Questo mio articolo esce oggi sulla Nuova Venezia.
Inopportuno, aveva detto un signore in vena evidentemente di battute. Battute fuori luogo, ovvio. E soprattutto fuori da "questo" luogo, fuori da Marghera, da questa piazza, Piazza Mercato, che vede diecimila persone raccolte attorno a un palco. Venute qui non solo per Marco Paolini. Sono qui per Marghera, per le sue fabbriche, per la chimica, per domandarsi, insieme a lui, quale sia il senso di giustizia di quelle multinazionali che hanno avvelenato, avvelenano e - soprattutto - avveleneranno anche dopo dismesse, come Bhopal dimostra.
Marghera come Bhopal, era il timore di chi trovava inopportuna questa giornata. L'incapacità di leggere, di ascoltare la forza dell'arte, del teatro in questo caso, da parte di certi politici è sconcertante. Vedono tutto in modo così misero, loro, in scala uno a uno, senza spazio alcuno per interpretazioni, sfumature. E non parliamo di metafore ché poi strabuzzano gli occhi, sbalorditi. Si è alzato un applauso convinto, quando Gianfranco Bettin nel presntare Marco Paolini, ha scandito chiare le seguenti parole: "Un Comune che non sapesse rappresentare questa piazza non potrebbe stare in piedi un minuto di più". E chissà se poi l'ha vista, quell'esponente, questa piazza. Piena, stracolma. Con gente in piedi per oltre due ore, in attesa prima e in ascolto poi di questo narratore del presente. Che ha raccontato la storia di Bhopal, della notte fra il 2 e 3 dicembre del 1984 in quella città dell'India. Sappiamo - quasi - tutti cosa successe quella volta. Ma Paolini lo racconta nei particolari, chiarendo, facendo luce, tracciando percorsi in cui lo spettatore si incammina con la stessa forza, la stessa determinazione del narratore, delle sue parole.
Traccia ritratti di operai indiani, te ne dice nomi e cognomi, te li mostra, li fa parlare. Snocciola cifre, nomi di elementi chimici ahimè troppo familiari da queste parti. Ci fa vedere Bhopal, la città, la parte ricca e quella povera, le strade, la stazione, i fili dell'alta tensione addirittura. E la fabbrica. Quella messa su dalla Union Carbide.
Difficile sentire il silenzio di una piazza gremita da migliaia di persone. Eppure qui lo senti. C'è la voce, il racconto di Marco Paolini, e poi il silenzio. Perché parla di noi. Sta raccontando la nostra storia, Marco Paolini. Ci mostra Bhopal e noi negli occhi, nella mente, abbiamo Porto Marghera. Rivive la notte indiana di quasi vent'anni fa e noi siamo dentro la notte dell'anno scorso, quando chi da un sms, chi da qualcuno in autobus o in vaporetto, chi dalla radio o dalla tv, ha saputo che sarebbe stato meglio chiudersi in casa o dentro qualunque altro luogo, perché forse - forse - in quel momento stava succedendo qualcosa tipo Bhopal. Qui, a casa nostra. Rivivi quella sera di un anno fa, e quella paura, che poi è quella di sempre, perpetua di ciascuno nato qui, attorno - dentro, verrebbe da dire - a quelle fabbriche.
Altro che inopportuno, allora, questo spettacolo di Marco Paolini. Altro che Marghera come Bhopal. In diecimila abbiamo riempito questa piazza per dire una cosa sola: perché Marghera non sia, mai e poi mai, come Bhopal.