Due giornalisti francesi intervistano Paolo Borsellino, che parla dei rapporti fra Berlusconi e la mafia. Parla soprattutto di Vittorio Mangano, condannato a più ergastoli, stalliere nella villa di Berlusconi, definito un eroe in campagna elettorale prima da Marcello Dell’Utri e poi dallo stesso Berlusconi. Per loro i mafiosi sono degli eroi. Poche settimane dopo questa intervista, il giudice Paolo Borsellino è stato fatto saltare in aria insieme alla sua scorta. Qualcuno si premurò di far sparire la sua agenda.
Ecco le pagine riguardanti Schifani tratte dal libro Se li conosci li eviti (Chiare lettere edizioni). Schifani Renato Giuseppe (FI)
Anagrafe Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo
di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Soprannome Fronte del Riporto.
Segni particolari Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro del recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d’anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate. Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
Assenze 321 su 1447 (22,2%) missioni 20 su 1447 (1,4%).
Frase celebre «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 1° agosto 2002).
«In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un trattamento di favore» (comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani, 15 agosto 2006 ).
«Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (12 settembre 2003).
«Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo molto in Silvio Berlusconi (…) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande leader» («Libero», 29 luglio 2007 ). «Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano. Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante della unitè della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base del proprio credo politico» (dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio 2008 ).
Meglio parlar d’altro. Ché in un paese dove una soubrette, una di quelle da calendario viene chiamata (per quali capacità? Quali competenze? Quali attitudini?) a ricoprire una delle più alte cariche istituzionali, c’è qualcosa che non va. Parlar d’altro, perché in un paese in cui la terza carica dello Stato afferma che bruciare una bandiera è molto peggio che massacrare di botte e uccidere un giovane che non ti ha offerto una sigaretta, è un paese che sta precipitando nel nero più profondo. Parlar d’altro dunque. Di parole. Dell’importanza delle parole in un paese in cui, da quindici anni, lo svilimento della lingua (che marcia di pari passo con quello dei valori) è un’operazione sistematica, quotidiana. Il ruolo della parola è quello di connotare, di raccontare, di spiegare, di fare luce. Compito di chi la usa è – dovrebbe essere – quello di usarla per mettere in luce i significati. Dovere di chi la pronuncia è – dovrebbe essere - di usarla per dire la verità. Questo è il senso profondo, puro, della parola. Per questo esistono i dizionari, per questo ci hanno insegnato a usarli. Da tempo provo una forte attrazione e un profondo interesse per la parola “semplicità”. Da quando, in particolare, la lessi attraversare tutte le cinque lezioni americane di Italo Calvino (Lezioni americane, Mondadori) dedicata a essa. Italo Calvino, oggi, non diventerebbe mai ministro. Né lui, né Pasolini, né Sciascia, né Moravia, né nessun altro scrittore. Del resto nemmeno lo abbiamo, noi, un ministero della o per la cultura, bensì quello dei beni culturali, perché nel nostro paese cultura è ciò che resta del passato. Interessano gli esiti della creazione e non il suo percorso. L’esito è monetizzabile, il percorso no. Semplicità di un percorso, semplificazione del suo risultato. Siamo il paese che ha sostituito la nobiltà del termine semplicità con la grossolanità della parola semplificazione. Guai, attraverso la semplicità, informare la gente della complessità di quest’epoca. Raggirarla, piuttosto, attraverso una bonaria e fuorviante, spesso mistificatoria, semplificazione. Per questo soltanto in Italia poteva nascere il ministero della semplificazione, affidato, va da sé, al più semplificato fra i parlamentari. No, proprio non ce la facevo, oggi, a parlar d’altro.
www.robertoferrucci.com
Sono per aria. Nel cuore di una nuvola, in questo preciso momento, che fa traballare l’aereo. Fra meno di un’ora atterreremo a Parigi, aeroporto Charles De Gaulle. Da lì raggiungerò in taxi un albergo dove lo scrittore Patrick Deville, direttore letterario della Fondazione Meet di Saint-Nazaire, attende i partecipanti a un convegno su e con Antonio Tabucchi. In questi giorni sto leggendo il suo ultimo libro, L’oca al passo (Feltrinelli, 2006), testo fondamentale per capire cosa è successo nel nostro paese, e non solo, in questo inizio di nuovo millennio. Sono stato invitato a partecipare alla tavola rotonda di venerdì pomeriggio sul tema “Tabucchi, la storia e la politica”. Credo parlerò di come, a mio avviso, uno scrittore, oggi, in Italia, non possa prescindere da ciò che nel nostro paese sta accadendo, un’involuzione che sembra non avere fine. E poi vorrei parlare di quando uno scrittore scrive sui giornali, di come procede in quei casi, e di quando invece scrive un libro, un romanzo. E magari, poi, di come scrive quando posta su un blog. Io lo faccio raramente e proprio poco fa, sorvolando Zurigo, ho letto sull’Internazionale un intervento di Steven Poole, un post che ha pubblicato tempo fa sul suo blog (www.stevenpoole.net) e che riflette su questi temi. Mi riprometto di usarlo più spesso, questo blog, come blog. Non soltanto gli articoli che pubblico prima sui giornali e poi anche qui. Chissà se ci riuscirò… Chiudo, l’aereo ha iniziato la fase di atteraggio. Aurevoir.
Benvenuti nel paese dove, secondo il presidente della camera, bruciare una bandiera (è mai stato dimostrato, poi, chi è davvero a bruciare quelle bandiere?) e ben più grave che ammazzare di botte un ragazzo (ucciso da un gruppo di fascisti).
Ho appena ascoltato il direttore del Mattino di Napoli (non ricordo il suo nome ma benissimo il suo sguardo mentre pronunciava queste parole) dire che Berlusconi è uomo dalla cultura solida perché ha messo insieme quell’enorme impresa di cultura che è Mediaset.
Nemmeno ad Achille Occhetto era riuscita una disfatta di tali proporzioni…

Questo mio articolo esce oggi su il manifesto.
Se la capitale alla fine ha fatto la stupida e ora c’è il marcio su Roma, la vera sorpresa di questi ballottaggi è Vicenza. Nessuno, qualche settimana fa, avrebbe mai scommesso un centesimo sulla vittoria del centro sinistra in un capoluogo di provincia dove Lega e partiti di destra la fanno da sempre da padroni. Soprattutto, poi, dopo il trionfo leghista alle politiche di due settimane fa. Quella valanga di voti verdi sembrava inequivocabile al punto che nessuno ci faceva caso, al ballottaggio di Vicenza, tutti concentrati su Roma. E invece da Vicenza arriva una lezione fatale e importantissima per la sinistra e per il Partito Democratico, un partito che sembra nato moribondo. Il suggerimento che arriva è quello di smetterla di guardare a destra per arraffare voti che non arriveranno mai, basta feste del cinema come unici fiori all’occhiello, ciò di cui la sinistra - o quel che ne rimane - deve occuparsi sono le cose concrete e, soprattutto, le battaglie civili che toccano il cuore di una città e della sua gente. È quel che è successo a Vicenza, dove la questione Dal Molin è stata cruciale. Le prese di posizione, le promesse che il nuovo sindaco ha fatto in campagna elettorale sono state semplici, chiare: indire un referendum cittadino per far dire ai vicentini sì o no all’allargamento della base USA. Del resto, anche se cancellata in parlamento, la sinistra che si era vista manifestare per le strade di Vicenza lo scorso 15 dicembre non poteva essere sparita. E non è di certo andata al mare, come pare aver fatto a Roma. Segno indiscutibile che ciò su cui si deve basare la rinascita è il basso. Il basso più nobile possibile: le battaglie civili, la capacità di stare in mezzo alla gente, saperla ascoltare. Ciò che da queste parti sa fare bene la Lega. Poi però fa rabbrividire sentire Rutelli dire che il centro-sinistra ha perso perché non ha riflettuto abbastanza sui problemi della sicurezza, l’ha sottovalutata. Il solito errore. Una sinistra che ha smesso di parlare da sinistra e che imita la destra laddove è inimitabile: la demagogia. Per questo sarebbe importante guardare a Vicenza. Perché qui ha vinto la mobilitazione, ha vinto la determinazione, hanno vinto quei valori che ormai sembrano non più necessari a ottenere consensi. Balle. La sinistra torni a essere sinistra. Faccia come il Comitato No Dal Molin, che è in piazza da mesi e mesi ed è stato capace di radicarsi su un territorio invincibile, altro che Roma per il centro-sinistra. Vicenza è sempre stata uno dei capisaldi leghisti. Qui l’alleanza del centro-sinistra ha vinto nonostante il silenzio tombale dei vertici dopo la sconfitta alle politiche. Un silenzio rotto solo da qualche gridolino di gioia del Pd per un 33% che non serve a niente, che non è servito a nulla soprattutto a Roma, dove il papista Rutelli ha spalancato la strada al fascista Alemanno. Il nuovo partito nato moribondo è riuscito nell’impresa storica di regalare alla destra la capitale. Vedremo quali saranno le riflessioni del dopo-voto, ma i primi segnali sembrano destinati a rendere perenne la catastrofe. Salvo a Vicenza. Chi l’avrebbe mai detto.
Questo articolo esce oggi su Il Venezia Epolis.
Ma dov’è finito Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino? Rovisto fra gli scaffali, doppia tripla fila, ma sono doppi, tripli anche i luoghi dove, nella vita, ho sparpagliato i miei libri. Stanno tutti riuniti in un Meridiano, adesso, i romanzi di Calvino, ma mi piaceva l’idea, il 25 aprile, di sfogliare il volume anni sessanta di quando l’ho letto la prima volta. In quest’epoca dalla memoria corta, svanita o, peggio, mistificata, oltraggiata, decido di passare il giorno della Liberazione fra le pagine che raccontano la nostra Resistenza, celebrata dai più grandi scrittori del secolo scorso. Rovisto, e mi capita fra le mani Una questione privata, di Beppe Fenoglio, un capolavoro della nostra letteratura. Lo lessi attorno ai vent’anni, e mi innamorai anch’io di Fulvia, dei partigiani, delle Langhe e, soprattutto, della scrittura precisa ed essenziale di Fenoglio. Non lo legge più nessuno, Fenoglio e, forse, bisognerebbe renderlo obbligatorio a quel futuro ministro degli interni che ieri è rimasto a casa a curare il giardino, così come quest’altro racconto di Italo Calvino, L’entrata in guerra, che rileggerò al posto delle avventure di quel ragazzino magro, che fuma, beve e parla sboccato, il Pin di Il sentiero dei nidi di ragno. Sì, basta poco. Quando si sentono pronunciare certe idiozie, quando il revisionismo di molti vorrebbe rimettere in discussione la Storia, è sufficiente rivolgersi ai nostri scrittori. A Calvino, Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Romano Bilenchi, Elsa Morante, Carlo Levi. Leggere e far leggere le loro parole renderà ridicoli, piccoli, insulsi tutti coloro che con quattro slogan vorrebbero rimettere tutto in discussione. Frugate anche voi fra gli scaffali, andate su in soffitta, oppure entrate finalmente in una libreria. Da quanto non lo fate? Con pochi euro, il vostro presente cambierà suono, colori. Scoprirete che dentro a quei libri ci siamo noi, i nostri padri, il nostro paese. Quei libri sono la nostra storia e una volta letti – perché tanti, fra noi, troppi, non li hanno mai presi in mano – una volta letti capiremo un sacco di cose, avremo una chiave interpretativa nuova per questo assurdo presente. Sono il nostro patrimonio, quei libri, sono i custodi della verità e della memoria. Di più: gli scrittori – quegli scrittori – sono la nostra stessa memoria. Da non smarrire mai.
Questo Cosa cambia è uscito ieri su il Venezia Epolis.
Meglio parlare d’altro. Disintossicarsi è impossibile. Ma parlar d’altro e non di quel che toccherà all’Italia nei prossimi cinque anni, sì, si può fare (tanto per stare sullo slogan più sbagliato degli ultimi anni). Si può parlare di molte altre cose. Per esempio parlare di un argomento che nel nostro paese è sempre più emarginato e nei prossimi cinque anni lo sarà ancora di più. Possiamo parlare di libri. Ieri ho comprato in una libreria di Venezia un libro di Paul Bowles, l’autore del bellissimo romanzo intitolato Il tè nel deserto (qualcuno ricorderà il film omonimo di Bernardo Bertolucci, qualcun altro la splendida canzone dei Police, Tea in the Sahara). Su uno scaffale c’era un piccolo libro con un bollino rosso. Il bollino rosso stava a significare che il libro era usato e sopra c’era scritto tre euro. Il titolo è In cima al mondo, un romanzo che non ho mai letto, pubblicato da Anabasi, un editore che non esiste più. L’effetto, appena preso in mano, è quello che mi fa sempre un libro usato, soprattutto quando sai che si tratta di un esemplare raro. Ti domandi chi altro l’abbia letto, da dove arrivi. Quel libro, a differenza dei nuovi, ha una sua vita propria, una vita che sarebbe bello conoscere, magari annotata sull’ultima pagina, in fretta. Invece il libro non ha segno alcuno, sembra addirittura non essere stato letto. Solo se guardi la copertina in controluce, vedi dei numeri, il solco lasciato da una scrittura arrotondata, calcata su un foglio che ci stava appoggiato sopra: 9, 13, 3, 6. Chissà, numeri da giocare al Lotto? Il seriale di un software? Forse l’ho preso anche per via di quei numeri, il libro, oltre che per il suo autore. Fuori, mentre rigiravo fra le mani il libro appena comprato, ho visto un uomo di una certa età che veniva dalla mia parte. Aveva un soprabito lungo, teneva uno zaino su una spalla sola. Il viso, un viso di quelli che noti subito, un viso che parla dritto al tuo immaginario e lo solletica. Forse perché già visto o per pura forza evocativa di quei lineamenti. Soltanto dopo esserci incrociati sfiorandoci, mi sono accorto che era Bruno Ganz, l’attore protagonista di Il cielo sopra Berlino, di Wenders, e anche di Pane e tulipani, di Silvio Soldini. Ha casa a Venezia, e a Venezia, necessariamente, prima o poi la gente la incroci. Sì, è meglio e più piacevole parlar d’altro.
Chissà se il tizio che accanto a Vladimir Putin mima il gesto del mitra puntato verso una giornalista che di lì a poco scoppierà in lacrime, chissà se lo sa che in Russia i giornalisti scomodi li ammazzano. Chissà se ha mai sentito nominare, dentro le stanze ovattate delle sue svariate ville, o mentre si trovava in “buona compagnia” negli sterminati spazi delle sue enormi tenute, chissà se lo ha mai sentito, lui, il nome di Anna Politkovskaya, giornalista uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. Faceva la giornalista alla Novaya Gazeta. Oppure chissà se li ha mai sentiti nominare Yevgeny Gerasimenko, o Ilia Zimine, giornalisti russi uccisi in Russia nello stesso anno. E la lista potrebbe continuare. Tutti uccisi in circostanze ancora non chiarite, tutti accomunati dalla ricerca della verità, sulla guerra in Cecenia, sulla corruzione del potere, tutti consapevoli che senza libertà di stampa non può esistere uno stato civile, la democrazia. Lo sa, tutto questo, il tizio che mima il mitra puntato contro la giornalista che ha fatto “la domanda sbagliata”? Uno statista dovrebbe saperlo, e non farebbe mai una sciocchezza del genere. Uno statista, appunto, non il tizio ritratto in questa foto accanto a Vladimir Putin.
Io sono quattordici anni che mi vergogno di essere connazionale di questo tizio nel quale milioni di miei connazionali si riconoscono. C’è un modo per disconoscere la propria cittadinanza?

Adesso speriamo ci si metta finalmente a riflettere, tutti. Quelli che non hanno svenduto il proprio cervello, almeno. Cercare di analizzare prima e porre rimedio poi sulla berlusconizzazione di questo paese. Una berlusconizzazione che ha incancrenito in profondità le coscienze individuali e le basi dell’intera società. Pochi hanno capito che si tratta prima di tutto di una questione linguistica e poi di disegno complessivo. La sinistra, dopo tre lustri, non l’ha ancora capito. E Veltroni, soprattutto, a cui a malincuore ho regalato il mio voto. Continuando così diventeremo sempre più lo zimbello d’Europa, un paese allo sbando, privo di valori etici. Con gli esaltatori della mafia a governarci. Mafiosi, veri, loro stessi. Che schifezza.
Questo articolo è uscito ieri su il Venezia Epolis.
Una vita fa, quattordici anni, il mondo era ben diverso dall’attuale. Io stesso - ma ciascuno di noi, immagino - avevo una vita diversissima da quella di oggi. La storia, in questi anni, ha registrato mutamenti epocali, il resto del pianeta ha proseguito nel suo cammino. Un cammino pieno di cambiamenti, che, nel bene e nel male hanno dato un volto nuovo a questo mondo. Non serve fare l’elenco. Si è già messo in moto nel vostro immaginario, ne sono certo. E mentre il mondo correva, noi, qui, in Italia, abbiamo intrapreso un cammino opposto. Non di lentezza ma di autoreferenzialità. Abbiamo smesso di guardare fuori, di interagire con l’esterno e, idealmente chiusi dentro la scatoletta televisiva, abbiamo dato due mandate al cancello della vita vera. La nostra quotidianità è diventata una sola, unica e morbosa vicenda di cronaca. Non sappiamo più come va il mondo, ma sappiamo tutto di Cogne, di Garlasco, di Perugia, di Gravina. Da quattordici anni il nostro cervello è chiuso in salotto, e sembra andarci così bene, ma così bene, che faremo di tutto per restarci ancora a lungo. Nessuno si rende più conto che questo è ormai soltanto il paese della superficie, della superficialità. Non si scava qui, si insabbia. Nessuno batte ciglio davanti a dichiarazioni - fatte da uomini loro malgrado di Stato - che danno dell’eroe a un condannato all’ergastolo per mafia e ignorano premeditatamente nei loro discorsi gente come Falcone o Borsellino. Siamo dentro a un’autorefenzialità cieca e pericolosa. Non guardiamo altrove e lasciamo che la nostra memoria venga scalfita, gestita da altri che hanno il possesso di un mouse sempre posizionato sul tasto “erase”. Cancellare. Meglio: non dire, ignorare, mistificare. E, soprattutto e sempre, semplificare. Quattordici anni sono una vita. Guardare cosa è successo altrove - impresa titanica, lo so, girare lo sguardo, staccarlo dal nostro salottino - tipo in Spagna o in Irlanda o ovunque, e poi tornare qui, mette i brividi. Perché questi nostri quattordici anni non sono stati soltanto una stasi ma un percorso a ritroso. Involutivo, devastante. Consapevoli poi che da martedì, questi quattordici anni, riprenderanno il cammino. A ritroso. E il nostro cervello, in salotto.
Meno cinque, quasi. Una stanza d’albergo, il rumore del mare, fuori, su cui sarebbe bello potersi concentrare, anzi, perdersi, e invece poi non ce la fai a staccarti dalla becera realtà. Quella della campagna elettorale, dove un tizio che dovrebbe starsene in galera dice che se vincono loro riscriveranno la storia della Resistenza. Un mafioso (riconosciuto e condannato per questo) che parla da fascista. E la certezza che potrà essere Ministro della Repubblica fra una settimana. Non bastano il suono delle onde, il mare qua fuori. A lenire il disgusto. E poi il suo capo, che parla di test di sanità mentale per i giudici. Peccato non l’abbiano mai fatto a lui, quel test. E a tutti quelli che lo votano, anche. Fin dal 24 gennaio ho pensato che, per la prima volta nella mia vita fosse giusto - doveroso, anzi- non andare a votare. Oggi tentenno.
Quattordici anni fa moriva Kurt Cobain. Si sparò un colpo di fucile in faccia. Qualche settimana prima assistetti all’ultimo concerto dei Nirvana, a Lubiana, il 27 febbraio 1994. Scrissi un articolo che uscì sul manifesto. Di seguito, un video da quel concerto e il mio articolo.
“Nirvana, Hala Tivoli, Nedelja 27.2.1994 ob 20h”, sta scritto sul biglietto in cartoncino del concerto di Lubiana. Nedelja, in sloveno, vuol dire domenica, una domenica fredda resa ancora più rigida quando mi hanno detto che l’Hala Tivoli è un palaghiaccio. Dentro, infatti, la superficie gelata è coperta da un telone verde e bisogna essere dei fans veri per non sentire cosa sta succedendo ai tuoi piedi. Per fortuna qualcuno ha lasciato una panchina di legno, appoggiata alla parete, giusto di fronte al palco ma che più lontano non si può. Dall’alto di quella precaria panchina ho visto l’ultimo concerto dei Nirvana.
Alle prime note di Radio Friendly Unit Shifter il palazzetto esplode e quando Kurt Cobain attacca la prima strofa («Use just once and destroy») incomincia un unico coro al quale timidamente verso la fine del concerto, mi aggiungo anch’io. Il palco, là in fondo, ha una scenografia semplice, e se qualche settimana dopo non avessi visto le immagini del concerto, avrei giurato che spiccasse soltanto l’inquetante manichino alato della copertina di In Utero. Invece era soltanto la sua ombra a essere proiettata di tanto in tanto alle spalle del gruppo.
Sarà perché conosce perfettamente il serbo-croato, ma fra una canzone e l’altra è il bassista Krist Novoselic a parlare, a presentare un concerto dedicato alla pace: «Nema Mira», niente pace, ripete spesso. Anche quando presenta Rape me, stuprami, che in questo caso diventa una ballata da dedicare a tutte le donne della ex Jugoslavia violentate nel nome della pulizia etnica. «Nema Mira», dunque, per una pace che a pochi chilometri da Lubiana e per molti ragazzi croati, serbi e bosniaci qui dentro, non esiste da anni. Intanto Cobain se ne sta lì, un po’ ingobbito sopra il microfono, quasi immobile e da dove sto non vedo la sua faccia in questo momento: lui, che con la “sua” di pace ha sempre avuto dei problemi. Non parla, canta Cobain con quella voce così rotta, verrebbe da dire sofferente, se non fosse scontato dirlo oggi. Canta quelle strane canzoni durissime e improvvisamente melodiche che risuonano negli auricolari di milioni di walkman di adolescenti e non. Da qui in fondo non lo si vede, dicevo, ma è certo quella di sempre, la sua faccia: un viso d’angelo che non ride mai, solo qualche smorfia o sberleffo, ogni tanto. E nulla di tutta l’energia che avevo visto in altri loro concerti in tv.
Una meteora, i Nirvana, pochi anni, nemmeno un paio per il grande pubblico che li ha conosciuti nel 1992 con l’album Nevermind; ma una meteora che ha risollevato il rock. Una città, Seattle, e una quantità di gruppi e di dischi che una volta tanto è pari alla qualità: Pearl Jam, Soundgarden, Smashing Pumpkins, Hole, per non dimenticare i loro fratelli maggiori, i R.E.M.
E su tutti, il talento di Kurt Cobain, nato il 20 febbraio 1967, cresciuto male in una famiglia presto separata di Aberdeen, vicino Seattle. Un talento che, abbiamo saputo poi, si sarebbe unito a quello di Michael Stipe, il leader e cantatante dei R.E.M. per un disco straordinario che non ci sarà mai, un disco interamente acustico dove le loro due voci avrebbero duettato possiamo solo immaginare come.
Una conversione acustica, comunque, che i Nirvana avevano già incominciato a percorrere. Esiste un bootleg – si chiama All Acoustically – che è un piccolo capolavoro, e sappiamo anche – qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo – che il loro concerto “unplugged” per MTV è stata una sorpresa per tutti. Gli inventori del grunge acustici: impensabile no?
Ed è proprio a Lubiana, verso la fine del concerto che tracce acustiche vengono offerte al pubblico durante i bis: Jesus wants me for a sunbeam e la cover di The man who sold the world di Davide Bowie, che non hanno cantato a Roma e Milano.
Alla fine, nasce con gli amici sloveni di Radio e TV Capodistria che mi accompagnano, un piccolo mistero: l’hanno cantata Smells like teen spirits? Sì, no, sì, mi sembra… Chiediamo in giro: no, sì, no, mi sembra. Forse, trascinati dalle sonorità, l’abbiamo perduta, forse è talmente entrata dentro di noi da essersi trasformata in respiro, in pensiero: mica lo chiedi a qualcuno “respiri?” “pensi?”. Eppure, nelle immagini che avrei visto in seguito, ci sarebbe stata una ragazza dell’organizzazione con due fogli in mano, la scaletta del concerto, con Smells lì, come a Roma e a Milano, la settimana prima, dopo Come as you are.
Era freddo quella sera a Lubiana. Forse proprio dentro al palaghiaccio Kurt Cobain ha preso l’influenza che l’ha portato a Roma per riposarsi, che gli ha risvegliato quella dannata ulcera dolorosissima, e poi le pastiglie, e tutto il resto. Niente concerti in Germania e a Praga. Il rientro a Seattle e niente più musica, niente Nirvana e più niente di niente. Un colpo e via. Ha deciso così Kurt Cobain, privandoci del suo talento, della sua intelligenza, in un momento in cui l’imbecillità sembra non avere limiti.
«Da anni lo stomaco mi brucia, mi dà la nausea. Sono anni che non provo più niente. Ho perso l’entusiasmo. Anche la mia musica non è più sincera. Tutti ve ne siete accorti», ha scritto prima di uccidersi.
No, io non me n’ero accorto.
C’era un sentimento indefinito quella sera a Lubiana e adesso vorrei tornare là, stare ancora insieme a loro e chiedergli cos’era, anche se non saremo più gli stessi. Allora, non ci resta che ascoltare le canzoni scritte e cantate da Kurt Cobain per il resto della nostra vita.
Questo articolo esce oggi su il Venezia Epolis.
Un vigile che invece di occuparsi di ciò che di sacrosanto dovrebbe occuparsi, strappa uno striscione di mano a un gruppo di bambini. Un assessore che a due passi da lì, si occupa del vero grande problema veneziano: i panini mangiati in Piazza San Marco. Complimenti alle istituzioni veneziane, capaci - grazie a quel vigile - di dare una bella immagine di sé a chi, in età evolutiva, saprà da oggi in poi che delle istituzioni, forse, è meglio a volte diffidare. Complimenti anche - ma sul serio, stavolta - ai 40xVenezia, che con il Frozen (il video) di sabato scorso e la civilissima contestazione “Venezia non è un albergo”, hanno messo il dito in una piaga profonda. Già, perché fra l’indifferenza solita, tipica dei veneziani, la Regione Veneto - intesa come istituzione - sta varando qualcosa che trasformerà definitivamente Venezia nella Disneyland tanto agognata da molti. Venezia in un albergo globale, unico, definitivo. Ed è sconcertante in questo notare la totale assenza, l’assoluto silenzio della giunta veneziana, sindaco in testa. Ancor più sconcertante è che il più grande, immenso, inimitabile amante di questa città, il suo assessore al turismo, sabato, a due passi da lì, invece di aderire e contrastare per primo una proposta scellerata, dato appunto il suo sperticato amore per la città, fosse invece impegnato ancora una volta in inutili e demagogici interventi da paesello di provincia. Mentre su Venezia sta per scattare la ghigliottina alberghiera, lui sta ancora lì, a preoccuparsi dei panini smangiucchiati all’ombra del Campanile. Dopo l’insopportabile tiritera, inutile, irritante e sciocca che ci tocca ascoltare a ripetizione sulla Linea 1 (”È un dovere di tutti…”), ecco che si torna alle regolette da maestra d’asilo. Intanto, sotto gli occhi del mondo, Venezia sprofonda nei veri, enormi problemi dovuti a una incapacità manifesta di gestione dei flussi turistici. Ma si sa, in salotto non si deve sporcare e allora delle briciole di quei panini si occuperanno degli angioletti volontari, che invece di guardare al vero grande gioco - sporco? - in atto sulla loro città, andranno a insegnare una nuova educazione al turista sbocconcellante il sandwich. Questa è la nostra deprimente Venezia di oggi, cari veneziani, specchio, peraltro, del degrado politico-istituzionale di questo paese.
Questo mio articolo esce oggi su il Venezia epolis.
Università di Nantes, corso di lingua italiana. A parlare di letteratura, ma poi, inevitabilmente, si cade sulla città da cui provengo, Venezia. La prima domanda, ripetuta qualche giorno dopo anche all’Università di Saint-Nazaire, ormai scontata: ma come fate con l’enorme problema dell’acqua alta? Sempre, inevitabilmente, anche quando vado in giro per l’Italia. La solita domanda da parte di gente che, ingenuamente, è convinta che quando alla tv dicono “oggi a Venezia fenomeno dell’acqua alta”, i veneziani siano costretti a nuotare per raggiungere casa o il posto di lavoro. Non è colpa loro. Ma è anche a causa di una informazione data in maniera superficiale, un’informazione che noi veneziani non siamo mai stati capaci di invertire, di contraddire. Così il mondo - e gran parte del resto d’Italia - è convinto che il Mose (sì, lo conoscono pure qui, sull’estuario della Loira, alle sponde dell’Atlantico), “quella cosa mostruosa”, aggiungono, sia l’unica possibilità di salvezza per la nostra città. Mica facile dirgli che non è vero, spiegargli che è roba dannosa e obsoleta. Ci provi e alla fine quel che ne viene fuori, ahimè, è che si tratta di quella classica grande opera costosissima che conviene fare perché in questo modo ci “mangiano” in tanti. “Ah, la mafià”. Ecco, no. Non è proprio così, ho semplificato troppo, gli dici. Che fatica raccontare l’Italia all’estero. Come spiegargli che il Mose, quando ancora non c’erano tutte le autorizzazioni necessarie, lo hanno voluto in fretta e furia Berlusconi e il suo ministro Lunardi (a proposito, che fine ha fatto?) che era molto, molto interessato alla faccenda? No, interrompo subito, non c’entra la mafia, anche se il ministro Lunardi resterà alla storia per aver detto che con la mafia bisogna convivere. Ma non glielo spiego agli studenti, troppo complicato. Solo che poi ti chiedono ma com’è allora che sui giornali si dice che Berlusconi vincerà di nuovo, dopo quindici anni. Com’è che voi italiani ritornerete a votarlo? Che gli rispondo adesso. Come glielo spiego che andava fatta una legge sul conflitto d’interessi che il centro-sinistra non ha mai voluto fare? “Comunque l’acqua alta, quella vera, sono almeno due anni che non viene”, dico loro, tornando al punto di partenza. E poi, penso, non ero qui per parlare di letteratura?

