Journal de la sortie de Ces histoires qui arrivent #2 – Diario dell’uscita di Storie che accadono #2

🇫🇷 Ces histoires qui arrivent (Storie che accadono) c’est un livre de la collection Fictions d’Europe. Benoît Verhille de la maison d’édition La Contre Allée, m’a demandé en février 2017 si j’avais envie d’ecrire un livre pour cette collection. J’ai dit oui tout de suite. Après deux jours je lui ai envoyé trois hypothèses. Et encore quelque jours après je l’ai appelé. Lequel des trois as-tu choisi?, m’a-t-il demandé. La quatrième, j’ai répondu. Et le voici, le livre, comme il est résumé sur le revers de couverture:

Tout commence à Lisbonne, un trajet à bord du célèbre tram 28 mène le narrateur et sa compagne au cimetière où est enterré son ami, l’auteur italien Antonio Tabucchi. Il laisse un mot sur sa tombe, et c’est le prétexte pour revenir sur le cours de leur histoire commune. « Les histoires ne commencent ni ne finissent mais arrivent ». Cette phrase de Tabucchi est à la base du récit.
🇮🇹 Ces histoires qui arrivent (Storie che accadono) è un libro della collana Fictions d’Europe. Benoît Verhille della casa editrice La Contre Allée, mi ha chiesto nel febbraio 2017 se avevo voglia di scrivere un libro per questa collana. Ho risposto subito di sì. Dopo due giorni gli ho mandato tre ipotesi. E qualche giorno dopo ancora l’ho chiamato. Quale delle tre hai scelto?, mi ha chiesto. La quarta, ho risposto. Ed eccolo, il libro, com’è presentato sul risvolto di copertina.

Tutto ha inizio a Lisbona, un percorso a bordo del celebre tram 28 conduce il narratore e la sua compagna al cimitero dove è sepolto il suo amico, lo scrittore italiano Antonio Tabucchi. Lascia un biglietto sulla sua tomba, ed è il pretesto per ritornare sul corso della loro storia comune. «Le storie non iniziano né finiscono, ma accadono». Questa frase di Tabucchi sta alla base di questo libro.

Quando lo si presenta, si dice di Antonio Tabucchi che è il più europeo degli scrittori italiani. Ha vissuto in tre paesi differenti, l’Italia (è nato nel 1943 a Vecchiano, vicino a Pisa), il Portogallo (Lisbona, la città di sua moglie, Maria José de Lancastre) e la Francia (Parigi), in un va e vieni continuo.

Aspetto indiscutibile della sua bibliografia, l’Europa è sempre presente nei suoi libri (saggi, reportages, articoli). Tabucchi ne criticava la deriva economica, non amava l’Europa delle banche e percepiva l’assenza di un’Europa che prima di tutto ha bisogno di valori, di diritti. Evocando la loro amicizia, Roberto Ferrucci traccia un ritratto intimo di uno dei più grandi protagonisti della cultura europea.

Journal de la sortie de Ces histoires qui arrivent #1 – Diario dell’uscita di Storie che accadono #1

🇫🇷 Je reprends une idée de mon ami Jean-Philippe Toussaint, qui pour la sortie de son dernier livre Made in China (Minuit), a publié un journal de la sortie sur Facebook. Je m’excuse pour les fautes de mon français, qui n’est pas ma langue maternelle (et je n’ai aucune envie de contrôler mots par mots dans le dictionnaire qui, par contre, il ne marche plus avec l’upgrade de IOS 11 et il faut que je trouve une solution).

Ces histoires qui arrivent (Storie che accadono), traduit par Jérôme Nicolas, est arrivé il y a quelques jours chez les bureaux de La Contre Allée. En librairie il arrivera le 24 octobre. Pas des séances de dédicaces pour le moment (et je m’excuse avec tous les amis qui vont le recevoir sans aucun mots manuscrits), mais je vais le faire en novembre, quand je reviendrai en France.

🇮🇹 Copio un’idea del mio amico Jean-Philippe Toussaint, che per l’uscita del suo ultimo libro Made in China (Minuit), ha pubblicato un diario dell’uscita su Facebook. Mi scuso per gli errori del francese, che non è la mia lingua madre (e non ho voglia di controllare parola per parola sul dizionario che, fra l’altro, non funziona più dopo l’upgrade a IOS 11 e devo trovare una soluzione).

 Ces histoires qui arrivent (Storie che accadono), tradotto da Jérôme Nicolas, è arrivato negli uffici della casa editrice La Contre Allée. Sarà in libreria dal 24 ottobre. Niente dediche per il momento (e mi scuso con tutti gli amici che lo riceveranno senza nessuna mia parola manoscritta), ma lo farò in novembre, quando ritornerò in Francia. 

Perle fucsia, anzi no. Perle veneziane. 

Questo mio articolo è uscito l’1 settembre sul Corriere del Veneto. Finalmente si parla di Venezia e dei veneziani, di come siano in grado di offrire – loro sì – delle perle alla città.

Quest’anno la Mostra del Cinema è iniziata con un giorno di anticipo, ma non al Lido. La vera inaugurazione è stata in Campo San Polo il 29 agosto, con la proiezione di un indimenticabile film veneziano, Yuppi du, di Adriano Celentano, davanti a duemila spettatori. No, non è ricominciata la rassegna di cinema all’aperto, inventata qualche decennio fa da Roberto Ellero e che riempiva ogni sera, d’estate, l’arena di Campo San Polo. No ghe xe schei, direbbe qualcuno a Ca’ Farsetti. I veneziani, però, grazie alla Municipalità e al Gruppo 25 Aprile, i soldi li hanno trovati, anche se solo per una sera. Li hanno tirati fuori di tasca propria, per dimostrare che la residenzialità ha ancora un senso, che di veneziani che hanno voglia di fare e essere comunità ce ne sono tanti. È ancora una volta il cinema e cioè il sogno, la fantasia, la creatività, l’invenzione, il talento a indicarci possibilità alternative, opposte a quel mostro che sembra stia per inghiottire per sempre la città: il turismo di massa. E questa volta il sogno, la fantasia, la creatività, l’invenzione, il talento non stavano solo sullo schermo. Forse, questa volta ce n’era di più davanti allo schermo di San Polo, erano i duemila arrivati lì con le seggioline di casa, a rivendicare un’appartenenza, a voler resistere in una città che è stata, è, è sarà la città dell’invenzione e della fantasia (e bisogna ricordarlo ogni volta, allora, l’Italo Calvino delle Città invisibili, con una provocazione-sfida: e se le soluzioni ai problemi di Venezia fossero già tutte dentro a quel libro?). Il cinema è ovunque, in questi giorni, in città. Oltre a San Polo, la proiezione all’Arsenale di Dunkirk, a dimostrazione di quale risorsa inestimabile sia per Venezia questo luogo, che la Biennale già riempie ogni anno di cose meravigliose. E poi la Mostra del Cinema. La Mostra è una boccata di ossigeno, e non solo per i commercianti del Lido. È una boccata di ossigeno per la città intera. Arriva puntuale, a chiudere l’estate, a raddolcirne la fine, e l’estate a Venezia è da troppi anni ormai sinonimo di atmosfera soffocante e non si tratta solo del clima. Venezia d’estate vive in una continua apnea da affollamento, è vittima di una oclofobia permanente e delle conseguenti polemiche infinite, prevedibili e, soprattutto, inutili. E allora per fortuna arriva il cinema a sovvertire l’andazzo.

La proiezione di Yuppi Du in Campo San Polo è stata la dimostrazione – dal basso – di come tanti veneziani abbiano una visione del termine cultura diversa da quella dell’amministra comunale. Una cultura pur sempre pop, sì, ma di diversa fattura e fruizione, con gli spettatori co-protagonisti e non semplici “clienti”. Ripartire da San Polo, allora, e dalla Biennale, certo, che sempre più, sotto la gestione Baratta, si sparpaglia in giro per Venezia, a disposizione di tutti. Perché un giorno potremmo sorprenderci a scoprire che la vera rivoluzione è quella di mettere finalmente insieme cultura (cultura, non spettacolo) e turismo. Sta a vedere che la soluzione è tutta lì. I veneziani ci credono, consapevoli di essere essi stessi risorsa necessaria e inestimabile di questa città. Una risorsa per invertire una deriva – direzione Disneyland – che a tutt’oggi sembra ineluttabile. Vedi mai che i pessimisti e gli incapaci, alla fine, non abbiano torto.

Perle fucsia a Rimini

Ad averlo saputo prima, allora avremmo davvero potuto chiedere a uno dei nostri vicini di tavolo al bar (ce n’è almeno uno in ogni bar di Venezia, soprattutto la mattina), uno di quelli che la sa sempre più lunga degli altri, che ha una soluzione per tutto, che è il gradasso della zona, quello che offre il giro di ombre per farsi ben volere. Avremmo potuto chiedere a uno di questi, nel 2015, di candidarsi a sindaco. Il risultato sarebbe stato lo stesso: avremmo avuto un sindaco ignorante, gradasso, megalomane, ma almeno non sarebbe stato un imprenditore pieno di conflitti d’interesse e, guarda un po’, almeno sarebbe stato veneziano e non della provincia di Treviso. Sì, perché dopo avere ascoltato le brillanti e dotte e soprattutto sensate dichiarazioni del sindaco Luigi Brugnaro al Meeting di CL a Rimini, l’imbarazzo e la vergogna di quei (pochi? tanti?) cittadini che un minimo di decenza etica l’hanno ancora conservata, ha davvero toccato vette inaudite. Ma lo avete visto? Perché non basta solo leggerle le sue dichiarazioni, e nemmeno ascoltarle, bisogna anche vedere come le dice, come gesticola, le smorfie del suo volto. Ha sempre il suo solito sistema, quello che da noi a Venezia chiamiamo “buttarla in vacca”. Mette lì la battutina idiota in dialetto veneto (non veneziano, perché lui non lo conosce), anche perché la lingua italiana la massacra a ogni frase, e con la sua risatina da bar sport liquida argomenti enormi, delicati, pericolosi. Per farla breve: fa il gradasso del bar. Quello che ha la risata più forte, quello che deve stare sempre al centro dell’attenzione e per farlo dice tutto il peggio, spesso senza nemmeno sapere che cosa sta dicendo, perché non ha gli strumenti umani e culturali per rendersene conto. Non avesse il ruolo istituzionale che ha, non se lo filerebbe nessuno, se non i compagni di tavolo la mattina, al bar. Sì, molti di noi si sono vergognati per lui, ieri. Grazie a lui tutti gli altri sindaci sono sembrati dei giganti istituzionali (e bastava guardare le reazioni del sindaco di Rimini, accanto a lui, a ogni sua parola fuori luogo, sbagliata, imbarazzante), salvo l’ineffabile Nardella, che, è noto, con Brugnaro si diverte un sacco. Io di dubbi non ne avevo fin da quando si è candidato: questo tizio manderà definitivamente Venezia alla sua fine già scritta, già segnata, già evidente. Ancora un sentito grazie a tutti coloro (il 26% degli aventi diritto di voto) che lo hanno eletto. E soprattutto a tutti quelli che quel giorno (“perché tanto i xè tuti precisi”) non sono andati a votare. Grazie, grazie, grazie.

Un ferragosto del secolo scorso

Che fai oggi, mi chiedono. Oggi che è ferragosto. E io, a ferragosto scrivo. Devo averlo fatto anche il giorno di ferragosto del 1993. Se non ricordo male, devo avere scritto questo reportage dalla Biennale Arte, che uscì poi sulle pagine culturali di Mattino di Padova, Tribuna di Treviso e Nuova Venezia. Era da poco uscito il mio primo romanzo, Terra rossa
Venezia in agosto non è poi così vuota di veneziani. O meglio, dei pochi veneziani ancora residenti a Venezia, sono parecchi quelli rimasti in città nel mese di agosto. E per chi è rimasto, il problema da cui difendersi è – guarda un po’ – il gran caldo. Niente di strano, è vero, ma l’umidità, qui, è davvero imbattibile, capace di arrivare alle 17 di un pomeriggio qualsiasi al 90% con 33 gradi di temperatura. Un po’ come vivere in un acquario, insomma.
E allora, come affrontarla una giornata così? Innanzi tutto c’è il Lido, la spiaggia dei veneziani, e c’è chi ha la barca oppure, a casa, il condizionatore, e allora, niente di meglio che starsene lì, davanti alla televisione e ai campionati mondiali di atletica leggera (conosco uno che per colpa dell’aria condizionata, si è innamorato della giavellottista norvegese Trine Hattestad, forse un po’ troppo massiccia nel fisico – è pur sempre una lanciatrice – ma dal viso d’angelo, dice il mio amico, che già pensa a un viaggio in Norvegia).

Poi, la sera, ci sono due mete diventate rituali: il cinema all’aperto di Campo Sant’Angelo e il ritrovo poi nei quattro bar di Campo Santa Margherita. In uno di questi, il Caffé di Renzo Ballarin – diventato ancora più celebre in città dopo la sua apparizione a “Il rosso e il nero” durante l’occupazione della facoltà di architettura la primavera scorsa e dove una sua affermazione sul ’68 è stata commentata in studio da Santoro e D’Alema – in questo bar, dicevo, alcune serate sono dedicate a letture di poesia, con la presenza dei poeti locali. L’appuntamento più affollato è stato quello con la porno-poetessa Lucia Lucchesino, famosa per avere avuto una parte in uno dei film di Tinto Brass. Quale? Boh, uno dei soliti fra gli ultimi cinque sei sette.

Insomma, si passa qualche ora al bar, si beve e si chiacchiera, cercando di andare a dormire il più tardi possibile. E per chi abita a Mestre, poi, c’è un appuntamento finale, quello con gli ultimi autobus in partenza da Piazzale Roma: tutti fuori dalla vettura a boccheggiare, autista compreso, in attesa della partenza: l’umidità a quest’ora, è sempre intorno al 90%.

Venezia d’estate, però, ha qualche altra variante a disposizione, ma si tratta di itinerari preda soprattutto dei turisti. La Biennale Arte, per esempio, potrebbe essere visitata o rivisitata proprio in questo periodo, non fosse che il suo orario di apertura coincide – purtroppo – con le ore più calde della giornata: 11-18. Veneziani forse a settembre, allora. Ma chi è che si avventura in pieno agosto fra i padiglioni dei Giardini di Sant’Elena? Sono andato a vedere. Un sabato d’agosto, vaporetto pieno di turisti alle 14, temperatura 30 gradi, umidità 83%.

Alla biglietteria espongo subito una mia curiosità: “C’era qualcuno di voi quando, il 1° luglio, sono venuti Bono e The Edge?” Un ragazzo risponde subito che lui era lì, che il cantate e il chitarrista degli U2 si sono prersentati alla biglietteria come due visitatori qualunque, hanno pagato le loro 10.000 lire (non come me che ho esibito l’accredito dell’inaugurazione scaduto da due mesi, ma, gentili, me l’hanno subito rinnovato) e sono entrati insieme a due ragazze e due guardie del corpo che li accompagnavano. Chiedo anche se c’è qualcuno che li ha guidati fra i padiglioni e mi dice di parlare con Lorenzo Cortesi. Dentro, incrocio uno che ha un foglio bianco in mano ed è proprio lui. Poi, appena nominati gli U2, gira verso di me il foglio bianco, una foto dove si vedono Bono e The Edge con due guardasala e il giovane con cui sto parlando. Mi invita nel suo ufficio e mi racconta di quel giorno, la vigilia della parte italiana dello Zoo TV Tour. È da un po’ che penso che Bonito Oliva abbia sbagliato a non invitarli come espositori, il palco allestito da Brian Eno è senz’altro all’altezza (se non di più) di tante opere presenti qui. Ma è una considerazione che tengo per me. 

Mi rendo conto soltanto adesso di avergli chiesto poco: né l’ora in cui sono arrivati, né quanto sono rimasti, né quali padiglioni hanno preferito; ma del resto, proprio per questo non ho mai fatto il cronista. Così, l’unica richiesta sensata è stata quella di sapere se c’era qualcuno che aveva parlato un po’ più a lungo con i due. Mi indica uno dei due guardasala, una ragazza dai capelli lunghi che, anche se di profilo, penso di riconoscere, convinto di averla vista chissà dove. “Lavora al padiglione Venezia”, mi dice e qui, altra pecca del cronista, non ho il coraggio di dirgli che non so quale sia, il padiglione Venezia. Lo troverò. (E invece no, e nemmeno lei). Saluto, ringrazio ed esco. 

Comincio a girare fra i padiglioni e noto che di gente ce n’è, anzi, che, sparpagliati in giro, ci sono “tutti” quelli che ci devono essere: la comitiva di giapponesi che fotografa anche le panchine, studenti in vacanza, anziane e documentatissime anziane signore americane che sanno tutto di Louise Bourgeois, qualche famiglia al completo che si guarda intorno perplessa. Insomma, nonostante temperatura, umidità, tentazioni da spiaggia a una fermata di vaporetto da qui, alla Biennale di gente ce n’è e del resto me lo aveva detto Cortesi che l’unico calo di visitatori era stato dopo le bombe di Roma e Milano, ma che adesso tutto era tornato normale. Il fatto è che per me non è per nulla normale venire qui in un pomeriggio così. Ma forse non ho la stessa “passione” di quelli che girano da queste parti. O, meglio, sono un privilegiato che può venirsene qui (e gratis) quando vuole e non è di passaggio a Venezia soltanto oggi. Già, vero.

Ma è anche vero comunque che i luoghi più affollati sono – guarda caso – il bar riparato da alberi e ombrelloni e il padiglione israeliano, dove un artista di cui non ricordo il nome ha allestito una serra con piante di cetrioli e – soprattutto – con una grande vasca dove, dall’alto, scroscia una vera e propria cascata d’acqua. Non riuscirei a dire quale sia il valore artistico di tale allestimento, non ne ho le competenze, posso però dire che starsene seduti lì davanti a quella cascata per una mezz’ora è stato davvero tonificante.

Quando finisco il giro dei padiglioni (penso sia giusto segnalare ai responsabili che la pavimentazione distrutta di quello tedesco è sempre più scarsa, i pezzi credo finiscano nelle borse e nelle tasche di molti visitatori, un po’ come il muro di Berlino) è già abbastanza tardi. Rinuncio alle Corderie e tento di raggiungere i Granai alla Giudecca per rivedere (e ascoltare) Cage, Wenders e Wilson. Fra traghetti e un breve ma necessario ristoro – durante il quale mi domando perché non si dipinga più e soltanto i giovani della Fondazione Bevilacqua La Masa continuino a farlo, anche qui alla Biennale, Maria Teresa Sartori, per esempio, o Luca Clabot – arrivo davanti che è già chiuso. Ma lì, alla Giudecca, c’è una galleria che resta aperta fino alle 20, la Nuova Icona di Vittorio Urbani, che espone le opere di uno dei più interessanti artisti presenti alla Biennale. Così, mentre soffia qualcosa che assomiglia a una specie di brezza, decido di andare a rivedermi le opere di Nagasawa. Poi raggiungerò quel mio amico al Caffè, per chiedergli se ha intenzione di andarci da solo in Norvegia a trovare Trine Hattestad.

Com’è bella Saint-Nazaire

Da quasi una decina d’anni – dal febbraio 2008 – frequento Saint-Nazaire. Ero stato invitato dalla Maison des Écrivains Étrangers et des Traducteurs  per una residenza di scrittura di due mesi. Mi sono innamorato di una città che non ha nessuna delle classiche attrattive: la storia, l’arte, la natura (anche se l’estuario della Loira…). È una delle poche città di cui ho subito captato l’anima, la fragranza, il sentimento ed è diventata protagonista di due miei libri, Sentimenti sovversivi e Venezia è laguna. Ci ritorno appena posso, grazie all’ospitalità di nazairiens che sono diventati dei cari amici. Anche a luglio ci ho trascorso due settimane, e ovviamente con me si cercava di parlare di due argomenti: della Fincantieri e di Claudio Ranieri, nuovo allenatore del Nantes, città che sta lì a due passi. Preferivo il secondo argomento, al primo. Non avevo nessuna voglia di identificarmi con la Fincantieri e infatti – lo dico con chiarezza e dopo aver parlato con molti che lavorano nei cantieri navali di Saint-Nazaire – io sto con i francesi, proprio perché non si tratta di una partita di calcio fra nazionali. Così, al mio ritorno, per la prima volta ho sentito tutti (tv, giornali, opinione pubblica) parlare – spesso a vanvera – di Saint-Nazaire. E ho scritto il seguente articolo per il Corriere del Veneto, uscito domenica 30 luglio 2017. 

Dal Corriere del Veneto del 30 luglio 2017.



Da qualche giorno noi italiani siamo venuti a sapere che in Francia c’è una città, Saint-Nazaire, che è al centro di una disputa tra Francia e Italia sul controllo dei suoi prestigiosi cantieri navali. Questo sappiamo. In effetti, Saint-Nazaire non è uno di quei luoghi messi in evidenza nelle guide turistiche. Di turistico non ha molto, ed è proprio questo a essere uno dei pregi della città. Una città-sentimento, distrutta e poi ricostruita dagli americani nella Seconda Guerra Mondiale, che non possiede soltanto il porto. C’è una spiaggia di quasi tre chilometri in pieno centro, con un lungomare larghissimo dove poter correre in bicicletta, in roller, fare jogging o semplicemente passeggiare respirando quell’aria a noi sconosciuta: quella dell’Oceano Atlantico. Per l’intera estate, lì sul lungomare, è parcheggiato un grande furgone tutto vetri: è una biblioteca, fornitissima e con la coda all’entrata, soprattutto bambini, perché Saint-Nazaire è anche una città letteraria. Da trent’anni infatti vi opera la Meet, Maison des Écrivains Étrangers et de Traducteurs, diretta dallo scrittore Patrick Deville, una residenza per scrittori che ogni anno ospita per un mese o due, dai cinque ai sei autori del mondo intero. La Meet è anche una casa editrice bilingue e nella sua collana ha pubblicato decine e decine di romanzi, racconti e poesie che hanno fatto di Saint-Nazaire una delle città più narrate al mondo. A novembre vi si svolge il Meeting, un festival che ogni anno ospita due città letterarie, e proprio nel 2016 è toccato a Venezia, con l’invito di alcuni scrittori veneti prima a scrivere della propria città per una raccolta, poi a intervenire al festival.

Della diatriba in atto fra governo francese e governo italiano sappiamo già tutto, ma non sappiamo perché tutti gli abitanti di Saint-Nazaire abbiano gioito alla decisione di Macron di nazionalizzare i cantieri. Qua in Italia abbiamo subito pronunciato quel termine che ci rende i francesi così antipatici: sciovinismo. Errore. Qui si tratta di qualcosa di ben più profondo. Al di là dei pareri di chi lavora nei cantieri e dei sindacati (è diffusa la preoccupazione che Fincantieri decentralizzi il lavoro in Cina, per esempio), e al di là di chi legge in questa decisione una lotta tutta italiana fra Msc Crociere (Gianluigi Aponte, il patron di Msc, dichiarò nel giugno scorso a Le Monde che avrebbe fatto di tutto per evitare che Fincantieri entrasse in possesso dei cantieri), quello che non solo noi italiani ignoriamo, ma che ci è del tutto estraneo, è il rapporto che gli abitanti di questa città di oltre settantamila abitanti hanno con i loro cantieri. La costruzione di una nave richiede mesi e mesi di lavoro, anni a volte, e ogni tappa è scandita dalla stampa locale e, di conseguenza, dai nazairiens. Ciascuno di loro, giovani e meno giovani, poco importa quali siano le competenze, gli studi, conoscono a menadito ogni fase. Le uscite di ogni nave, anche quelle di prova, fanno accorrere i nazairiens lungo le rive ad assistere e a celebrare un risultato che è sentito come se fosse il lavoro di tutti. Quindi no, non si tratta né di sciovinismo né di nazionalismo, perché fra l’altro, sono decine le nazionalità di chi è impiegato nei cantieri di Saint-Nazaire. È un rapporto profondo e sentito, riconoscenza e condivisione, che noi ignoriamo: avete mai visto, a Monfalcone o a Porto Marghera, folle di abitanti accalcarsi alle rive per salutare il varo di una nave, il compimento di un lungo lavoro? Mai. Questo è quel che sta accadendo a Saint-Nazaire. Il timore di perdere non soltanto il lavoro, ma il sentimento collettivo che, da sempre, lo contraddistingue. Non è un caso che per il centenario dello sbarco degli americani durante la Prima Guerra Mondiale, il sindaco David Samzun abbia fatto di tutto per riavere a Saint-Nazaire la Queen Mary 2, fiore all’occhiello della cantieristica locale. Un evento che ha portato sulle rive della città migliaia e migliaia di francesi. Che, oggi, hanno paura di perderlo, questo sentimento unico e prezioso. A noi del tutto sconosciuto. 

Genova, 20 luglio 2001

Oggi, sedici anni fa, il 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda a Genova veniva ucciso Carlo Giuliani. Una morte che non ha mai avuto giustizia, come tante nella storia recente del nostro paese. In quei giorni ero a Genova, per i Quotidiani del Gruppo Espresso, che volevano uno scrittore che li raccontasse. E il 20 luglio seguivo il corteo delle Tute Bianche, al quale si unì anche Carlo Giuliani. Come ogni anno, in questa data, pubblico un estratto da Cosa cambia, il romanzo che ho scritto, pubblicato nel 2007 da Marsilio. Questa volta, tocca alle pagine su Carlo, che furono le più delicate, le più difficili da scrivere. Pagine che fin da allora, ho dedicato alla madre di Carlo, Haidi Giuliani. Che abbraccio.



Altra vibrazione, Maurizio, il segretario di redazione che arrivava giusto in tempo perché l’articolo chiudesse con le informazioni necessarie. Lo stavo finendo nonostante la tastiera avesse un paio di tasti fuori uso a causa dell’onda. Mi arrangiavo con la tastiera virtuale sullo schermo. Tic, tic, tic col pennino di plastica che trovava le lettere picchiando su piccoli e precisi quadrati disegnati sul display. Fra poco, bluetooth, gprs e tutto il resto lo avrebbero fatto arrivare fino al computer di Maurizio che mi dettò l’indirizzo di un sito e mi disse di andarle a vedere quelle foto. Subito.

Immaginate ora un pomeriggio torrido. Caldo, incessante, fin dal mattino. E immaginate una piazza, una qualunque delle tante che trovate nelle città di questa nazione, una piazza non troppo grande, chiusa, e la chiesa, naturalmente. E immaginatevi, ripeto, un pomeriggio torrido. Quel venerdì pomeriggio. Immaginatevi un corteo – autorizzato – tenuto sotto assedio da almeno tre ore. E poi l’aria. Aria calda, afosa, irrespirabile per l’odore dei gas, incessante, anche quello, da ore. Chi può protegge il volto, lo copre. Impossibile resistere senza. E allora va bene tutto, sciarpe, maschere, occhiali da sole magari protetti ai lati da fazzoletti meglio se bagnati, berretti calcati fin dove possibile. E passamontagna, anche, come quello blu scuro, che indossa quel ragazzo in canottiera bianca, capitato anch’egli nella trappola della piazza circondata da tutti i lati. Immaginatevi dunque – non foste ancora riusciti a farlo – un’aria resa irrespirabile fin dal mattino ed è già quasi sera, ore e ore con i polmoni che bruciano, la pelle che brucia, gli occhi che bruciano, e poi il caldo, la rabbia, il terrore. Provateci, per favore, prima di guardare queste foto.

Terza sequenza

Foto 1.jpg. Dal finestrino posteriore della camionetta blu scura, il tetto bianco, viene lanciato fuori un estintore arancione. È sospeso a mezz’aria quasi al centro del finestrino, il vetro, sfondato, non esiste più. In alto nella foto, sulla sinistra, alcuni carabinieri in assetto antiguerriglia, dei robocop, maschere antigas e ogni altro tipo di protezione e di aggeggi da offesa, osservano. Sette manifestanti sono attorno alla camionetta, ma forse, per via della prospettiva schiacciata dal teleobiettivo, solo due sono davvero vicini. Uno con un caschetto di plastica giallo, una maglietta bianca e un salvagente arancione attorno al collo, che gli protegge il petto. Il secondo, quasi fuori quadro, sembra stia per sfondare il finestrino laterale di destra con una tavola di legno.

Foto 2.jpg. Quello con la tavola di legno sembra essere riuscito a romperlo, il vetro. Poco dietro di lui, un ragazzo biondo, giubbotto di jeans, è bloccato nel gesto di tirare un tubo. Più in primo piano, un ragazzo magro magro, col passamontagna blu e la canottiera bianca, ha la testa leggermente piegata in basso. Gli si vede solo il profilo degli occhi. Quello sinistro. Osserva l’estintore appena lanciato fuori dalla camionetta. Di fronte a lui, un ragazzo con la felpa grigia e il casco blu indica qualcosa davanti a sé. Forse la mano del ragazzo in divisa, che sporge leggermente dal finestrino e impugna una pistola. Più in basso, nitido, un altro ragazzo col casco blu volta le spalle al Defender (il nome della camionetta, scritto accanto alla grande ruota di scorta col cerchione bianco). Sembra stia uscendo di scena dopo aver visto la pistola spuntare netta, evidente, brillante, dal finestrino posteriore senza più vetro.

Foto 3.jpg. Il ragazzo con la felpa grigia corre fuori dalla fotografia, fuori dal tiro del ragazzo in divisa che ha ancora la pistola in pugno. Il ragazzo con la felpa grigia è bloccato in quel gesto, inequivocabile, che ti ritrae, quando scappi, con la gamba in avanti piegata, il corpo proteso, abbassato, le braccia aperte, l’una opposta all’altra, e la gamba dietro che tende tutti i muscoli possibili per slanciarti via, fuori quadro, fuori dal tiro della pistola che il ragazzo in divisa impugna col dito sul grilletto. Con quel movimento veloce, il ragazzo con la felpa grigia lascia libera e visibile la targa della camionetta: CC AE-217. Pochi centimetri più in là, il ragazzo col passamontagna blu non si accorge di nulla. È concentrato sull’estintore. È piegato verso l’asfalto e sta per sollevarlo, anche se si vede solo la parte bassa del suo corpo, i jeans, un pezzo di schiena, e poi, soltanto le mani che stanno per stringere ai lati longitudinali l’estintore. Chissà quanto pesa un estintore. È seminascosto da uno in bermuda verde scuro, quelli pieni di tasche, un giubbotto blu, un casco da scooter rosso bordeaux e in mano un pezzo di legno. Osserva come impotente. Fuori quadro, facile immaginarli, decine di carabinieri vestiti da robocop stanno invece osservando in modo diverso, come da spettatori quasi involontari.

Foto 4.jpg. Sì, dev’essere pesante, un estintore. I muscoli del ragazzo col passamontagna sono tesi mentre tiene all’altezza della bocca la bombola arancione. Il suo gesto è bloccato lì, in quell’istante che sembra dividersi a metà fra l’offesa e la difesa. Perché il ragazzo col passamontagna adesso non può non averla vista la mano del ragazzo in divisa sporgere leggermente dal finestrino. E anche la pistola ha visto. E la pistola, forse ha già sparato, perché il ragazzo che sulla destra ha rotto il finestrino laterale molla all’improvviso la tavola ed è girato ancora più a destra, lo sguardo verso la più prossima delle vie di fuga, e quello biondo, giubbotto di jeans, anche lui sta indietreggiando, ancora col tubo in mano ma appoggiato a terra. Sulla parete d’angolo, color sabbia, poco sopra la camionetta, appare per la prima volta la scritta, color argento, no more cops. Se il ragazzo col passamontagna blu fosse stato in grado di sollevare quell’estintore pochi centimetri più in su. Se gli altri uomini in divisa, fuori quadro, fossero passati dal verbo osservare al verbo che in tutti gli altri angoli di Genova hanno usato reprensibilmente, il verbo agire. Se qualcuno non avesse deciso di mandare dei Defender all’attacco, con dentro dei ragazzini di leva, se non avesse ordinato a camionette non blindate di fare scorribande in mezzo ai manifestanti resi esausti da ore e ore di assedio e di gas. Se.

Foto 5.jpg. Sì, il ragazzo in divisa ha sparato. Il ragazzo col passamontagna è stato colpito. Si vede l’estintore caduto ai suoi piedi. L’autista della camionetta deve aver ingranato la retromarcia, forse per fuggire, forse per passare sopra al corpo del ragazzo col passamontagna. Si vede la ruota posteriore sinistra che sta scaricando i quintali del Defender sul dorso del corpo forse ancora in vita che sta per essere girato su se stesso dalla pressione del pneumatico sulla schiena. Ora, dalla fessura del passamontagna, si vedono gli occhi. Sembrano chiusi. Il braccio destro piegato sul petto, il sinistro nascosto sotto al corpo. A sinistra dell’inquadratura, in basso, si vede un ragazzo con il casco rosso e la maglietta scura che sta scappando fuori della cornice inferiore della foto. Ha in mano un bastone. Un altro, con la maglietta rossa e un sasso in mano, sta correndo fuori dal quadro, verso destra.

Foto 6.jpg. Il corpo del ragazzo col passamontagna è sotto alla camionetta. Più o meno a metà fra la ruota anteriore sinistra e quella posteriore. Potrebbe sembrare un meccanico che sta riparando qualcosa, non fosse che i piedi, scarpe da ginnastica nere, in quella posizione lì, possono appartenere, adesso, solo a un cadavere. L’estintore è davanti alla ruota anteriore. In primo piano, le mani del ragazzo in divisa. La destra con la pistola ancora stretta. Calda, adesso. Due colpi in meno dentro al caricatore. La sinistra che sembra stringere qualcos’altro.

Foto 7.jpg. La ruota posteriore sinistra della camionetta è passata di nuovo sopra al corpo del ragazzo col passamontagna. La camionetta è lontana già un paio di metri. Se ne sta andando. Dall’angolo superiore della foto, gli altri robocop in divisa che hanno fatto da spettatori, se ne vedono nove, hanno ora il passo aperto in direzione del corpo del ragazzo col passamontagna, steso con le gambe allargate. Gli occhi girati verso la camionetta. Verso le mani ancora visibili del ragazzo in divisa, che lo ha ucciso.

Perle fucsia e lotte verdi

E così c’è pure l’auspicata petizione “fisica”, quella raggiungibile da tutti i residenti (la maggioranza ancora in Italia) che non usano internet. La si può firmare nello storico e ancora nient’affatto turistico bar-pizzeria Vecia Gina a Sant’Elena. La petizione ha come oggetto lo stesso di quella on line promossa da Annalisa Cardin e che ha finora raccolto 1900 firme. Firme da ogni parte del mondo, che vanno benissimo, certo, ma c’è bisogno soprattutto della mobilitazione dei residenti. Sono loro, siamo noi, è evidente, che dobbiamo far sentire la nostra voce a questa giunta comunale, scelleratissima e inadeguata, presieduta da un miliardario altrettanto inadeguato e senza scrupoli. Siamo noi che dobbiamo spiegare al signor Brugnaro e alla sua combriccola che cos’è Sant’Elena. Impresa titanica, me ne rendo conto, spiegare a uno che detesta Venezia, che non sa nulla della città e della sua storia, provare a fargli capire qualcosa è difficile, sì. E poi, anche questo è vero, per capire bisogna possedere gli strumenti e la volontà. Quindi, dopo avere comunque tentato di far capire, e sperando capiscano, non dovesse accadere – sono molto pessimista al riguardo – allora domani sera, al ritrovo presso la pista di pattinaggio del Parco, bisognerà decidere per azioni esemplari, che rimangano dentro i confini del lecito, ovviamente, certo, ma determinate, decise, inflessibili. Sant’Elena è un luogo residenziale, del tutto veneziano e non serve essere dei maghi per sapere come sarebbe inevitabilmente ridotto il suo Parco dal passaggio quotidiano di migliaia di turisti inconsapevoli, scaricati lì e abbandonati a se stessi, come già accade in Riva dei Sette Martiri. E sia chiaro: non si tratta affatto di decongestionare, come ci raccontano, la zona di San Zaccaria da questi barconi, al contrario. La possibilità di avere altri approdi moltiplicherà gli arrivi, aumenteranno le comitive allo sbando, senza mete precise se non Piazza San Marco.
Io non potrò essere presente domani sera, ma sono ovviamente disponibile a dare il mio apporto, nell’ambito delle mie pur limitate competenze e capacità.
Sant’Elena è verde*, non fucsia!

*inteso come colore predominante dell’isola.

Perle fucsia nel polmone verde

Fate clic sulla foto per accedere alla petizione

L’ennesimo attentato alla residenzialità che la sgangherata e perciò terribile giunta Brugnaro ha intenzione di mettere in atto è quello nei confronti del Parco di Sant’Elena. Ogni veneziano sa quanto questo posto sia prezioso e amato: da chi ci viene a correre la mattina e la sera, dai bambini che hanno a disposizione giochi e campetti di ogni tipo per le loro attività ludiche, da chi viene a leggere i propri libri seduti su una panchina al fresco degli alberi o davanti al panorama più bello del mondo. La mia padrona di casa mi racconta sempre di quando i pediatri consigliavano alle madri con figli deboli di bronchi di portarli a Sant’Elena, dove esiste un microclima speciale. Il microclima di Sant’Elena non è soltanto la sua aria, il suo verde, è, soprattutto, il suo essere uno dei pochissimi luoghi di residenza, uno dei rarissimi enclave veneziani ancora rimasti. Chi ci abita ama questa piccola isola. Ho visto gente piangere, qualche anno fa, quando una tromba d’aria sradicò decine di pini marittimi, devastando parte del Parco e del paesaggio visivo, punto di riferimento di ogni abitante. E ricordo anche quanto si diede da fare l’allora assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin, per farli ripiantare al più presto, quegli alberi, che ora, poco a poco, stanno crescendo. La scellerata e stupidissima decisione della giunta di far ormeggiare sulle rive del Parco i lancioni vomita-turisti è non soltanto scellerata e stupidissima: è criminale. Perché è chiaro, o di stupidità si tratta, o di disegno premeditato per far sloggiare pure da qui i pochi veneziani rimasti. Mi chiedo giorno dopo giorno che cosa serva a quei (pochi: il 26% degli aventi diritto al voto) veneziani e mestrini che hanno votato l’inadeguato e volgare imprenditore che sta devastando quelle che lui stoltamente chiama, al plurale, le città di Venezia, che cosa serva ancora per ammettere l’errore colossale che hanno commesso nel consegnare la città in mano a un tizio tanto inadeguato e al contempo senza scrupoli. Che cosa vi serve ancora dopo che il centro di Mestre è ridotto a una landa desolata dove ogni giorno chiude un negozio? Cosa vi serve ancora dopo che le spiagge libere del Lido saranno destinate a dei privati che le trasformeranno in luoghi ultra chic e ultra costosi? Che cosa vi serve dopo che anche il Parco di Sant’Elena sarà trasformato nel folle bazar che già contraddistingue gran parte della città storica? Cos’altro vi serve di fronte a queste scelte che sono o stupide o premeditate, o entrambe le cose?  Di fronte al disegno, inequivocabile, di trasformare Venezia in un enorme e unico albergo? Perché la lettura, dopo due anni, dell’attività di questa giunta è lampante e inequivocabile: a Mestre si vede la loro assoluta incapacità e inadeguatezza di amministratori, a Venezia la loro volontà di far sparire gli ultimi residenti rimasti che ostacolano i loro più o meno evidenti interessi commerciali, diretti e indiretti. Questo è la giunta fucsia. Nient’altro e, soprattutto, niente di nuovo. Per questo dobbiamo tutti firmare la petizione on line per salvare il Parco di Sant’Elena dall’invasione i barconi vomita-turisti. E lanciarne subito un’altra, fisica, in città, carta e penna, per tutti quelli che non usano internet, che non ne hanno dimestichezza. Forza, bisogna fermare questa orrenda e devastante onda fucsia.

Due anni di perle fucsia

Domani, 2 luglio 2017, saranno due anni dall’insediamento della giunta presieduta da Luigi Brugnaro. Due anni di perle fucsia, incentrati da una parte solo su pacchiane apparenze (Red Ronnie, ritrovi da sagra paesana, festicciole diffuse, ecc.), dall’altra sulla devastazione di tutta una serie di servizi che vedeva Venezia brillare sì come una perla, ma una perla vera, non fucsia. Tipo i servizi sociali, per esempio, rasi letteralmente al suolo dai caterpillar fucsia, perché tanto – dovrebbe più o meno essere questo il ragionamento di chi guida la città – chi se ne frega di coloro che hanno bisogno, sono comunque una minoranza e non incideranno mai come conteggio voti quando sarà il momento. È l’atto più ignobile, questo, portato avanti dalla giunta Brugnaro, lo smantellamento dei servizi basilari per far funzionare il tessuto sociale cittadino. Evidentemente sono convinti che questo li premierà, anche se è difficile capire come. Molti continuano a voler vedere un disegno, nel progetto amministrartivo di Brugnaro, una strategia. Io vedo solo assoluta ignoranza e incapacità, maldestramente ricoperta da un velo fucisa, fatto di slogan, di vetrina, di coriandoli e luminarie varie. E sono soltanto io a vedere il degrado complessivo che questi due anni con a capo il sindaco più gradasso e inadeguato che Venezia abbia mai visto si è acuito e moltiplicato ovunque? Ieri sera ero a Mestre, in coincidenza con l’Happy Friday, una delle ideone della giunta Brugnaro. Avevo un impegno di lavoro proprio in serata, in pieno centro, e mi immaginavo di dover attraversare la piazza sgomitando, immaginavo bar presi d’assalto, pizzerie strapiene. Ho incrociato invece poche centinaia di mestrini, bar e pizzerie vuote, negozi con i commessi all’entrata che, a braccia incrociate, rimiravano le azzurre lontananze, musicisti che suonavano davanti a quattro gatti. Un mortorio. Ma la cosa più sconcertante, erano i negozi vuoti, sfitti, abbandonati, ne ho contati una dozzina fra Piazza Ferretto e gli immediati dintorni, ma i mestrini che erano con me mi hanno detto che sono molti di più, e si tratta di un’ecatombe inarrestabile. E il gradasso e inadeguato miliardario alla guida della città, di fronte a questa desolazione che fa? Lancia i suoi assurdi proclami, millantando in giro che Venezia e Mestre fra poco tempo saranno come Dubai. Perché Dubai, poi, dovete chiederlo alla sua acuta intelligenza. Intanto, l’unico grande e vero disegno portato avanti da lui e la sua banda è uno e uno soltanto, trasformare Venezia in un grande albergo diffuso. Tutti gli atti di questa giunta hanno come unica finalità quella di spazzare via noi ultimi veneziani rimasti ancora in città. Ma Brugnaro e i suoi hanno fatto molto male i loro conti: si troverà davanti già da domenica mattina una enorme brigata partigiana pronta a difendere i propri luoghi, il proprio essere, il proprio diritto alla venezianità che lui non ha alcuna idea di che cosa sia. Del resto, gli unici conti che gli riescono bene – quelli sì – sono i conti delle sue aziende, che ovviamente, in questi due anni da primo cittadino, hanno aumentato il giro di affari. Domani saranno migliaia i veneziani, residenti e non, veneziani di anagrafe e di cuore, che sfileranno e sfideranno Brugnaro con lo slogan “Mi no vado via”. Ad andarsene, e presto, sarà lui, che veneziano non è (e nemmeno mestrino), che è stato eletto – dovrebbe sempre tenerlo a mente – soltanto dal 26% degli aventi diritto al voto, e che con Venezia non ha mai avuto nulla a che fare se non come uomo di affari. Perché, come non ricordare, in chiusura, i suoi fallimenti fucsia a Chioggia e a Mira? Se tanto mi dà tanto, ha poco da dichiarare di volersi ricandidare. Si preoccupi intanto dei tre anni che ancora gli mancano, e vedi mai che, alla fine siano addirittura meno, di tre, a mancargli. Perché un’onda che non se ne vuole andare, potrebbe farlo scivolar via…

Aeroporto Marco Polo

Dunque, si dice in giro che l’aeroporto di Venezia sia il terzo aeroporto italiano. Ultimamente sono ancora in corso lavori di ammodernamento dello scalo. Il tutto viene svolto con dei pomposi annunci, con spot che sottolineano la qualità dei miglioramenti. Ora, sono a bordo di un volo Easy Jet diretto a Parigi e abbiamo già quasi un’ora di ritardo. Motivi? Prima è andata in panne la navetta che doveva portarci all’aereo. Trovata dopo una mezz’oretta la sostituta, pure a questa si rompono le marce. Con una terza, una ventina di minuti dopo, arriviamo finalmente a imbarcarci. Poi, quando finalmente è tutto pronto, non si parte perché il camioncino che deve caricare i bagagli ha il nastro trasportatore bloccato. Bisogna aspettare un “ingegnere” (così dice l’hostess) affinché lo ripari. L’equipaggio Easy Jet non riesce a trattenere le risate e noi passeggeri italiani mormoriamo con velata vergogna “Povera Italia”. 

Quel giorno quando Totti


In questo momento Francesco Totti sta ancora facendo l’ultimo giro di campo, all’Olimpico di Roma, dopo l’ultima partita della sua carriera. Qualche anno fa, nel libro I nuovi sentimenti (Marsilio, 2006), raccolta di racconti curata da Romolo Bugaro e Marco Franzoso, il mio, intitolato Solitudine, raccontava fra l’altro il suo rigore contro l’Australia, che fu decisivo nel cammino verso il titolo mondiale. Saluto così, riproponendo quell’estratto, i venticinque anni di carriera di Francesco Totti. 


Sull’ultrapiatto ad alta definizione di mio fratello, lo vedi quattro volte meglio del normale il pallone, sul cerchio del centrocampo, arrivare sui piedi di Francesco Totti al novantaduesimo e ventinove secondi. Zero a zero. L’arbitro ha concesso tre minuti di recupero. Che nazione è mai, dunque, una nazione la cui nazionale si fa eliminare ai mondiali dall’Australia? Sì, ci sono prima i supplementari, ma oggi l’Italia sembra non poter segnare mai. E ai rigori poi, si sa, l’Italia perde sempre. E anche Totti, sta perdendo. Perde tempo, con il pallone fra i piedi, lì nel cerchio di centrocampo che sembra diventato una specie di terra di nessuno, non sa se andare di là o di qua. Ci mette undici secondi a girarsi su se stesso, Francesco Totti, non so se una, due volte perché l’inquadratura stacca su Gattuso che dice qualcosa all’arbitro, poi ritorna su Totti che sembra non saper proprio che farsene, di quel pallone che, in quel posto lì, nel cerchio del centrocampo, a trenta secondi dalla fine, è nel posto più inutile al mondo. Va di qua e di là, Francesco Totti, e noi che guardiamo siamo rassegnati anche se dài dài dài esce dai denti stretti di tutta la nazione, perché è vero che alla fine, quando ci sono i mondiali ci sono solo i mondiali, soprattutto adesso, poi, che il referendum ha affossato il rubicondo e sgrammaticato ex ministro leghista e la sua riforma e porca miseria, andare avanti in questo mondiale quanto bello sarebbe. Dài, dài, dài, sì, e tra un po’ arriverà il fischio, fine. Ma un calciatore lo sa bene. Francesco Totti lo sa che, arrivati a questo punto, qualcosa devi tentare. E al novantaduesimo e quaranta secondi, Totti, di sinistro, fa uno di quei lanci che solo lui può e riesce a fare. Cinquanta metri, quasi tre secondi ci mette il pallone per arrivare sull’out sinistro, dove Fabio Grosso fa uno stop a seguire e si invola, il telecronista, al novantaduesimo e quarantaquattro, quando Grosso con un tocco all’interno di sinistro scavalca il numero 23 dell’Australia, dice che c’è ancora spazio per un traversone, che Grosso però non fa. Va avanti lui, entra in area di rigore, va ancora di più verso il fondo, e quando il numero 2 dell’Australia gli si fa incontro, Fabio Grosso cade. È il novantaduesimo e cinquanta secondi, quando l’arbitro indica il dischetto, io, mio padre, mio fratello, e anche mia madre, urliamo rigore coprendo la voce del telecronista che sta urlando la stessa cosa, coprendo con il nostro urlo tutta la nazione che in questo momento è solo quell’urlo lì che poi improvviso, si dissolve in un sussurro. Chi lo tira. Pirlo, Totti, chi? È il novantatreesimo e trentaquattro secondi quando la telecamera, dopo alcuni replay, dopo aver inquadrato un’australiana in lacrime sugli spalti, torna sull’area di rigore e lì, sul dischetto, c’è Francesco Totti, che ha ancora una placca di metallo dentro la caviglia sinistra, operata lo scorso febbraio. Al novantatreesimo e trentanove secondi l’arbitro consegna il pallone a Totti. Il telecronista dice che se questo è il mondiale di Francesco Totti, questo è il momento. Mio fratello si alza e se ne va. Mezza Italia, quella che di calcio ne capisce, sta ripetendo dentro di sé come un mantra speriamo che non faccia il cucchiaio, speriamo che non faccia il cucchiaio, speriamo che non faccia il cucchiaio. La partita è già finita. Nel senso che Francesco Totti può solo segnarlo il rigore. Se il portiere lo respinge non sarà valido prendere la ribattuta. C’è solo il tiro. Al novantatreesimo e cinquantaquattro la telecamera va sul volto di Francesco Totti che sta facendo un profondo respiro. Si avvicina, la telecamera, in un primo piano sempre più stretto, fino a quando inquadra un sorriso. E uno sguardo che dice sì… Mai visto nessuno, penso, sorridere all’arbitro mentre sta per prendere la rincorsa. E invece deve andare a spostare il pallone, Totti, leggermente più in là rispetto al dovuto. Interruzioni della drammaturgia che possono essere fatali, che prolungano l’apnea dell’ansia, che disinnescano la concentrazione, anche se Francesco Totti ha appena tirato un altro respiro profondo. Mentre la telecamera lo riprende di spalle tornare indietro, uno stacco. Gianluigi Buffon, il portiere, dall’altra parte del campo si è girato verso gli spalti, ha voltato le spalle alla scena, come mio fratello. Novantaquattro e undici. La telecamera adesso è strettissima sul volto di Totti, che sbuffa, guarda il pallone, si passa la lingua sulle labbra come fai quando stai per prendere una decisione, sbuffa di nuovo, stacco su un tifoso azzurro con le mani giunte davanti al viso e un ridicolo cappello tricolore sulla testa e quando torna su Totti, la telecamera adesso è sugli occhi di Francesco Totti. Non ricordo di avere mai visto uno spettacolo del genere. Il mondo intero sta guardando negli occhi Totti che sta per tirare il rigore più importante della sua vita. Guarda fisso il pallone per qualche secondo, poi, novantaquattro e diciannove, lo sguardo vira leggermente all’insù, questione di millimetri credo, guarda il portiere negli occhi. Io guardo lo sguardo di Francesco Totti e penso lo segna. Si volta per un momento verso l’arbitro che ha fischiato, un gesto che non mi aspettavo e che fa vacillare la mia convinzione precedente ma non c’è tempo. Totti è già partito, ha già tirato, ha già piazzato il pallone, calciato di destro, alla destra del portiere dell’Australia. Una nazione che oggi ha cancellato l’idiozia di un rubicondo e sgrammaticato ex ministro leghista e che ora è soltanto un urlo. Un monosillabo. Gol.

Da Tabucchi a Montpellier 

Al Salone del Libro di Torino ho partecipato da Parigi, all’Istituto Italiano di Cultura, una intensa e al contempo leggera (come avrebbe voluto lui) serata dedicata a Antonio Tabucchi, insieme a sua moglie, Maria José de Lancastre, suo figlio Michele, il suo traduttore francese Bernard Comment, il critico letterario Paolo Mauri e lo scrittore francese Adrien Bosc. Il direttore Fabio Gambaro ha condotto la serata, durata più del previsto, ma che tutti i presenti, credo, avrebbero voluto continuasse. Si è trattato di una delle anteprime del Salone sparpagliate per vari Istituti di Cultura in giro per il mondo. Riassumerla sarebbe un peccato, tante sono state le interpretazioni di lettura (e rilettura) dei libri di Tabucchi, i ricordi, gli aneddoti e, soprattutto, il percorso biografico che Maria José de Lancastre ha voluto mostrare attraverso una serie di foto, un album intimo, inedito e prezioso della vita di uno dei più grandi scrittori europei degli ultimi decenni (Antonio Tabucchi, scrittore europeo, era il titolo della serata). L’impegno politico e civile, i viaggi, Pessoa e il Portogallo, il doppio, l’anima, il sogno, tutti i temi dell’opera di Tabucchi sono stati toccati e io, in chiusura della serata, ho letto le ultime pagine del mio nuovo libro, Storie che accadono, che ho appena consegnato all’editore che me l’ha commissionato, La Contre Allée e al mio traduttore, Jérôme Nicolas. Ebbene sì, il libro cui ho fatto cenno qui a inzio marzo, che uscirà nella collana Fictions d’Europe, è un libro su Antonio Tabucchi. Non si tratta né di una biografia, né di un saggio. È, forse, quello che qui in Francia chiamano un récit, una forma narrativa ibrida. Uscirà in Francia il 24 ottobre 2017. E in Italia?, mi chiederà qualcuno. E in Italia non lo so. Forse nemmeno uscirà, chissà, anche se di questo si occuperà la mia agenzia letteraria, la Walkabout. Magari ne farò un’edizione autopiratata.

E da Parigi sono venuto a Montpellier, invitato alla Comédie du Livre, dove il mio editore, La Contre Allée, è la casa editrice ospite d’onore di quest’anno (nella foto l’accoglienza alla stazione, fra loro Julie, la studentessa di editoria che mi accompagnerà in questi giorni).

Subito, ho incontrato in hotel quattro cari amici scrittori: François Beaune (di Marsiglia), Alfons Cervera (di Valencia), Davide Enia (di Palermo) e José Carlos Llop (di Palma de Mallorca). Ieri sera, nel corso della serata inaugurale, abbiamo ripetutamente brindato all’uscita, proprio ieri, del nuovo libro di Davide, Appunti per un naufragio, edito da Sellerio e che io, subito, ho comprato in ebook per poterlo leggere immediatamente. Sono già a metà, e direi che si tratta di un libro importante e da non perdere. Basti solo dire che la storia si svolge a Lampedusa, che Davide ha frequentato per due anni. Solo questo fa capire il perché ho detto che è un libro importante. Ora vado: séance de dédicaces dei miei libri francesi. À plus. 

Antonio Tabucchi a Parigi

Se questa sera, 17 maggio 2017, alle 19.00 siete nei pressi dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, potreste passare e ascoltare una chiacchierata su Antonio Tabucchi.

Perle fucsia. La vergogna veneta.


Venetisti. Arrivano, come ogni 25 aprile, a inquinare e offendere il nostro 25 aprile. Che vergogna. (Un’ennesima perla fucsia, ché il sindaco di Venezia, si sa, lo scorso anno era con loro sul palco, a mistificare la Storia. E quest’anno? Nonostante il divieto?).

Il mio 25 aprile è questo:

E questo:

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Venezia in serie B, grazie Pippo

Alla vigilia della prima giornata del campionato di Lega Pro, il 27 agosto 2016, ho scritto questo articolo, uscito sul Corriere del Veneto. Davo il benvenuto a Pippo Inzaghi, nuovo allenatore del Venezia, partendo da quella piacevole anomalia che lo avrebbe visto – com’è stato – unica e vera star del girone, cercato da tifosi e stampa prima di ogni altro giocatore. Credo non sia mai successo in passato nell’ex Serie C. Non  avevo mai postato qui l’articolo, lo faccio oggi, giorno in cui il Venezia è stato – da pochi minuti – promosso in Serie B. Non scrivevo di calcio quasi dai tempi di Giocando a pallone sull’acqua



C’è un’unica vera star nel campionato di Lega Pro che inizia oggi, quanto meno l’unica star del girone B e appartiene alla squadra del Venezia. Non si tratta di un giocatore, né del presidente italo americano Joe Tacopina. La vera stella della Lega Pro è l’allenatore degli arancioneroverdi, e risponde al nome di Pippo Inzaghi. A qualcuno ancora non sembra vero, e in effetti un po’ tutti, ricevuta la notizia, pensavamo a uno scherzo. Figurati se… Invece, era tutto vero. E anche a dirlo tutto, il vero, alla maggior parte di noi tifosi la prima cosa che è venuta in mente, dopo lo stupore, è stata quella maledetta tripletta che segnò al Penzo il 20 febbraio del 2000, in un Venezia-Juventus 0-4. Tre gol in dodici minuti e il primo, al 79′, segnato dopo che si era aggiustato ben bene il pallone con la mano. Un piccolo settore dello stadio balzò in piedi, tutti quelli – pochi – che si trovavano nell’asse visiva adatta per notare un gesto che solo alla moviola fu evidente, eclatante. Non l’avevamo mandato giù, da queste parti, quel colpo di mano che portò la Juve al raddoppio e tolse ogni speranza a un Venezia che fin lì aveva meritato il pareggio. Non serve scommettere che oggi, quell’episodio lì, oltre a essere caduto in una sorta di prescrizione dei ricordi, gli sia stato perdonato e con gli interessi. Pippo Inzaghi sulla panchina del Venezia in Lega Pro. Se ci pensate bene, sembra un’illazione o, quanto meno, uno scherzo. Che ci farà mai l’ex allenatore del Milan laggiù in fondo, in una categoria che è una sorta di caotico purgatorio dove può succedere di tutto, anche se guidi una squadra ben attrezzata? Da una parte di tratta di una evidente operazione di marketing, di immagine, ottima e indiscutibile, perché il nome Inzaghi è famoso in tutto il mondo e accostato a quello della città più amata al mondo, be’, mica male, no? Dall’altra però sembra un po’ una scorciatoia per provare a ritessere quel rapporto con la comunità dei tifosi smarritasi del tutto negli anni anonimi e ambigui a proprietà russa. Anni di delusioni tali da aver ridotto lo zoccolo duro della tifoseria a poche centinaia di affezionatissimi. E alla fine per ora non è nemmeno bastato il nome di Inzaghi (gli abbonati sono ancora pochi), perché lo sradicamento è stato davvero profondo. Servirà altro, magari coinvolgere finalmente sul serio quei veneziani che hanno fatto la storia recente del Venezia, come Paolo Poggi, ad esempio. Sarebbero stati fantastici anche come coppia sul campo, quei due, avessero mai giocato insieme, Poggi e Inzaghi.C’è però un aspetto che rassicura anche coloro che storcono il naso davanti all’operazione di markentig. A Pippo Inzaghi, nei mesi in cui ha guidato la panchina milanista, è sempre stata contesta la scarsa esperienza, la mancanza della solita e tanto decantata gavetta. E allora, chapeau a Pippo Inzaghi che sembra voler dire: “Mi avete rimproverato la mancata esperienza nelle seri minori? Eccomi qui”. Riparte dal basso, la star della Lega Pro, dimostrando umiltà, buon senso e capacità di rinuncia. Una rinuncia assai rara nel calcio di oggi: vedere del tutto ridimensionato il proprio guadagno. Ricomincio da tre, verrebbe da dire citando il grande Troisi. E non sono i tre gol che mise a segno in quella sciagurata domenica del 2000, ma ricomincio dalla terza serie, con una dose rara di umiltà e con la consapevolezza di quanto disastroso sarebbe per lui fallire questa occasione.

Sì, oggi Venezia ricomincia da Superpippo Inzaghi. E sarà davvero divertente.

Perle fucsia (e verdi) 

Il verde e il fucsia non stanno bene insieme. A dire il vero, il fucsia non si accorda a nulla. Né dal punto di vista cromatico, né, qui a Venezia, da quello politico. Il fucsia veneziano assomiglia molto al nero: dove passa copre tutto, azzera ogni sfumatura, offusca ogni luce. Cancella tutte le differenze. Appiattisce, uniforma. Mi riferisco, non si fosse capito, alla lista che fa capo (mai come in questo caso il sostantivo “capo” va preso alla lettera) al sindaco Brugnaro. Il verde è quello della Lega, che fa parte della maggioranza di governo, e in particolare mi riferisco all’assessora Zaccariotto che a dire il vero non so bene se sia ancora leghista o no, tanto risulta caotico il suo percorso politico. Ieri, ce ne fosse stato il bisogno, l’assessora mi ha dato conferma della devozione che la maggioranza di governo dimostra – smaccatamente – in ogni occasione al suo capo.


Ieri, dicevo, non sono ahimè riuscito a trattenermi dal replicare a un’iperbole dell’assessora Zaccariotto che chiedeva al Presidente della municipalità del Lido di riconoscere il ruolo determinante, decisivo, unico e supremo che il suo capo (in persona, lui e solo lui) ha avuto nella copertura del famigerato “buco del casinò” al Lido. Buco che in realtà il sindaco (ecco, casco anch’io nella devozione) ha solo coperto, dopo che altri hanno fatto il lavoro lungo, delicato e invisibile, di bonifica del terreno e molto altro. Le parole sono importanti a prescindere da chi le usa a vanvera, per questo sottolineo in persona.


Avrete notato come immancabilmente gli assessori e altri componenti la maggioranza di governo veneziana non facciano mai riferimento al lavoro collettivo della giunta ma esclusivamente a quello individuale del sindaco, il capo popolo. Un ostentato atteggiamento di devozione che è difficile immaginare sia spontaneo. A questo proposito nelle repliche che l’assessora mi ha rivolto, salta agli occhi un obbrobrio non soltanto grafico: SINDACO BRUGNARO tutto in maiuscolo. Quel che se ne trae l’ho detto direttamente a lei e potete leggerlo nelle immagini qui sotto. Sorvolo sulle immancabili offese, tipiche dei populisti quando – sempre – di fronte alle critiche sono a corto di idee, di parole, di argomentazioni, quindi io, all’assessora Zaccariotto, faccio ovviamente pena. Hélas. 

Perle fucsia e criminalità organizzata 

Qualche giorno fa il sindaco di Venezia si è di nuovo distinto in ciò che gli riesce meglio, ha twittato a rotta di collo nei confronti di due giornalisti: Maurizio Dianese e Stefano Ciancio. Una serie di tweet dei suoi: privi di argomenti e colmi invece di arroganza e di astio. La causa: un articolo di Maurizio Dianese sulla presenza della criminalità organizzata nell’isola del Tronchetto.Davanti a un giornalista come Maurizio Dianese, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, dovrebbe soltanto inchinarsi. E tacere. Inchinarsi di fronte al coraggio e al valore di chi fa ancora il proprio mestiere senza timori, senza guardare in faccia nessuno, seguendo soltanto la propria onestà inetllettuale e portando avanti con rigore l’unico vero compito di un giornalista: informare, cercando a ogni costo la verità. Maurizio Dianese sa fare benissimo tutto questo e lo fa da sempre. Memorabili sono alcune sue inchieste che, dalle pagine del Gazzettino, sono diventate libri fondamentali, su Porto Marghera, sulla mala del Brenta, su Piazza Fontana. Alcune di queste sue inchieste le ha firmate assieme allo scrittore, e oggi presidente della Municipalità di Marghera, Gianfranco Bettin. Entrambi sanno cosa significa dire la verità: la malavita li ha spesso presi di mira, minacciati, ma non li ha certo fatti tacere. E non è un caso che entrambi, da tempo, mettano in evidenza le infiltrazioni mafiose in atto all’isola del Tronchetto. L’ultimo articolo su questo tema, Maurizio Dianese lo ha firmato pochi giorni fa, e il sindaco (appena rientrato da un lungo viaggio d’affari – suoi – in Brasile…) non ha trovato niente di meglio che replicare con il suo classico stile: il dileggio via twitter. Conosco bene questo suo procedimento che egli mette puntualmente in atto appena uno osa criticarlo. Sono stato una delle sue prime vittime. Tu hai poco da argomentare, da puntualizzare, da approfondire. Non serve a niente, perché lui ha il suo sistema apparentemente formidabile: la butta in vacca, per dirla come piace a lui, e poi ti cancella. Con un fare, però, nell’insieme, che ha sempre un che di minaccioso, perché te lo fa arrivare dall’alto. Da un alto tutto suo: di uno che si sente essere “il capo”, l’intoccabile, il potente. Tutto suo perché lui potrà anche essere a capo delle sue aziende e dei suoi adepti, ma non potrà mai essere il capo di Venezia, il nostro capo, e – mai e poi mai – il mio capo.


Un sistema formidabile, dicevo, soltanto apparentemente, perché anche in questo caso l’autogol del sindaco è lampante. Intanto perché non se la prende con un “intellettuale da strapazzo” come il sottoscritto (la definizione me l’ha affibbiata lui), che mi limito ogni tanto a esprimere delle opinioni ovviamente discutibili, di certo innocue. No, questa volta egli si rivolge a un giornalista che in tutta la sua carriera ha dimostrato una limpidezza ineccepibile e, inoltre, ha liquidato via twitter un argomento delicatissimo. Del resto, il tono del suo tweet la dice lunga, oltre a dimostrare la sua totale ignoranza del significato di etica.

Tutti sanno quel che penso di questo Luigi Brugnaro (ho iniziato a scriverne fin dal primo giorno in cui ha deciso di candidarsi) diventato in qualche modo sindaco della città più bella del mondo. Lo trovo inadeguato per mille motivi, dannoso per mille altri, capace di dare il colpo di grazia a una Venezia che da tempo sembra aver preso una deriva ineluttabile. Ho scritto anche di essere stanco di doverlo incalzare ogni volta che fa o dice qualche sciocchezza. Abbiamo tutti di meglio da fare. Solo che poi a volte non puoi far finta di niente, e questa è una di quelle. Questa volta è doveroso dimostrare a Maurizio Dianese tutta la solidarietà e l’amicizia che merita da sempre. E di allargarla anche a Stefano Ciancio che, avendo scritto un post in difesa del giornalista del Gazzettino, si è preso la sua buona dose di insulti via twitter dal sindaco fucsia. A me non arriveranno più, ho già dato: lui ha deciso un anno e mezzo fa (qui il racconto) che non vale la pena leggermi. Sapete, questi intellettuali da strapazzo…

Storie che accadono, forse

Questa foto è stata scattata ieri nella sede della casa editrice di Lille, La Contre Allée. L’ha scattata il direttore editoriale, Benoît Verhille. La Contre Allée ha pubblicato nel giugno 2016 il mio libro Venise est lagune (uscito in Itala solo in formato ebook da Feltrinelli nella collana Zoom). La foto coglie il momento della mia firma sul contratto per il prossimo lbro che pubblicherò con loro. Foto e notizia, diffusa sui social dalla mia agenzia letteraria, la Walkabout, ha messo in agitazione i miei venticinque lettori. Forse agitazione è una parola esagerata. Però, abituati alle mie lentezze, alla mia reticenza riguardo a quel che sto scrivendo, pare averli spiazzati. Il fatto è che, guardando questa foto, spiazzato lo sono anch’io. Fino a un paio di settimane fa nemmeno io avrei mai pensato che pochi giorni dopo mi sarei ritrovato a firmare un contratto per un nuovo libro. Soprattutto per un libro che a tutt’oggi, quasi non esiste. Benoît Verhille mi ha telefonato poco più di quindici giorni fa, ero in vaporetto e mi ha detto se mi interessava partecipare a Fictions d’Europe. Lì per lì ho pensato a un convegno o a qualcosa del genere, e quando si tratta di un invito in Francia, dico subito di sì. Poche parole e ho capito che non si trattava di un convegno, né di un festival letterario. Poche altre et voilà, Fictions d’Europe è in effetti una collana de La Contre Allée che conosco bene ma che lì per lì, in vaporetto, non mi è venuta in mente. Pubblica testi in un preciso formato e con un numero sempre uguale di pagine, testi che abbiano presente in maniera del tutto libera il tema Europa. Finora ha pubblicato una manciata di titoli, fra cui quelli molto belli del francese Arno Bertina, del greco Christos Chryssopoulos e del portorghese Gonçalo M. Tavares. Tu potresti essere il primo italiano, mi ha detto Benoît. E io ormai avevo detto subito sì, a quell’ipotetico convegno. Non sarei comunque tornato inidetro sulla mia risposta perché a volte fanno davvero bene le consignes, come le chiamano qui. Avere un tema, una quantità di spazio precisa, una data di consegna. E per il mio, tempi strettissimi, uscita prevista: ottobre 2017. Una sfida bellissima, per uno degli scrittori italiani più lenti di sempre. Quel giorno ho riattaccato e ho incominciato subito a cercare un’idea. A Benoît non interessava sapere a cosa stavo pensando. Lui quando sceglie un autore lo fa perché ne ha piena fiducia, e questo suo atteggiamento responsabilizza ancor più l’autore. Me, almeno. Comunque il giorno dopo gli ho mandato un sms con tre ipotesi. Lui naturalmente non ha espresso preferenze e il giorno dopo l’ho chiamato, gli ho detto che avevo deciso. Per quale delle tre? mi ha chiesto. Per la quarta, ho risposto, e si è messo a ridere. Ho incominciato subito a scrivere, anche se di questa storia avevo già molti appunti, una di quelle storie possibili da raccontare, un giorno, di quelle che metti in archivio e poi un giorno chissà. Così, ho interrotto il romanzo in cantiere da anni, e non ho più smesso di scrivere. Presto, è arrivato anche il titolo. Ciò detto, accanto al titolo, qua sopra, ho aggiunto un forse, perché il finché non vedrò la fine, il forse è doveroso, necessario.Il fallimento è sempre in agguato. Ecco, cari venticinque lettori. Questa è la lunga didiascalia alla foto che se non vi ha messo in agitazione, vi ha comunques sorpreso e incuriosito. Molti mi chiedono se il libro uscirà anche in Italia. Non lo so, tocca aggiungere un altro forse. E non solo uno, forse.