Venezia, oggi, a Parigi

Sono a Parigi, come al solito ormai, da anni, in questa veste di fuori sede a metà. In metropolitana, sulla linea 10 (ve li ricordate i buontemponi che anni fa volevano la sublagunare? Perché a certi lobbisti mica basta solo il Mose…) sto andando al Cinema Panthéon dove verrà proiettato il film di Andrea Segre, Io sono Li, che i francesi – furbescamente – hanno trasformato in La petite Venise. Parlare di Venezia, insieme allo scrittore svizzero Matthias Zschokke, partendo dai nostri libri, il suo Trois saisons à Venise (ma il titolo originale in tedesco è Die strengen Frauen von Rosa Salva) e il mio a, che però ha lo stesso titolo anche in italiano. Parlare della Venezia di oggi davanti a chi, giustamente, non ne vede che la bellezza, è un po’ doloroso. Partirò dal titolo furbetto scelto dai francesi per traslarlo alla vera Venezia (e non alla Chioggia del film) e invertirlo. Dirò quanto Venezia stia diventando piccola, piccola fisicamente, la sua fragilità, incapace di contenere i milioni di persone che la vogliono vedere. Sempre più piccola, minuscola davanti all’invasione delle grandi navi, insulsi mastodonti ritratto di un’epoca bislacca. E piccola, piccolissima moralmente, vittima della stolta visione di chi oggi la amministra con arroganza, ignoranza, incapacità e malafede. Difficile – e, ripeto, doloroso – parlare di questa Venezia davanti a sguardi che appena la nomini vanno in brodo di giuggiole, ammantati – e come non capirli – dalla bellezza, dal continuo stupore, dalla storia. Ma bisogna farlo. E per scrivere queste righe sono pure sceso alla fermata successiva. Olé, on y va

Ciao Pirata, tredici anni fa

Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani. Scrissi questo testo, che credo uscì sui quotidiani del Gruppo Espresso o sul Manifesto, non ricordo. L’ho ritrovato oggi, e lo ripubblico qui. Col senno di poi ci sarebbero tante cose da aggiungere. Ma vorrei rimanesse la fragranza dell’immediato, di queste righe che scrissi non appena giunse la notizia di un suicidio che oggi tanti rimettono in discussione. 

CIAO PIRATA

E adesso non toccatelo. Non scalfitene l’immensità con il solito moralismo da quattro soldi. Sì, perché Marco Pantani se n’è andato da Pirata. Da eroe delle salite. Da vincitore. Perché il percorso verso l’annientamento non necessariamente è una discesa. Per uno come Marco Pantani è il contrario. Per arrivare al gesto finale, quello definitivo, estremo, tocca affrontare mille Mont Ventoux, mille Passi Pordoi. Tocca avere un coraggio immenso.

Smettetela perciò con quei discorsi sulla fragilità, sulla depressione, sulle cattive compagnie. Ma cosa volete saperne, voi, noi, seduti panciolle davanti alla tv a guardare immagini di repertorio, commossi e sconvolti, certo, ma subito pronti a puntare il dito, a sottolineare i “l’avevo detto io”. Il Pirata è lui, non noi.

Marco Pantani è sempre stato solo. È la meravigliosa maledizione dei grandi campioni, la solitudine. In uno sport pur di squadra come il ciclismo, il suo ineluttabile destino era quello di prendere e andarsene via. Da solo. La strada saliva e lui la spianava a colpi di pedale. Lo sguardo puntato dritto avanti a scandagliare un traguardo lontano, i denti stretti a digrignare polvere e fatica. Bastava un avvallamento, a Marco Pantani, per allungare su tutti gli altri. “Lo faccio per abbreviare la fatica”, disse un giorno, in una delle definizioni più belle e autentiche che siano mai state fatte sul ciclismo. E la conosceva bene lui, la fatica. Non solo quella delle salite, no. Anche quella degli incidenti, dei mesi d’ospedale, delle lunghe convalescenze. La conosceva, lui, la sofferenza. Era la sua aria. L’essenza.

Ha pagato più di tutti, questo sì. E forse l’unica cosa da rimproverargli è stata quella di non aver parlato, non aver confessato e denunciato nulla dopo la squalifica a un Giro d’Italia che stava dominando, quel 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, di non aver contribuito a fare chiarezza sul doping. Dicono che da quel giorno non sia stato più lui. Macché. Dicono che da mesi fosse irriconoscibile. Solo perché voleva starsene per i fatti suoi, lontano dalla bicicletta e da un ambiente che forse non lo voleva più.

La retorica vuole che il campione debba essere sempre bello e pulito. Ed è così. Marco Pantani è stato un campione bello e pulito. Non dal punto di vista della retorica, ma della vita, che ciascuno di noi bene o male sceglie di vivere fin da quando viene al mondo. Marco Pantani ha scelto di viverla da Pirata. Fino alla fine.

Librerie veneziane (che chiudono)

Un mio editoriale pubblicato il 19 gennaio 2017 sul Corriere del Veneto, dove si parla di vere librerie veneziane che chiudono e di una finta libreria veneziana definita la più bella del mondo.


L’immagine è desolante, arrivi poco prima di Campo San Giovanni e Paolo e là dove l’occhio coglieva puntuale i colori delle copertine e dei titoli della Librairie Française, ora c’è solo del grigio, a oscurare la vetrina. Niente più colori dei libri, niente più storie, niente più quella sensazione, guardando la vetrina, di essere a Parigi, e poi entrare e comprarne qualcuno, per affinare il tuo francese, o anche solo provare a capirne qualcosa.È l’ennesima libreria a chiudere a Venezia, fra l’indifferenza generale, soprattutto delle istituzioni cittadine. Questa strage culturale non riguarda soltanto Venezia, ma Venezia è la città dove è nato il libro e un minimo di riguardo in più non guasterebbe. Sono tanti i motivi che costringono i librai a chiudere, ma c’è una questione di fondo, al contempo assurda e sciocca: considerare la libreria come un puro esercizio commerciale. Il libraio è da sempre un vero e proprio operatore culturale che offre ai cittadini del territorio ciò che le istituzioni non offrono più da anni e anni: promozione (e produzione) culturale. La sua è una funzione educativa. Per le istituzioni cultura è sinonimo di museo, di patrimonio artistico, qualcosa insomma di facilmente monetizzabile. Per quale motivo le librerie non possono usufruire, almeno a Venezia, delle stesse tutele di musei e chiese? Forse perché continuiamo ad avere un “ministero dei beni culturali”, che con questo nome si occupa soprattutto del patrimonio artistico e storico, e non invece – come altrove – un “ministero della cultura”, che dovrebbe dedicarsi anche della produzione culturale e della sua diffusione.

Il paradosso è che, mentre le vere librerie chiudono, i media italiani e internazionali, stanno esaltando un vero e proprio magazzino che, non lontano da dove stava la bellissima libreria francese, ha montagne di libri accatastati alla rinfusa, trattati come si trattano le cose smesse che butti in soffitta, ma siccome si affaccia su un canale, e dentro c’è una gondola piena di libri, e libri sono usati come oggetti qualunque, e il “libraio” sembra un pirata, viene definita la più bella libreria del mondo. E purtroppo pure da addetti ai lavori: scrittori, editori, lettori di professione. No, alt. Il mestiere di libraio è una cosa seria, così come le librerie. La “libreria” in questione ha il nome suggestivo di “Acqua alta”, e non può nemmeno considerarsi un bouquiniste (quelli che vendono i libri usati sulle rive della Senna, per esempio), che hanno l’amore per i libri e con passione li mettono in ordine, li proteggono. Li leggono. Ecco, la mitizzazione di “Acqua alta” conferma la visione sempre più frequente della cultura come folclore, oltre a ribadire l’immagine-cartolina di Venezia. Potrebbe benissimo essere la “libreria” veneziana della finta Venezia di Las Vegas. Intanto, la vera Venezia si spopola e al posto delle vere librerie aprono ristoranti.

Certo, se dobbiamo considerare autentico quello studio che dice che il 70% degli italiani sono analfabeti funzionali, cioè non in grado di riassumere, interpretare, criticare, e quindi di capire ciò che hanno letto sul giornale o sentito alla tv, allora ai librai non resta che cambiare mestiere: la gente non legge, non si informa, non approfondisce e vota sistematicamente (ovunque, ormai), per i candidati più improbabili. Avvilente. E allora, che si fa? Ci si rassegna?

Il ragazzo con la rana

Ieri, un post della consigliera comunale Monica Sambo, che pubblicava questa foto di Punta della Dogana quando ancora c’era l’opera Il ragazzo con la rana, di Charles Ray, ha riaperto un annoso dibattito: quello sul recupero di quel luogo da parte dell’imprenditore francese François Pinault e sulla tanto odiata scultura, rimossa a un certo punto e sostituita con un lampione, copia di quello che stava lì in origine. Al di là del fatto che il restauro di Tadao Ando è a mio avviso meraviglioso, e che, sempre a mio avviso, Venezia città d’arte poteva anche permettersi di lasciarlo lì, il ragazzo con la rana, al di là di questo credo che il vero tema, ogni volta che si parla di Punta della Dogana, è e deve essere il mecenatismo. L’imprenditore François Pinault investe il suo denaro per offrire al mondo intero spazi di cultura e di creatività. E non fa politica. Vorrei fossero tutti come lui, io, gli imprenditori, e non beceri personaggetti che a un certo punto si sentono talmente onnipotenti da credere di poter fare politica. Ci riescono, ovvio, sono ricchi, e quando decidono di “scendere in campo” dall’alto delle loro fortune, fanno campagne elettorali faraoniche, solleticano gli intestini dei loro elettori con discorsetti insulsi e demagogici e xenofobi, li fanno sentire ignoranti come loro in modo da potersi riconoscere, parlano lo stesso povero linguaggio, si identificano gli uni agli altri. È un meccanismo perverso e indegno che però funziona da decenni. Ne sappiamo qualcosa noi italiani e, da un paio d’anni, in particolare noi veneziani. Per questo non finirò mai di ringraziare François Pinault. 


Aggiungo l’editoriale sull’argomento che scrissi per il Corriere del  Veneto del 4 giugno 2009.

Dovremo abituarci, al ragazzo con la rana, l’opera di Charles Ray che da ieri trionfa sulla Punta della Dogana di Venezia. E ci abitueremo, così come ci siamo abituati al Ponte della Costituzione, il ponte di Calatrava. Il quotidiano Le Monde di oggi dedica una pagina intera al nuovo museo di François Pinault. E così come il giornale francese ha sempre criticato le scelte fatte dal magnate riguardo Palazzo Grassi, ora esalta l’insieme della struttura progettata dall’architetto Tadao Ando e la scelta delle opere al suo interno. Non passerà molto, invece, all’arrivo delle polemiche tipicamente veneziane. Forse sono già incominciate ma, per fortuna, quassù, in Francia, non si sentono. Accadrà quanto successo per il Ponte di Calatrava, anche se in questo caso non sono stati spesi soldi pubblici. Ci sarà chi griderà allo scandalo, chi parlerà di lesa bellezza della Serenessima e chissà cos’altro. È sempre il solito dibattito su cosa si può fare e cosa no, a Venezia. Dibattito infinito. Quando ci vivi, dopo qualche anno una cosa diventa ben chiara: siamo noi veneziani – gran parte di noi – a volerne l’immutabilità. Per un semplice motivo: abbiamo capito che così com’è, senza pensarci troppo e senza troppi sforzi, la città è vendibile a peso d’oro. Guai perciò mutarla di un solo millimetro. Chi la ama sul serio, ormai, sono gli stranieri. Non i turisti, no. Quelli che scelgono di viverci. Quelli che prendono casa a Castello o a Cannareggio, non certo sul Canal Grande. Si incaricano, nel loro piccolo, di recuperi formidabili di luoghi che i veneziani avevano abbandonato al loro destino. Così, mentre la gran parte dei veneziani vende Venezia al chilo, o al trancio, c’è chi questa città la ama, la coccola. la recupera. Un po’ come François Pinault, insomma, che ha ristrutturato e rivitalizzato un luogo che da decenni ormai era solo un rifugio per le pantegane. E ben vengano allora gli imprenditori che investono nella cultura anziché – che so – nel calcio prima e nella politica poi. Imprenditori che investono nel futuro anziché spremere fino al midollo il presente. Così, questa giunta Cacciari non passerà alla storia – per fortuna – solo per le trovate del suo vicesindaco sceriffo, o per i mesi del decoro della città. Resterà anche per queste nuove opere che hanno visto la luce in questi ultimi tempi. Opere che hanno cambiato il volto di punti cruciali della città. In meglio? In peggio? Li hanno cambiati, questo è l’importante. Perciò ci abitueremo presto al ragazzo con la rana, e impareremo ad apprezzare la nuova Punta della Dogana. Così come ci siamo già tutti abituati al Ponte della Costituzione. Perché Venezia, per fortuna, non è immutabile.

Centre Pompidou, 40 anni

Oggi 31 gennaio 2017, il Beaubourg, Centre Pompidou, il museo creato da Renzo Piano, compie quarant’anni. La prima volta che ci sono stato, era il gennaio 1982 e io, della generazione del Meccano, ne rimasi incantato. Ci passai dentro una giornata intera, e presi subito un bel po’ di appunti che per anni restarono solo delle paginette colme di ricordi di quel mio primo viaggio a Parigi. Qualche anno dopo, non tanti, cinque o sei, iniziai a scrivere dei racconti. Fra questi, cercai di scriverne uno anche sul Beaubourg che, alla fine, come altri racconti di quel periodo, diventò un capitolo del mio primo romanzo, Terra rossa, che uscì nel 1993 pubblicato dalla casa editrice Transeuropa. Il romanzo, ripubblicato nel 1998 da Fernandel e nel 2005 da Amos, è oggi introvabile (pare ne circoli qualche copia usata su Ebay) e non esiste nemmeno in ebook. Ripubblico qui quel capitolo. Buona lettura.



6. Beaubourg
Anche se sono passate da poco le due del pomeriggio, il piazzale di fronte al Beaubourg – o, se si preferisce, Centre Georges Pompidou – è pieno di gente, come al solito. Mi sono fermato all’edicola all’angolo fra rue Rambuteau e rue St. Martin a comperare l’ultima edizione dell’Equipe e il numero speciale di Tennis de France dedicato al Roland Garros. Davanti all’atelier Brancusi ci sono dei ragazzi che recitano e mi fermo a guardarli. C’è molta gente attorno e non riesco a sentire cosa sta dicendo la ragazza seduta sul cubo bianco che con la mano destra accarezza i capelli del giovane biondo seduto per terra di fronte a lei. L’ipotetico palco è occupato soltanto dai due attori e dal cubo. Mi piacerebbe restare ancora un po’ per vedere se qualcun altro entra in scena, magari un altro cubo di diverso colore per il giovane attore in posizione scomoda, ma sono scomodo anch’io e, dispiaciuto, me ne vado.
Quando arrivo quasi al centro del piazzale indietreggio di qualche passo e alzo la testa. Ogni volta che ci ritorno dopo tanto tempo ho bisogno di guardarlo nella sua interezza e ogni volta resto sorpreso da questo enorme parallelepipedo di vetro e acciaio lungo 166 metri, largo 60, alto 42. E ancor più sorprendente è pensare che in questo preciso momento lì dentro possano esserci 5 o 6 mila persone di tutte le età e di ogni razza. Con un po’ più di pazienza, credo, avrei potuto immaginare di ripartirli lungo tutti i sei piani, compreso quello sotterraneo e contare con esattezza, poi, quanti stanno salendo in questo momento sulle rampe del serpentone delle scale mobili esterne.

Entro.

Prima di dare atto al mio progetto (sedermi nella sala di musica, scegliere non so quale disco, infilare le cuffie e leggermi cosa sta accadendo nel torneo), decido di fare un giro per i piani. Comincio dalla libreria a pianterreno, ricavata da una specie di breve corridoio sempre intasato di gente e divisa in due corsie dal banco dei cataloghi di tutte le mostre organizzate al Centre dalla sua inaugurazione a oggi. Gli volto le spalle mentre sfoglio un romanzo che si intitola Longue vue, cannocchiale. A una trentina di centimetri dalla mia spalla destra fa bella mostra il catalogo di un’esposizione tenutasi al quinto piano dal 5 novembre 1983 al 23 gennaio 1984. Era lì anche l’anno scorso, quando avevo pensato di spedirlo in Brasile a Maria. Ci penso per un attimo anche adesso, potrei comperarlo e darglielo fra poco: alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto sulla lettera.

Al banco delle informazioni prendo il programma della settimana e leggo le notizie riguardanti le attività permanenti del Centre. Deve esserci una fantasiosa équipe addetta esclusivamente alla stesura degli slogan che cambiano ogni volta. Quello oggi più divertente riguarda la Bibliothèque publique d’information. Dice: “Per tutti e gratuitamente, una enciclopedia del tempo presente attraverso il libro, l’immagine e i mezzi più moderni della comunicazione”. Me lo leggo con il tono di un venditore di libri a domicilio e sorrido.

Salto la sezione dibattiti e cinema, oggi scadenti, e mi soffermo sui concerti e gli spettacoli. Concerti, niente. Alla Petite salle, invece, primo piano sotterraneo, alle 17 Les Comèdiens de l’Orangeries mettono in scena Un amour tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Scelgo di salire al quarto piano dove il Musée d’art moderne offre: “una prestigiosa collezione, delle grandi esposizioni temporanee. L’arte contemporanea in tutti i suoi stadi, conferenze, incontri fra i creatori e il pubblico. Animazione, formazione pedagogica”.

Intanto, sulla prima rampa delle scale mobili mi chiedo se è stato giusto tradurre états con stadi.

Il museo occupa uno spazio di 17.200 metri quadrati. Tutte le volte che ci sono stato, non sono mai riuscito a compiere il percorso netto, a visitarlo tutto. E oggi non ho proprio voglia di riprovarci: faccio un giro, mi fermo un po’ più a lungo solo davanti a un Mondrian, scendo giù.

Fu quando Alice stava cantando Spleen di Eric Satie e io stavo leggendo Tennis de France, che mi sentii battere sul braccio. (Avevo scelto Mélodie passagère cantato da una italiana forse per riequilibrare in qualche modo il fatto di trovarmi a Parigi). Tolsi la cuffia e in un francese americanizzato una giovane donna, che adesso so chiamarsi Kim, mi chiese se poteva dare un’occhiata a L’Equipe che tenevo appoggiata sulle ginocchia. La guardai trascrivere i risultati del torneo di tennis su quello che doveva essere il programma ufficiale e, alla vista di quel documento, non riuscii a trattenermi dal domandarle come mai ne fosse in possesso.

Così, ora, mentre al bar del quinto piano mi sta parlando dei tornei che ha seguito quest’anno, so che è americana, che è laureata in francese, che lavora per una ditta di abbigliamento sportivo e che non ne può più di sentirsi chiamare Basinger da amici, conoscenti, colleghi – e per un pelo anche da me se avesse ritardato di un attimo questo avvertimento. Intanto spero continui a parlare, che non mi chieda nulla. Non ho voglia di dirle perché sono qui, di raccontarle di Ilana rimasta in albergo a fare finta di dormire. Ma non ho nemmeno voglia di mentire.

«Oggi mi sono presa una giornata di libertà», mi dice, «anche se non avrei potuto».

Dalla rampa più alta delle scale mobili guardo Parigi. Lei mi sta accanto, un gradino più giù.

Assurdo che la chiamino Basinger: ha dei lunghi e mossi capelli neri, gli occhi scuri e – devo proprio dirlo – un seno che anche la Basinger nemmeno si sogna.

La scala scende lentamente quando lei a un certo punto dice: «Il mio albergo è laggiù», e a me sembra stia indicando la Tour Eiffel ma non le chiedo precisazioni e poco dopo – dopo un arrivederci poco probabile e un: «Se decide di venire al Roland Garros, passi al nostro stand. Io sono sempre lì» – la guardo sparire fuori.

Pensando ai giornali rimasti sul tavolo del bar, mi appoggio a una balaustra metallica e mi abbandono a controllare i movimenti lenti degli occupanti in questo momento la zona che riesco a vedere. Il ritmo frenetico della capitale rallenta vistosamente dentro a questa enorme scatola di vetro. Ognuno qui dentro è disposto a calcolare con calma la perdita – se di perdita si tratta – del proprio tempo. A questo proposito un mio amico parigino, Jean, anni fa, ha inventato con il suo stentato italiano una personale teoria scherzando sul nome dell’architetto autore del progetto del Centre. Una sera egli mi si avvicinò con l’atteggiamento di chi vuole confessare una straordinaria scoperta. Sottovoce – pur essendo soli – mi disse: «J’ai compris: la gente si aggira piano piano a ogni piano progettato da Renzo Piano». A queste parole avrei voluto far seguire “e qualcuno suona il piano al primo piano”, ma ebbi il buonsenso di tacere. Eppure è vero che quando si entra qui dentro è come se si entrasse in una dimensione diversa, tutto rallenta e non so proprio se per perdere del tempo o per perdersi, come sto cercando di fare io oggi. Anche se tra un po’ ritroverò qualcuno.

Abbandono tali riflessioni e mi giro intorno alla ricerca di un telefono. Ne trovo uno libero vicino alla libreria e in albergo mi dicono che Ilana è uscita nel primo pomeriggio e ancora non è rientrata. «Sola?», chiedo stupidamente. «Sola», mi risponde il portiere.

Torno su al quarto piano, al museo d’arte moderna e ho un obiettivo preciso: il quadro che Ilana più desiderava vedere. Non ci vado subito, seguo il percorso delle sale con un passo molto lento ma che non si sofferma davanti a nessun dipinto. Quello che ho scelto di guardare è uno di quelli da far scendere dall’alto premendo un bottone: schedario metallico semovente, l’hanno chiamato. Mi piace vedere il pannello venire giù piano dall’alto con il quadro in mezzo. Inclino la testa per non perdere neanche un centimetro del percorso, premo il tasto che mette in moto il pannello e invece di Le rêve di Matisse vedo al centro un cartello con scritto che il quadro è momentaneamente esposto in un’altra città francese.

A pianterreno entro in libreria e nell’espositore delle cartoline trovo la riproduzione del manifesto ufficiale del torneo degli Open di Francia del 1981, quello dipinto da Arroyo: la capigliatura bionda di Borg vista da dietro. Scrivo: “Kim (pas Basinger)”, poi: “autour de la Tour Eiffel”, il nome della ditta per cui lavora e, infine, l’indirizzo del Roland Garros, in Avenue Gordon Bennet. Accanto, sullo spazio riservato al messaggio, scrivo solo il mio nome e nient’altro, prendo un francobollo dal portafoglio, pago, vado fuori, ma dopo pochi secondi la cassiera mi vede rientrare come una scheggia, dirigermi sicuro verso le cartoline, prendere il Matisse in tournée che spedisco a Ilana, a casa nostra, scrivendo: “Eccolo qui, l’originale è a Lione. Che si fa?”. Altro francobollo, la commessa, forse preoccupata, mi chiede se serve altro, no, saluto e nell’atrio, mi viene voglia di cercare subito una buca delle lettere.

Esco.

Ne trovo una poco lontano, in rue St. Martin, dove al numero 61, una legatoria, compero della carta da lettera e un taccuino forse per Ilana.

Poco più in là passo accanto alla fontana, mi fermo davanti alla scultura rossonera di Calder e, sincerandomi che nessuno mi stia guardando, alzo il pugno come fa Van Basten dopo ogni suo gol. Quando arrivo di fronte all’atelier Brancusi i due giovani attori stanno recitando più o meno la stessa scena di qualche ora prima. La ragazza è seduta sul cubo bianco – che poteva voler essere una pietra – e, chinata leggermente in avanti, parla a bassa voce. Il giovane attore seduto per terra accanto a lei la sta ascoltando con un’espressione tesa, la sua mano destra stringe la sinistra di lei. Da qui ho una visione più chiara di quella di prima anche se ancora non mi riesce di distinguere bene il dialogo. Quello che mi era sembrato un palco altro non è che un telone marrone non molto grande, quadrato, che contiene i due attori, la falsa pietra bianca e, prima non c’era o non l’avevo vista, una scatola viola dalla quale esce un foglio completamente bianco. Non sembra essere lì per raccogliere denaro, ma proprio come parte dell’arredamento scenografico. Non sento niente e mi giro verso il Centre.

Entro.

Appena varcata la soglia, mi giro di scatto, come avevo fatto prima, verso l’indicatore luminoso che, posto a mezza via fra entrata e uscita, registra – addizionando e sottraendo – il numero esatto dei visitatori all’interno della costruzione; se il numero dovesse superare una certa cifra, per motivi di sicurezza sarebbero bloccate temporaneamente le entrate. Fin dalla prima volta che sono stato qui, quel tabellone luminoso mi ha subito sedotto. Ho passato intere mezze ore a guardare l’ininterrotto va e vieni di gente, registrato da quel su e giù di numeri. Ma ciò che più mi piaceva fare era riuscire a isolare il visitatore numero X, vedere cioè entrare qualcuno e poter pensare “quello è il visitatore numero – che ne so – 4631”. Quando mi riuscì, un pomeriggio di qualche anno fa – si trattava di un signore sulla quarantina sicuramente parigino: soltanto loro, in pieno inverno, se ne vanno in giro in giacca e tutt’al più una sciarpa – quando mi riuscì, dicevo, provai subito il desiderio di vedere me stesso come unità precisa sommata a un gruppo.

Mi resi conto che avevo a disposizione due possibilità: la prima, quella che definii “d’impatto”, mi avrebbe costretto a una lunga serie di tentativi dalle diverse modalità e da ripetere in successione: entrata controllata aspettando il momento giusto, entrata di corsa, entrata di schiena per avere subito la vista dell’indicatore; la seconda, che definii “soft”, fu quella per cui optai, lasciava più spazio al caso e avrebbe certamente dato meno nell’occhio: bisognava, a ogni entrata, voltarsi subito. Un’unica possibilità per ogni visita.

Così durante tutti i miei brevi soggiorni parigini tentai di portare al successo il mio esperimento senza, però, riuscirci mai. Fino a oggi. Fino a quando, un momento fa, ho deciso di passare alla possibilità numero uno.

Infilo nella tasca dell’impermeabile il pacchetto con la carta da lettera e il taccuino forse per Ilana e mi avvio.

Esco.

A pochi metri dall’entrata mi fermo. Aspetto un momento di vuoto sia da questa parte, sia, per quanto posso vedere da qui, dalla parte dell’uscita. Ecco, quando il momento mi sembra arrivato mi metto in moto con un passo deciso.

Entro.

Subito giro la testa verso l’indicatore, che proprio in quel momento diminuisce di qualche unità: un gruppo di studenti è uscito più o meno contemporaneamente alla mia entrata.

Esco.

Cambio posizione di partenza. Mi fermo questa volta a una trentina di metri dal parallelepipedo trasparente: probabilmente l’entrare di scatto senza poter tenere sotto diretto controllo visivo l’uscita mi impedisce di prevenire sorprese come quella di poco fa. Da questa distanza riesco a vedere abbastanza bene anche chi sta per andarsene dal Centre, così adesso parto con una specie di rincorsa controllata tenendo d’occhio il flusso d’entrata e, molto meglio di prima, quello in uscita. Cerco di cadenzare il mio passo al ritmo di quei due flussi e negli ultimi metri accelero fin quasi a correre.

Entro.

E lo faccio proprio quando, secondo i miei calcoli, dovrei essere il solo a passare fra le cellule fotoelettriche dell’indicatore. Mi giro e questa volta i numeri stanno aumentando di tre unità, quei tre qui dietro di me che devono essere entrati arrivando lateralmente rispetto al mio percorso, invisibili al mio sguardo tenuto fisso sulle due porte. Certo, mi basterebbe sottrarre un 3 al numero attuale, ma non sarebbe lo stesso. Io il mio numero voglio vederlo.

L’occhiata torva di un sorvegliante mi consiglia un breve intervallo, forse non ha gradito il fatto di avermi visto uscire dall’entrata. (A proposito, cosa segna l’indicatore nel momento in cui esco dall’entrata?). Mi avvio senza indugi verso la libreria dove passo veloce davanti alla cassiera. È lei adesso a guardarmi in modo strano. In effetti è già la quarta volta, nel giro di qualche ora, che mi vede entrare qui dentro. Prendo un libro qualsiasi da uno scaffale, un romanzo di spie scritto da due giovani autori italiani, e in perfetta linea con la storia che ho in mano, la guardo da sopra le pagine. Mi sta proprio lanciando una di quelle occhiate che non ti scordi: che mi abbia preso per uno che sta cercando il modo di portarsi via qualche libro nonostante il sofisticato sistema di allarme? Nella speranza non mi consideri così sciocco, opto per un suo più probabile e per me lusinghiero sospetto di corteggiamento da parte di uno dei tanti clienti. Convinto di ciò continuo a guardarla da sopra le pagine, questa volta senza cercare di nascondermi, ma addirittura pensando di giocare di sopracciglio. Per fortuna uno deve pagare, lei si distrae, e io, fuori dalla libreria, lascio l’impermeabile appoggiato a una balaustra.

Esco.

C’è un piccolo gruppo di studenti qui sul piazzale che sta per entrare. Procedono quasi in fila indiana e io decido di mettermi in mezzo a loro. A pochi metri dall’entrata mi giro di schiena e dispongo gli occhi già in direzione dell’indicatore.

Entriamo.

Non faccio caso allo stupore dei ragazzi e guardo subito le cifre che – non ne posso davvero più – stanno girando come nel display di un distributore di benzina. Faccio dietrofront e mi dirigo verso la stessa porta. Ricapitolando per intero il mio progetto mi accorgo che rimane soltanto un’ultima possibilità. Sono tutto sudato, stanco e mi chiedo se non sia il caso di richiamare in albergo per sentire di Ilana.

Esco.

Ormai è buio, controllo con attenzione entrata e uscita. Sarà per via dell’ora quasi prossima alla cena, ma mi sembra che adesso sia meno la gente che va su e giù da queste parti. Mi guardo intorno: non c’ è dubbio, finalmente è arrivato il momento giusto, allora comincio a correre all’indietro in direzione della porta, ma più che una corsa viene fuori una serie di buffi saltelli.

Entro.

Sbatto contro qualcosa e l’indicatore, eh sì, mi sembra proprio si sia fermato a un numero preciso che vedo male o mi illudo di vedere. Le due braccia che mi bloccano sembrano avere anche una voce che mi sta chiedendo se c’è qualcosa che non va. «Funziona davvero perfettamente quel coso», rispondo io. Mi giro e vedo il sorvegliante di prima con una espressione un po’ preoccupata. Ha tutta l’aria di uno con l’intenzione di farmi passare dei guai. Allora cerco di mettermi in ordine e gli parlo di cellule fotoelettriche, di cronometri, di sensori e, sperando di essere credibile, di mio cugino Alberto Tomba. «Ah, Tombà, le champion du ski», dice l’uomo. Già, proprio lui: «Mon cusin», sottolineo. E con un sorriso, non so se di compatimento o di compiacimento, mi lascia andare a prendere l’impermeabile.

Sono sfinito, lo infilo e mi siedo per terra. Alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto Maria sulla lettera. Manca davvero poco e allora me ne sto lì, a guardare la porta, ad aspettare di vederla entrare. A fissarmi nella mente, adesso che sta varcando la soglia, il suo numero sull’indicatore: 4162.

La memoria dei grillini

Ora davvero basta. Sono anni che cerchiamo di trovare qualcosa di buono tra i grillini, impresa peraltro faticosissima, e poi, quando succede di trovarne uno, di motivo per cui dire Sì, dài, insomma, questa non è male, ecco arrivare la sciocchezza enorme. Di sciocchezze enormi ne dicono e ne fanno ogni giorno, e tutte – o quasi tutte – conseguenza di un’ignoranza abissale, e in questo i congiuntivi di Di Maio e Di Battista o la loro traballante conoscenza della geografia e della storia, sono niente.
Il comunicato stampa allegato qua sotto è davvero agghiacciante. Racchiude in sé tutto il peggio che una mente a dir poco naïve possa tirar fuori. Al di là del fatto di quanti siano i sopravvissuti ai campi di sterminio residenti a Roma (due, tre, quattro? E quindi sai che roba l’operazione di co-marketing?), come “segnale di vicinanza” gli offrite l’abbonamento annuale gratuito? I trasporti di Roma, poi, che sono notoriamente del tutto aleatori, con orari stravaganti e al centro negli ultimi anni di scandali imbarazzanti? Ma anche questo è il meno.

Cari grillini, lo avete mai letto voi – voi che siete i nuovi, voi che siete impeccabili perché siete gggiovani e non coinvolti nella casta, voi che sapete solo dire vaffa – lo avete mai letto, voi, Primo Levi? O almeno Anna Frank? Avete visto il film Schindler’s list o Rosenstrasse? Siete mai stati ad Auschwitz o alla Risiera di San Sabba a Trieste (e se si che c’avete fatto? I selfie?)? No, perché se voi aveste davvero non dico capito, e nemmeno sentito (e intendo il sentimento, non l’ascolto, capite?), e tantomeno studiato (è evidente, ahimè), ma aveste almeno intuito che cosa siano stati i campi di stermino, sapreste bene che mettere accanto all’Olocausto la parola markenting è roba da scellerati. Sapreste che nulla, nulla, ma proprio nulla potrà mai risarcire (e mi vergogno di essere da voi costretto a dire questo) l’immane dolore non solo di chi è sopravvissuto, ma nemmeno quel dolore, quell’imbarazzo, quella vergogna che ciascuno di noi dovrebbe portarsi dentro, un dolore che dovrebbe rimanere inalterato in eterno, oggi e sempre. E voi che fate? Vi inorgoglite perché avete trovato lo sponsor che compenserà il costo degli abbonamenti. Ma vi rendete conto? Ma da dove venite? Ma cosa avete dentro a quelle teste? Ah già, dimenticavo – già, la memoria – dimenticavo che voi non siete né di destra, né di sinistra, cioè – e fate di tutto per dimostrarlo – non siete niente. Per questo siete peggio della destra e della sinistra: perché non avete memoria, perché non avete cultura, perché – voi sì – siete saliti sull’autobus della politica senza pagare il biglietto, senza averne i titoli, perché la politica non è da tutti e solo chi è vuoto, chi non ha nulla da dire, sa dire a tutti gli altri che sono soltanto degli imbecilli e noi (voi) no. Ebbene, voi, grazie alla vostra lungimirante giunta capitolina, nel giorno solenne della Memoria, laddove ciascuno di noi dovrebbe trovare dentro di sé il meglio possibile, siete voi, oggi, gli stolti. E lo siete proprio perché attraverso questa ignobile operazione, siete convinti di avere fatto qualcosa di grande, di encomiabile, dal basso della vostra naïveté, della vostra misera ignoranza. Provate a immaginare (ne siete in grado?)  quante altre cose avreste potuto promuovere, con la vostra strepitosa operazione di co-marketing. Qualcosa di importante e indiscutibile, per non dimenticare, qualcosa nelle scuole, nei quartieri, macché, avete scelto questa: un gesto di carità sciocca e offensiva. Un altro tassello che la dice lunga sulla pochezza del Movimento Cinque Stelle. Che poi magari vincerà le prossime elezioni, ma questo, ahimè, è un altro discorso.

Mi scuso per l’impeto (no, non con voi, grillini, ma con chi avrà avuto la pazienza di leggere queste righe): queste parole sono sgorgate di prima mattina, subito dopo aver letto questa notizia assurda e vergognosa.

Dal sito dell’Atac, azienda di trasporti comunale di Roma. 

D’ora in poi l’abbonamento annuale del trasporto pubblico, per i perseguitati razziali sopravvissuti ai campi di sterminio e residenti a Roma, è gratuito. Lo annuncia in una nota il Campidoglio. L’agevolazione è resa possibile da un’operazione di co-marketing di Atac: in pratica una sponsorizzazione compenserà il costo degli abbonamenti. “Questo è un segnale di vicinanza che l’Amministrazione capitolina vuole dare alla Comunità ebraica di Roma”, commente l’assessora Linda Meleo (Città in Movimento). “E vuole lanciarlo oggi, nel Giorno della Memoria, proprio per ribadire l’importanza di questa giornata. È fondamentale non dimenticare la tragedia della Shoah”.

Ciao Barack

È iniziato il buio, come nel disegno qui accanto, dell’artista argentino Gustavo Viselner, che rappresenta come meglio non si può questo momento di passaggio. Donald Trump ha giurato sulla Bibbia di Lincoln (!) ed è diventato ufficialmente Presidente degli Stati Uniti. Il passaggio da Barack Obama a Donald Trump temo occuperà molte pagine nei futuri libri di storia. Gli studiosi faticheranno non poco a spiegare alle future generazioni cosa è successo e perché. Ne ho lette finora centinaia di interpretazioni, di analisi, ma non ce n’è una che dia senso a quanto accaduto. Nessuna. Per quel che mi riguarda, passare da Obama a Trump è un segno di non ritorno, un ‘involuzione che sembra non lasciare scampo, la fine di ogni speranza. E così ora gli USA hanno per la prima volta come presidente un tizio xenofobo, omofobo, misogino, uno visibilmente non in sé, dall’ignoranza sterminata, uno da cui ogni essere umano sensato si terrebbe ben bene alla larga. Ma questa è un’epoca in cui la sensatezza è uno dei pregi meno ambiti, dove i valori sono solo quelli che aumentano il tuo conto in banca e non certo il tuo spirito. Noi qui a Venezia lo sappiamo bene, dato che, esagerando un po’, siamo stati addirittura un esempio per gli USA. Noi il nostro Donald Trump ce lo siamo scelti come sindaco un anno e mezzo prima, uno magari un po’ meno omofobo (ma solo un po’), un po’ meno misogino, ma imprenditore anch’egli, dall’ignoranza sterminata anch’egli e che a Trump si paragona con orgoglio. Fossero gli Stati Uniti un paese qualunque, tipo l’Italia per intenderci, un paese di scarso peso internazionale, ci sarebbe da mettersi seduti comodi e assistere a uno spettacolino di bassa lega per i prossimi quattro anni, vale a dire quel che hanno fatto all’estero guardando l’Italia di Berlusconi: ridere di noi. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia, e oggi quel tizio dai capelli arancioni, che l’altro giorno, nella solennità dell’investitura alzava il pollice come un bulletto di periferia, oggi quel tizio ha in mano i destini dell’intero pianeta (e mentre scrivo queste parole, un brivido mi attraversa la schiena, sul serio). Non ho alcuna idea di cosa potremmo fare noi, ciascuno di noi, cittadini del mondo, per invertire questa deriva. Intanto però, forse, cominciare a guardare questo tipo di persone come si deve, vale a dire con disgusto e sconcerto, e farlo prima di tutto qui da noi, dove uno come Salvini va a fare lo sciacallo in Abruzzo, si fionda a far risuonare i suoi squallidi passi sulla neve che copre ancora degli esseri umani. Trump, Salvini, Le Pen, e anche Grillo: i populisti da quattro soldi che parlano agli intestini della gente, non certo ai cuori o ai cervelli. Gente che merita solo disgusto e che invece riscuote consensi. Cosa c’è che non va nelle nostre anime, nelle nostre menti? Perché sia chiaro, non c’è nessun motivo al mondo, nessuna discutibile Clinton, nessun incapace Hollande, nessun inguardabile Partito Democratico (italiano), che possa giustificare di rivolgersi a questi quattro (non includo il quinto, Putin, per il semplice motivo che lui non ha bisogno del consenso popolare, lì si sa come, o meglio, non si sa come vanno davvero le elezioni). Ammesso e non concesso che questi disgustosi populisti consentano la sopravvivenza del pianeta, sarà opportuno che coloro ancora in grado di una dignitosa dose di sensatezza, si diano da fare. Facciano tutto il possibile per invertire una deriva che sembra ineluttabile e definitiva. Questa sorta di suicidio collettivo dei valori, delle idee, dei pensieri. Su, forza, diamoci da fare. Ma sul serio.

iPhone, dieci anni dopo

In questi giorni lo stanno celebrando tutti. Io l’ho fatto nel corso degli anni, più volte. Nei miei libri, sui giornali, e poi ogni giorno, fra le mie mani. Come adesso, mentre digito sul display dell’iPhone, a bordo di un vaporetto che sta per attraccare all’imbarcadero delle Zitelle, alla Giudecca, queste righe. E come stanno facendo almeno una dozzina di persone attorno a me, anche se non tutti lo fanno sul display di un iPhone. Ma è comunque Steve Jobs, che dovrebbero ringraziare, che stiano giocando alle caramelle o leggendo Guerra e pace, poco importa. Ma credo che pochi di loro ne siano consapevoli. (“Mamma mi presti il telefonino che devo guardare una cosa su Youtube?”, ha appena chiesto una bambina due file più avanti). Così, ieri sera sono andato a tirar fuori da un cassetto il primo modello, proprio quello del 2007, che si chiamava soltanto iPhone, diventato poi per comodità 2g, e che mio fratello aveva comprato negli Stati Uniti (il primo modello uscì soltanto lì, e aveva un sistema bloccato, inutilizzabile altrove). Per i primi mesi lo guardammo, inutile ma bellissimo. Poi quando Geohot, l’hacker che per primo trovò il modo di sbloccare l’aggeggio, rese pubblica la procedura (bisognava aprirlo e saldare con la perizia di un gioielliere alcune parti), un amico di mio fratello seguì passo passo le istruzioni, e per il mio compleanno ricevetti in regalo il primo smartphone della storia. E non ne feci più a meno. Alcuni amici dissero (parole testuali): è una puttanata. Io replicai con un sorriso e, in dieci anni, sul display dell’iPhone ho scritto post per questo blog, articoli per vari giornali, lunghi passaggi dei miei romanzi, letto libri, scattato migliaia di foto, disegnato, visto film. Mi verrebbe da dire: vissuto. Vissuto una dimensione nuova, e ancora per molti poco chiara, della mia vita. Può sembrare esagerato, ma è così. E chi mi conosce sa benissimo quanto io ami scrivere con le penne stilografiche, su quaderni e taccuini, quanto ami il gesto della scrittura, della calligrafia. Ma sono sempre stato convinto che tutto quel che la tecnologia può fare per agevolare il mio mestiere, è il benvenuto (e allora queste mie parole devono valere altrettanto per l’iPad, sul quale dal 2010 lavoro quotidianamente, scrivo, leggo i giornali, eccetera).

Concludo incollando qua sotto un articolo che scrissi per il Corriere della Sera nel settembre 2013, in occasione dell’uscita dell’iPhone 5s. 

Dei pazzi. Come altro considerare uno (ben più d’uno) che si mette in viaggio, verso la Francia in questo caso, e fa la coda fuori da un negozio addirittura qualche giorno prima del momento fatale? È quel che capita puntualmente dal 2007 a tanti possessori di iPhone. Fu un’intuizione di Steve Jobs, una delle tante, la meno tecnologica, la più geniale dal punto di vista del marketing. Già: come far parlare per giorni dell’evento un po’ ovvio dell’uscita di uno smartphone, per quanto bello, rivoluzionario o, meglio, visionario? E farne parlare senza sborsare un centesimo? Reinventando uno degli aspetti più frequenti e noiosi della nostra quotidianità: l’attesa. Ieri è uscito il nuovo iPhone, anzi due, il 5C e il 5S. L’Italia anche questa volta è stata inserita nella seconda fascia, perché centellinare i luoghi di uscita del nuovo modello fa parte della strategia. Chissà quanti sono, in questi giorni, gli italiani in coda per l’ambìto aggeggio tecnologico. E per cosa poi? Per un modello di passaggio, che presenta poche novità rispetto al precedente, uscito fra l’altro meno di un anno fa. Già vecchio e addirittura ancora in garanzia. E non c’è crisi che tenga, pare. Se ascoltate le interviste a chi sta in coda fuori dagli Apple Store in questi giorni vi rendete conto che ci sono studenti, impiegati, gente qualunque. Che sa già tutto di quel che sta per acquistare, e allora potete sentirli discutere di come funziona il riconoscimento attraverso l’impronta digitale e del numero di pixel della nuova macchina fotografica. Nemmeno la sorpresa, dunque. E allora? Dei pazzi? Be’, per chi si disinteressa a queste cose, per chi non molla il suo telefonino che si apre a conchiglia, con quel display minuscolo, e che controlla le email solo in ufficio, sì, per uno così quelli in coda a Parigi per il nuovo iPhone sono dei matti da legare. Forse, però, sono invece i battistrada di una nuova grammatica – già presente – un modo diverso di stare al mondo, di informarsi, di leggere, di comunicare. Migliore? Diverso, per ora. Poi, però, dopo la coda e il nuovo iPhone in mano, meglio fare finta di non guardarlo, lo scontrino.

Aslı Erdoğan è libera!

Aslı Erdoğan appena liberata (foto da Instagram)
La notizia mi è arrivata poco fa, mentre ero in vaporetto, e stavo leggendo il suo romanzo, Il mandarino meraviglioso. Un messaggio chiaro, da parte di un amico scrittore francese: Aslı Erdoğan è libera!  È una di quelle coincidenze che ti fanno assaporare la stranezza della vita: avevo deciso che l’ultimo libro di quest’anno sarebbe stato il suo, pubblicato qualche anno fa dall’editore Keller. Suo sarà anche il primo del prossimo anno, Je t’interpelle dans la nuit, pubblicato dalla Meet di Patrick Deville, nella collana bilingue, che leggerò subito dopo questo, pensando all’appartamento degli scrittori di Saint-Nazaire, dove entrambi siamo stati in residenza. Ora il resto della lettura de Il mandarino meraviglioso avrà un tono del tutto diverso, meno cupo, più piacevole. Non conosco i dettagli della liberazione, oggi è iniziato il processo, che la vede accusata di terrorismo insieme ad altri intellettuali e giornalisti, ma dubito che sia tutto a posto, tutto finito. Però adesso è un sollievo andare a letto con la consapevolezza che anche la mia cara collega Aslı Erdoğan stanotte potrà finalmente addormentarsi nel suo, dopo cinque mesi di assurda e ingusta incarcerazione.

Lettera dal carcere di Aslı Erdoğan

Lunedì 5 dicembre 2016, mentre qua in Italia bisticciavamo per un sì o un no a una riforma costituzionale traballante – e lo facevamo con quell’immancabile atteggiamento di superiorità e autoreferenzialità, che ci fa sembrare e sentire sempre protagonisti assoluti, sempre al centro del mondo –, mentre da noi sembrava fosse accaduto qualcosa di epocale e decisivo, da un carcere alla periferia di Istanbul, la scrittrice Aslı Erdoğan scriveva questa lettera. Davanti a ciò che sta accadendo in Turchia, le nostre magagne politiche fanno ridere. Solo che poi, proprio per via di quell’autoreferenzialità di cui parlavo, della Turchia da noi si parla pochissimo, e di Aslı Erdoğan sappiamo poco o nulla, al di là dell’omonimia quasi inquietante con colui che ne ha voluto l’arresto. I nostri giornali e telegiornali non si occupano di lei e delle centinaia di giornalisti, scrittori, docenti universitari, incarcerati dopo il tentato golpe dello scorso luglio. È in carcere in attesa del processo, rinviata a giudizio con l’accusa di essere complice dei terroristi, con la richiesta, già formulata dall’accusa, della detenzione a vita. Il mondo della letteratura – altrove, non qui da noi – si sta dando da fare per tenere alta l’attenzione sulla sua vicenda. Soprattutto in Germania e in Francia. Già lo scorso agosto ci fu una petizione lanciata dallo scrittore Patrick Deville e firmata da scrittori di tutto il mondo. La lettera che Aslı Erdoğan ha scritto lunedì 5 dicembre, è stata pubblicata sul sito letterario Diacritik.com in inglese (lingua in cui è stata scritta, come potete vedere dalle foto) e in francese. Io l’ho tradotta in italiano. 

5.12.2016
Cari amici, colleghi

questa lettera è scritta dal carcere femminile di Barkirköy, situata fra un manicomio e un vecchio lebbrosario. In questo momento, un numero stimato fra i 150 e i 200 “giornalisti” – un record mondiale – sono imprigionati in Turchia e io sono una di loro.

Io sono una scrittrice, solo una scrittrice, autrice di otto libri tradotti in varie lingue inclusa quella francese (pubblicati da Actes Sud)*. Dal 1998 ho lavorato come commentatrice cercando di combinare letteratura e giornalismo. Gli ultimi due Premi Nobel mettono in evidenza quanto siano giustamente rimessi in discussione i limiti rigidi della letteratura.

Sono stata arrestata con il motivo, o con il pretesto, di essere uno dei “collaboratori” di Özgür Gündem, considerato “giornale curdo”. Nonostante la legge che regola il giornalismo non dia alcuna responsabilità legale ai collaboratori, e che nessuno fra le centinaia di processi intentati ai giornali abbia mai incluso nessuno di questi simbolici collaboratori, per la prima volta dopo vent’anni, sei di loro sono accusati di “terrorismo”: Necmiye Alpay, linguista e attivista pacifista, Bilge Cantepe, fondatore del Partito Verde, Ragıp Zarakolu, editore e candidato al Premio Nobel per la Pace, Ayhan Bilgen, parlamentare, Filiz Koçali, giornalista femminista. Infatti, fra questi 150 “giornalisti”, ci sono molti scrittori, accademici, critici letterari, ma si trovano tutti imprigionati per il loro lavoro giornalistico.

La situazione della stampa è allarmante. Circa 200 giornali, agenzie d’informazione, radio e televisioni sono state chiuse su ordine del governo negli ultimi quattro mesi. Una “punizione collettiva” è stata inflitta anche a Cumhuriyet, il più vecchio giornale turco, baluardo della social democrazia. Come per Özgür Gündem, tutti i collaboratori e gli editorialisti, compresi un editorialista culturale e un vignettista!, sono stati arrestati con l’accusa di essere fiancheggiatori di due differenti organizzazioni terroristiche. Cumhuriyet ha recentemente pubblicato un coraggioso reportage sui rapporti fra la Turchia e l’Isis e ha duramente contestato il tremendo attacco a Charlie Hebdo. Molti giornalisti, me stessa inclusa, sono stati perseguitati per aver espresso solidarietà a Charlie Hebdo, alcuni sono stati condannati per questo.

Abbiamo bisogno del vostro sostegno, della vostra sensibilità e solidarietà. PEN, che alla base è un’organizzazione per la difesa degli scrittori, si batte attivamente per la libertà dei giornalisti. Quando la libertà di pensiero e di espressione sono in pericolo, non può esserci nessuna discriminazione.

“Liberté, Egalité, Fraternité”: sono concetti che dobbiamo alla Rivoluzione Francese! Più di due secoli sono passati, a dare significato, e realtà, a tali concetti, cresciuti attraverso la riflessione, il pensiero e lo sviluppo letterario, scaturiti da secoli di fatica, di lotte e di sangue… Concetti che devono essere universali, nella teoria e nella realtà, per chiunque, senza eccezioni.

Il mio sentimento è che la recente crisi in Europa, conseguente al problema dei rifugiati e degli attacchi terroristici, non è soltanto una questione politica ed economica. È una crisi esistenziale, che l’Europa potrà risolvere soltanto reinvestendo nelle nazioni che la compongono. Troppi segnali ci indicano che le democrazie liberali europee non possono più sentirsi sicure mentre l’incendio si propaga negli immediati dintorni. La “crisi democratica” in Turchia, a lungo sottostimata o ignorata per ragioni pragmatiche, il crescente rischio di una dittatura islamica e militare, avrà delle conseguenze serie. Nessuno può offrirsi il lusso di ignorare questa situazione, e soprattutto non noi giornalisti, scrittori, accademici, noi che dobbiamo le nostre esistenze alla libertà di pensiero e di espressione.
Vi ringrazio molto.

Cordiali saluti,

Aslı Erdoğan

Prigione di Bakırköy C-9

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* in Italia è pubblicato solo un romanzo: Il mandarino meraviglioso, edito da Keller (ndt)

Ho votato all’estero 

Questo articolo è stato pubblicato ieri, 3 dicembre 2016, sul Corriere  del Veneto. Sia chiaro, non si tratta di una dichiarazione di voto.



Il referendum è fissato fra pochi giorni, ma io, come tantissimi altri veneti all’estero, ho già votato. È stata la prima volta. Sono in Francia per un periodo di lavoro ed è stato facile segnalare al comune dove risiedo, Venezia, la mia assenza dal territorio italiano il 4 dicembre. È bastata un’autocertificazione e l’indirizzo del domicilio dove mi trovo a Parigi e in pochi giorni il plico elettorale è arrivato. Non nascondo di avere provato una certa emozione, che però non saprei definire. So che quel plico – chiuso – me lo sono portato in giro per un paio di giorni, dentro lo zaino. C’era qualcosa di solenne che aleggiava. Mi sentivo vagamente istituzionale, ecco. Per me – per molti, credo – il momento del voto ha una forza rituale enorme. Sarà perché appartengo a quella generazione formatasi anche con le ore di educazione civica a scuola, una generazione che sa quanto sangue è stato versato per conquistare la democrazia e il diritto dei cittadini a esprimersi attraverso il voto. Insomma, questa cosa di non votare al seggio, col presidente che alla fine dice “il signor Roberto Ferrucci ha votato”, mi sarebbe mancato e volevo in qualche maniera ricrearlo.Così ho votato al bistrot, uno dei miei preferiti, dove mi piace andare a scrivere. Ho sostituito la solennità con l’intimità Ho scelto un orario poco frequentato e un tavolino appartato dove nessuno potesse vedermi. Ho aperto il plico con su scritto Consolato Generale d’Italia e, di sbieco, Référendum, alla francese. L’ho fatto con molta attenzione. Dentro: il certificato elettorale, il foglio con le istruzioni per gli elettori, chiarissime e con dei disegni a colori, due buste, una preaffrancata e con l’indirizzo del Consolato, una più piccola, bianca, di quelle che trovi in ogni tabaccheria, e la scheda elettorale rosa. Ecco, la scheda. Avevo letto delle polemiche sulle dinamiche del voto all’estero, i dubbi in proposito, le perplessità. Sapevo dell’appetibilità di chi vota fuori, della caccia all’elettore _foresto_. Anche solo tutti i veneti sparsi per il mondo possono essere decisivi. Ora quelle perplessità le avevo davanti ai miei occhi. Chi ha fatto lo scrutatore sa che ogni scheda – una per ogni avente diritto al voto in ciascun seggio – viene timbrata e siglata dagli scrutatori. Questa, immacolata. Si raccomanda di votare con penna blu o nera, scelgo la blu, faccio la x e infilo la scheda nella busta bianca del tabaccaio che infilo a sua volta nella busta preaffrancata del Consolato. Altra raccomandazione: non scrivere il mittente. Urna temporanea: il mio zaino. Ho fatto tutto alla svelta. Non volevo passasse il cameriere e poi anche in cabina mica puoi dilungarti. Mi sono dilungato invece sui quesiti. Non quelli referendari, bensì quelli che il gesto che avevo appena compiuto mi suggeriva. Quella busta bianca con una scheda priva di ogni riscontro istituzionale potrebbe essere sostituita in ogni momento, oppure, più semplicemente, smarrita. Tocca fidarsi delle poste (francesi in questo caso) e la loro rapidità: deve arrivare in Consolato entro l’1 dicembre. Non dovesse, mai mi sarà dato sapere. Insomma, a voler pensar male, il voto all’estero presenta falle a ogni passaggio. La trafila ricalca il classico pressappochismo italiano. E mi limito al pressappochismo. A quando il voto on line? Lo si fa quasi ovunque ormai. Così, pieno di titubanze, esco, individuo poco lontano una buca delle lettere, gialla, prendo la busta, la infilo nella fessura e comunque con un po’ di emozione sussurro: “Il signor Roberto Ferrucci ha votato”.

Il presidente assente

È una strana giornata oggi a Parigi. Per certi versi storica. Per la prima volta un presidente in carica rinuncia a presentarsi per un secondo mandato. Non posso dire scioccati, Hollande non suscita simpatie nemmeno a sinistra, ma i francesi oggi sono sorpresi e qui non si parla d’altro. Si parla, soprattutto, di un gesto pieno di dignità e spessore. Come se questo presidente fragile, insicuro, avesse trovato solo alla fine, con un colpo di reni inatteso, la statura dell’uomo di Stato. E, diciamocelo con franchezza, un gesto che in Italia nemmeno ci sogniamo da parte di un uomo di potere. Quanta fatica fanno, i politici, ad ammettere i propri limiti, i propri fallimenti. E farlo poi come ha fatto lui, mettendo la sua faccia in diretta, davanti al Paese intero, con parole ferme, umili, enormi. Nessuno, davvero nessuno, se lo aspettava, e più di qualcuno, questa mattina, mi ha confidato di essersi commosso. Di avere all’improvviso provato tenerezza e rispetto per quello che per cinque anni è stato il Presidente della Francia. Deludente, a volte inadempiente (anche se sono d’accordo con chi dice che la Storia un giorno gli riconoscerà alcuni atti del suo quinquennio) ha ammesso gli errori, soprattutto quello – ben poco di sinistra – di aver proposto la revoca della cittadinanza ai condannati di terrorismo. Ha ammesso di essere un peso per la sinistra, che, per colpa sua rischia di implodere. 

Per questo, oggi, varrebbe la pena di leggere Lui, presidente, il reportage che lo scrittore Patrick Deville scrisse durante la campagna elettorale del 2012 e che traccia un profilo lungimirante di quello che sarebbe diventato Presidente di lì a poco. L’ho tradotto e pubblicato nella collana Collirio della casa editrice Terra Ferma (formato ebook, € 0,99). Con la precisione e l’ironia tipica della sua scrittura, Deville ha scritto un ritratto indelebile di un uomo che alla fine, almeno alla fine, ha dimostrato di esserlo stato, tutto sommato, il Presidente di Francia. Sta a vedere che, fra nemmeno un anno, i francesi lo rimpiangeranno.

L’aventure géographique 

Oggi incomincia la seconda parte del tour Venise est lagune. Della prima, che si è svolta in ottobre, non ho ancora scritto, ma lo farò presto. Di questa parte cercherò di scrivere passo passo, cosa per me difficile, come sa bene chi frequenta queste pagine. 

Sto per prendere un aereo diretto a Nantes, dove, oltre a me, atterreranno nel giro di mezz’ora anche lo scrittore spagnolo J.A. González Sainz e Tiziano Scarpa. Non li vedo da un bel po’ e sarà bello vederli in un campo neutro a me carissimo: Saint-Nazaire, dove da oggi a domenica 20 novembre si svolgerà il Meeting, incontro annuale di letteratura internazionale giunto alla quattordicesima edizione. Poi, dal 21 al 24 novembre ci sposteremo a Parigi. Ecco il calendario che mi riguarda:
Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016,  Lycée Expérimental, 11h00, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Saint-Nazaire, venerdì 18 novembre 2016, Life, 19H30 Littérature italienne contemporaine, raconter Venise et la Venetie. Avec: Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, José Angel Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa

Saint-Nazaire, sabato 19 novembre 2016, Life, 17H30, Écrire à Saint-Nazaire (Venise est lagune). Avec: Wang Yin, Chantal Chen-Andro, Roberto Ferrucci, Edwin Madrid

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 17h00, Science Po, insieme a Paolo Modugno, Roberto Ferrucci parlerà agli studenti del suo libro Venise est lagune (La Contre Allée, 2016)

Parigi, martedì 22 novembre 2016, 19H00, Istituto Italiano di Cultura, Raccontare Venezia. Gli ospiti della serata saranno: il curatore della sezione veneziana, lo scrittore Roberto Ferrucci, insieme a Mauro Covacich, J.A. Gonzalez Sainz, Simonetta Greggio, Tiziano Scarpa e Patrick Deville.

Parigi, mercoledì 23 novembre 2016, 19H30, Libreria Tour de Babel
. L’aventure géographique, con  Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, Simonetta Greggio, J.A. Gonzalez Sainz, Tiziano Scarpa.

Barack Obama, il Presidente

Oggi, 10 novembre 2016, secondo giorno dell’incubo mondiale, Barack Obama riceve allo studio ovale della Casa Bianca il signor Donald Trump. Al di là dello stridio dell’immagine, al di là del significato politico e etico di questo incontro, desidero invece sottolineare e ricordare, otto anni dopo, la vera notte storica, il vero momento epocale, che non è quello di un imprenditore buzzurro che diventa presidente, bensì quel che è stato, è, e sarà per sempre la notte del 5 novembre 2008. La portata storica e sentimentale e civile di quella notte – che molti sembrano avere dimenticato, addirittura cancellato – è stata talmente enorme e intensa e emozionante, che ne scrissi immediatamente un testo per il Corriere del Veneto. Quel testo, divenne lo spunto, tre anni dopo, del terzo capitolo di Sentimenti sovversivi, pubblicato nel 2011 da Isbn edizioni. Lo ripropongo qui, perché mi piacerebbe ribadire che la politica non è soltanto riduzione delle tasse, posti di lavoro, riforme, politica estera e tantomeno innalzamento di muri alle frontiere o minacce di lanciare bombe atomiche dopo un attentato (Trump). La politica dovrebbe essere prima di tutto valori, principi, ideali. Sì, sì, ideali: quella cosa che a tanti oggi mette i brividi, perché gli ideali ti fanno volare alto, perché mettono in moto pensieri e immaginario, perché quando ci sono tirano fuori il meglio che c’è in te, e gli ideali, i valori, i principi non hanno nulla a che vedere col tizio che in questo momento sta incontrando il Presidente Barack Obama. 

Sono passati otto anni da quella notte, e all’improvviso sembra sia un’eternità. Ma io non ho alcuna intenzione di dimenticarla, quella notte. Né di cancellarla. E la ripropongo qui per ribadirne la forza, con la consapevolezza che quella forza non è svanita. Con la consapevolezza e la certezza che lo rimpiangeremo eccome, Barack Obama.

Da Sentimenti sovversivi, Isbn edizioni 2011.
Era l’alba del 5 novembre 2008, a Venezia, e dopo giorni di acque alte e di pioggia, spuntava il sole. Anche in quell’accenno di mattino, prima di andare a letto, mi ero affacciato alla finestra. Nella calle sotto casa c’erano ancora i segni dell’acqua alta del giorno prima. In cielo, l’alba più nitida che un inverno, lì, a Venezia, possa darti. Barack Hussein Obama era stato eletto presidente degli Stati Uniti e quando l’incredulità si mescola alla gioia, crea un’emozione che si contraddice di continuo. Non ci credevo, mentre lo sentivo fare il suo discorso di vittoria al Grant Park di Chicago, mentre guardavo la gente piangere e io pensavo al giorno in cui i miei genitori mi dissero che avevano assassinato Martin Luther King, alla loro commozione, poco chiara per un bambino di seconda elementare e la mia, adesso, ancor più incredula, ché non potevo credere che, quarant’anni dopo, stavo ascoltando il discorso del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Le sue parole, così inconsuete. Da dove viene, mi domandavo davanti a quell’alba nuova, Barack Obama? Forse viene da tutti noi (quanti di noi?), Barack Obama, sbucato fuori dai nostri sentimenti e dal nostro immaginario. Noi, incollati tutta la notte alla tv, a scambiarci speranze e dubbi via sms, facebook, twitter, a tenerci virtualmente per mano perché questa notte è la notte cruciale di un’epoca, la nostra, e no, non ci potevamo credere che fosse vero. Una notte, poche ore, il tempo per inabissarci del tutto oppure svoltare. Poche ore e, increduli, eravamo già – forse – nella nuova epoca. Sembrava ci fossimo reimpossessati, in una notte, del vero significato delle parole. E adesso, che era forse l’alba di un’epoca nuova, potevo andare a dormire. E non c’era più bisogno di sognarlo, uno come Barack Obama.

E al telefono, Teresa, la notte del 5 novembre 2008, quasi all’alba, prima di andare a dormire, mi aveva domandato e adesso? Adesso che da lui pretenderanno il doppio che da chiunque altro, adesso che non gli perdoneranno nulla, cosa riuscirà a fare? Io, avevo ancora negli occhi le foto di quella mostra che avevamo visto insieme, qui in Francia, foto di neri impiccati, di neri bruciati vivi, di neri fatti a pezzi, di neri moribondi circondati da bianchi sorridenti e festosi, famigliole intere con padri che indicavano corpi di neri squartati e smembrati ai figli e quelle foto erano delle cartoline che i bianchi si spedivano con frasi tipo, visto il nostro barbecue di domenica scorsa? Cartoline degli anni trenta. In una di quelle immagini stavano bruciando vivo un uomo e, davanti a lui, si mettevano in posa per la foto, come se fossero davvero a un barbecue qualunque, vestiti con l’abito quello buono. Davanti a quella foto Teresa aveva avuto un sussulto. Una scossa di dolore che l’aveva attraversata fino a spegnersi nella mia mano, che teneva stretta la sua, che aveva accumulato quella scarica e aveva cercato, la mia mano, di tradurla, là davanti, nel gesto più tenero possibile, una carezza che non credo avrebbe potuto mai, però, rovesciare l’emozione di Teresa, sovvertirne l’intensità. Te le ricordi quelle foto? le avevo detto al telefono. Ecco, vedi, è talmente enorme ciò che sta accadendo, un afroamericano presidente degli Stati Uniti che, le avevo detto, per quel che mi riguardava, Barack Obama, nei prossimi quattro anni, poteva pure appendere un’amaca a due alberi del giardino della Casa Bianca e starsene lì per l’intero mandato presidenziale, avevo detto, pur consapevole di ciò che di altrettanto enorme, di quali scelte politiche impensabili, avrebbe fatto fin dal giorno dopo.

Guardavo il paesaggio, quella notte d’estate, durante il mio soggiorno di lavoro qui a Saint-Nazaire, lontano dal mio paese. Dove volevo soltanto scrivere e saperne il meno possibile dell’Italia, di quel che vi accadeva, degli immigrati definiti clandestini e perciò arrestati, perché la clandestinità è un reato, nel mio paese. Non volevo più saperne delle ronde padane razziste, scuola e cultura e ricerca smantellate, di ministre scelte in base al book fotografico e altre prestazioni. Ma il villaggio globale è ormai dentro di noi e nemmeno io so resistervi. È riuscito a devastare anche il mio ricordo di quella serata memorabile, il capo del governo del mio paese e, soprattutto, ha contaminato l’immaginario di tutti coloro che, una notte di novembre, hanno vissuto un sogno che diventava realtà.

C’era una frase, quella notte, che Obama aveva pronunciato a metà del suo discorso e che mi aveva fatto credere che il riverbero di quelle parole potesse arrivare fino a noi. Che anche nel mio paese, di lì a poco, ci potesse essere spazio per un impossibile, al momento, Yes, we can. «A coloro che ci guardano questa sera da lontano, da oltre i nostri litorali, dai parlamenti e dai palazzi, a coloro che in vari angoli dimenticati della Terra si sono ritrovati in ascolto accanto alle radio, dico: le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune e una nuova alba per la leadership americana è ormai a portata di mano.» In quel preciso momento, dentro a un palazzo di Roma, il capo del governo del mio paese scopava con delle puttane.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti

Credo non ci sia nulla da dire quando si passa da uno come Barack Obama a uno come Donald Trump.

Quello che c’è da dire è lo sconcerto nel sentire una buona ventina di giornalisti e opinionisti italiani, su Sky e La 7, durante la notte, fare finta di nulla e accodarsi immediatamente al carretto del vincitore. Potrei fare nomi e cognomi di chi, da un anno – e sensatamente – ha detto tutto il peggio possibile su Donald Trump (e cos’altro avrebbero potuto dire?) e, nel corso della nottata, hanno cambiato vestito, spogliandosi in diretta della propria deontologia. È stato prima stupefacente e poi, via via che arrivavano i risultati, sempre più squallido sentire il mutamento dei toni, la normalizzazione del candidato impresentabile, dell’uomo ignorante e gradasso (mi ricorda un’altra figura istituzionale a noi veneziani molto vicina…), del miliardario misogino e razzista. Piano piano, legittimato (e chissà perché poi) dal voto popolare, Donald Trump diventa uno statista, un gentiluomo, uno che poi, dài, tutto sommato, ma sì insomma, dài, rappresenta il nuovo (nuovo!). E poi: lui sì che ha capito davvero il cuore degli Stati Uniti (e infatti è proprio questo il cuore degli Stati Uniti: lo squallore). E poi il continuo ribadire che siamo davanti a una serata di portata storica. Ma tacete, per cortesia: la vera Storia fu scritta nel novembre del 2008, quando venne eletto per la prima volta un afroamericano alla Casa Bianca, e non una star dei reality show). Dei lacché, insomma. Critici e opinionisti, che dovrebbero  non solo essere coerenti alla propria onestà intellettuale, ma che dovrebbero domandarsi sul serio il perché di una sciagura che non sarà soltanto politica, ma soprattutto etica e morale. Uno schifo, insomma, che aumenta mano a mano che il distacco fra i due candidati si allarga, e i commenti si trasformano addirittura in indignazione perché poveretto, Trump, lo hanno preso in giro per un anno, gliene hanno dette di tutti i colori e adesso finalmente ha la sua rivincita. E allora, chiosano, vedrai che adesso cambia, adesso che è presidente diventerà ragionevole e saggio. Come se non bastasse la biografia di un settantenne razzista, evasore fiscale, bancarottiere, star della tv trash. E si arriva all’apoteosi finale, dove il colpevole di lesa maestà diventa allora Barack Obama, che ha (giustamente, sottolineo io) detto tutto il peggio possibile di un uomo come Donald Trump. Che tristezza. Ma forse hanno proprio ragione questi soloni dei media italiani. Sì, è davvero una giornata storica, perché il mondo oggi fa milioni di passi indietro, passi indietro politici, sociali, civili, etici, morali, e ci dà una conferma drammatica: l’appeal dell’imprenditore straricco e ignorante e arrogante sembra sedurre ovunque, sembra essere imbattibile ovunque. Auguri mondo.

I poeti maledetti in treno

Nel numero della Lettura (il supplemento culturale del Corriere della sera) in edicola da ieri, c’è anche un mio testo. Nella sezione Sguardi, ho scritto a proposito della mostra Fantin-Latour. A fleur de peau, in corso al Musée du Luxembourg di Parigi. No, non mi sono trasformato all’improvviso in critico d’arte. Nessuna improvvisazione. Il mio testo parte da due quadri ben precisi che, come tanti, avevo visto nel corso della mia prima visita a Parigi, quando ero ancora studente. È un testo evocativo, allora, una specie di racconto ripescato in fondo all’immaginario, laddove risiedono quei ricordi lontani ma fondamentali, quei tasselli di esistenza che messi uno in fila all’altro rappresentano il nostro intimo patrimonio intellettuale, culturale, estetico. Nel supplemento, poi, ci sono molte altre pagine da non perdere, soprattutto quella del mio amico Angelo Ferracuti, che insieme al disegnatore Fabio Delvò, racconta la miniera del Sulcis. Buona Lettura, allora.

Venezia, le perle fucsia sbiadiscono. 

Questo mio articolo è uscito martedì 11 ottobre 2016 sul Corriere del Veneto. Mi rendo conto, rileggendolo, che erano anni che non riuscivo a trovare un tono e dei motivi per essere ottimista riguardo la mia città, Venezia. Spero si tratti di dati di fatto evidenti e non di uno stato d’animo passeggero.



Sembra che qualcosa stia cambiando, finalmente, a Venezia. Che si intraveda una – pur piccola – inversione di rotta. Dopo un’estate di immagini sui media che facevano vergognare ogni residente sensato, che mostravano una città così decadente che la Venezia di Thomas Mann (quella del romanzo Morte a Venezia o del film omonimo di Visconti), a rileggerla, sembrava un posticino svizzero. In questa linea sottile, che un momento prima ci fa precipitare verso un abisso senza fine, e un momento dopo anche, pare si stiano insinuando delle oasi non di resistenza, no, ma di pura e semplice quotidianità. E sono tanti gli esempi: da chi ha deciso (ancora pochi, purtroppo) che le case si danno in affitto prima di tutto ai residenti, da chi (la municipalità di Venezia) sta invitando i cittadini di tutti i sestieri a riappropriarsi di calli e campielli, organizzando per strada incontri, ritrovi, cene collettive, da chi (la generazione dei novanta) ha proposto quella festosa marcia dei carretti della spesa, da chi (il gruppo 25 aprile), sta dando vita all’iniziativa chiamata “Venezia è il mio futuro”, che è giusto l’opposto della Venezia-museo che sembra sempre più ineluttabile, più reale. Ci sono insomma dei veneziani che hanno deciso di dimostrare al mondo intero che questa è una città ben viva, vivace, consapevole di sé.

Una città con sempre meno residenti, certo, ma fra loro ce n’è dunque un bel po’ con le idee chiare di come si voglia e si possa abitare Venezia come un qualunque altro luogo del mondo e non come se vivessimo di continuo dentro a una cartolina. Il più evidente di questi segnali c’è stato domenica 25 settembre, alle Zattere, quando almeno duemila persone si sono avvicendate nel corso di un intero pomeriggio e buona parte della serata per dire no alle grandi navi e sì a tanti altri punti cruciali per la Venezia di oggi e di domani. Non si era mai vista una partecipazione tanto numerosa e intensa e, soprattutto, convinta. Il giorno dopo ne ha parlato il mondo intero. Il culmine simbolico è stato toccato poco dopo il tramonto, mentre Eugenio Finardi cantava Extraterrestre, portale via, intese come grandi navi. E, come ogni sceneggiatura che si rispetti, è stato proprio in quel momento che, salpata dal porto di Venezia con oltre quattro ore di ritardo, è apparsa enorme, spropositata, alle spalle del palco, l’ennesima “Costa qualcosa”. Ne è scaturita un’immagine che non esito a definire epocale, con la voce di Finardi che gridava in forma rock “No, no, le grandi navi no”. Immagini che hanno fatto il giro del mondo.

Sì, a Venezia sembra che qualcosa stia cambiando, nonostante ci siano poi i soliti segnali contrari. Basta infatti essere costretti per un motivo o per l’altro a dover attraversare in un giorno qualsiasi la zona di San Marco, per essere smentiti. O individuare, giorno dopo giorno, un nuovo hotel, un nuovo ristorante, un nuovo negozio di borse gestito da cinesi, un nuovo bar ultra chic. Passi di là, vedi questi mutamenti (queste involuzioni), e sembra non esserci speranza. E invece no, e suona strano ribadirlo oggi, giorno dell’apertura del centro commerciale del lusso nell’ex palazzo delle poste, dove eravamo in tanti, veneziani, ad attraversare la città per andare lì a pagare le bollette: la bellezza di quel posto raddolciva l’esborso. 

Qualcosa sembra stia cambiando, a Venezia. Lentamente e in maniera quasi invisibile. Forse è inutile. Forse è troppo tardi. Oppure magari no. Magari potremmo farcela, alla fine, a rivendicare la nostra città, riuscendo a farla a vivere a tutti, residenti e visitatori, come dovrebbe essere: una città, non una cartolina.


Venezia 73, la Grande guerra di Ozon

Uno dei più bei romanzi di questi ultimi anni si intitola 14, il suo autore è Jean Echenoz e in Italia lo ha pubblicato Adelphi. Quel che racconta lo si desume dal titolo, e raccontarla, la Prima guerra mondiale, non è mai facile. Prima di tutto perché lo hanno già fatto in tanti e poi perché in queste date che ruotano attorno al centenario è evidente la corsa a volte sfrenata da parte di tanti artisti, di esserci, di – ahimè – approfittarne. Non è il caso di Jean Echenoz, che il suo romanzo lo ha pubblicato in Francia nel 2012, e non sembra nemmeno il caso di François Ozon, col suo film Frantz, visto ieri qui al Lido. Accosto queste due narrazioni perché hanno scelto di raccontarla più o meno allo stesso modo, la Grande guerra, e cioè nel modo più rischioso, quello che nasconde più trappole narrative, che ti fa percorrere i confini fragili della didascalia, del patetismo: raccontano entrambi la loro storia dal punto di vista di chi resta, di chi è sopravvissuto. Raccontare il dolore, la commozione, le lacrime, rischia spesso di trasformarsi in una maldestra – e a volte involontaria – furbizia. Per questo è difficile. E rischia anche di diventare un racconto prevedibile, ovvio. 

La struttura narrativa del film di Ozon è molto più semplice di quella del romanzo di Echenoz, ma al cinema, si sa, si tratta soprattutto di come la mostri, una storia, e Frantz è un film dal grande impatto visivo. È la storia di chi resta e del dolore che non se andrà più, di due genitori tedeschi che hanno perso il figlio, della sua promessa sposa che vive con loro, e di un militare francese che arriva al villaggio per portare dei fiori alla tomba (priva di spoglie) di Frantz, il soldato tedesco ucciso. È subito evidente il motivo per cui Adrien, l’ex soldato francese, è arrivato fin lì. Lo intuisci da delle piccole sfumature, piccole ambiguità che io credevo essere state messe lì volontariamente dal regista. Invece, nel press book del film è scritto con evidenza: Nota per i giornalisti. Vi chiediamo cortesemente di non svelare il segreto di Adrien. Boh, forse produttori e autori e regista pensavano di averlo nascosto dentro alla narrazione in modo impeccabile, o forse a me è stato chiaro perché quando ti occupi di narrazioni le noti sempre, le sfumature (e non sempre è piacevole, sia come lettore, sia come spettatore). Va bene, non lo svelo. Tanto lo avete capito, e non si può non farne cenno perché la struttra portante di questo film è la bugia. La bugia necessaria, quella che racconti per non aggiungere inutile dolore al dolore. Bugia e fragilità umana. Un bel film, a parte qualche lungaggine di troppo, e inutile, nell’ultima parte. Dettagli. Importanti però a volte. Un film utile, alla fine, perché della Prima guerra mondiale non ne sapremo mai abbastanza. (E leggetevi anche 14 di Jean Echenoz, se vi va).

Venezia 73: Kim Ki-duk, Wenders, Martins

Non è mia intenzione (ri)mettermi a fare il critico, ma ho voglia, quest’anno, di parlare, e soltanto qui, dei film che vedrò a questa Mostra del Cinema di Venezia. Un festival il cui tema principale, in questi giorni, è quello delle misure di sicurezza in vista di quell’attentato che media e istituzioni italiane sembrano agognare ormai da tempo. Mi rendo conto di sembrare esagerato, ma mi pare altrettanto esagerato blindare un’isoletta quale è il Lido di Venezia, dove sono stati piazzati addirittura dei blocchi di cemento per evitare attentati tipo Nizza, non fosse che poi, per arrivare qui, i camion, devono farlo col ferry boat, e allora, pur non essendo un esperto, direi che sarebbe più semplice controllare chi sale sul ferry, no? Poi, i grandi controlli sono comunque fatti a campione e in questi tre giorni nessuno ha mai guardato dentro al mio zaino né dentro a quelli della stragrande maggioranza delle persone che sono qui. E allora la tanto sbandierata sicurezza diventa una comica, col paradosso che c’erano più conttrolli negli anni scorsi, quando un aggeggio a infrarossi lo passavano comunque su borse e zaini. Ma ormai è evidente che questa storia della sicurezza è più una messa in scena che altro. Una messa in scena del tutto inutile e soldi pubblici buttati. Ma tant’è. 

Il primo film visto è The Net del regista coreano Kim Ki-duk, uno che non manca mai alla Mostra e che mai tradisce le aspettative. Sorprende sempre, con i suoi film, e anche questa volta. Solo che la vera sorpresa c’è stata prima della proiezione. Dico subito che la nuova Sala Giardino, meglio nota come il Cubo rosso, da fuori è bellissima così come il prato che la attornia e che copre il famigerato Buco che per cinque anni è stato un incubo (buco-incubo-cubo) per ogni cinefilo e per ogni residente del Lido. Solo che poi, dentro, appena gli spettatori hanno preso posto, patatrac, molte delle file di poltroncine si sono sradicate dalle proprie sedi. Subito, una squadra di pronto intervento si è messa all’opera munita di trapani e viti. Almeno una ventina le riparazioni fatte con dei piccoli, formidabili trapani, che hanno ritardato la proiezione di quasi mezz’ora. Non proprio una bella figura insomma (sorvolo sulle ironie dei giornalisti stranieri riguardo al pressapochismo italiano) per uno spazio che però è ritornato a essere risorsa della Biennale e del Lido, ma che non è – sia ben chiaro – un miracolo dell’inadeguato sindaco di Venezia, lo smargiasso Luigi Brugnaro. Lui se ne vanta, ma impropriamente e su questo tornerò con un altro post.

The Net, dunque, La rete, di Kim Ki-duk, racconta la lacerante divisione fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Non mi soffermo sulla trama, che vede un pescatore del Nord finire nelle acque territoriali del Sud a causa di un guasto alla sua barca, ma sull’importanza di un film che ci mostra gli aspetti più profondi di questa divisione, quelli che intaccano l’anima dei coreani e di cui noi non sappiamo niente. Quello che passa dai nostri media, le poche volte che l’argomento viene affrontato, è una visione superficiale, dove da una parte abbiamo solo l’immagine ridicola e al contempo sanguinaria del dittatore del Nord, e dall’altra l’avanzatissimo e ipertecnologico Sud. Non manca, sia dal punto di vista della narrazione che da quello estetico, il tocco inconfondibile del maestro del cinema coreano.


Altro Maestro per me indiscutibile è Wim Wenders, che dopo qualche decennio ritorna in concorso alla Mostra con un film tratto da una pièce teatrale di Peter Handke, Les Beaux Jours d’Aranjuez. Un film che può risultare difficile per chi sia digiuno della grammatica cinematografica di Wenders e della scrittura di Handke. La vicenda si svolge nel giardino di una casa di campagna dell’Île de France con, sullo sfondo – davanti ai due protagonisti che dialogheranno fra loro lungo tutto il film, argomento: l’amore e il sesso – una Parigi che Wenders ci mostra in alcuni quadri nei primi cinque minuti del film. Cinque minuti che valgono l’intera pellicola (compresi anche i due cammei di Peter Handke e Nick Cave). Per il resto, è come essere a teatro, in questo lungo dialogo che di sicuro non piacerà a tutti. 

São Jorge è il film del portoghese Marco Martins. L’ho scelto per via della trama, che inizia così: “Nel 2011 il Portogallo iniziò il cosidetto ‘anno della Troika’ (i tagli di bilancio e la ristrutturazione economica imposti da UE, FMI, BCE)”. Il protagonista è un disoccupato, pugile fallito, che accetta di lavorare per un’agenzia di recupero crediti. Io sono affamato di libri e di film che siano capaci di raccontare l’Europa di questi ultimi anni, quella della crisi lacerante, della disoccupazione, dei debiti, della povertà. Non è facile raccontarla, eppure ogni anno, in questi ultimi, alla Mostra ci sono stati film che hanno provato a farlo, a raccontare una crisi che è ancora in atto e proprio per questo così difficile da trasporre, sullo schermo o sulla carta. Il film di Martins mostra le periferie, i casermoni con quei piccoli appartamenti dove si vive in tanti, personaggi che fino a qualche anno fa avevano un lavoro, una vita dignitosa e diventati all’improvviso border-line. Martins usa la cinepresa con uno stile che ricorda quello dei fratelli Dardenne. Il film è molto forte, duro, girato benissimo. All’uscita, la solita domanda: quando il cinema italiano sarà in grado di mostrarci con tanta forza e semplicità, di mostrarci e raccontarci l’Italia della crisi? Perché noi non ci riusciamo mai? Meglio: perché noi non ci riusciamo più?