Merino (Espagne), Benoît Peeters (France), Maite Pagazaurtundúa Ruiz (Espagne), Makenzy Orcel (Haiti), Marcos Giralt Torrente (Espagne), Etnairis Ribera (Porto-Rico), Tom Lanoye (Belgique), Stefan Hertmans (Belgique), Cristina Peri Rossi (Uruguay), José María Pérez Zúñiga (Espagne), Bruno Vieira Amaral (Portugal), Juan Carlos Chirinos (Venezuela), Miguel Bonnefoy (France), Mauro Covacich (Italie), Giovanni Montanaro (Italie), Emmanuel Ruben (France), Claudette Krynk (France), Jean Guiloineau (France), Gianfranco Bettin (Italie), Marielle Leroy (France), Jean-Paul Manganaro (France), Benoît Verhille (France), Elena Blanco (Espagne), Anne-Hélène Suárez (Espagne), Javier Moro (Espagne), Graciela Perosio (Argentine), Rogelio Lugo (Espagne), Antonio Álvarez Gil (Cuba), Claudia Pineiro (Argentine), Jörn Cambreleng (France), Luigi Brioschi (Italie), Kirmen Uribe (Espagne), Wojciech Nowicki (Pologne), Bernard Comment (France), Marie Darrieusecq (France), Olga Tokarczuk (Pologne), José Feliciano (Porto-Rico), Gonzalo Suárez (Espagne), Luisa Valenzuela (Argentine), Rosa Margarita Hernandez (Porto-Rico), Juan Carlos Méndez Guédez (Venezuela), Marlyn Cruz-Centeno (Porto-Rico), Thierry Clermont (France), Carlos Franz (Chili), Carla Guelfenbin (Chili), Anne-Marie Métailié (France), Jean-Luc Bertini (France), Juan Gabriel Vásquez (Colombie), Tiziano Scarpa (Italie), Mayra Santos-Febres (Porto-Rico), Benito Massó (Porto Rico), Jean-Paul Hirsch (France), André Velter (France), Alice Déon (France), Carmen Yáñez (Chili), Felipe Tupper (Chili), Vera Michalski (Suisse), Judith Roze (France), Luigi Amara (Mexique), Audomaro Hidalgo (Mexique), Pablo De Santis (Argentine), Valeria Castelló-Joubert (Argentine), Frédéric Martin (France), Bernard Magnier (France), Gérard Meudal (France), Anne-Marie Garat (France), Marianne Alphant (France), Laura Alcoba (France), Inès Fernandez Moreno (Argentine), Olivier Rolin (France), Edwin Madrid (Equateur), Juan Miguel Aguilera (Espagne), Emmelene Landon (Australie), Paul Otchakovsky-Laurens (France), Jean-Baptiste Para (France), JJ. Armas Marcelo (Espagne), Antoine Volodine (France), José Acosta (République dominicaine), Carlos Reyes (Chili), Ecequiel Leder Kremer (Argentine), Ariel Santiago Bermudez (Porto-Rico), Gael Solano (Espagne), Patrice Franceschi (France), Eduardo Milan (Uruguay), Vivian Abenshushan (Mexique), Ana Duran (Equateur), Lido Iacomini (Argentine), Jaime Sorin (Argentine), Agnieszka Zuk (France), J. A. Gonzalez Sainz (Espagne), Françoise Garnier (France), Véronique Yersin (France), Rainer Michael Mason (Suisse), Jean-Christophe Bailly (France), Antonio Jiménez Barca (Espagne), Leonardo Padura (Cuba), Laure Limongi (France), Patrick Bonnet (France), Francisco Segovia (Mexique), Sarah Chiche (France), Georges Didi Huberman (France), Xavier Barral (France), Claudia Salazar (Pérou), Jean-Marie Laclavetine (France), Christian Joschke (France) Hervé Joubert-Laurencin (France), Arthur Dreyfus (France), Marie NDiaye (France), Akira Mizubayashi (Japon), Muriel Barbery (France), Jonathan Littell (France), Michel Embareck (France), Gilles Leroy (France), Didier Daeninckx (France), Jean-Baptiste Del Amo (France), Ananda Devi (Ile Maurice), François Salvaing (France), Annie Ernaux (France), Marie Nimier (France), Pierre Péju (France), Jérôme Ferrari (France), Jean-Baptiste Harang (France), Alain Nicolas (France), Bernard Pivot (France), Colette Fellous (France), Martine Le Coz (France), Cloé Korman (France), Michaël Ferrier (France), Jean-Claude Lebensztejn (France), Hanns Zischler (Allemagne), Pierre Bergounioux (France), Celine Curiol (France), Camille Laurens (France), Hubert Haddad (France), Javier Cercas (Espagne), Mahmoud Hussein (France), Ronaldo Menéndez (Cuba), Pierre Ducrozet (France), Olivier Brunhes (France), Diego Trelles Paz (Pérou), Olivier Bétourné (France), Hans Christoph Buch (Allemagne), Peter Schneider (Allemagne), Marko Martin (Allemagne)

Venezia che muore

C’è quella canzone, vecchissima e bellissima, di Francesco Guccini, dedicata a Venezia, che sembra sia stata scritta oggi. Si adatta ahimè alla perfezione al caos – soprattutto mediatico – di questi giorni. Giorni in cui tutti gridano e inveiscono contro quella manciata di turisti idioti che sono sì degli idioti, ma che sono comunque solo una manciata. Delle grida isteriche che suonano come un’auto assoluzione. La solita individuazione di un nemico, di un responsabile cui addossare le colpe ed evitare, così, anche solo un minimo di autocritica, di riconoscimento di una responsabilità collettiva che è solo e soltanto nostra. Se Venezia è ridotta com’è ridotta, non è difficile individuarne i responsabili: noi veneziani. 

Ieri, mentre tutti gridavano, io, sommessamente, proponevo sul Corriere del Veneto questa riflessione. Senza scagliarmi contro i turisti (anch’io ne vorrei meno, molti di meno, a incominciare da quelli delle grandi navi, e li vorrei tutti educati e rispettosi e consapevoli del luogo in cui si trovano) e senza scagliarmi contro altri eventuali nemici o responsabili, ma con la consapevolezza che questa Venezia ce la siamo voluta tutti noi. E che quelli che gridano e che accusano la manciata di maleducati sono proprio coloro che sulla speculazione del turista ci campano, e ci campano benissimo. Ieri qualcuno mi ha scritto: e allora tu cosa proponi? Io? Io faccio lo scrittore, racconto storie, epoche, luoghi. Da anni sto cercando di raccontare la Venezia di oggi. Io racconto, non amministro, non governo nulla se non le mie pagine. Però so che su questo tema noi veneziani abbiamo fallito, e allora forse è il caso di chiedere aiuto altrove. A chi ne sa di più, a chi – paradossalmente – ama, altrove, la nostra città più di noi. Non so, ma forse chiederei proprio all’Unesco, che il sindaco ridicolizza un giorno sì e un giorno anche, chiederei a loro di darci una mano. Ma finché non ammetteremo la nostra incapacità – o almeno soltanto la nostra incompetenza – fino a che daremo in mano la città a degli inetti ignoranti, sarà del tutto inutile mettersi a gridare. Basterà solo guardarci allo specchio. 



Venezia e i veneziani sono allo stesso tempo le vittime e i carnefici di se stessi. All’improvviso, i turisti sembrano essere diventati il nemico comune, da abbattere (Siete la rovina della città, c’è scritto su cartelli apparsi spontaneamente) anche se poi, senza di loro, tre quarti dei veneziani (tutti quelli che più o meno direttamente vivono di commercio e di turismo), andrebbero in rovina. Venezia senza turisti è un paradosso, così come assurdo e impossibile è pensare a un numero limitato di visitatori al giorno. C’è poco da fare: Venezia, come ogni altra città del mondo, appartiene a tutti e tutti hanno il diritto di vistarla. Altrimenti, al contrario, dichiariamo ufficialmente di essere diventati Veneland, facciamo pagare il biglietto d’entrata e arrivederci e grazie. Certo, il turismo di massa è un problema mondiale e epocale, e lo è ovunque. Alcune zone di Venezia sono diventate off limits per gli stessi residenti. Solo che l’impressione è che tutto ciò ce lo siamo voluto. Venezia vittima e carnefice, perché se da una parte c’è chi giustamente lamenta una situazione diventata insostenibile, dall’altra c’è chi non demorde e sulla vendita del prodotto Venezia specula senza scrupoli. E chi ha in mano la città un giorno ti dice che i flussi turistici vanno ridimensionati, che ci vuole il numero chiuso e il giorno dopo invece dichiara che va incentivato il numero delle navi da crociera in arrivo in laguna. Confusione assoluta. E, soprattutto, incapacità assoluta. Perché una cosa è chiara, evidente, incontrovertibile: nessuno a tutt’oggi ha la benché minima idea di come far fronte a questo problema. Qualche proposta è stata fatta, certo, ma ciascuna di esse è immediatamente discutibile, controvertibile. Forse bisognerebbe incominciare dalle piccole cose, tipo abolendo le doppie tariffe nei bar, con un prezzo (maggiorato) per i turisti e uno per i veneziani, oppure, visto che ci lamentiamo della quantità di rifiuti prodotti dai turisti, incominciare a mettere dei cestini agli imbarcaderi dell’Actv.

L’amministrazione comunale chiede poteri speciali allo Stato per arginare il fenomeno delle esagerazioni, di chi si tuffa nei canali, di chi si ubriaca, di chi trasforma certi angoli veneziani in toilette en plein air. Solo che questi poteri speciali sembrano in realtà degli effetti speciali, proclami fatti per celare la propria impotenza (incapacità?), perché è impossibile non sappiano che è la Costituzione a impedire – giustamente – di avere degli sceriffi al posto dei sindaci. Forse, sarebbe più opportuno informare, perché alla fine è sempre questione di cultura. Di gente che si butta in acqua a Venezia ce n’è sempre stata, veneziani compresi, solo che adesso tutto è documentato, foto e video non risparmiano nessuno. Ma avete mai visto voi in giro cartelli che dicono che è vietato bagnarsi nei canali? Avete mai visto in giro cartelli col divieto di andare in bicicletta? Mai. Direte: ma la gente dovrebbe saperlo. Vero. Ma da chi a Piazzale Roma ti domanda quale autobus porti in Piazza San Marco – domanda che negli anni mi è stata fatta almeno una dozzina di volte e sempre da italiani – cosa possiamo pretendere? E poi, come dice il sindaco, prevenire è meglio che curare, quindi un paio di cartelli alla stazione, a Piazzale Roma, qualche depliant qua e là, aiuterebbero molto, e se qualcuno continuasse a esagerare, allora li si potrebbe allora multare. E pesantemente. Insomma, Venezia ha un assoluto bisogno di essere salvata da gente competente e piena di buone idee, non dagli sceriffi.

Il cielo nero di Venezia

Questo mio commento è uscito ieri, 10 agosto 2016, sul Corriere del Veneto. Oltre alle varie sciagure permanenti (il transito continuo delle navi da crociera, l’afflusso quotidiano di decine di migliaia di turisti, un’amministrazione comunale, sindaco in testa, a dir poco imbarazzante) Venezia convive con il rischio di un incidente chimico a Porto Marghera, quella parte incongrua di paesaggio che si vede dalle Zattere. E di incidenti, neglia anni, ce ne sono stati. Come domenica scorsa.


Da qualche giorno il paesaggio veneziano gode di una purezza diventata negli anni sempre più rara. La quasi totale assenza di umidità rende ogni colore di un pastello intenso, nitido. Ce l’eravamo quasi dimenticata un’aria così tersa, d’estate. Ogni palazzo, ogni gamma di luce è di un’intensità unica. Perfino l’acqua della laguna sembra distillarsi in infinite gradazioni di verde e di blu. Uno spettacolo davanti al quale il nostro sguardo si perde, come se si fosse disabituato a tale naturalezza. Così, domenica scorsa, anche il fumo nero e acre di etilene e propilene vomitato sullo sfondo di questo meraviglioso paesaggio dalle ciminiere di Porto Marghera, sembrava comunque paradossalmente congruo al contesto, con tutta la gamma di neri e di grigi che si stagliava nitida nel blu del cielo sopra Venezia. Congruo, tutto quel nero, perché ben inserito dentro a quel paradosso epocale che si chiama Porto Marghera. Coerenti, quei fumi velenosi, alle scelte di chi un secolo fa disse di averne abbastanza della troppa bellezza di Venezia, della sua unicità. Di chi decise che bisognava affiancare a quell’insieme così unico di arte, di storia e di architettura qualcosa che stridesse, che fosse al passo con le altre città. Fu così che più o meno volontariamente venne messo in pratica il grande paradosso: tutta quella bellezza, addirittura esagerata, aveva bisogno di un bilanciamento estetico. Un polo industriale. È come se fosse nata così, per paradosso, Porto Marghera. Per noi che siamo nati da queste parti, le due entità sono sempre coesiste, nel paesaggio e nell’immaginario, perché la forza della bellezza di Venezia è tale da rendere spettacolare anche il brutto, anche l’obbrobrio e per questo allora troviamo magnifici anche i tramonti dietro Porto Marghera, visti dalle Zattere, così come sono perversamente attraenti anche le grandi navi, quando le vedi delinearsi sullo sfondo, imponenti e mostruose e pericolose tanto quanto le ciminiere e i fumi alle loro spalle. È questo, il paradosso del paradosso: continuiamo a mettere ogni bruttezza possibile dentro a tutta questa bellezza, e tac, anche quelle mostruosità assumono un loro valore estetico, unico quanto il luogo circostante. È questo risultato a fregarci. A renderci comunque alla fine inermi davanti a quelle che comunque restano delle aberrazioni, delle mostruosità.Ecco, quelle due colonne di fumo nero, al di là del deficit di sicurezza e – soprattutto – di comunicazione ai cittadini da parte del Comune, diventano il simbolo della Venezia attuale, che sta perdendo identità, ruolo, speranze e che non sembra più riconoscersi in se stessa, in tutta la sua esagerata bellezza, di cui non sa più che fare, che svende come se fosse un supermarket del bello, dell’arte, della storia. Quelle due colonne di fumo nero devono farci aprire gli occhi, dobbiamo mettere fine al paradosso cui noi veneziani siamo ormai abituati. Perché non deve bastare la certezza che, alla fine, la vera bellezza prevarrà, perché Venezia saprà salvarsi a prescindere da noi. Ce la farà, sicuro, ma sarebbe auspicabile che fossimo finalmente noi, a decidere che questa città non va svenduta ma preservata, e il più presto possibile. Per salvare, con lei, noi stessi e le generazioni che verranno.

Nizza, Francia

Da qui, dalla Francia, dove mi trovo quasi da due mesi (in residenza di scrittura a Villa Yourcenar, a Mont-Noir) ho scritto questo commento su quanto avvenuto a Nizza il 14 luglio. È uscito sul Corriere del Veneto del 16 luglio 2016.


Questa sera, quando noi veneziani saremo con il naso all’insù, a celebrare la fine della giornata del Redentore, non potremo non pensare a tutti quelli che giovedì, più o meno alla stessa ora, in Francia, stavano facendo la stessa cosa, a chiusura della giornata più importante nella storia francese, quella che celebra la presa della Bastiglia. Non potremo non pensare a Nizza, a quella splendida curvatura naturale che è la Promenade des Anglais. Lo faremo perché da due giorni nessuno riesce a far altro che pensare a quel camion di oltre tre tonnellate che ha falciato centinaia di persone che guardavano il cielo, incantati – come ci succede fin da quando eravamo bambini – a guardare i fuochi d’artificio. E lo faremo perché, di conseguenza a quanto accaduto, sarà un Redentore mai così blindato e controllato.
L’altra sera ero anch’io con il naso all’insù, qua in Francia. Ogni città, ogni villaggio, il 14 luglio lo festeggia allo stesso modo: balli, musica, giochi, cene in compagnia e alla fine, immancabili, i fuochi d’artificio. Anche nella piccola Bailleul, al Nord della Francia, pochi chilometri da Lille e dal confine con il Belgio. Cena, balli, e alla fine tutti i piazza per i fuochi che qui, per via del buio, che a nord arriva più tardi, sono iniziati parecchio dopo quelli di Nizza. È per questo che i primi messaggi hanno incominciato ad arrivare che i fuochi erano ancora in corso. Messaggi poco chiari, all’inizio, poi, mentre ciascuno riprendeva la strada di casa, eravamo in tanti a scrutare il display del telefono, in cerca di notizie. Poco a poco, tutto incominciava a prendere la forma peggiore possibile. C’era qualcuno, qua in Francia, che era stato ucciso mentre stava facendo la stessa cosa che avevamo appena fatto tutti. A casa, davanti alla televisione, le conferme, terribili, e un’inquietudine, in particolare. Fin qui sottesa, celata nell’intimo dei francesi. Questa cosa, non detta, anche un po’ imbarazzante, certo, ma vera, e cioè che il terrorismo riguardasse solo Parigi. Dalla sera del 14 luglio non è più così, e quella terribile frase che il primo ministro Manuel Valls ripete da mesi, “la Francia è in guerra”, dall’altro ieri risuona dentro ogni francese con maggior forza, con più intensità, anche in coloro che hanno sempre rifiutato questa visione catastrofica delle cose. Io non so se la Francia è in guerra. Non sono un esperto di geopolitica, ma so ascoltare quel che dice la gente e nonostante il fenomenale fatalismo dei francesi, questa volta il colpo è stato forte. Le certezze vacillano, l’insicurezza, esorcizzata nei mesi scorsi in tutti i modi possibili, ora è tangibile, evidente, e sparpagliata ovunque, questa volta. Nessuno si sente più davvero al sicuro, da queste parti. Non si tratta più di armi o di esplosivi, adesso. Ora basta un camion. Quante volte è risuonato in questi mesi, nella metropolitana di Parigi il messaggio che la linea x o y erano temporaneamente interrotte per un pacco sospetto, o per un bagaglio abbandonato. Qualche volta è capitato anche altrove. Ma mentre a Parigi questi allarmi portavano con sé un significato ben preciso, dalle altre parti la preoccupazione era attutita, sfumata. Da oggi in poi non sarà più così. La Francia è stata colpita nel giorno in cui si celebravano Liberté, Égalité e Fraternité. La cosa peggiore che potesse accadere. Sì, oggi la Francia è stordita, incredula, si sente molto più insicura. Ma non è ancora terrorizzata né rassegnata. C’è ancora speranza, nonostante l’incertezza. Nonostante tutto.

Venise est lagune in libreria

Oggi arriva nelle librerie francesi Venise est lagune, pubblicato da La Contre Allée, tradotto da Jérôme Nicolas, con una prefazione di Patrick Deville. Di questo libro ho già scritto qui quando è uscito in Italia, a novembre, nella bella edizione digitale della collana Zoom di Feltrinelli. Si sa che anch’io dirigo una collana di ebook, Collirio di Terra Ferma. Quindi è evidente l’importanza che per me ha lo strumento digitale, le opportunità in più che offre – oggi – rispetto alla carta. Però sono prima di tutto uno scrittore, e non mi abbandonerà mai l’emozione che provi quando tieni un tuo libro tra le mani.

Sia chiaro, io sono fra coloro convinti che ciò che conta prima di tutto, che la fase non solo più importante, ma anche la più bella, la più piacevole, sia quella della scrittura. La pubblicazione è solo la conseguenza di un lungo, a volte durissimo, ma sempre meraviglioso percorso di scrittura (che ora sto facendo in residenza a Villa Yourcenar, nelle Fiandre francesi). La pubblicazione è il compimento dell’opera. Solo che a volte diventa routine, un passaggio scontato, soprattutto per chi – a differenza mia – pubblica spesso. Non è però più routine ma esperienza fondamentale quando ti capita di incontrare un editore che crede fortemente nel suo lavoro, che manifesta la sua passione a ogni passaggio della trafila editoriale e che, alla fine, fa dei bei libri, intesi sia come contenuto che come oggetto. Così, ora ho fra le mani un piccolo volume color acqua con il disegno ripetuto di una grande nave viola che penetra una Venezia color indaco, un libro che misura 10,5 centimetri di largenzza e 15 di altezza, la copertina in cartoncino Conquéror Vergé Blc 220 grammi e le pagine Munken Bouffant 80 grammi. All’interno, il testo e tre foto in bianco e nero. Nella penultima pagina – prima di una foto che ho scattato dal decimo piano del Building di Saint-Nazaire e che ritrae la Msc Poesia al rientro dal suo viaggio di collaudo, un bel po’ di anni fa – i crediti, stampati a forma di maschera veneziana, dove fra l’altro c’è scritto: “Venise est lagune è stato composto fra imballaggi, trasporto e disimballaggio di scatoloni, pulizie, sistemazione dello spazio e accordo simulato per un nuovo arredamento dell’ufficio, durante il nostro trasloco nei nuovi locali di Mutualab…”. Un libro bellissimo, che fa piacere tenere fra le mani e, mi auguro, anche piacevole da leggere.

Ne parlerò nei prossimi giorni in tre appuntamenti parigini:

sabato 11 giugno h. 11.00 cinema Panthéon, proiezione del film Pane e tulipani, poi breve presentazione del libro e a seguire dédicaces alla libreria Panthéon, di fianco al cinema.

sabato 11 giugno 15.30-17.00 séance de dédicaces al Marché de la Poésie a Saint-Sulpice.

domenica 12 giugno 11.00-18.00 La Villa Yourcenar en fête, a Saint-Jans-Cappel, leggerò estratti di Venise est lagune e firmerò le copie del libro.

martedì 14 giugno 19.00 presentazione alla libreria Tour de Babel insieme a due amici scrittori: Patrick Deville, che ha firmato la prefazione, e Arno Bertina.

Collirio al Salone del Libro

Questo pomeriggio, alle 14, all’Independents’ Corner del Salone del LIbro di Torino, chiacchiererò insieme allo scrittore Giuseppe Culicchia e al responsabile della collana Stile Libero di Einaudi Paolo Repetti sul seguente tema: “Dirigere una collana, o magari inventarsela, e scegliere una linea editoriale, scoprire nuove voci oppure coinvolgere nel proprio progetto autori già affermati: il fascino e i rischi di uno dei mestieri più belli dell’industria editoriale”. Lo farò nella mia veste di direttore della collana digitale Collirio, che l’editore Terra Ferma ha avuto il coraggio (la sventatezza?) di promuovere con entusiasmo fin dal primo incontro, nel 2013, quando insieme a Tiziano Scarpa, andammo a Montebelluna a esporre la nostra idea.
Si trattava, prima di tutto, di ripubblicare libri (romanzi ma non solo) spariti da tempo dagli scaffali delle librerie, libri che ci erano piaciuti e che avevamo voglia non solo di rileggere, ma anche di proporli a lettori che non li conoscevano. E, grazie al formato ebook, renderli perpetui e, perché no, spingere magari qualche editore distratto a riscoprirli, a ripubblicarli. Mai, infatti, abbiamo pubblicato testi che esistono su carta. Il nostro non è un lavoro di concorrenza all’editoria tradizionale, al contrario, vorremmo che grazie ai nostri ebook gli editori tornassero ad accorgersi di libri che non meritano l’oblio. Lo abbiamo fatto con Piersandro Pallavicini (che per noi ha raccolto le raccolte di racconti pubblicate negli anni e finite fuori catalogo e le ha integrate con altri racconti inediti dando forma a una raccolta che su carta sarebbe stata di oltre 700 pagine), Diogo Mainardi, Romolo Bugaro, Lello Voce, Marilia Mazzeo, Simone Battig. E poi, abbiamo pubblicato testi che mi piace definire sbilenchi, difficili da incasellare, sia per il loro contenuto, sia per la quantità di pagine: testi spesso di poche pagine, reportage, riflessioni, racconti, frammenti, saggi brevi. Poche pagine, certo, ma dal nostro punto di vista, dal forte impatto. Non solo. Le grandi possibilità, intese questo caso come distribuzione, ci hanno consentito di fare un altro gesto sventato: pubblicare testi anche in lingua straniera, laddove quei testi non fossero reperibili su carta mei loro paesi d’origine. O anche, tradurre in francese e inglese i testi inediti di Lisa Ginzburg, che vive a Parigi e non era mai stata tradotta in francese, e di Chiara Marchelli, che insegna alla New York University e mai era stata pubblicata in inglese. Finora, nel nostro catalogo sono presenti testi di Patrick Deville, Dominique Manotti, Chiara Marchelli, Andrea Canobbio, J.A. González Sainz, Lisa GInzburg, Arno Bertina, Christine Montalbetti. Autori più o meno noti, ma autori che a nostro avviso stanno ben dentro al panorama letterario europeo. Scrittori, tout simplement. Un lavoro bellissimo, portato avanti con la editor di Terra Ferma, Alessandra Crosato. E allora è una meravigliosa sorpresa, oggi, essere invitati nel cuore del libro in Italia, il Salone del Libro, a dibattere insieme al responsabile (insieme a Severino Cesari) della collana forse di punta della più prestigiosa casa editrice italiana, l’Einaudi. Ecco, ora corro al Salone. A rincorrere amici scrittori che vorrei facessero parte del nostro progetto, scrittori di cui conosco il lavoro, e che hanno libri fuori catalogo o testi pubblicati qua e là, che meritano di essere disponibili per sempre, anche se non sulla carta. E poi, perché no, qualche bel testo inedito. E sì, dài, faccio qualche nome: oggi mi metterò alle calcagna di Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Yasmina Melaouah, Massimiliano Santarossa, Giorgio Vasta, Elena Stancanelli oltre a Giuseppe Culicchia, naturalmente, che ha creduto in Collirio, invitandoci al Salone. E alle 14, racconterò la fin qui brevissima storia di Collirio, minuscola collana che si confronta oggi col titano assoluto dell’editoria italiana. Brividi.

25 aprile 2016, Venezia

Il 25 aprile per me è una data cruciale. Dal punto di vista privato, anzitutto, perché è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori (stiamo andando a festeggiare il loro cinquantasettesimo). Poi è il giorno del patrono della città dove sono nato e dove vivo, Venezia. Infine, è il giorno dellaLiberazione dal nazifascismo, il 25 aprile 1945. L’ordine di questo elenco non è in base all’importanza che do ai tre momenti. Vivono dentro di me ciascuno con la sua dose di significato e di sentimenti.


Però poi, quando vedo che degli idioti (chiedo scusa, ma non saprei come altro definirli: “persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) questo pomeriggio si daranno appuntamento in Piazza San Marco per celebrare una visione retrograda e ridicola di una Venezia che per fortuna non c’è più da un paio di secoli circa, allora rivendicare il 25 aprile come data della Liberazione diventa non solo doveroso, ma da urlare a squarciagola. 

Gli idioti (persona rozza, priva d’istruzione, vedi dizionario), sventoleranno gonfaloni di San Marco e rivendicheranno indipendenze assurde, celebrando quei quattro deficienti (vedi sempre dizionario) che una ventina di anni fa assaltarono il campanile di San Marco con un carro armato finto e però funzionante e con dei fucili d’epoca però pronti a sparare. 

L’occasione, a questi tizi, gliela dà ovviamente un loro omologo, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e la sua giunta. Il sindaco ha deciso di trasformare la festa del patrono della città in un evento antistorico, reazionario, stupido. Una volta, a bordo di un treno, ebbi la sventura di trovarmi nella stessa carrozza con dei “leader” di uno di questi movimentini (sono decine, composti da ciascuno da infime unità di aderenti). Uno di loro si alzò in piedi e incominciò a sproloquiare su Rivoluzione Francese, su Garibaldi e Mazzini, dimostrando di mistificare la Storia a proprio uso e consumo. Gente – ovvio – che la Storia se l’è letta, manipolata, da libercoli autopubblicati da loro stessi. A un certo punto non ce la feci più di stare ad ascoltare certe idiozie e bastarono pochi secondi di cenni storici da scuola elementare per farlo tacere.

Per questo a me, iscritto all’Anpi, la sezione dei fratelli Rosselli di Parigi, fa schifo sapere che il sindaco della mia città (inadeguato a guidare anche soltanto un condominio), uno che ignora qualsiasi cosa riguardi Storia, cultura, sapere, autorizzi una cosa del genere. La organizza e, non solo, ci parteciperà attivamente, intervenendo dal palco e chissà allora quali perle (fucsia) pronuncerà.

A piazzale Roma ho faticato a non mandare a quel paese gente che arrivava nella città più internazionale d’Italia dal Veneto più profondo e becero, quello che da decenni vota Lega e offusca quell’altro Veneto, del volontariato e della solidarietà. Gente che oltre al gonfalone veneziano (del quale abusano) sventola le bandiere della Catalogna e delle Fiandre. Che ne sapranno questi qua di Catalogna e Fiandre? E per fortuna che uno degli assessori di Brugnaro ha detto che a sventolare sarebbero state solo le bandiere di San Marco, sottintendendo che il tricolore dovrà stare fuori dalla Piazza, il giorno della Liberazione dal nazifascismo.

Sì, meglio andarsene da questa Venezia in mano agli idioti. E non soltanto oggi.


P.S. Alla fine, come si vede dalla foto, solo qualche centinaio, gli idioti (“persona rozza, priva d’istruzione”, dice il vocabolario Treccani) che dall’entroterra sono calati a Venezia usurpando sia il luogo, sia il simbolo di San Marco. I veneziani non hanno esitato a dir loro che il gonfalone è della città e non della regione tutta e che se ne ritornassero pure in campagna, da dove arriva fra l’altro il sindaco di Venezia. Sindaco che comunque ha parlato dal palco – ahimè – consentendo al manipolo di indipendensti di ritornare a casa gongolanti, visto che ora hanno come riferimento il primo cittadino della città. Una vergogna, che noi veneziani ci siamo comunque cercati.