22.12.03

La buona e brava gente della nazione

Questo mio articolo esce oggi sulla Nuova Venezia. L'intervista a Romolo Bugaro è stata fatta in occasione dell'uscita col giornale di domani del romanzo La buona e brava gente della nazione.

bugaro.jpgUno si avvicina allo scaffale della propria libreria, vede la costola del volume che ha intenzione di prendere in mano, lo fa, lo sfoglia, e la prima cosa che nota sono le pagine ingiallite ai bordi. Come se il libro avesse trent'anni e non fosse stato in realtà pubblicato nel 1998. Ma che carta usano certi editori? E soprattutto: perché lo fanno? Chissà. Poi, però, il romanzo, La buona e brava gente della nazione di Romolo Bugaro, è invece un romanzo attualissimo, forte, denso. Uno dei pochi libri che davvero hanno colto in profondità i tratti di questo nostro famigerato (dorato, sgangherato, intollerante, prezioso, intollerabile) nordest. Bugaro ne scandaglia sentimenti, valori, storture, caratteri, ne delinea profili, ambienti, volti. Ne fa il ritratto, Bugaro, di questo nordest e lo spoglia, lo mette a nudo. Delicato e spietato al contempo.
E allora il titolo, innanzitutto. Perché se la buona e brava gente della nazione è proprio questa, sembra alla fine non esserci scampo. Condannati, per sempre, inesorabilmente. «Io - dice Bugaro - in questo romanzo mi sono sforzato di fare tutto fuorchè della sociologia, non mi interessava mostrare tipi umani o categorie esemplari, ho cercato di provare a catturare qualcosa di un po' più profondo che non fare della sociologia del nordest. Di saggi in proposito ce n'è un'infinità. Mi sono piuttosto interrogato sulle esistenze e quindi sull'umanità di una serie di persone di queste nostre terre. Cioè sulla buona e brava gente della nazione, sulla borghesia ricca, quella delle professioni, che si distingue, soprattutto da queste parti, in una particolare forma di chiusura. Non è facile infatti penetrare in determinati circoli, devi essere nato nella città, conosciuto da sempre e in qualche modo "mappato" fin dall'origine. Mi interessava raccontare questa peculiare categoria di persone che per un verso è perfettamente all'interno della contemporaneità e dall'altro invece legatissima a forme di tradizione di "compagnia" chiusa».
Il centro della vicenda di questo romanzo è l'amicizia fra Giovanni e Luca, dove il primo è l'io narrante della storia, il testimone, si potrebbe dire, non fosse che poi egli stesso è invece parte in causa di quasi tutto ciò che accade.
«Questo libro - dice Bugaro - nasceva come una grande storia di amicizia. Un'amicizia virile fra Luca e Giovanni ed effettivamente io sono convinto che l'amicizia sia un sentimento "resistenziale", nel senso che si oppone alla strisciante disintegrazione di ogni rapporto umano che è tipica di quest'epoca. Poi però mi sono accorto, procedendo nella stesura del romanzo, che questo sentimento d'amicizia andava oltre se stesso e scivolava nel tema del doppio, perché forse, alla fine, Luca e Giovanni non sono due personaggi distinti, ma l'uno lo specchio dell'altro. Nel corso della scrittura  Giovanni non era più il narratore della vicenda ma diventava una identità ulteriore del protagonista Luca».
Il libro procede quasi a episodi, la quotidianità dei protagonisti viene messa in scena punto per punto, viene mostrata per ciò che è, in uno scenario che ricorda la "dolce vita", non fosse che siamo più di trent'anni dopo e in un luogo completamente diverso dalla Roma di quel periodo. Siamo nel ricco nordest, qui, con tutte le contraddizioni del caso. Contraddizioni in cui personaggi sono immersi del tutto. E allora c'è il lavoro, la piattezza di coppie che stanno insieme non si capisce più perché, notti brave, discoteche alla moda. Poi però succede qualcosa. Entra in scena un elemento dalla diversità radicale, perturbante. La giovane Sabine. «Ci sono due aspetti riguardo a Sabine - precisa Bugaro - Il primo è che si tratta di una ragazza giovane e molto bella. Ha le carte giuste per entrare nel cirocolo chiuso degli amici. Il secondo, è che lei viene da fuori, è una giovane straniera che lavora in un pub. Perciò anche come status non potrà mai far parte fino in fondo della "compagnia" chiusa. La somma di questi due elementi fa di lei una perfetta vittima sacrificale».
Il libro ha il suo lungo epilogo in un'isola, Panarea. Come mai?
«Le nostre vite in città sono scandite, regolate, costrette da tutta una serie di impegni, affari, appuntamenti, eccetera. Il trasferimento della scena del romanzo sull'isola trasporta tutti i personaggi in un luogo di piena libertà dove le loro identità non sono più compresse appunto dalla quotidianità e possono realmente "esplodere". L'isola è una sorta di intesificazione dell'identità di tutti i personaggi. E in più, il paesaggio di Panarea è aspro, costantemente inondato di luce e in quanto fondato da contrasti così vivi accompagna perfettamente  la progressiva drammatizzazione dell'opera».
Padova e Panarea, nonostante facciano da sfondo a una vicenda dura, aspra, drammatica, sono comunque raccontate con un sottotono di tenerezza, di affetto. «Sì è vero - conferma Bugaro. Io ho amato Panarea a tal punto che non ci tornerò mai più, perché preferisco ricordarla com'è stata. Ci sono andato per anni, da giovane e ora, dopo averla narrata è diventata per me un luogo puramente emotivo. Padova invece è la mia città. Ci sono nato e vissuto e non me ne andrò mai via di qua. Proprio per questo, proprio per questa mia adesione totale alla città, molti hanno creduto di riconoscere nei personaggi di questo romanzo delle persone reali. In realtà La buona e brava gente della nazione è un libro molto letterario, costruito guardando alla letteratura e i personaggi che vi incontriamo non sono ritratti di questo o quello, ma "macchine" molto più complesse che raccolgono la loro vita tanto dai libri, quanto dalla realtà».
Sono passati sei anni dalla pubblicazione di questo romanzo, che nel settembre del 1998 fu in cinquina al Premio Campiello. Sei anni durante i quali Bugaro è andato avanti, pubblicando prima Il venditore di libri usati di fantascienza e il recente Dalla parte del fuoco, editi entrambi da Rizzoli. Come è cambiato il rapporto con la scrittura?
«È cambiato completamente - risponde Bugaro. Dopo l'11 settembre e ciò che ne è conseguito, io ho sentito il bisogno di di immergere totalmente la mia scrittura nella realtà, di interrogarmi sugli sbalorditivi rivolgimenti di questi ultimi anni che peraltro, pur nella loro dimensione planetaria, toccano in profondità il cuore stesso delle nostre vite. Il mio ultimo romanzo, Dalla parte del fuoco, è un romanzo che prova a interrogarsi sulla nostra vita di oggi, esposta com'è al cambiamento e all'instabilità, al pericolo di questo nostro tempo. Dalla parte del fuoco è un romanzo che rappresenta una svolta per me, nel senso che apre il mio lavoro a temi per me nuovi».

Posted by Roberto at 22.12.03 18:04 | TrackBack